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Full text of "Bollettino della Società dei naturalisti in Napoli"

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ISSN  0366  -  2047 


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BOLLETTINO  DELLA 
SOCIETÀ  DEI  NATURALISTI 
IN  NAPOLI 


VOLUME  XC  -  1981 


GIANNINI  EDITORE 
NAPOLI  1982 


NORME  PER  LA  STAMPA  DI  NOTE  NEL  BOLLETTINO  DELLA  SOCIETÀ 


Art.  1.  —  La  stampa  delle  note  è  subordinata  all’approvazione  da  parte  del  Comitato 
di  Redazione  che  è  costituito  dal  Presidente  del  Consiglio  direttivo,  dai  quattro 
Consiglieri  e  dal  Redattore  delle  Pubblicazioni.  Il  Comitato  di  Redazione  qualora  lo 
giudichi  necessario  ha  facoltà  di  chiedere  il  parere  consultivo  di  altri,  anche  non  soci. 

Art.  2.  —  I  testi  delle  note  devono  essere  consegnati  al  Redattore,  dattiloscritti  in 
duplice  copia,  nella  stessa  tornata  o  assemblea  in  cui  vengono  comunicati.  Per  gli  alle¬ 
gati  (Figure,  tavole,  carte  ecc.)  si  richiede  la  consegna,  oltre  che  degli  originali  destinati 
alla  Tipografia,  di  una  copia  eliografica  di  tutti  i  disegni  a  china  e  di  una  seconda  serie 
di  stampa  per  tutte  le  fotografie,  con  l’indicazione  su  ciascuna  di  esse  della  figura  cui 
si  riferisce  e  del  simbolo  (numero  o  lettera)  che  ne  indica  la  posizione  nella  figura 
stessa.  Per  le  diapositive  a  colori  potrà  essere  fornita,  in  luogo  di  una  seconda  copia, 
una  stampa  a  colori  nel  formato  minimo  di  cm  10  x  15. 

Art.  3.  — •  Ogni  anno  i  soci  hanno  diritto  a  10  pagine  di  stampa,  gratuite,  o  al  loro 
equivalente,  oltre  a  50  estratti  senza  copertina.  Tale  diritto  non  è  cedibile  né  cumulabile. 

Art.  4.  —  Con  le  prime  bozze,  la  Tipografia  invierà  al  Redattore  il  preventivo  di 
spesa  per  la  stampa  nel  Bollettino  e  per  gli  estratti,  questi  lo  comunicherà  all'Autore 
per  la  parte  di  spesa  che  lo  riguarda. 

Art.  5.  —  L’Autore  restituirà  con  le  prime  bozze,  gli  originali  ed  il  preventivo  di 
spesa  per  la  stampa,  sottoscritto  per  conferma  ed  accettazione,  indicando  il  numero  di 
estratti  a  pagamento  desiderati,  l'indirizzo  a  cui  dovrà  essere  fatta  la  spedizione  e 
l’intestazione  della  fattura  relativa  alle  spese  di  stampa  del  periodico  e  degli  estratti. 
Nel  caso  che  Lordine  provenga  da  un  Istituto  Universitario  o  da  altro  Ente,  l’ordine 
deve  essere  sottoscritto  dal  Direttore. 

Art.  6.  —  Modifiche  ed  aggiunte  apportate  agli  originali  nel  corso  della  correzione 
delle  bozze  (correzione  d’Autore),  comportano  un  aggravio  di  spesa,  specialmente  quando 
richiedono  la  ricomposizione  di  lunghi  tratti  del  testo  o  spostamenti  nell'impaginazione. 
Tali  spese  saranno  addebitate  all'Autore. 

Art.  7.  —  Le  bozze  devono  essere  restituite  al  Redattore  entro  15  giorni.  Il  ritardo 
comporta  lo  spostamento  della  nota  relativa  nell'ordine  di  stampa  sul  Bollettino;  per 
questo  motivo  la  numerazione  delle  pagine  sarà  provvisoria  anche  nelle  ultime  bozze  e 
quella  definitiva  sarà  apposta  su  esse  a  cura  e  sotto  la  responsabilità  della  Tipografia. 

Art.  8.  —  A  cura  del  Redattore,  in  calce  ad  ogni  lavoro  sarà  indicata  la  data  di  ac¬ 
cettazione  da  parte  della  Rivista. 

Art.  9.  —  Al  fine  di  facilitare  il  computo  dell’estensione  della  composizione  tipografica 
dei  lavori  è  necessario  che  il  testo  venga  presentato  dattiloscritto  in  cartelle  di  25 
righe,  ciascuna  con  60  battute. 

Art.  10.  —  L'Autore  indicherà  in  calce  al  dattiloscritto  l’Istituto  o  l’Ente  presso  cui 
il  lavoro  è  stato  compiuto  e  l’eventuale  Ente  finanziatore  della  stampa  e  delle  ricerche. 

Art.  11.  —  Le  note  saranno  accompagnate  da  due  riassunti,  da  cui  si  possa  ricavare 
chiaramente  parte  sostanziale  del  lavoro.  Uno  dei  due  riassunti  sarà  in  italiano  e  l'altro 
preferibilmente  in  inglese. 

Art.  12.  —  Vengono  ammesse  alla  pubblicazione  sul  Bollettino  anche  Note  d'Autori 
non  soci,  purché  presentate  da  due  soci  e  preventivamente  sottoposte  per  l’approvazione 
al  Comitato  di  Redazione.  La  stampa  di  tali  Note  sarà  a  totale  carico  degli  Autori. 

Art.  13.  —  I  caratteri  disponibili  per  la  stampa  sono  i  seguenti  :  maiuscolo  . . . = 

maiuscoletto - ,  corsivo - ,  tondo;  in  corpo  10  e  corpo  8.  L’Autore  potrà 

avanzare  proposte  mediante  le  sottolineature  convenzionali  prima  riportate.  La  scelta 
definitiva  dei  caratteri  è  di  competenza  del  Redattore. 


ISSN  0366  -  2047 


BOLLETTINO  DELLA 
SOCIETÀ  DEI  NATURALISTI 
IN  NAPOLI 


VOLUME  XC  -  1981 


GIANNINI  EDITORE 
NAPOLI  1982 


SOCIETÀ  DEI  NATURALISTI  IN  NAPOLI 

VIA  MEZZOCANNONE,  8 


CONSIGLIO  DIRETTIVO 
BIENNIO  1981-82 


Prof.  Pio  Vittozzi 
Prof.  Aldo  Napoletano 
Prof.  Teresa  de  Cunzo 
Doti.  Gerardo  Gustavo 
Doti.  Angiolo  Pierantoni 
Prof.  Pietro  Battaglini 
Doti.  Giorgio  Matteucig 
Prof.  Antonio  Ariani 
Prof.  Glauco  Bonardi 
Prof.  Giuseppe  Caputo 
Prof.  Arturo  Palombi 


-  Presidente 

-  Vice-Presidente 

-  Segretario 

-  Vice-Segretario 

-  Tesoriere 

-  Bibliotecario 

-  Redattore  delle  pubblicazioni 

-  Consigliere 

-  Consigliere 

-  Consigliere 

-  Consigliere 


Hanno  contribuito  alla  stampa  di  questo  volume: 

LA  Presidenza  del  Consiglio  dei  Ministri  -  Ente  Nazionale  Cellulosa  e  Carta 
Il  Ministero  per  i  beni  culturali  ed  ambientali 
La  Regione  Campania 
L’Università  di  Napoli 


comitato  di  redazione  delle  pubblicazioni 

È  costituito  dal  Presidente,  dal  Redattore  delle  pubblicazioni  e  dai  quattro 
Consiglieri,  ma  si  avvale,  quando  lo  ritiene  più  opportuno,  della  consulenza  scien¬ 
tifica  di  particolari  competenti  italiani  o  stranieri. 

In  particolare  a  questo  numero  hanno  collaborato:  Virgilio  Botte,  Romualdo 
Caputo,  Massimo  Civita,  Annamaria  Cita,  Baldassarre  de  Lerma,  Sebastiano  Geno¬ 
vese,  Vincenzo  Leone,  Massimo  Libonati,  Angiola  Maccagno,  Danilo  Mainardi, 
Donato  Matassino,  Arturo  Palombi,  Gaetano  Vincenzo  Pelagalli,  Alfredo  Paoletti, 
Italo  Sgrosso,  Sergio  Tazioli,  Enrico  Vannini. 


IN  MEMORIA  DI  GIUSEPPE  IMRÒ 


Non  è  compito  agevole  commemorare  Giuseppe  Imbò,  Socio  Beneme¬ 
rito  di  questa  Società,  per  averne  fatto  parte  per  oltre  un  cinquantennio. 

Fu  nel  bollettino  di  questa  Società  che  egli  pubblicò  nel  1925  il  suo 
primo  lavoro  scientifico,  nel  quale  indagò  sulle  cause  delle  variazioni  degli 
spettri  di  assorbimento  e  della  conducibilità  elettrica  delle  soluzioni  di  clo¬ 
ruro  di  cobalto,  al  variare  della  temperatura  e  della  concentrazione;  al  Bol¬ 
lettino  di  questa  Società  affidò  molte  altre  ricerche  sue  o  in  collaborazione 
coi  suoi  discepoli,  non  escluso  chi  vi  parla;  di  questa  Società  fu  Presidente 
dal  1964  al  1966. 

Non  potevo  quindi  sottrarmi  a  questo  dovere,  quale  attuale  indegno 
Presidente,  io  che  ero  stato  accanto  a  Giuseppe  Imbo  ininterrottamente, 
fino  alla  sua  morte,  a  partire  dal  1942,  quando,  sotto  la  sua  guida,  preparai 
la  mia  tesi  di  laurea  in  uno  dei  campi  di  ricerca  da  lui  coltivati  con  pas¬ 
sione:  la  radiazione  solare. 

Erano  quelli  i  tempi  in  cui  cominciai  a  conoscere  l’Uomo,  che  antepo¬ 
neva  gli  Istituti  da  lui  diretti  anche  ai  suoi  interessi  ed  affetti  personali;  e 


4  Commemorazione 


lo  aiutai  a  mettere  in  salvo,  nei  sotterranei  di  San  Marcellino,  libri  ed  appa¬ 
recchi  dell’Istituto,  per  preservarli  dalla  furia  degli  eventi  bellici.  E  fu 
allora,  come  poi  a  distanza  di  tempo  mi  confessò,  che  egli,  giudicando, 
contro  i  miei  meriti,  molto  favorevolmente  il  mio  lavoro  di  tesi,  scoprendo 
in  me  lati  del  carattere  che  egli  giudicava  positivamente,  decise  di  sce¬ 
gliermi  come  suo  collaboratore. 

Non  mi  disse  nulla  subito,  tanto  più  che  io,  appena  laureato,  dovetti 
immediatamente  ripartire  per  Bolzano,  dove  prestavo  servizio  militare  e 
dove  fui  fatto  prigioniero  dai  Tedeschi  in  quel  famoso,  ormai  lontano,  otto 
settembre  1943.  Ma,  ritornato  in  Italia,  dopo  25  mesi  di  durissima  prigionia 
nei  tristemente  famosi  «lager»  tedeschi,  quando  lo  andai  a  salutare,  mi 
disse  di  aver  tenuto  libero  per  me  il  posto  di  Aiuto  all’Osservatorio  Vesu¬ 
viano. 

Giuseppe  Imbò  nacque  a  Procida  (Napoli)  il  6  dicembre  1899,  si  lau¬ 
reò  in  Fisica  presso  l’Università  di  Napoli  nel  1923.  Fu  Assistente  presso 
l’Istituto  di  Fisica  Terrestre  nel  1923  e  poi  presso  l’osservatorio  Vesuviano 
dal  1923  al  1925.  Geofisico  dell’Ufficio  Centrale  di  Meteorologia  e  Geofi¬ 
sica,  prestò  servizio  prima  presso  l’Osservatorio  Geofisico  di  Ischia  dal  1925 
al  1927,  poi  dal  1927  al  1934  presso  l’Osservatorio  Geofisico  di  Catania,  di 
cui  divenne  Direttore  dal  1928.  Nel  1932  conseguì  la  Libera  Docenza  in 
Geofisica  e  nel  1934,  a  soli  35  anni,  risultò  secondo  della  terna  nel  con¬ 
corso  alla  Cattedra  di  Vulcanologia  presso  l’Università  di  Catania  con  dire¬ 
zione  dell’Osservatorio  Etneo.  Nello  stesso  anno,  vincitore  del  relativo  con¬ 
corso,  passò  all’Osservatorio  Vesuviano  quale  Conservatore.  Nel  1935  fu 
proposto  per  la  direzione  dell’Osservatorio  Vesuviano,  che  ottenne  per  inca¬ 
rico  unitamente  a  quella  dell’Istituto  di  Fisica  Terrestre  dell’Università  di 
Napoli,  diventandone  poi  titolare  per  concorso  a  partire  dal  1936.  Ha  conser¬ 
vato  le  due  direzioni,  dell’Istituto  di  Fisica  Terrestre  e  dell’Osservatorio  Vesu¬ 
viano  fino  a  tutto  il  1970,  cioè  fino  a  quando  è  stato  collocato  fuori  ruolo. 

Fu  socio  corrispondente  dell’Accademia  Nazionale  dei  Lincei  dal  1956 
e  dell’Accademia  Gioenia  di  Catania,  socio  nazionale  ordinario  dell’Acca¬ 
demia  di  Scienze  Fisiche  e  Matematiche  di  Napoli,  segretario  generale 
dell’Accademia  Pontaniana,  socio  benemerito  e  Presidente  di  questa  nostra 
Società  dei  Naturalisti,  come  ho  già  accennato,  Presidente  dell’Associa¬ 
zione  Geofisica  Italiana  della  quale  era  stato  uno  dei  fondatori,  medaglia 
d’oro  dei  benemeriti  della  Scuola,  della  Cultura  e  dell’Arte.  Il  suo  cuore 
cessò  di  battere  a  Napoli  il  19  novembre  1980. 

Fu  vulcanologo  di  fama  internazionale  e  dominò  il  campo  della  Geofi¬ 
sica  Italiana  per  oltre  un  trentennio  dal  1936  al  1970,  quando  in  tutta  Italia 


Giuseppe  Imbò  5 


le  cattedre  di  Geofisica  erano  soltanto  due  e  poi  soltanot  tre:  Genova, 
tenuta  dal  Prof.  Mario  Bassolasco,  Roma,  tenuta  dal  Prof.  Enrico  Medi  e 
Napoli;  il  primo  concorso  a  cattedra  di  Fisica  Terrestre  dopo  quello  del 
1936  vinto  da  Imbò,  fu  quello  del  1970,  bandito  dall’Università  de  L’Aquila 
quando  Imbò  andava  fuori  ruolo. 

La  produzione  scientifica  di  Giuseppe  Imbò  consta  di  circa  160  note  e 
memorie,  oltre  a  numerosi  articoli  e  recensioni  critiche.  Essa  verte  princi¬ 
palmente,  con  contributi  teorico-applicativi,  su  vari  aspetti  della  fisica  del 
vulcanismo  (sismica,  caratteristiche  fisiche  dei  magmi,  dinamica  vulcanica, 
meccanismi  eruttivi...)  ma  tratta  anche  molti  altri  problemi  di  fisica  ter¬ 
restre  (ottica  atmosferica,  sismologia,  radiazione  solare,  radioattività...)  ed 
ancora  di  storia,  sia  generica  nel  campo  della  fisica  terrestre,  sia  specifica 
in  relazione  alla  vulcanologia. 

In  linea  di  massima  si  può  dire  che  egli  aveva  sempre  di  mira  i  vulcani 
in  genere  ed  il  Vesuvio  in  particolare  ed  in  ogni  sua  ricerca,  in  definitiva, 
tranne  poche  eccezioni,  si  finiva  sempre  per  indovinare  un  particolare  inte¬ 
resse  vulcanologico. 

La  sua  consorte  Anna  Imbò,  da  lui  teneramente  amata,  e  sulla  quale, 
in  assenza  di  figliuoli,  aveva  concentrato  tutto  il  suo  affetto,  soleva  ripetere 
che  due  erano  stati  i  grandi  amori  di  Giuseppe  Imbò:  la  moglie  ed  il 
Vesuvio. 

Entrando  un  po’  più  in  particolari  e  cominciando  dalla  vulcanologia  in 
senso  stretto,  dirò  che  in  uno  dei  suoi  primi  lavori  (1924),  nel  fare  la  recen¬ 
sione  di  un  volume  di  Roberto  Almagià  sulla  frane  in  Italia,  trasse  spunto 
per  occuparsi  in  perticolare  delle  frane  vesuviane.  Più  tardi  studiò  a  fondo 
l’eruzione  etnea  del  2-20  novembre  1928  e  approfondì  i  sistemi  eruttivi 
etnei.  Poco  dopo  s’interessa  di  Stromboli  e  pubblica  sul  Bollettino  Vulcano- 
logico  una  nota  sul  parossismo  di  questo  vulcano  del  settembre  1930  e 
qualche  anno  più  tardi  altra  nota  sull’attività  dello  Stromboli  successiva  al 
detto  parossismo.  Ritorna  poi  all’Etna  e  sin  da  allora  (1930)  si  pone  il  pro¬ 
blema  di  una  eventuale  previsione  delle  eruzioni  studiando  le  variazioni 
cicliche  nella  successione  dei  periodi  di  riposo  etnei  e  seguendo,  con 
occhio  vigile  e  spirito  critico  di  indagine,  le  manifestazioni  eruttive  e 
sismiche  del  vulcano  siciliano  dal  novembre  1928  a  tutto  il  1933.  Da 
questo  momento  e  con  qualche  interruzione  per  rivolgere  ancora  la  sua 
attenzione  alle  caratteristiche  eruttive  dello  Stromboli  e  ad  alcune  eruzioni 
etnee,  si  dedicò  totalmente  al  Vesuvio.  Individuò  e  seguì  tipi  particolari  di 
agitazione  microsismica  vesuviana,  in  particolare  quelle  che  chiamò  armo¬ 
nica  e  spasmodica,  mettendole  in  stretta  relazione  con  le  osservazioni  alla 


6  Commemorazione 


bocca  del  vulcano  e  risalendo  alle  cause  di  detti  moti  microsismici,  e  stu¬ 
diò  inoltre  le  variazioni  dell’inclinazione  del  suolo  all’Osservatorio  Vesu¬ 
viano,  mettendole  in  relazione  con  l’attività  del  Vesuvio. 

Un  merito  particolare  va  attribuito  a  Giuseppe  Imbò  per  la  dedizione 
completa  con  la  quale  studiò  in  tutti  i  più  minuti  particolari  l’eruzione 
vesuviana  del  1944.  Sprezzante  del  pericolo,  si  trasferì  con  la  consorte 
all’Osservatorio  Vesuviano  e  di  persona  seguì  da  vicino  tutte  le  fasi 
dell’eruzione.  Erano  tempi  in  cui  c’era,  per  gli  eventi  bellici,  la  più  assoluta 
carenza  di  personale  e  unici  suoi  collaboratori  furono  la  moglie  che,  lau¬ 
reata  in  matematica,  era  stata  assistente  del  prof.  Caccioppoli,  ed  il 
custode. 

Il  Vesuvio  per  la  sua  relativamente  agevole  accessibilità  è  stato  defi¬ 
nito  «vulcano  da  laboratorio»  e  Giuseppe  Imbò  concepiva  l’Osservatorio 
Vesuviano  come  il  laboratorio  ideale  nel  quale,  man  mano  che  potè 
disporre  di  un  più  nutrito  stuolo  di  collaboratori,  il  vulcano  potesse  essere 
seguito,  servendosi  di  tutti  i  mezzi  che  la  geofisica  metteva  a  disposizione. 

Non  a  caso  per  legge  era  stabilito  che  il  titolare  (allora  uno  solo)  della 
Cattedra  di  Fisica  Terrestre  nell’Università  di  Napoli  fosse  di  diritto  il 
direttore  dell’Osservatorio  Vesuviano.  E  i  ricercatori  dell’osservatorio  Vesu¬ 
viano  venivano  formati  dal  Maestro  nell’Istituto  di  Fisica  Terrestre. 

Se  oggi  Napoli  si  impone  all’attenzione  nazionale  ed  internazionale  nel 
campo  della  geofisica  e  della  vulcanologia,  con  un  folto  gruppo  di  profes¬ 
sori  ordinari  e  prossimi  associati  e  ricercatori,  se  ha  potuto  chiedere  un 
dottorato  di  ricerca  in  geofisica  e  vulcanologia,  lo  deve  a  Giuseppe  Imbò, 
che  cominciò  da  zero  con  un  unico  assistente. 

Giuseppe  Imbò  fu  un  amministratore  dei  fondi  ricevuti  dallo  Stato,  di 
una  parsimonia  inaudita  in  tutti  i  campi  che  non  fossero  quelli  dei  libri  ed 
apparecchi  scientifici  e  fu  precursore  di  molte  idee  moderne  circa  la  colla¬ 
borazione  tra  l’Istituto  di  Fisica  Terrestre  e  l’Osservatorio  Vesuviano.  L’Os¬ 
servatorio  in  genere  ha  sempre  potuto  disporre  di  maggiori  fondi,  ma  c’è 
stato  un  momento  in  cui  ne  ha  difettato:  ebbene  Imbò  ottenne  dall’allora 
Rettore  dell’Università  di  Napoli,  prof.  Pontieri,  un’assegnazione  straordi¬ 
naria  per  l’Istituto  di  Fisica  Terrestre,  che  utilizzò  per  acquistare  due  vario¬ 
metri  magnetici,  che  furono  ovviamente  inventariati  all’Istituto,  ma  furono 
adoperati  all’Osservatorio  Vesuviano. 

Nel  1967,  quando  si  volle  celebrare  in  modo  degno  il  125°  anniversario 
dell’istituzione  dell’Osservatorio  Vesuviano,  fu  tenuto  a  Napoli  per  l’occa¬ 
sione  il  Convegno  Annuale  dell’Associazione  Geofisica  Italiana,  di  cui 
Imbò  era  il  presidente  e  chi  vi  parla  il  segretario. 


Giuseppe  Imbò  7 


Fu  in  quella  occasione  inaugurata  una  serie  di  nuove  opere,  nuovi 
padiglioni  per  misure  particolari,  nuove  stazioni  avanzate  più  prossime  al 
vulcano  e  quattro  bunker  in  cemento  armato  distribuiti  intorno  al  Gran 
Cono  vesuviano,  muniti  di  sismografi. 

Sin  da  quell’epoca  l’Osservatorio  Vesuviano  era  dotato  delle  apparec¬ 
chiature  più  moderne  e  sofisticate  per  poter  seguire  nel  modo  migliore  l’at¬ 
tività  del  Vesuvio. 

Oltre  ai  vecchi  sismografi  Wiekert,  Alfani  e  Vicentini,  fu  dotato  di  un 
sismografo  «Osaka»;  di  apparecchi  per  la  misura  della  radiazione  solare 
diretta  con  sostegno  equatoriale,  per  seguire  automaticamente  il  sole  nel 
suo  moto  apparente,  della  radiazione  solare  diffusa  e  di  quella  globale,  con 
relativi  particolari  registratori  «Spedomax». 

Un  padiglione  nel  giardino  dell’Osservatorio  era  dedicato  alle  misure 
assolute  del  campo  magnetico  terrestre  ed  era  fornito  di  complesso  stru¬ 
mentale  «Sokisha»;  altro  padiglione  era  dedicato  alle  misure  dell’elettricità 
atmosferica;  un  terzo  padiglione  era  adibito  alla  graviclinometria  e  dotato 
di  coppia  di  pendoli  orizzontali  «Melchior».  La  stazione  avanzata  sul  Colle 
Margherita  disponeva  di  accelerometro,  gravimetro,  apparato  anemografico, 
registratore  di  scariche  atmosferiche  e  microbarografi.  La  stazione  avanzata 
sul  Colle  Umberto  custodiva  gli  apparati  registratori  dei  sismografi 
«Osaka»  in  funzione  nei  quattro  bunker  di  cui  ho  fatto  cenno  sopra,  un 
registratore  di  correnti  telluriche  e  un  sismografo  «Benioff». 

Nato  fisico,  Giuseppe  Imbò  apportò  notevoli  contributi  originali  alla 
Fisica  del  Vulcanismo.  Oggi  abbiamo  a  Napoli  un  discepolo  di  Imbò,  il  col¬ 
lega  Giuseppe  Luongo,  che  è  ordinario  di  Fisica  del  Vulcanismo. 

Studiò  la  nube  vesuviana  mettendola  in  relazione  con  la  polarizza¬ 
zione  della  luce  nell’atmosfera;  per  la  prima  volta  evidenziò  tipi  particolari 
di  registrazioni  sismiche  in  stretta  relazione  con  fenomeni  vulcanici  in 
genere  e  vesuviani  in  particolare;  studiò  le  temperature  delle  fumarole 
vesuviane;  misurò  la  velocità  dei  nuclei  gassosi  esplosivi  vesuviani.  Un 
gruppo  nutrito  di  lavori  è  dedicato  alle  proprietà  fisiche  dei  magmi  e  spe¬ 
cialmente  alla  viscosità,  alla  conduttività  termica  ed  alla  tensione  magma¬ 
tica.  Per  la  prima,  attraverso  l’esame  delle  curve  di  raffreddamento  delle 
lave,  viene  individuato  un  punto  di  flesso,  a  cui  corrisponde  una  tempera¬ 
tura  critica,  cui  Imbò  dà  il  nome  di  «temperatura  di  irrigidimento»,  che 
risulta  pressoché  costante  per  la  lava  della  stessa  origine  nonché  della 
medesima  età.  Detta  temperatura  divide  due  campi  termici  nei  quali  non 
sono  eguali  le  velocità  di  raffreddamento  e  precisamente:  per  temperature 
minori  di  quelle  di  irrigidimento,  la  velocità  è  maggiore.  Ciò  viene  spiegato 


8  Commemorazione 


da  Imbò  nel  senso  che  il  coefficiente  di  viscosità  del  prodotto  esaminato 
raggiungerebbe  valori  tanto  elevati  da  impedire  il  prolungarsi  del  feno¬ 
meno  cristallogenetico  e  pertanto  la  velocità  di  raffreddamento  cresce  per 
cessazione  della  somministrazione  delle  calorie  di  cristallizzazione. 

Particolare  attenzione  rivolse  pure  alle  oscillazioni  della  colonna  mag¬ 
matica  nel  condotto  vesuviano,  che  pose  in  stretta  relazione  con  l’agita¬ 
zione  microsismica  armonica  di  cui  si  è  fatto  cenno.  Acuto  ed  attento 
osservatore,  mise  inoltre  in  evidenza  oscillazioni  a  periodo  semidiurno 
lunare  nell’attività  eruttiva  vesuviana  ed  oscillazioni  a  periodo  di  lh,5 
nell’andamento  dell’attività  parossistica  vesuviana  del  marzo  1944,  già  rile¬ 
vata  attraverso  osservazioni  clinografiche  e  mareografiche  e  confermata  in 
base  ad  indagini  sulle  variazioni  dell’agitazione  microsismica,  che  accom¬ 
pagnavano  le  contemporanee  variazioni  dell’attività  eruttiva. 

Anche  attraverso  la  gravimetria  Imbò  cercò  di  seguire  l’attività  vesu¬ 
viana  a  scopo  di  previsione  delle  eruzioni  vulcaniche  ponendo  in  relazione 
le  variazioni  dell’accelerazione  di  gravità  rilevata  al  gravimento  con  l’al¬ 
tezza  della  colonna  magmatica  nel  condotto  e  con  le  sue  oscillazioni  di 
marea. 

A  proposito  di  un  tentativo  di  previsione,  assume  particolare  impor¬ 
tanza  uno  studio  dal  titolo:  «Il  dinamico  riposo  del  Vesuvio»,  pubblicato 
nel  1957  negli  «Annali  dell’Osservatorio  Vesuviano». 

Attraverso  lo  studio  attento  dell’andamento  nella  successione  delle 
durate  dei  corrispondenti  periodi  eruttivi  e  di  riposo,  Imbò  rileva  resi¬ 
stenza  di  una  relazione  di  tipo  esponenziale  tra  gli  uni  e  gli  altri  giustifi¬ 
cata  in  base  a  considerazioni  fisiche.  Deduce  così  la  durata  minima,  media 
e  massima  relativamente  al  periodo  di  riposo  che  allora  attraversava  il 
Vesuvio  dopo  il  violento  parossismo  del  marzo  1944  e  che  tuttora  dura. 
Egli  inoltre  elenca  e  descrive  le  ricerche  dirette  (al  cratere)  e  indirette 
(all’Osservatorio  vesuviano)  che  si  andavano  compiendo  nel  corso  della 
fase  attraversata  dal  vulcano,  per  concludere  che  le  osservazioni  lasciavano 
rilevare  una  permanente  attività  magmatica,  onde  l’indovinato  titolo  di  «Il 
dinamico  riposo  del  Vesuvio».  Il  fatto  che  secondo  questa  legge  empirica 
individuata  sulla  base  dei  dati  storici  a  partire  dal  1652,  il  Vesuvio 
avrebbe  dovuto  ormai  riprendere  la  sua  attività  sin  dal  1962,  se  da  un  lato 
dimostra  quanto  sia  difficile  una  previsione  certa,  nei  riguardi  anche  di  un 
singolo  vulcano,  attentamente  ed  intensamente  seguito  e  studiato,  dal¬ 
l’altro  nulla  toglie  ai  meriti  di  Giuseppe  Imbò  che  si  è  sempre  sforzato  di 
strappare  i  suoi  segreti  alle  viscere  della  terra  e  di  indicare  agli  studiosi 
le  mille  e  mille  vie  attraverso  le  quali  può  essere  affrontato  il  pro¬ 
blema. 


Giuseppe  Imbò  9 


La  prima  volta  che  conobbi,  ancora  studente,  Giuseppe  Imbò,  fu  nel 
suo  studio,  mentre  era  intento  all’osservazione  di  un  sismogramma  al 
microscopio.  Sì  egli  aveva  grande  passione  per  la  sismologia  come  mezzo 
d’indagine  dell’interno  della  Terra;  ma  principalmente  egli  se  ne  servì 
sempre  in  funzione  della  vulcanologia  ed  il  primo  lavoro  che  egli  suggerì  a 
chi  vi  parla  fu  l’analisi  attenta,  attraverso  i  sismogrammi,  del  periodo  di 
riposo  dopo  l’eruzione  del  1906,  e  cioè  dal  1913  al  1944,  per  mettere  in 
relazione  le  registrazioni  sismiche  con  le  osservazioni  dirette  al  cratere  da 
lui  effettuate  in  quel  periodo. 

Così,  sempre  alla  luce  delle  prospettate  finalità,  egli  analizzò  i  dati 
sismici  relativi  alla  fase  esplosiva  dello  Stromboli  del  settembre  1930,  stu¬ 
diò  i  terremoti  etnei  in  genere  ed  in  particolare  quelli  della  regione  orien¬ 
tale  etnea,  si  servì  della  sismologia  per  le  sue  ricerche  sulla  distribuzione 
delle  formazioni  geologiche  nel  basamento  dell’Etna,  analizzò  le  registra¬ 
zioni  sismiche  delle  esplosioni  vesuviane,  studiò  a  fondo  la  sottostruttura 
flegreo-vesuviana  ed  in  particolare  la  successione  e  gli  spessori  delle  forma¬ 
zioni  geologiche  nel  basamento  del  Somma-Vesuvio  servendosi  dei  tempi 
di  percorso  delle  onde  sismiche. 

Ma  se  questi  cui  ho  accennato  sono  i  filoni  principali  delle  ricerche  di 
Giuseppe  Imbò,  non  mancano  in  lui  altri  interessi  nel  campo  della  geofi¬ 
sica. 

Va  ricordato  il  suo  metodo  per  rappresentare  le  variazioni  dell’intensità 
della  radiazione  solare  in  funzione  degli  spessori  atmosferici  attraversati  dai 
raggi  e,  nello  stesso  campo  della  radiazione  solare,  la  determinazione  di  una 
formula  empirica  che  permette  il  calcolo  delle  percentuali  di  assorbimento 
complessivo  da  parte  del  vapore  acqueo  fino  ad  uno  spessore  di  8  cm  di  acqua 
ottenuta  dalla  completa  condensazione  del  vapore  attraversato. 

Degne  di  nota  sono  pure  alcune  ricerche  di  elettricità  atmosferica  sulle 
densità  ioniche  all’Osservatorio  Vesuviano,  messe  a  confronto  con  quelle 
nel  fondo  del  cratere;  sulla  ionizzazione  dell’aria  a  Lacco  Ameno  (Isola 
d’Ischia)  e  sulla  misura  della  mobilità  dei  piccoli  ioni  atmosferici. 

Un  settore  di  ricerca  cui  giustamente  Imbò  dette  notevole  impulso  fu 
quello  delle  misure  di  radioattività  delle  acque,  delle  lave  e  in  genere  delle 
rocce. 

Già  personalmente  aveva  eseguito  numerose  misure  di  radioattività 
delle  acque  nelle  due  zone  costiere  dell’Isola  d’Ischia,  Cetaro  nel  versante 
occidentale  e  Lacco  Ameno  in  quello  nord-occidentale,  discutendo  e  giusti¬ 
ficando  le  differenze  tra  i  due  gruppi  di  sorgenti  e  l’andamento  delle 
misure  per  ciascun  gruppo. 


10  Commemorazione 


Intraprese  poi  insieme  al  collega  Lorenzo  Casertano  una  serie  di 
ricerche  sulla  radioattività  delle  rocce  col  metodo  fotografico  con  lastre 
nucleari  che  all’epoca  era  uno  dei  più  progrediti  per  le  particelle  a.  Inoltre, 
in  collaborazione  col  collega  Francesco  Saverio  Gaeta,  si  occupò  della 
determinazione  dell’età  della  crosta  terrestre  coi  metodi  di  Holmes  e  Jef- 
freys. 

Grande  appoggio  dette  infine  ad  un  filone  di  ricerca  introdotto 
nell’Istituto  di  Fisica  Terrestre  di  Napoli  da  chi  vi  parla  e  costituito  dalla 
datazione  delle  rocce,  e  in  particolare  delle  lave,  mediante  spettrometria 
gamma  ed  alfa.  Si  iniziò  con  un  monocanale,  per  passare  via  via  ad  appa¬ 
recchiature  sempre  più  sofisticate  ed  automatiche  che  potevano  utilizzare 
un  numero  sempre  maggiore  di  canali.  Il  laboratorio,  che  fu  dotato  anche 
di  spettrometri  di  massa  e,  successivamente,  di  numerose  altre  apparec¬ 
chiature  dal  collega  Gasparini,  che  tuttora  magistralmente  si  occupa  di  geo- 
cronologia  insieme  ai  suoi  collaboratori,  è  oggi  uno  dei  più  moderni  ed 
attrezzati  esistenti  nel  mondo. 

Numerose  sono  anche  le  biografie,  tra  le  quali  ricorderò  quelle  di 
Padre  Alfani  sismologo,  di  Alessandro  Malladra,  predecessore  di  Imbò 
nella  direzione  dell’Osservatorio  Vesuviano,  di  Giovan  Battista  Rizzo,  suo 
Maestro  e  predecessore  alla  cattedra  di  Fisica  Terrestre,  di  Macedonio  Mel¬ 
loni,  primo  direttore  dell’Osservatorio  Vesuviano,  di  Francesco  Stella  Star- 
rabba,  mineralogista-petrografo  discepolo  di  De  Lorenzo  e  di  Zambonini, 
di  Antonino  Lo  Surdo,  direttore  dell’Istituto  Nazionale  di  Geofisica,  di 
Monsignor  Luigi  D’Aquino,  apprezzato  cultore  di  fisica  e  docente  a  Napoli 
di  fisica  superiore,  di  Francesco  Signore,  conservatore  dell’Osservatorio 
Vesuviano  e  segretario  dell’Associazione  vulcanologica  dell’Unione  Geode¬ 
tica  e  Geofisica  Internazionale. 

Tenace  assertore  dell’importanza  delle  osservazioni  di  routine  in  un 
osservatorio  scientifico  vulcanologico  o  geofisico  più  in  generale,  non  di¬ 
sdegnò  egli  stesso  di  pubblicare  raccolte  accurate  e  sistematiche  di  dati  o 
brevi  notizie  sull’attività  del  Vesuvio  o  di  riferire  sulle  osservazioni  altime¬ 
triche  e  termiche  in  relazione  alla  discesa  sul  fondo  craterico  vesuviano 
insieme  ai  suoi  più  stretti  collaboratori,  nel  1948. 

Tra  le  numerose  opere  di  divulgazione  vanno  ricordate  le  voci  «vulca¬ 
nologia»,  «Etna»  e  «Vesuvio»  nella  II  appendice  dell’Enciclopedia  Trec¬ 
cani  e  la  collaborazione  al  volume  «L’Italia  Fisica»  della  collana  «Conosci 
l’Italia»  del  Touring  Club  Italiano  con  un’interessante  sintesi  sui  «Feno¬ 
meni  endogeni  in  Italia». 


Giuseppe  Imbò  11 


Non  trascurò  la  didattica:  egli  faceva  precedere  il  suo  corso  da  alcune 
lezioni  affidate  a  chi  vi  parla  sulle  applicazioni  della  matematica  alla  Fisica 
Terrestre  e  su  tutti  quegli  argomenti  che  non  è  facile  per  gli  studenti  repe¬ 
rire  su  un  unico  testo  (Interpolazione,  analisi  armonica,  calcolo  delle  pro¬ 
babilità,  teoria  degli  errori,  metodo  dei  minimi  quadrati,  triangolo  astrono¬ 
mico,  ecc.),  ma  che  sono  molto  utili  per  le  applicazioni  alla  geofisica.  Pub¬ 
blicò  inoltre  vari  volumi  di  dispense  scritti  con  cura  e  precisione;  il  primo 
in  ordine  di  tempo  è  uno  strumento  assai  utile  per  chi  voglia  approfondire 
la  sismologia  teorica  e  sperimentale;  esso  raccoglie  le  lezioni  tenute  per  i 
corsi  di  laurea  in  Fisica  e  in  Matematica,  quando  ancora  non  esisteva  il 
corso  di  laurea  in  Scienze  Geologiche.  Per  quest’ultimo  corso  di  laurea 
scrisse  «Lezioni  di  Vulcanologia»  e  «Appunti  dalle  lezioni  di  Fisica  Ter¬ 
restre».  Scrisse  pure  «Appunti  dalle  lezioni  di  radiazione  solare»,  tenute 
presso  l’Istituto  di  Fisica  dell’atmosfera  del  Consiglio  Nazionale  delle 
Ricerche  e  «Appunti  sulla  Fisica  deH’aria,  dell’acqua  e  del  suolo»  per  il 
corso  da  lui  tenuto  presso  la  Scuola  di  specializzazione  in  Igiene  della 
Facoltà  di  Medicina  e  Chirurgia. 

Nel  settembre  1978,  Imbò  quasi  ottantenne,  era  ancora  pieno  di  entu¬ 
siasmo  e  partecipò,  in  rappresentanza  del  Presidente  dell’Accademia  dei 
Lincei,  ad  un  convegno-mostra  sulla  interazione  tra  biologia  ed  energia 
solare  e  geotermica,  svoltosi  sull’altopiano  del  Laceno,  organizzato  dalla 
Società  Editrice  degli  Investiganti  (SEDI)  e  presieduto  dal  Prof.  Amedeo 
Ascione,  Libero  Docente  di  Patologia  speciale  medica  e  di  Clinica  medica. 

Il  Prof.  Ascione  è  stato  assai  cortese  nel  mettermi  a  conoscenza  di 
questo  particolare  e  di  farmi  tenere  il  manoscritto  autografo  della  relazione 
introduttiva  tenuta  da  Imbò. 

Come  mi  scrive  il  Collega  Ascione,  Imbò,  nonostante  gli  anni,  fu 
«l’animatore  del  prestigioso  evento»  ed,  esaltato  dallo  spettacolo  stupendo 
dell’altopiano  del  Laceno,  e  del  tema  del  Convegno,  ritornò  indietro  nel 
tempo,  ricordando  i  suoi  contributi  scientifici  ai  problemi  dell’ottica  atmo¬ 
sferica,  della  radiazione  solare  e  dell’energia  endogena,  di  cui  tanto  si  era 
occupato  nei  suoi  giovani  anni,  e  concluse  inviando  un  certo  qual  messag¬ 
gio,  destinato  prevalentemente  ai  giovani,  alla  Scienza  ed  alla  Tecnologia, 
messaggio  che  la  Società  degli  Investiganti,  organizzatrice  del  Convegno, 
fece  proprio. 

E  fu  un  messaggio  di  grande  fiducia  nel  progresso  scientifico  e  tecno¬ 
logico. 

«So  già  -  egli  dice  -  dell’esistenza  di  uno  stuolo  di  ricercatori  dediti 
allo  studio  dell’impiego  dell’energia  solare,  in  particolare  nel  campo  bioio- 


12  Commemorazione 


gico.  Le  difficoltà  da  superare  sono  spesso  ingenti,  ma  la  mia  esperienza 
semisecolare  mi  autorizza  ad  assicurare  che  i  ritrovati  tecnici  moderni,  se 
idoneamente  ideati  ed  utilizzati,  sono  in  grado  di  consentire  il  raggiungi¬ 
mento  delle  mete  prefissate». 

Negli  ultimi  giorni  della  sua  vita,  Giuseppe  Imbò,  infaticabile,  atten¬ 
deva  con  cura  alla  stesura  del  suo  ultimo  lavoro.  Era  una  storia  del  Vesu¬ 
vio,  rimasta  incompiuta,  ma  che,  sulla  scorta  dei  suoi  numerosi  e  precisi 
appunti,  sarà,  a  cura  del  prof.  Lorenzo  Casertano,  completata  e  pubblicata 
postuma  in  suo  onore  dall’Accademia  Pontaniana  che  lo  ebbe  suo  diligente 
Segretario  Generale.  A  Giuseppe  Imbò  piaceva  la  storia  scientifica  perchè 
egli,  che  era  lo  specchio  della  precisione  e  della  meticolosità,  non  voleva 
che  i  posteri  leggessero  cose  inesatte  sul  passato.  Così  di  lui  ricordiamo 
«L’Osservatorio  Vesuviano  e  la  sua  attività  nel  primo  secolo  di  vita», 
«L’Osservatorio  Vesuviano  e  le  sue  vicende  durante  il  periodo  bellico 
(1940-1945)»,  e  con  Casertano  e  Bonasia  «Documenti  inediti  sull’attività 
vesuviana  tra  il  1903  ed  il  1906». 

Questo  suo  attaccamento  alla  verità  storica  lo  costrinse  qualche  volta  a 
scrivere,  suo  malgrado,  per  contestare  le  affermazioni  -  a  suo  parere  ine¬ 
satte  -  anche  quando  si  trattava  di  suoi  amici  d’infanzia  e  conterranei 
come  il  compianto  professore  Antonio  Parascandola.  E  cosi  si  esprime  lo 
stesso  Imbò:  «Con  grande  piacere  ho  visto  risorgere  la  collezione  di  ‘Noti¬ 
zie  vesuviane’  (sul  bollettino  della  Società  dei  Naturalisti)  curata  oggi  dal 
prof.  Parascandola  la  quale,  con  la  esposizione  di  osservazioni  dell’autore, 
eseguite  per  lo  più  in  occasione  di  escursioni  al  cratere,  avrebbe  lo  scopo  di 
dare  il  personale  contributo  nella  redazione  della  cronistoria  sull’attività 
del  nostro  vulcano». 

«  Ma  farei  un  torto  alla  Società  (dei  Naturalisti)  di  cui  mi  onoro  far  parte  ed 
allo  stesso  autore,  mio  caro  amico  sin  dall’infanzia,  se  io,  per  correttezza  scien¬ 
tifica,  per  il  dovere  impostomi  dalla  mia  carica,  non  cercassi  di  evitare  che, 
sotto  la  parvenza  di  indiscutibili  conclusioni,  si  difondessero  e  si  perpetuassero 
interpretazioni  dei  fenomeni  in  netto  disaccordo  con  dirette  osservazioni  ». 

Fin  qui  Imbò,  ma  di  che  si  trattava? 

Parascandola  aveva  parlato  di  una  fratturazione  (diretta  a  N  12°E)  del 
Gran  Cono  vesuviano  in  occasione  dell’eruzione  del  1944  con  una  bocca 
effusiva  a  m.  210  di  distanza  dall’orlo  craterico  vecchio  ed  a  circa  quota 
1031  m,  forse  troppo  fiducioso  in  alcune  notizie  attinte  dalle  guide  vesu¬ 
viane  e  forse  «come  inevitabile  conseguenza  di  una  tacita  ammissione» 
(come  lo  giustifica  lo  stesso  Imbò)  «che  un  periodo  eruttivo  vesuviano, 
analogamente  a  quanto  si  era  verificato  in  antecedenza,  a  partire  dal  1700, 
dovesse  concludersi  con  una  eruzione  laterale». 


Giuseppe  Imbò  13 


In  una  nota  ricca  di  minuti  particolari  pubblicata  nel  Bollettino  di 
questa  Società,  dopo  una  serie  di  acute  ed  attente  considerazioni  ed  osser¬ 
vazioni,  Imbò  riesce  a  dimostrare  che  tale  bocca  laterale  non  si  era  mai 
aperta  e  che  l’eruzione  del  1944  fu  terminale.  È  così  conclude:  «Viene  così 
giustificata  pienamente  l’introduzione  nella  nomenclatura  vesuviana, 
accanto  ai  due  tipi  indicati  dal  Mercalli:  ‘tipo  1760’  (cioè  periodo  che  si 
chiude  con  eruzione  eccentrica)  e  ‘tipo  1906’  (cioè  periodo  che  si  chiude 
con  una  eruzione  laterale),  di  una  nuova  categoria  di  eruzioni  di  chiusura 
da  me  indicate  come  ‘tipo  1944’  corrispondente  perciò  ad  una  eruzione  di 
chiusura  di  periodo  con  manifestazioni  effusivo-esplosive  esclusivamente 
terminali  ». 

Giuseppe  Imbò  era  quello  che  oggi  si  definisce  un  dittatore,  ma  al 
tempo  stesso  un  timido.  Chi  come  me  gli  è  stato  sempre  vicino,  sa  bene 
però  che  ammetteva  il  dialogo:  chiedeva  ed  ascoltava  il  parere,  anche  se 
diametralmente  opposto  al  suo,  ma  difficilmente  però  se  ne  convinceva. 
Cominciava  invece  da  quel  momento  una  continua  esercitazione  dialettica 
per  convincere  l’interlocutore  della  bontà  della  propria  tesi.  Solo  forse  a 
distanza  di  molto  tempo  e  quando  a  volte  gli  eventi  gli  avevano  dato  torto, 
riprendeva  il  discorso  e  faceva  capire  di  aver  mutato  la  sua  opinione. 

Si  potrebbe  pensare  da  quanto  detto  che  egli  fosse  stato  un  «barone 
della  cattedra»  e  che  si  fosse  assicurato  privilegi  per  sé  e  per  i  suoi  collabo¬ 
ratori:  niente  di  tutto  questo.  La  sua  timidezza,  la  sua  riservatezza,  il  senso 
della  specchiata  onestà,  il  non  voler  venire  mai  a  compromessi  di  nessun 
genere,  fecero  in  modo  che  gli  ultimi  anni  della  sua  vita  fossero  abbastanza 
tormentati  e  che  gli  ultimi  suoi  scritti  fossero  prevalentemente  polemici. 

Molti  avrebbero  voluto  il  suo  appoggio  e  la  sua  collaborazione,  ma  egli 
non  li  concedeva  facilmente,  se  non  alle  persone  che  veramente  stimava 
dal  punto  di  vista  morale  e  culturale.  Cominciò  allora  la  lotta  contro  Giu¬ 
seppe  Imbò  e  la  sua  parabola  discendente. 

Per  tradizione  la  segreteria  dell’Associazione  Vulcanologica  del¬ 
l’Unione  Geodetica  e  Geofisica  Internazionale  era  stata  sempre  affidata 
all’Osservatorio  Vesuviano,  prima  con  Malladra  e  poi  con  Signore.  Nel  con¬ 
gresso  di  Helsinky,  morto  Signore,  questo  doveroso  riconoscimento  fu 
negato  a  Giuseppe  Imbò.  Pubblicò,  perché  a  lui  affidato,  il  volume  sui  vul¬ 
cani  italiani,  del  catalogo  sui  vulcani  attivi  a  cura  della  stessa  Unione  Geo¬ 
detica  e  Geofisica  Internazionale  ed  ebbe  una  serie  di  critiche  e  di  rilievi 
in  massima  parte  in  mala  fede. 

Infine,  per  parlare  solo  degli  episodi  principali,  le  accuse  infamanti  di 
aver  contribuito  alla  speculazione  edilizia  a  Pozzuoli,  all’epoca  della  crisi 
bradisismica  del  1970. 


14  Commemorazione 


Egli  puntualmente  si  affannava,  non  a  combattere  velenosamente  gli 
avversari,  così  come  velenosamente  era  attaccato,  ma  usava  l’arma  della 
convinzione,  della  dimostrazione  scientifica. 

Così  nel  1967,  al  XVI  Convegno  dell’Associazione  Geofisica  Italiana, 
in  risposta  alle  critiche  mosse  da  Giorgio  Marinelli  sul  catalogo  dei  vulcani 
attivi  d’Italia,  Imbò  risponde  con  «Alcune  considerazioni  sullo  studio  dei 
vulcani  attivi  italiani»  e,  quasi  scusandosi,  nel  1973,  negli  Atti  dell’Accade¬ 
mia  Pontaniana,  pubblica  un  lavoro  dal  titolo:  «Precisazioni  impostemi  da 
alcune  ripetute  ma  inesatte  (!)  affermazioni  sul  fenomeno  bradisismico  fle- 
greo  e  sulle  eventuali  conseguenze»  e  nel  1980,  sempre  negli  Atti  dell’Ac¬ 
cademia  Pontaniana,  una  nota  dal  titolo:  «Ancora  sulla  crisi  bradisismica 
puteolana». 

Posso  in  tutta  coscienza  affermare  che  la  dote  più  spiccata  di  Giuseppe 
Imbò  fu  l’onestà,  intesa  in  tutti  i  sensi. 

Egli  consultò  unicamente  la  sua  coscienza  e  facendo  appello  alle  sue 
conoscenze  ed  alla  sua  esperienza,  si  decise  a  scrivere  una  lettera  al  Pre¬ 
fetto  della  provincia  di  Napoli,  nella  quale,  come  mi  consta  personalmente, 
si  limitò  a  chiedere  che  fossero  fatte  sgomberare,  per  motivi  di  prudenza, 
le  sole  abitazioni  fatiscenti. 

Se  le  autorità  procedettero  allo  sgombero  totale  «ad  horas»,  con 
camion  militari,  di  tutte  le  abitazioni  del  Rione  Terra,  questo  non  fu  mai 
chiesto  o  voluto  da  Giuseppe  Imbò. 

Resti  dunque  a  buon  diritto  in  tutti  noi  il  ricordo  del  cattolico  con¬ 
vinto  e  praticante,  specchio  vivente  dell’onestà,  incapace  di  fare  un  torto  a 
chicchessia,  pronto  al  perdono  ed  alla  riconciliazione  con  tutti,  che  tutti 
accoglieva  sempre  col  sorriso.  Resti  a  buon  diritto  in  tutti  noi  il  ricordo 
dell’uomo  che  dedicò  una  vita  allo  studio  diretto  o  indiretto  dei  vulcani, 
che  visse  per  il  Vesuvio  e  cessò  di  vivere  mentre  era  intento  a  scriverne  la 
storia. 


Pio  Vittozzi 


Napoli,  30  ottobre  1981 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  90,  1981,  pp.  15-27,  figg.  2,  tab.  1,  tav.  1 


Rapporto  preliminare  sui  foraminiferi  della  carota  2V 
(Placers  78/2)  (Sardegna  sud-orientale) 

Nota  di  Beatrice  Cozzi  (*) 
e  del  socio  Maria  Grazia  De  Castro-Coppa  (**) 

(Tornata  del  30  gennaio  1981) 


Riassunto.  —  L'esame  delle  associazioni  microfaunistiche,  riscontrate  nei 
sedimenti  della  carota  2V  (Placers  78/2)  prelevata  a  —  18,6  m  sulla  piattaforma 
continentale  sarda  (Sardegna  sud-orientale)  (tav.  235  IV  NE-Capo  Ferrato),  ha 
permesso  d'individuare  un'associazione  a  foraminiferi  abbastanza  omogenea. 

Per  essa  viene  confermato,  in  via  preliminare,  un  ambiente  di  sedimenta¬ 
zione  corrispondente  a  quello  del  top  della  carota,  con  profondità  inferiore  ai 
40  m,  foncia  di  tipo  detritico-sabbioso,  con  vegetazione  ad  alghe  é/o  fanerogame, 
con  valori  della  temperatura  e  della  salinità  corrispondenti  all'incirca  a  quelli 
normali  attuali,  di  età  probabilmente  non  anteriore  al  Versiliano. 

L'occasionalità  delle  forme  planctoniche  non  permette  in  questa  sede  di 
formulare  considerazioni  più  approfondite  di  tipo  climatico. 

Summary.  — -  The  sediments  of  core  2V  (Placers  78/2),  picked  up  at  —  18,6  m 
on  thè  south-eastern  sardinian  Continental  shelf  (tav.  235  IV  NE-Capo  Ferrato), 
yelded  an  almost  omogeneous  Foraminiferal  assemblage.  In  this  preliminary 
investigation  a  sedimentation  environment  of  40  m  depth,  a  sandy-detrital  type 
of  bottom  with  algal  and  phanerogam  vegetation,  a  temperature  and  salinity 
almost  corresponding  to  thè  present  time  and  an  age  probably  not  older  than 
Versilian,  is  confìrmed.  It  is  thè  same  of  thè  4  uppermost  core  centimeters. 

The  occasionai  fìnding  of  planktonic  forms  do  not  allows  here  a  more 
detailled  climatic  hypotheses. 

Parole-chiave  :  Foraminiferi  bentonici,  Carota,  Paleoecologia,  Biostratigrafia,  Olo¬ 
cene  (Versiliano),  Italia  (Sardegna,  Capo  Ferrato). 

Key-words :  Benthic  Foraminifera,  Core-cuttings,  Paleoecology,  Biostratigraphy, 
Holocene  (Versilian),  Italy  (Sardinia,  Capo  Ferrato). 


(*)  Beatrice  Cozzi  ha  curato  la  preparazione  tecnica  dei  campioni,  il  picking 
ed  ha  effettuato  una  determinazione  sommaria  dei  taxa;  M.  Grazia  De  Castro- 
Coppa  ha  effettuato  la  stesura  del  rapporto,  compresa  la  documentazione  icono¬ 
grafica  e  la  determinazione  delle  specie  presenti. 

(**)  Istituto  di  Paleontologia  -  Università  di  Napoli  -  Largo  S.  Marcellino  10  - 
80138  Napoli. 


16  Beatrice  Cozzi  e  Maria  Grazia  De  Castro-Coppa 


1.  Premessa 

Lo  studio  micropaleontologico  di  cui  vengono  forniti  qui  alcuni  dati 
preliminari,  costituisce  parte  integrante  di  un'indagine  più  ampia,  avente 
per  oggetto  lo  studio  geologico  e  geomorfologico  di  tutta  la  piattaforma 
cohtinentale  sarda.  Tale  indagine  viene  condotta  dall'Unità  Operativa  - 
Istituto  di  Geologia  di  Cagliari,  nell’ambito  del  Progetto  Finalizzato  C.N.R. 
«  Oceanografia  e  Fondi  Marini  »  -  Sottoprogetto  «  Risorse  Minerarie  »  - 
Tema  Placers  (Arca  et  ahi,  1979;  Lecca  et  ahi,  1979;  Ulzega  et  alii,  1980)  \ 


2.  Descrizione  della  carota:  caratteri  generali  e  composizione  microfau- 

NISTICA 

La  carota  2V  (Placers  78/2),  oggetto  di  questo  rapporto,  è  stata  prele¬ 
vata  a  —  18,6  m  di  profondità,  lungo  il  bordo  orientale  della  piattaforma 
continentale  sarda,  più  precisamente  nel  settore  1,  ubicato  tra  Capo  di 
Monte  Santo  e  Capo  Carbonara,  al  largo  di  Capo  Ferrato  (lat.  39°,  10',  50"  N 
—  long.  9°,  30',  55"  E)  (Arca  et  alii,  1979;  Ulzega  et  alii,  1980)  (tav.  235-XV 
NE-Capo  Ferrato). 

Si  tratta  di  una  carota  ottenuta  con  il  sistema  a  vibrazione,  della  lun¬ 
ghezza  di  circa  550  cm:  in  essa  sono  stati  prelevati  14  campioni,  a  distanze 
variabili  dal  top,  all'incirca  nei  punti  in  cui  erano  evidenti  variazioni  lito¬ 
logiche  e/o  ammassi  organogeni  (frammenti  di  gusci,  piccoli  molluschi, 
etc.)  (fig.  1). 

Il  sedimento  della  carota  è  costituito,  dall'alto  verso  il  basso,  per  circa 
210  cm,  da  sabbie  grigie  miste,  fini  e  medie,  cui  si  accompagnano  succes¬ 
sivamente,  in  misura  più  o  meno  prevalente,  sabbie  grossolane  e  ghiaie. 

La  componente  organogena  macroscopica,  rilevata  con  una  certa  fre¬ 
quenza  nei  220  cm  superiori,  si  fa  rara  nei  campioni  più  bassi  per,  poi 
scomparire  del  tutto;  essa,  quando  presente,  è  costituita  per  lo  più  da 
gusci  di  lamellibranchi  interi  e  in  frammenti. 

Nei  residui  di  lavaggio  dei  campioni  (ottenuti  mediante  setacci  di 
140  mesh),  e  solo  per  i  primi  164  cm,  corrispondenti  ai  campioni  C.  1  -  C.  4, 
la  componente  organogena  è  abbastanza  cospicua  ed  è  costituita  oltre  che 
dai  foraminiferi,  da  rare  spicole  di  spugne,  frammenti  di  briozoi,  gaste- 


Contr.  C.N.R.  n.  80.0078788  Responsabile :  Prof.  A.  Ulzega. 


Rapporto  preliminare  sui  foraminiferi  della  carota  2V,  ecc.  17 


ropodi  di  piccole  dimensioni  ( Bittìum ,  Rissoa,  Coecum,  Phasianella,  Odo- 
stomia,  etc.)  pteropodi  ( Creseis ),  lamellibranchi  ( Syndesmia ,  Glycymeris, 
etc.),  ostracodi  e  frammenti  di  echinoidi.  I  campioni  successivi,  più  bassi, 
(C.  5  -  C.  14),  sono  invece  risultati  sterili  all’analisi. 


CAROTA  2 V 

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C.13 

C.14 


sabbia  fine 


sabbia  media 


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sabbia  grossa 

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lamellibranchi 


Fig.  1.  —  Litologia  della  carota  2V  (Placers  78/2). 


3.  Osservazioni  sulla  microfauna 

L'esame  del  residuo  ha  permesso  di  rilevare  la  presenza  di  un'asso¬ 
ciazione  a  foraminiferi  ben  conservata  e  di  dimensioni  normali:  la  Tab.  I 
ne  contiene  l'elenco,  in  ordine  sistematico,  e  con  i  valori  percentuali  rela¬ 
tivi  al  totale  dei  foraminiferi  presenti  per  ogni  campione. 


18  Beatrice  Cozzi  e  Maria  Grazia  De  Castro-Coppa 


In  essa  i  foraminiferi  planctonici  sono  del  tutto  sporadici;  infatti  le 
nove  specie  individuate,  sono  presenti  saltuariamente  nei  campioni,  tranne 
Globigerinoides  ruber  (d'Orb.),  e  comunque  in  numero  estremamente  esi¬ 
guo  di  individui,  il  che  non  permette  alcuna  deduzione  di  tipo  climatico. 

Fra  i  bentonici,  che  costituiscono  la  quasi  totalità  dei  foraminiferi,  i 
generi  dei  fondi  fangosi  e/o  quelli  indicatori  di  batimetrie  superiori  ai 
50-100  m,  come  Bolivina,  Brizalina,  Bulimina,  Uvigerina,  Cassìdulìna,  Gyroi- 
dina,  etc.  sono  assenti;  fanno  eccezione  solo  alcuni  esemplari  appartenenti 
ai  generi  Bolivina  e  Bulimina,  presenti  solo  nel  primo  campione,  peraltro 
non  determinabili  a  livello  specifico,  a  causa  del  loro  stato  di  conservazione. 

Le  specie  dominanti,  riscontrate  nei  campioni,  sono  le  seguenti,  elen¬ 
cate  in  ordine  decrescente  di  abbondanza: 

C.  1  Ammonia  beccarii  (Linneo),  Rosalina  globularis  d'Orbigny,  Gaveli - 
nopsis  praegeri  (Heron  Allen  &  Earland),  Quinqueloculina  aspera 
d'Orbigny,  Eponides  frigidus  granulatus  di  Napoli,  Cibicides  lobatulus 
(Walker  &  Jacob),  Elphidium  advenum  (Cushman). 

C.  2  Rosalina  globularis  d'Orbigny,  Cibicides  lobatulus  (Walker  &  Iacob), 
Ammonia  beccarii  (Linneo),  Quinqueloculina  aspera  d'Orbigny,  Nube- 
cularia  lucifuga  Defrance,  .  Gavelinopsis  praegeri  (Heron  Allen  & 
Earland). 

C.  3  Quinqueloculina  aspera  d'Orbigny,  Planorbulina  mediterraneensis 
d'Orbigny,  Elphidium  advenum  (Cushman),  Cibicides  lobatulus  (Wal¬ 
ker  &  Jacob),  Ammonia  beccarii  (Linneo),  Eponides  frigidus  granu¬ 
latus  di  Napoli. 

C.  4  Quinqueloculina  aspera  d'Orbigny,  Elphidium  advenum  (Cushman), 
Cibicicides  lobatulus  (Walker  &  Jacob),  Triloculina  oblonga  (Mon- 
tagui,  Rosalina  globularis  d'Orbigny,  Nubecularia  lucifuga  Defrance, 
Eponides  frigidus  granulatus  di  Napoli,  Ammonia  beccarii  (Linneo). 

Sono  stati  effettuati  alcuni  diagrammi  (fig.  2,  A-G),  allo  scopo  di  illu¬ 
strare  il  comportamento  di  alcuni  generi  e  specie  indicative  di  diversi 
ambienti  secondo  Blanc-Vernet  et  alii  (1979),  e  secondo  i  dati  forniti  da 
Murray  (1973). 

Si  hanno  dunque: 

—  Specie  delle  sabbie  fini  ( Asterigerinata  mamilla  e  Astrononion  side- 
bottomi)  (fig.  2,  A); 

—  Specie  delle  sabbie  più  grossolane  ( Ammonia  beccarii )  (fig.  2,  B); 


Rapporto  preliminare  sui  foraminiferi  della  carota  2V,  ecc.  19 


—  Miliolidi  a  guscio  agglutinante  ( Quinqueloculina  agglutinans  e  Quin- 
queloculina  aspera),  indicanti  fondi  a  debole  idrodinamismo  (fig.  2,  C); 

—  Miliolidi  a  guscio  porcellanaceo  ( Quinqueloculina  spp.  e  T riloculina 
spp.)  (fig.  2,  D).  Questi  generi  sembrano  preferire  fondi  sabbiosi,  sabbioso- 
detritici  o  con  Posidonie,  non  superiori  ai  40  m,  con  salinità  normale; 

—  Specie  epifite  preferenzialmente  su  fanerogame  ( Posidonia  oceani¬ 
ca)  e  cioè  Nubecularia  lucifuga  e  Cibicides  spp.  (fig.  2,  E); 

—  Specie  epifite  indifferentemente  sia  su  popolazioni  algali  ( Caulerpa 
sp.)  sia  su  popolamenti  a  Fanerogame  ( Cymodocea ,  Posidonia),  come  Ro¬ 
salina  spp.  e  Planorbulina  mediterraneensis  (fig.  2,  F);  • 

—  Specie  caratteristiche  del  piano  circalitorale  ( Gavelinopsis  praegeri) 
(fig.  2,  G). 

Appare  evidente  da  tali  diagrammi,  che  prevalgono  le  specie  di  sabbie 
più  grossolane  come  A.  beccarii  e  le  Miliolidae.  Tra  quest’ultime  assumono 
un  certo  rilievo,  nei  campioni  più  bassi  della  carota,  le  specie  a  guscio 
agglutinante  quali  Q.  agglutinans  e  Q.  aspera,  che  preferiscono  le  zone  a 
debole  idrodinamismo  (Blanc-Vernet  et  alii,  1979). 

È  ugualmente  ben  rappresentato  il  gruppo  dei  foraminiferi  epititi 
(fig.  E-F).  Dal  confronto  dei  loro  valori  percentuali,  si  osserva  però  una 
certa  differenza  di  comportamento:  infatti,  mentre  N.  lucifuga  e  Cibicides 
spp.,  epifite  preferenziali  sulle  Posidonie  (Blanc-Vernet  et  alii,  1979,  tab.  I, 
p.  177),  aumentano  nei  campioni  più  bassi,  Rosalina  spp.  e  P.  mediterra¬ 
neensis,  che  vivono  indifferentemente  su  alghe  e  su  fanerogame,  diminui¬ 
scono  negli  stessi  campioni. 

La  frequenza,  infine,  relativamente  alta,  (fig.  2,  G)  di  G.  praegeri,  pe¬ 
raltro  solo  nel  primo  campione,  non  sembra  comunque  contrastare  le  ca¬ 
ratteristiche  globali  dell'associazione. 

4.  Conclusioni 

Da  quanto  prima  detto,  le  associazioni  nel  loro  complesso,  si  presen¬ 
tano  abbastanza  omogenee. 

Esse  sembrano  avere  i  caratteri  di  una  fauna  costiera  abbastanza  spe¬ 
cializzata.  Vi  si  riscontrano  infatti  molte  specie  di  Quinqueloculina,  fra 
cui  in  particolare  fra  quelle  a  guscio  arenaceo,  Q.  aspera,  percentuali  di¬ 
screte  di  A.  beccarii,  E.  frigidus  granulatus,  etc.,  molte  specie  epifite  come 
C.  lobatulus,  P.  mediterraneensis,  Rosalina  spp.,  etc.,  indicanti  1’esistenza 
di  popolamenti  ad  alghe  e/o  a  Posidonie:  sono  invece  del  tutto  assenti 
gli  arenacei. 


20  Beatrice  Cozzi  e  Maria  Grazia  De  Castro-Coppa 


Questi  caratteri  permettono  di  confrontare  le  associazioni  con  quelle 
rinvenute  da  Moncharmont-Zei  (1964)  nel  Golfo  di  Pozzuoli,  a  profondità 
comprese  tra  i  5  e  ì  40  m,  temperature  al  fondo  tra  i  15,1  °C  ed  i  16,7  °C 
e  salinità  tra  il  37,29  %o-.  ed  il  37,71  %e. 

L'Autore  vi  riscontrò  infatti,  fra  l'altro,  molte  specie  di  Quinquetocu - 
lina ,  fra  cui  quelle  a  guscio  costato  o  con  guscio  arenaceo,  alte  percentuali 
sia  delle  forme  epifite  (C.  lobatulus,  etc.)  sia  di  A.  mamìlla,  E.  frigidus  gra- 
nulatus,  A.  beccarti ,  etc.,  assenza  o  scarsezza  delle  specie  arenacee,  e  definì 
tale  associazione  come  appartenente  alla  «  Zona  a  sedimentazione  detri- 
tico-sabbiosa  ®. 

Pur  con  le  limitazioni  dovute  al  numero  non  elevato  dei  campioni  con 
foraminiferi,  e  in  via  del  tutto  preliminare,  sembra  comunque  non  azzar¬ 
dato  prospettare  che  le  associazioni  esaminate  rispecchiano  un  ambiente 
di  sedimentazione,  corrispondente  a  quello  del  top  della  carota,  non  troppo 
profondo  (inferiore  ai  40  m),  con  fondo  di  tipo  detritico-sabbioso,  con 
presenza  di  alghe  e  di  Posidonie,  e  con  valori  pressoché  simili  a  quelli 
normali  attuali  sia  della  temperatura  che  della  salinità. 

L’occasionale  presenza  delle  specie  planctoniche  non  permette  di  for¬ 
nire  considerazioni  sul  tipo  di  clima,  purtuttavia  l'assenza  pressoché  totale 
delle  forme  di  clima  freddo  ed  il  tipo  di  associazione  nel  suo  complesso, 
indurrebbe  ad  attribuire,  in  prima  ipotesi,  ai  sedimenti  studiati,  un'età 
non  anteriore  al  Versilia.no. 


► 

Fig.  2.  — -  Diagrammi  illustranti  il  comportamento  di  alcuni  generi  e  specie  più 
significative  : 

A  -  Specie  delle  ‘sabbie  fini  (A,  mamilla  e  A.  sìdebottomi ); 

B  -  Specie  delle  sabbie  più  grossolane  (A.  beccarii ); 

C  -  Miliolidi  a  guscio  agglutinante  (Q.  agglutìnans  e  Q.  aspera ); 

D  -  Miliolidi  a  guscio  porcellanaceo  ( Quinquéloculina  spp.  e  Trilocu- 
lina  spp.)  ; 

E  -  Specie  epifite  preferenziali  su  fanerogame  (N,  lucifuga  e  Cibici- 
des  spp.); 

F  -  Specie  epifite  sìa  su  alghe  che  su  fanerogame  {Ro salina  spp.  e 
P.  medìterraneensìs ); 


Rapporto  preliminare  sui  foraminiferi  della  carota  2V,  ecc.  21 


G  -  Specie  caratteristiche  del  piano  circalitorale  (G,  praegeri). 

Sulle  ascisse  dei  diagrammi  sono  stati  riportati  i  valori  percentuali 
delle  specie  rispetto  al  totale  del  benthos;  sulle  ordinate  i  campioni. 


TABELLA  I 


In  tabella  vengono  riportate  tutte  le  specie  rinvenute,  elencate  secondo  Lordine  sistema¬ 
tico;  ognuna  con  il  proprio  valore  percentuale,  riferito  al  totale  dei  foraminiferi,  per 
ogni  campione;  con  X  vengono  indicati  i  valori  percentuali  inferiori  allo,  0,5.  Vengono 
inoltre  riportate  le  profondità  di  raccolta  del  campione  esaminato,  espresse  in  cm, 

e  riferite  al  top  della  carota. 


SPECIE 

CAMPIONI 

C,  1 

C.  2 

C.  3 

C.  4 

DISTANZA  DAL  TOP  in  cm 

4 

84 

134 

164 

Nubecularia  lucifuga  Dbfrance 

0,5 

6,5 

3 

6 

Spiroloculina  depressa  d’Orb. 

0,5 

Spìroloculina  grata  (Tekquem) 

0,5 

0,5 

Spiroloculina  sp. 

X 

1 

Quìnqueloculina  agglutinans  d'Orb. 

X 

1 

Quinqueloculina  aspera  d'Orb. 

5,5 

8 

13,5 

24,5 

Quìnqueloculina  boscìana  d'Orb, 

1,5 

Quinqueloculina  jugosa  Cushman 

2 

1,5 

Quìnqueloculina  lamarckiana  d’Orb. 

0,5 

2 

1 

Quinqueloculina  semìnulum  (L.) 

0,5 

X 

Quinqueloculina  stelligera  Schlumb. 

0,5 

0,5 

2 

3 

Quinqueloculina  vulgaris  d'Orb. 

1 

0,5 

Quinqueloculina  aff,  bidentata  d'Orb, 

1 

0,5 

Quinqueloculina  aff.  candeiana  d’Orb. 

0,5 

Quinqueloculina  aff.  intricata  Terquem 

0,5 

Quinqueloculina  sp.  1 

1 

2,5 

2 

Quinqueloculina  sp.  2 

5 

Pyrgo  lucernula  (Schwager) 

X 

Triloculina  oblonga  (Mont.) 

4 

3,5 

7,5 

7,5 

Trìloculina  trigonula  (Làmakck) 

1,5 

3 

3 

Triloculina  sp.  1 

0,5 

Triloculina  sp.  2 

1,5 

6 

Triloculina  sp.  3 

X 

Miliolinella  circularìs  (Bokn.) 

0,5 

Miliolinella  parva  (Mamgin) 

0,5 

Miliolinella  sublineata  (Bràby) 

X 

Miliolinella  subrotunda  (Montagu) 

0,5 

0,5 

0,5 

Articulina  pacifica 

CUSH, 

1 

1,5 

Miliolidae 

6 

4 

5 

3 

D antalina  cf.  communis  (d'Orb.) 

0,5 

Lagena  semistriata  Will. 

X 

Segue :  TABELLA  I 


In  tabella  vengono  riportate  tutte  le  specie  rinvenute,  elencate  secondo  l'ordine  sistema¬ 
tico;  ognuna  con  il  proprio  valore  percentuale,  riferito  al  totale  dei  foraminiferi,  per 
ogni  campione;  con  X  vengono  indicati  i  valori  percentuali  inferiori  allo  0,5.  Vengono 
inoltre  riportate  le  profondità  di  raccolta  del  campione  esaminato,  espresse  in  cm, 

e  riferite  al  top  della  carota. 


SPECIE 

CAMPIONI 

C.  1 

C.  2 

C.  3 

C.  4 

DISTANZA  DAL  TOP  in  cm 

4 

84 

134 

164 

Polymorphina  compressa  d'Orb. 

X 

Globulina  gibba  d'Orb. 

0,5 

0,5 

0,5 

0,5 

Globulina  sp. 

0,5 

X 

Guttulina  sp. 

X 

Fissurina  orbignyana  Seg. 

0,5 

Bolivina  sp. 

X 

Bulimina  sp. 

X 

Discorbis  araucana 

(d'Orb.) 

0,5 

Discor  bis  sp. 

0,5 

Epistominella  sp. 

X 

Gavelinopsis  praegeri  (H.  A  e  E.) 

10,5 

5 

3 

1,5 

Neoconorbina  floridensis  (Cush.) 

0,5 

Neoconorbina  terquemi  (Rzehak) 

0,17 

Neoconorbina  sp. 

0,5 

Rosalina  bradyi  Cush. 

0,5 

2 

1,5 

Rosalina  floridana  (Cush.) 

X 

Rosalina  globularis  d'Orb. 

14 

14,5 

3 

6 

Rosalina  sp. 

0,5 

1,5 

Cancris  auriculus  (Fichtel  e  Moll) 

X 

X 

Discorbidae 

1 

0,5 

0,5 

Asterigerinata  mamilla  (Will.) 

0,5 

0,5 

Spir illina  vivipara 

Ehrenb. 

X 

0,5 

Ammonia  beccarii  (Linneo) 

18,5 

9,5 

4 

5 

Ammonia  tepida  (Cush.) 

0,5 

Elphidium  aculeatum  Silvestri 

0,5 

Elphidium  advenum  (Cush.) 

5,5 

3 

8 

9 

Elphidium  crispum  (Linneo) 

0,5 

0,5 

0,5 

1,5 

Elphidium  macellum  (F.  e  M.) 

2 

2 

2,5 

1 

Elphidium  sp. 

0,5 

Cribrononion  incertum  (Will.) 

0,5 

3 

Cribrononion  sp.  1 

0,5 

0,5 

Segue :  TABELLA  I 


In  tabella  vengono  riportate  tutte  le  specie  rinvenute,  elencate  secondo  l'ordine  sistema¬ 
tico;  ognuna  con  il  proprio  valore  percentuale,  riferito  al  totale  dei  foraminiferi,  per 
ogni  campione;  con  X  vengono  indicati  i  valori  percentuali  inferiori  allo  0,5.  Vengono 
inoltre  riportate  le  profondità  di  raccolta  del  campione  esaminato,  espresse  in  cm, 

e  riferite  al  top  della  carota. 


SPECIE 

CAMPIONI 

C.  I 

C.  2 

C.  3 

C.  4 

DISTANZA  DAL  TOP  in  cm 

4 

84 

134 

164 

Cribrononion  sp.  2 

1,5 

Protelphidium  granosum  (d'Orb.) 

0,5 

X 

Globorotalia  inflata  (d'Orb.) 

X 

Globorotalia  truncatulinoides  (d’Orb.) 

X 

Globigerina  bulloides  d'Orb. 

X 

X 

Globigerina  falconensis  Blow 

X 

Globigerina  pachyderma  Ehrenb. 

X 

Globigerinoides  ruber  (d'Orb.) 

X 

X 

X 

X 

Globigerinoides  trilobus  (Reuss) 

X 

Orbulina  universa 

d'Orb. 

X 

Globigerinita  aff.  glutinata  (Egger) 

X 

Eponides  frigidus  granulai us  di  Napoli 

7,5 

2,5 

4 

5 

Eponides  sp. 

2 

Cibicides  lobatulus  (W.  e  J.) 

6,5 

11,5 

8 

8,5 

Cibicides  pseudoungerianus  (Cush.) 

2,5 

Cibicides  sp. 

0,5 

Planorbulina  mediterraneensis  d'Orb. 

0,5 

1 

9,5 

3 

Nonion  asterizans  (F.  e  M.) 

1 

Nonion  sp.  1 

X 

Nonion  sp.  2 

0,5 

0,5 

0,5 

Astrononion  sidebottomi  Cush.  e  Edw. 

0,5 

1 

Anomalina  sp. 

0,5 

Hanzawaia  rhodiensis  (Terq.) 

0,5 

0,5 

1,5 

Melonis  barleeanum  (d'Orb.) 

1 

X 

0,5 

Indeterminati 

2 

0,5 

Rapporto  preliminare  sui  foraminiferi  della  carota  2V,  ecc.  25 


BIBLIOGRAFIA 

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pp.  837-846,  7  figg.,  Washington. 


TAVOLA  1 

Fig.  1.  —  Triloculina  oblonga  (Moni.).  Carota :  2V/C.  1.  (circa  80  x). 

Fig.  2.  —  Quinqueloculina  stelligera  Schlumb.  Carota :  2V/C.  4.  (circa  80  x). 
Fig.  3.  —  Quinqueloculina  jugosa  Cushm.  Carota:  2V/C.4.  (circa  67  x). 

Fig.  4.  —  Articulina  pacifica  Cushm.  Carota :  2V/C.  4.  (circa  80  x). 

Fig.  5.  —  Quinqueloculina  aspera  d’Orb.  Carota :  2V/C.4.  (circa  67  x). 

Fig.  6.  —  Epomides  sp.  Carota :  2V/C.  1.  (circa  80  x). 

Fig.  7.  —  Eponides  frigidus  granulatus.  di  Nap.  Carota:  2 V/C.  1.  (circa  120  x). 
Fig.  8.  —  Cribrononion  sp.  2.  Carota:  2V/C.  2.  (circa  80  x). 

Fig.  9.  —  Quinqueloculina  agglutinans  d’Orb.  Carota:  2V/C.4.  (circa  67  x). 

Fig.  10.  —  Elphidium  advenum  (Cushm.).  Carota:  2V/C.  1.  (circa  80  x). 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1981 


Cozzi  B.  e  De  Castro  Coppa  M.  G.  -  Rap¬ 
porto  preliminare,  ecc.  Tav.  I 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  90,  1981,  pp.  29-36,  figg.  3 


Su  una  rara  malformazione  cranio-facciale 
nella  specie  suina 

Nota  del  socio  Mariano  Nicotina  (*)  e  di  Giuseppe  Paino  (**) 
e  Gaetano  Scalai**) 

(Tornata  del  30  gennaio  1981) 


Riassunto.  -  Si  descrive  il  caso  di  un  feto  suino  malformato  che  presenta  un 
insieme  di  anomalie  che  riguardano  il  neurocranio  e  lo  splancnocranio.  La  caratteri¬ 
stica  esteriore  più  evidente  è  la  presenza  di  un  peduncolo,  con  attacco  sulla  regione 
frontale,  a  forma  di  proboscide  il  quale  è  percorso  centralmente  da  un  canalicolo 
stretto  all’apice  e  più  ampio  verso  la  base,  in  cui  è  stato  possibile  evidenziare  istolo¬ 
gicamente  alcune  strutture  tipiche  delle  cavità  nasali.  Gli  aspetti  più  interessanti 
riguardano  la  anomala  differenziazione  del  prosencefalo,  con  mancata  formazione 
dei  due  emisferi  cerebrali  (ciclocefalia).  Nel  complesso  si  osserva  un  ridotto  sviluppo 
dell’intera  massa  encefalica  (microcefalia)  con  notevole  aumento  del  liquido  cefalo- 
rachidiano  esterno  (idrocefalia). 

I  due  globi  oculari  risultano  fusi  ed  allogati  in  un’unica  cavità  orbitaria. 

Summary.  -  A  swine  fetus  is  described  with  synophthalmous  cyclocephalus 
having  a  median  frontal  proboscis  and  demonstrating  other  anomalies  of  thè 
splanchnocranium.  Internally  thè  frontal  proboscis  presents  some  structures  typical 
of  thè  nasal  cavities  such  as  tract  of  respiratory  mucosa  with  evidence  of  thè  pseudo- 
cavernous  plexus  in  thè  lamina  propria.  Some  of  thè  facial  bones  demonstrate  irre- 
gular  conformations  and  such  a  high  degree  of  disordered  disposition  that  they  are 
not  identifiable. 

In  thè  encephalon  thè  reduced  development  of  all  structures  is  noted  with  lack 
of  thè  normal  doubling  into  thè  telencephalic  hemispheres  and  a  considerable  inter¬ 
nai  and  external  accumulation  of  thè  CSF. 


INTRODUZIONE 

Le  malformazioni  congenite  nelTuomo  e  nelle  varie  specie  di  animali 
domestici,  in  questi  ultimi  anni  sono  state  oggetto  di  particolare  interesse  e 


(*)  Istituto  di  Entomologia  Zoologia  -  Facoltà  di  Agraria  di  Portici. 

(**)  Istituto  di  Anatomia  sistematica  e  comparata  -  Facoltà  di  Medicina  Veterinaria. 


30  M.  Nicotina,  G.  Paino  e  G.  Scala 


numerosi  ricercatori  si  sono  interessati  al  loro  studio  nell’intento  di  indivi¬ 
duarne  la  patogenesi  onde  cercare  di  prevenire  la  loro  comparsa.  A  tale 
scopo  le  ricerche  in  argomento  sono  state  rivolte  principalmente  ad  inda¬ 
gare  su  cause  e  meccanismi  capaci  di  interferire  sulla  normale  evoluzione 
di  una  o  più  strutture.  Rivestono  altresì  considerevole  importanza  le  nume¬ 
rose  descrizioni  morfologiche  di  reperti  teratologici  attualmente  a  disposi¬ 
zione  in  letteratura,  in  quanto  non  fini  a  se  stesse  ma  di  aiuto  per  la  giusta 
interpretazione  dei  meccanismi  anzidetti. 

In  una  nostra  precedente  indagine  avente  il  semplice  scopo  di  descri¬ 
vere  brevemente  le  principali  mostruosità  degli  animali  domestici  esistenti 
nei  Musei  e  negli  Istituti  scientifici  della  Campania,  abbiamo  avuto  modo 
di  constatare  che  tra  le  anomalie  più  frequenti  e  nello  stesso  tempo  più 
eclatanti  vi  sono  quelle  che  interessano  la  testa.  Per  questo  motivo  abbia¬ 
mo  ritenuto  opportuno  descrivere  un  mostro  appartenente  alla  specie  suina 
che  tra  le  altre  deformità  presenta  una  caratteristica  e  lunga  protuberanza  a 
forma  di  proboscide  che  prende  attacco  subito  sopra  l’unica  cavità  orbitaria 
contenente  due  globi  oculari  fusi. 

In  tema  di  anomalie  della  testa  la  letteratura  offre  le  descrizioni  di 
molteplici  casi  che  vanno  dalle  forme  più  comuni  alle  cosiddette  sindromi, 
cioè  anomalie  associate  che  interessano  oltre  la  testa,  sia  nello  scheletro 
che  nel  suo  contenuto,  anche  gli  arti  (più  comunemente  le  estremità). 

I  reperti  segnalati,  inerenti  quasi  esclusivamente  alla  specie  umana, 
non  risultano  sempre  facilmente  identificabili  nell’ambito  delle  classifica¬ 
zioni  proposte  da  vari  autori  sin  dal  secolo  scorso. 

Le  anomalie  della  testa  assumono  diversa  morfologia  e  gravità  in  rela¬ 
zione  al  periodo  in  cui  interviene  l’insulto  teratogeno  diretto  principàV 
mente  ad  alterare  la  funzione  degli  organizzatori  embrionali;  infatti  le  più 
precoci  risultano  estremamente  gravi  e  riguardano  alterazioni  delle  ossa 
dello  splancnocranio,  del  neurocranio  e  delle  strutture  nervose  connesse. 
Le  deformità  che  si  instaurano  più  tardivamente  interessano  per  lo  più  la 
faccia,  le  cavità  nasali  e/o  la  bocca,  in  quanto  sono  il  risultato  dell’alterata 
evoluzione  o  anomala  fusione  dei  processi  facciali. 


Descrizione 

Feto  di  maiale  di  14  settimane  circa,  di  sesso  femminile  che  presenta 
evidenti  anomalie  alla  testa,  mentre  il  tronco  e  gli  arti  sono  esteriormente 
normali.  Nel  complesso  la  testa  ha  un  profilo  di  forma  sferica  in  quanto  il 
primo  segno  evidente  è  il  difettoso  sviluppo  del  caratteristico  grugno  che 


Su  una  rara  malformazione  cranio-facciale,  ecc.  31 


conferisce  alla  specie  suina  un  aspetto  inconfondibile.  I  diametri  della  testa 
sono  pertanto  alterati  mentre  non  si  evidenziano  modificazioni  per  quanto 
riguarda  le  suture  che  risultano  perfettamente  normali. 

Della  faccia  e  della  porzione  anteriore  del  cranio  sono  le  anomalie  che 
caratterizzano  il  soggetto  in  esame.  Dalla  regione  che  potrebbe  essere  defi¬ 
nita  frontale ,  si  stacca  una  formazione  che  ricorda  in  tutto  una  proboscide 
di  elefante,  all’estremità  della  quale  si  osserva  una  netta  depressione  cen¬ 
trale  posta  trasversalmente,  (fig.  1  e  2). 

Subito  sotto  l’origine  della  predetta  formazione  si  riscontra  un’unica 
orbita  di  forma  ellittica  e  di  notevoli  dimensioni,  contenente  due  globi 
oculari  fusi  medialmente.  Esistono  due  paia  di  palpebre  anch’esse  fuse 
medialmente  ma  che  danno  origine  solo  a  due  commessure  laterali  (fig. 
2).  Le  inferiori  contraggono  intimi  rapporti  con  una  strana  formazione  a 
sviluppo  asimmetrico  che  rappresenta  la  delimitazione  superiore  dell’in¬ 
gresso  in  cavità  orale.  Tale  struttura,  ricoperta  di  cute,  costituisce  pertanto 
un  tratto  di  labbro  superiore. 

L’estremità  orale  della  mandibola  ha  una  forma  pressoché  normale  e 
ovviamente  delimita,  insieme  alla  struttura  asimmetrica  prima  descritta,  la 
rima  buccale.  Dalla  cavità  orale  protrude  la  lingua  che  risulta  di  forma 
alquanto  originale;  infatti,  essa  presenta  i  margini  laterali  rialzati  ed  incur¬ 
vati  medialmente  e  nello  stesso  tempo  molto  ravvicinati  alla  base  e 
all’estremità.  Tali  margini  sono  anche  fittamente  frastagliati. 

Allo  scalottamento  è  stato  possibile  constatare  la  grande  facilità  nel 
tagliare  le  ossa  della  volta  cranica  e  ciò  per  il  loro  esile  spessore  determi¬ 
nato  anche  dall’aumento  della  quantità  del  liquido  cefalorachidiano 
esterno.  Tale  situazione  è  caratteristica  dell’idrocefalia  esterna  (fig.  2  c). 

La  massa  encefalica  appare  notevolmente  ridotta  e  solo  nel  tratto  più 
anteriore  mostra  un  cenno  di  divisione  nei  due  emisferi.  Quest’aspetto, 
unitamente  ai  vari  atteggiamenti  osservabili  nella  faccia,  permette  di  classi¬ 
ficare  il  feto  come  un  soggetto  ciclocefalo  sinoftalmo  con  proboscide.  Al 
taglio  longitudinale  della  testa  si  osserva  resistenza,  nell’ambito  della  pro¬ 
boscide,  di  un  sottile  canalicolo  che  percorre  la  suddetta  formazione  in 
tutta  la  sua  lunghezza  (fig.  3).  Tale  canalicolo,  in  prossimità  della  radice  di 
attacco  del  peduncolo  sullo  scheletro,  si  dilata  alquanto  in  un  antro  a  pareti 
anfrattuose  in  cui  sono  osservabili  strutture  ossee  che  ad  un  esame  istolo¬ 
gico  risultano  ricoperte  da  mucosa  nasale. 

Al  di  sotto  dell’unica  cavità  orbitaria  il  labbro  superiore  è  sostenuto  da 
un’impalcatura  ossea  che  rappresenta  l’evoluzione  anomala  delle  strutture 
del  palato  duro.  In  questa  regione  si  riscontrano  numerosi  adenomeri 
ghiandolari  dovuti  al  gruppo  delle  ghiandole  buccali. 


32  M.  Nicotina ,  G.  Paino  e  G.  Scala 


Fig.  1  -  a)  feto  di  suino  malformato;  b)  particolare  della  testa.  P  =  Proboscide;  PB  -  Palpebre;  LS  Labbro  superiore, 
L  =  Lingua. 


Su  una  rara  malformazione  cranio-facciale,  ecc.  33 


Fig.  2  -  Feto  di  suino  malformato,  a)  particolare  della  testa,  vista  di  profilo. 

O  =  Occhio;  P  =  Proboscide;  L  =  Labbro  superiore;  M  =  Mandibola; 
E  =  Massa  encefalica. 


34  M.  Nicotina,  G.  Paino  e  G.  Scala 


Fig.  3  -  Feto  di  suino  maiformato.  Sezione  longitudinale  della  testa.  CV  =  Cavità  ventricolare; 
O  =  Occhio;  P  =  Proboscide;  L  =  Lingua;  F  =  Faringe;  E  =  Epiglottide. 


Su  una  rara  malformazione  craniofacciale,  ecc.  35 


Le  strutture  poste  al  di  sotto  della  base  cranica  non  sono  precisamente 
identificabili  in  quanto  a  tale  livello  la  loro  disposizione  è  estremamente 
irregolare  e  complessa;  si  osservano,  infatti,  tratti  ossei  e  strutture  dentarie 
immerse  in  un  ammasso  di  tessuto  connettivo.  Più  ventralmente  i  limiti 
della  cavità  faringea  sono  alterati,  specialmente  nel  tratto  dorsale  che 
risulta  alquanto  allungato.  Abbastanza  ben  delimitate  sono  le  porzioni 
dell’orofaringe  e  del  laringofaringe. 

Per  quanto  si  riferisce  alla  cavità  cranica,  essa  è  solo  in  parte  occupata 
dalle  strutture  nervose;  infatti  queste  nel  tratto  prosencefalico,  oltre  a  non 
presentare  la  divisione  nei  due  emisferi,  risultano  limitatamente  evolute  e 
disposte  intorno  ad  un’unica  cavità  ventricolare  la  cui  volta  dorsale  è  di 
spessore  molto  esile.  Per  contro  hanno  uno  sviluppo  sufficientemente  rego¬ 
lare  nei  segmenti  mesencefalico  e  rombencefalico;  in  quest’ultimo  tratto  si 
identifica  sia  il  bulbo  sia  il  cervelletto  (fig.  3). 

Non  si  evidenzia  una  vera  struttura  ipofisaria. 


Conclusioni 

Dalla  descrizione  emerge  che  il  feto  di  suino  da  noi  esaminato  è  un 
ciclocefalo  sinoftalmo  con  proboscide  cui  si  affiancano  altre  alterazioni  tra 
cui  le  più  evidenti  sono  dei  tratti  viscerali  della  faccia.  In  particolare  per 
quanto  riguarda  la  proboscide,  essa  presenta  oltre  ad  una  impalcatura 
ossea,  strutture  tipiche  delle  cavità  nasali  quali  una  canalizzazione  che  si 
apre  alla  sua  estremità  apicale,  l’epitelio  respiratorio  della  mucosa  ed  il 
plesso  pseudocavernoso  della  lamina  propria. 

Al  di  sotto  della  base  cranica  si  ha  la  presenza  di  diverse  strutture 
disposte  molto  irregolarmente  e  non  sempre  identificabili,  che  costitui¬ 
scono  nell’insieme  un  cuneo  il  cui  apice  si  porta  dorsalmente  verso  la  base 
della  lingua. 

L’aspetto  più  interessante,  tuttavia,  è  quello  della  morfologia  e  della 
evoluzione  dell’encefalo.  Infatti,  nel  nostro  caso,  la  mancata  differenzia¬ 
zione  del  prosencefalo  comporta  anche  il  limitato  sviluppo  della  massa 
encefalica  (microcefalia)  unitamente  alla  notevole  ampiezza  della  cavità 
cranica,  la  quale  risulta  riempita  in  gran  parte  di  liquido  cefalorachidiano 
esterno.  Non  è  facile  stabilire  se  la  patogenesi  di  tali  malformazioni  sia  da 
collegarsi  completamente  alla  ciclocefalia,  dovuta  ad  una  carenza  del 
potere  induttore  della  placca  precordale  e  considerare  quindi  l’idrocefalia  e 
la  microcefalia  come  fatti  secondari,  oppure  i  diversi  aspetti  si  sono  sovrap¬ 
posti  partendo  da  cause  indipendenti  l’una  dall’altra. 


36  M.  Nicotina ,  G.  Paino  e  G.  Scala 


BIBLIOGRAFIA 

1)  Blinns  W.  et  al  -  1959  /.  of  Am.  Med.  A  ss.  134,  180. 

2)  Cinti  G.,  Angeli  F.  -  1957  Ardi.  De  vecchi ,  26,  965. 

3)  Coffey  V.  P.,  Clakke  N.  -  1960  J.  Disk  Med .  A  ss.  46,  139. 

4)  Duhamel  B.  -  1966  -  Morphogénese  patoìogique  des  montruosites  aux  malforma- 
tion .  Massom  e  Cie. 

5)  Gallippi  G.  B.  et  al  1971  Folio  Hered.  Path.  20,  63, 

6)  Grampa  et  al  -  1961  Folla  Hered.  Path.,  11,  61. 

7)  Pelagatti  G.  V.  -  1976  Embriologia  e  Teratologia .  Idelson. 

8)  Trjdon  P.,  Thriet  M.  -  1966  Maìformations  associées  de  la  tète  et  des  extrémités. 
Masson  e  Cie. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  90,  1981,  pp.  37-50,  figg.  3,  tab.  1 


Studi  idrogeologici 

sulla  Piana  del  Dragone  (Avellino)  (*) 

Nota  del  socio  Pietro  Celico  (**)  e  di  Domenico  Russo  (**) 


(Tornata  del  26  giugno  1981) 


1.  Premessa 

La  Cassa  per  il  Mezzogiorno,  nell’ambito  delle  attività  del  Progetto 
Speciale  n.  29  (Ripartizione  Progetti  Idrici  -  Div.  4),  ha  affrontato  lo  studio 
idrogeologico  della  Piana  del  Dragone  al  fine  di  risolvere  più  problemi  tra 
loro  collegati:  l’inquinamento,  tuttora  in  atto,  della  falda  che  alimenta  le 
sorgenti  di  Cassano  Irpino  e  Serino;  l’allagamento  sistematico  della  Piana, 
nel  periodo  invernale;  il  reperimento  di  acque  a  quota  alta,  per  gli  usi  irri¬ 
gui  della  stessa  Piana. 

Nel  corso  del  presente  lavoro  vengono  resi  noti  i  risultati  degli  studi 
condotti  durante  le  prime  indagini  di  carattere  conoscitivo;  vengono  inoltre 
evidenziati  i  principali  orientamenti  emersi  e  le  prospettive  aperte  per  la 
soluzione  dei  già  menzionati  problemi. 


2.  Attuali  conoscenze  idrogeologiche 

La  Conca  del  Dragone  (Fig.  1)  è  una  delle  più  ampie  aree  a  deflusso 
endoreico  esistenti  nell’Appennino  carbonatico  meridionale.  Le  sue  acque 
di  ruscellamento  superficiale  vengono  smaltite  da  un  unico  inghiottitoio 
(Bocca  del  Dragone)  posto  in  diretta  comunicazione  con  la  falda  di  base 
del  M.  Terminio,  quest’ultima  tributaria  delle  sorgenti  di  Cassano  Irpino  e 
Serino. 


(*)  Studio  edito  a  cura  della  Comunità  Montana  Terminio-Cervialto,  Mon¬ 
tella  (AV). 

(**)  Cassa  per  il  Mezzogiorno  (Rip.  Progetti  Idrici  -  Div.  4). 


38  P.  Ce  li  co  e  D.  Russo 


2.1.  Schema  di  circolazione  idrica  sotterranea  all’interno  del  massiccio  del 
Terminio-Tuoro 

Il  massiccio  carbonatico  del  M.  Terminio  -  M.  Tuoro  (Fig.  1)  può  essere 
considerato  un’unica  unità  idrogeologica  in  quanto,  ai  suoi  limiti,  si  verifi¬ 
cano  condizioni  che  annullano  o  comunque  rendono  trascurabili  i  travasi 
d’acqua  verso  altri  domini  idrogeologici;  all’interno,  inoltre,  esiste  un  com¬ 
portamento  dell’acquifero  complessivamente  omogeneo  sia  nei  riguardi 
dell’infiltrazione  che  dell’accumulo  e  del  movimento  delle  acque. 


Detta  unità  è  delimitata,  a  nord-ovest  e  a  nord-est,  da  importanti  faglie 
(Civita,  1967)  che  pongono  a  contatto  il  massiccio  carbonatico  con  i  ter¬ 
reni  scarsamente  permeabili  delle  unità  Irpine  e  delle  unità  Sicilidi  (com¬ 
plesso  arenaceo-argilloso-marnoso).  Il  tamponamento  operato  sulla  falda  di 
base  del  massiccio  dai  suddetti  litotipi  e  pressoché  completo. 


Studi  idrogeologici  sulla  Piana  del  Dragone  (Avellino)  39 


A  sud-ovest  l’unità  idrogeologica  è  delimitata  dalla  faglia  del  fiume 
Sabato,  lungo  la  quale  dovrebbero  essere  trascurabili  le  perdite  verso 
l’adiacente  struttura  carbonatica  dei  M.ti  di  Solofra.  Basti  osservare  che  a 
sud-ovest  della  faglia  (in  corrispondenza  dell’abitato  di  Solofra)  la  piezome¬ 
trica  si  mantiene  più  bassa  di  circa  140  m  (Celico,  1979)  rispetto  alle  sor¬ 
genti  Acquaro-Pelosi  (n.  1;  —  370  m  s.l.m.)  e  che  a  nord-est  della  stessa 
faglia  la  piezometrica  raggiunge  quota  655  circa  nei  pressi  di  Volturara 
Irpina  (sondaggio  B  in  fig.  1).  Esistono  quindi,  in  corrispondenza  del  gra- 
ben  del  Sabato,  perdite  di  carico  di  entità  considerevole  che  fanno  esclu¬ 
dere  l’esistenza  di  travasi  d’acqua  importanti  da  nord-est  verso  sud-ovest. 

A  sud,  infine,  il  limite  dell’unità  idrogeologica  è  marcato  dal  contatto 
tettonico  tra  la  serie  prevalentemente  calcarea  del  M.  Terminio  e  le  dolo¬ 
mie  del  M.  Accellica.  Anche  in  questo  caso  l’andamento  dello  «sparti¬ 
acque»  sotterraneo  sembra  evidente.  Infatti  esiste  una  netta  differenza  di 
permeabilità  tra  le  dolomie,  che  si  rinvengono  generalmente  allo  stato  fari¬ 
noso,  ed  i  calcari  caratterizzati  dalla  presenza  di  un  fenomeno  carsico 
molto  evoluto  (Civita,  1969). 

All’interno  del  massiccio  carbonatico  (Celico,  1978)  è  possibile  distin¬ 
guere  una  prima  struttura  (M.  Tuoro)  che  dovrebbe  alimentare  le  sorgenti 
di  Sorbo  Serpico  e  Salza  Irpina  (n.  3;  —  470  m  s.l.m.;  ~  0.2  mc/sec)  e,  solo 
in  parte,  la  sorgente  Urcioli  (n.  2;  —310  m  s.l.m.;  —  1.2  mc/s).  Quest’ul- 
tima  infatti,  unitamente  alla  sorgente  Acquaro-Pelosi  (n.  1;  —  370  m  s.l.m.; 

—  0.8  mc/s),  dovrebbe  trarre  alimentazione  pure  dalla  struttura  del  M.  Ter¬ 
minio  attraverso  le  alluvioni  del  Sabato. 

Lo  stesso  M.  Terminio  drena  le  proprie  acque  anche  verso  le  sorgenti 
di  Cassano  Irpino  (Ponentina,  Peschiera,  Prete  e  Bagno  della  Regina;  n.  5; 

—  470  m  s.l.m.;  —  3.1  mc/s)  e  verso  la  sorgente  Beardo  (n.  4;  —  450  m 
s.l.m.;  —  0.4  mc/s);  quest’ultima,  in  particolare,  trae  alimentazione  dalla 
parte  nord-orientale  della  struttura  e  le  sue  acque,  dopo  aver  attraversato  le 
arenarie  del  Flysch  di  Castelvetere,  scaturiscono  nella  galleria  dell’ENEL  l. 

Per  quanto  riguarda  le  sorgenti  di  Serino  e  Cassano  è  praticamente 
impossibile  individuare,  all’interno  del  Terminio,  delle  aree  di  alimenta¬ 
zione  che  possano  essere  considerate  indipendenti. 

Probabilmente,  così  come  sembra  dimostrare  anche  la  quota  piezome¬ 
trica  riscontrata  lungo  tutto  il  bordo  meridionale  della  Piana  del  Dragone 


1  II  passaggio  delle  acque  attraverso  le  arenarie  (Celico  1979)  è  stato  verificato 
durante  le  ispezioni  eseguite  nella  galleria  dell’ENEL  successivamente  al  terremoto 
del  23-11-1980. 


40  P.  C elico  e  D.  Russo 


(Fig.  2),  esse  traggono  alimentazione  da  un  unico  bacino  sotterraneo  la  cui 
falda  perde  molto  carico  lungo  le  fasce  di  bordo  del  massiccio. 

In  tale  ipotesi,  la  piezometrica  dovrebbe  perdere  meno  carico  dal  lato 
di  Cassano  Irpino  rispetto  alla  zona  posta  a  sud-ovest  di  Volturara  Irpina.  In 
quest’ultima  fascia,  infatti,  sono  visibili  importanti  motivi  di  compressione 
(Civita,  1967;  Incoronato  et  al.,  1978);  inoltre,  sotto  il  Terminio,  le  dolo¬ 
mie  triassiche  dovrebbero  innalzarsi  fino  a  quota  superiore  a  quella  piezo¬ 
metrica.  Ciò  sembra  spiegare  perché  le  sorgenti  di  Cassano  Irpino  abbiano 
una  portata  molto  maggiore  di  quelle  di  Serino,  nonostante  affiorino  a 
quota  superiore. 

Tale  situazione  stratigrafico-strutturale  sembra  peraltro  ripercuotersi 
anche  sul  regime  delle  sorgenti.  Esso,  infatti,  è  più  regolare  nel  gruppo  sor¬ 
givo  di  Serino  rispetto  a  quello  di  Cassano  (Civita,  1969;  Celico,  1981/a). 
È  evidente,  comunque,  che  alla  modulazione  del  regime  delle  sorgenti  di 
Serino  debba  contribuire  anche  l’ampio  e  potente  materasso  alluvionale  che  le 
acque  di  falda  percorrono  per  giungere  dal  bordo  del  massiccio  alle  sorgenti. 

Lo  stesso  assetto  stratigrafico-strutturale  e  le  condizioni  di  affiora¬ 
mento  delle  acque  potrebbero  essere  anche  la  principale  causa  dei  risultati 
delle  prove  di  colorazione  eseguite  dall’inghiottitoio  di  Piana  del  Dragone 
il  25-7-1979  con  fluorescina  2.  Infatti,  il  campione  di  carbone  attivo  prele¬ 
vato  alle  sorgenti  di  Cassano  Irpino  (n.  5)  in  data  1-8-79  (dopo  sette  giorni 
di  immersione  in  acqua)  ha  dato  reazione  positiva;  invece  alle  sorgenti 
Acquaro-Pelosi  (n.  1)  i  risultati  sono  stati  sempre  negativi  fino  all’ultimo 
prelievo  eseguito  il  21-8-79.  Ciò  sembra  quindi  avvalorare  l’ipotesi  delle 
maggiori  difficoltà  di  deflusso  esistenti  verso  le  sorgenti  di  Serino;  d’altro 
canto,  però,  l’altissima  velocità  di  transito  delle  acque  riscontrata  verso 
Cassano  sembra  sia  da  correlare  con  condotti  a  deflusso  preferenziale  legati 
all’inghiottitoio  della  bocca  del  Dragone  e  non  con  i  tempi  di  risposta  com¬ 
plessivi  dell’acquifero,  anche  se  questi  sono  comunque  abbastanza  brevi. 

L’esito  delle  prove  è  stato  negativo  anche  per  le  sorgenti  di  Sorbo  Ser¬ 
pico  (n.  3).  Ciò  sembra  indicare,  unitamente  al  dislivello  piezometrico 
riscontrato  tra  il  sondaggio  A  ed  i  sondaggi  B,  C,  D,E,  (~  45  m),  che  la 
discontinuità  strutturale  su  cui  è  imposta  la  Piana  del  Dragone  può  essere 
obiettivamente  considerata  uno  «spartiacque»  sotterraneo  (Celico,  1978) 
tra  le  già  menzionate  strutture  di  M.  Terminio  e  M.  Tuoro. 


2  Le  prove  di  colorazione  sono  state  eseguite  dal  dott.  F.  Mangano  e  dalla 
Dott.ssa  L.  Monaco,  nell’ambito  delle  indagini  condotte  dalla  Cassa  per  il  Mezzo¬ 
giorno. 


Studi  idrogeologia  sulla  Piana  del  Dragone  (Avellino)  41 


2.2.  Schema  di  circolazione  idrica  nel  bacino  idrografico  della  Piana  del  Dra¬ 
gone 

All’interno  del  bacino  idrografico  della  Piana  del  Dragone  (Fig.  1) 
affiorano  litotipi  prevalentemente  calcarei  ad  alta  permeabilità  (~  43  Kmq), 
depositi  prevalentemente  argillosi  a  scarsissima  permeabilità  e,  sovrapposti 
a  questi  ultimi,  depositi  detritico-alluvionali  e  lacustri,  anch’essi  a  scarsa 
permeabilità  (~  19  Kmq). 


2.2.1  Valutazione  dei  volumi  d’acqua  affluenti  alla  Bocca  del  Dragone 

In  Tab.  I  sono  riportati,  in  modo  sintetico,  i  risultati  di  un  primo  bilan¬ 
cio  di  massima  del  Bacino  del  Dragone. 


TABELLA  I 

Bilancio  idrologico  della  Conca  del  Dragone 


LITOTIPI 

Kmq 

p 

E 

-r 

Q  =  i 

>-Er 

ip 

Rp 

AFFIORANTI 

mm/a 

io6 

mc/a 

mm/a 

IO6 

mc/a 

mm/a 

io6 

mc/a 

o/o 

mm/a 

io6 

mc/a 

o/o 

mm/a 

io6 

mc/a 

Depositi 
«imper¬ 
meabili  » 

19 

1420 

27 

573 

11 

847 

16 

- 

- 

- 

100 

847 

16 

Depositi 

carto¬ 

natici 

43 

1420 

61 

573 

24 

847 

37 

90 

762 

33 

10 

85 

4 

volume  d’acqua 

mediamente  smaltito  dalla  Bocca 

del 

Dragone 

20 

Si  tratta  di  volumi  d’acqua  calcolati  in  modo  prudenziale  sulla  base 
delle  seguenti  considerazioni: 

—  gli  afflussi  (P)  nel  bacino  (quota  media  q  =  ~  920  m  s.l.m.)  sono 
stati  valutati,  sulla  base  dei  dati  forniti  da  Civita  (1969),  considerando  la 
media  delle  precipitazioni  annuali  misurate  in  corrispondenza  dei  pluvio¬ 
metri  di  Serino  (q  =  351  m  s.l.m.;  P  =  1342  mm),  Cassano  Irpino  (q  =  470 
m  s.l.m.;  P  =  1292  mm)  e  Montemarano  (q  =  855  m  s.l.m.;  P  =  1237  mm), 
posti  ai  margini  dell’area  considerata.  Lo  spessore  della  lama  d’acqua  così 


42  P.  Celico  e  D.  Russo 


calcolato  (~  1290  mm)  non  dovrebbe  essere  molto  lontano  dalla  realtà  in 
quanto,  localmente,  sembra  non  esistano  marcate  relazioni  tra  variazioni 
altimetriche  e  piovosità;  esso  è  stato  comunque  aumentato  di  circa  il  10% 
per  tenere  conto  dell’influenza  del  M,  Terminio  (~  1800  m  s.l.m.)  sul  quale 
non  esistono  pluviometri. 

—  L’evapotraspirazione  (Er)  è  stata  calcolata,  in  prima  approssima¬ 
zione,  con  la  formula  di  Ture  considerando  una  temperatura  media  di 
10,5°C,  quale  risulta  dalla  relazione  tra  altitudine  (quota  media  del  baci¬ 
no  =  ~  920  m  s.l.m.)  e  temperatura  trovata  da  Civita,  (1969). 

—  Il  deflusso  globale  (Q  =  P  —  Er)  è  risultato  probabilmente  sottosti¬ 
mato,  anche  perché  i  quantitativi  d’acqua  di  evapotraspirazione  sono  stati 
complessivamente  sovrastimati.  Comunque  bisogna  considerare  che  gli 
errori  di  valutazione  maggiori,  come  in  tutte  le  aree  calcaree  con  scarsa 
vegetazione,  si  ripercuotono  in  gran  parte  sui  deflussi  sotterranei,  i  quali 
trovano  recapito  fuori  della  piana.  Non  si  è  potuto  invece  valutare  in  modo 
corretto  l’influenza  degli  allagamenti  invernali  sull’evaporazione,  in  quanto 
i  dati  attualmente  disponibili  sono  insufficienti. 

—  L’infiltrazione  potenziale  (Ip)  è  stata  considerata  trascurabile  nei 
depositi  «impermeabili»  in  quanto  le  poche  acque  di  infiltrazione  vengono 
comunque  restituite  in  modo  diffuso  negli  alvei  tributari  della  Bocca  del 
Dragone. 

—  I  deflussi  superficiali  (Rp)  relativi  agli  affioramenti  carbonatici  sono 
stati  cautelativamente  considerati  pari  al  10%  del  deflusso  globale,  nell’ipo¬ 
tesi  che  solo  gli  eventi  piovosi  di  maggiore  intensità  possano  provocare 
fenomeni  di  ruscellamento. 

In  conclusione,  sulla  base  delle  suddette  ipotesi,  sono  stati  valutati  in 
circa  20-  IO6  mc/a  i  quantitativi  d’acqua  superficiale  che  vengono  media¬ 
mente  smaltiti  attraverso  la  Bocca  del  Dragone.  Si  tratta  di  un  volume  pari 
al  12%  della  potenzialità  globale  delle  sorgenti  di  Cassano  Irpino  e  Serino 
(~  5,1  mc/s  in  media),  dove  il  sistema  carsico  sembra  drenare  le  proprie 
acque. 


2.2.2.  La  circolazione  idrica  sotterranea  nei  pressi  della  Bocca  del  Dragone 

I  sondaggi  meccanici  eseguiti  lungo  il  bordo  meridionale  della  Piana 
del  Dragone  hanno  intercettato  la  falda  a  quota  molto  alta  (~  653  ~  689  m 
s.l.m.,  nel  periodo  di  magra  dell’anno  1980)  in  relazione  a  quella  della 
stessa  Piana  (~  670  m  s.l.m.,  nei  pressi  dell’inghiottitoio). 

Gli  stessi  sondaggi  hanno  inoltre  evidenziato  (Fig.  2)  che  proprio  in 
corrispondenza  dell’inghiottitoio  esiste  una  zona  di  drenaggio  preferenziale 


Studi  idrogeologici  sulla  Piana  del  Dragone  (Avellino)  43 


della  falda  di  base.  Infatti  in  magra,  e  quindi  in  condizioni  indisturbate 
(vedi,  in  fig.  2,  l’andamento  della  piezometrica  del  5-9-80),  le  acque  con¬ 
vergono  verso  il  sistema  carsico  collegato  all’inghiottitoio,  nonostante  i 
punti  di  recapito  preferenziale  della  falda  si  trovino  in  posizione  opposta 
(sorgenti  di  Scrino  e  Cassano  Irpino). 

Ciò,  ai  fini  dello  schema  di  circolazione  idrica  sotterranea  dell’intero 
massiccio,  può  essere  interpretato  ammettendo  che  le  acque  drenate  o 
immesse  nella  zona  dell’inghiottitoio  seguano,  per  giungere  a  recapito,  un 
percorso  preferenziale  probabilmente  irregolare  che  consente  l’aggiramento 
degli  ostacoli  esistenti  lungo  il  percorso  più  breve  (paragrafo  2.1.).  Detta 
interpretazione  ,  anche  se  indirettamente,  sembra  essere  confermata  da 
quanto  verificato  nei  Monti  Lepini  dove  gran  parte  delle  acque  di  falda 
aggira  la  faglia  di  Carpineto  prima  di  giungere  a  recapito  (Bartolomei  et 
al,  1980). 


2.2.3.  Capacità  di  assorbimento  della  Bocca  del  Dragone 

Che  la  principale  causa  dell’allagamento  della  Piana  del  Dragone  fosse 
legata  alla  scarsa  capacità  di  assorbimento  dell’inghiottitoio  era  stato  già 
ipotizzato  sulla  scorta  dei  primi  risultati  delle  indagini  (Celico,  1979). 

Detta  ipotesi  ha  trovato  ora  conferma  dopo  le  osservazioni  di  livello 
eseguite,  nei  piezometri  e  nella  Piana,  durante  l’anno  1980  3.  Infatti,  in 
Fig.  3,  si  può  innanzitutto  osservare  che,  mentre  le  escursioni  massime  di 
falda  misurate  nei  piezometri  B  ed  E  sono  state  molto  contenute  (~  2  m), 
nei  fori  prossimi  all’inghiottitoio  (C  e  D)  la  piezometrica  ha  avuto  oscilla¬ 
zioni  dell’ordine  dei  21  m  tra  il  periodo  di  piena  e  quello  di  magra 
dell’anno  1980.  Inoltre,  nel  periodo  di  svuotamento  del  lago  e  nei  giorni 
immediatamente  precedenti  la  comparsa  dell’acqua  nella  Piana,  le  oscilla¬ 
zioni  del  livello  piezometrico  nei  sondaggi  C  e  D  sono  risultate  molto 
veloci. 

Tale  comportamento,  così  come  si  può  peraltro  osservare  in  Fig.  2, 
prova  che  i  sondaggi  C  e  D  si  trovano  ubicati  nell’area  interessata  dal  cono 
di  assorbimento  delle  acque  della  Bocca  del  Dragone.  Quindi,  la  sezione 
del  condotto  carsico  comunicante  con  l’inghiottitoio  non  e  sufficiente  a 
smaltire  velocemente  le  acque  della  Piana,  così  come  non  lo  è  la  trasmissi- 
vità  verticale  del  mezzo  carbonatico  in  quel  punto. 


3  Le  misure  di  livello  sono  state  eseguite  dal  dott.  Liotti,  di  Volturara  Irpina, 
nell’ambito  delle  indagini  in  corso  a  cura  della  Cassa  per  il  Mezzogiorno. 


44  P.  Celi  co  e  D.  Russo 


690-, 


Studi  idrogeologici  sulla  Piana  del  Dragone  (Avellino)  45 


Fig.  3  -  Correlazione  tra  i  livelli  di  falda  misurati  nei  piezometri  ed  il  livello  de!  lago  del  Dragone 


46  P.  C elico  e  D.  Russo 


Prima  di  concludere  è  interessante  osservare  che  la  permeabilità 
dell’acquifero  sembra  essere  complessivamente  maggiore  ad  ovest  dell’in¬ 
ghiottitoio  rispetto  ad  est  (Fig.  2).  Infatti  ad  oriente  la  superfìcie  piezome¬ 
trica  presenta  una  maggiore  pendenza,  in  accordo  con  la  maggiore  acclività 
del  cono  di  assorbimento. 


3.  Possibilità  di  intervento  per  la  soluzione  dei  problemi  della  Piana 
del  Dragone 

Il  principale  obiettivo  degli  studi  eseguiti  è  stato  quello  di  individuare 
le  possibilità  di  smaltimento  rapido  delle  acque  del  bacino  del  Dragone  al 
fine  di  recuperare  alcune  centinaia  di  Ha  di  terreno  all’agricoltura  e  di 
migliorare  le  condizioni  igieniche  della  falda  del  Terminio,  possibilmente 
senza  incidere  in  modo  sostanziale  sull’attuale  regime  delle  sorgenti  che 
alimentano  l’Acquedotto  Pugliese,  l’Acquedotto  dell’Alto  Calore  e  l’Acque¬ 
dotto  di  Napoli. 

Il  chiarimento  dei  meccanismi  che  regolano  l’allagamento  della  Piana 
ed  il  rinvenimento  della  falda  di  base  del  massiccio  del  Terminio  a  quota 
relativamente  alta  ha  effettivamente  aperto  nuove  prospettive  per  la  solu¬ 
zione  dei  suddetti  problemi. 


3.1.  Opere  realizzabili 

Le  opere  da  realizzare  devono  essere  finalizzate  al  miglioramento  delle 
condizioni  di  assorbimento  dell’inghiottitoio,  alla  riduzione  dei  quantitativi 
d’acqua  che  giungono  allo  stesso  inghiottitoio  ed  al  rallentamento  della 
velocità  di  corrivazione  delle  acque  superficiali. 

Il  primo  obiettivo  sembra  possa  essere  raggiunto  aumentando  in  modo 
opportuno  la  sezione  dell’attuale  condotto  carsico  fino  a  raggiungere  la 
falda,  rinvenuta  a  breve  profondità  (Fig.  2).  Altri  «inghiottitoi  artificiali» 
o  «pozzi  rovesci»  di  piccolo  e/o  grande  diametro  potrebbero  essere  realiz¬ 
zati  lungo  il  bordo  meridionale  della  Piana. 

I  quantitativi  d’acqua  che  giungono  all’inghiottitoio  potrebbero  essere 
ridotti  e,  comunque,  la  velocità  di  corrivazione  delle  acque  potrebbe  essere 
rallentata  con  la  sistemazione  idraulica  degli  alvei. 

Particolare  cura  dovrebbe  essere  posta  nella  realizzazione  delle  opere 
di  sistemazione  della  zona  montana,  dove  è  possibile  migliorare  le  condi¬ 
zioni  di  infiltrazione  delle  acque  verso  la  falda  dei  calcari.  Inoltre  la  siste- 


Studi  idrogeologici  sulla  Piana  del  Dragone  (Avellino)  47 


mazione  dell’area  pianeggiante  4  dovrebbe  essere  realizzata  in  modo  tale 
da  raggiungere  il  duplice  obiettivo  di  allungare  i  tempi  di  corrivazione 
delle  acque  e  di  aumentare  la  capacità  di  invaso  dei  canali  e  delle  vasche. 
Infine,  potrà  probabilmente  essere  realizzato  un  laghetto  collinare  nella 
zona  del  torrente  Sava  5  attraverso  il  quale  potrebbero  essere  sottratti  ulte¬ 
riori  quantitativi  d’acqua  alla  Piana  e,  quindi,  all’inghiottitoio. 

Pure  da  valutare  è  la  fattibilità  di  eventuali  canali  di  guardia,  posti  ai 
margini  della  piana,  i  quali  potrebbero  essere  direttamente  collegati  con 
l’inghiottitoio  principale  e/o  con  pozzi  rovesci  da  realizzare  in  zone  oppor¬ 
tunamente  scelte. 


3.2.  Vantaggi  derivanti  dalla  sistemazione  della  Piana  del  Dragone 

Il  miglioramento  delle  capacità  di  assorbimento  della  Bocca  del  Dra¬ 
gone,  realizzato  nei  termini  indicati  nel  precedente  paragrafo  3.1,  dovrebbe 
consentire  l’eliminazione  o  la  limitazione  degli  attuali  allagamenti  della 
Piana  6. 

Sarebbero  pertanto  recuperabili  all’agricoltura  alcune  centinaia  di  Ha 
di  terreno  con  evidenti  positive  ripercussioni  di  carattere  socio-economico. 

Inoltre,  tutta  la  Piana  potrebbe  essere  subito  irrigata  sfruttando  la 
falda  del  massiccio  (posta  a  breve  profondità  dal  piano  campagna: 
~  20  4-  25  m),  anche  attraverso  l’utilizzazione  degli  stessi  «pozzi  rovesci» 
e  «inghiottitoi  artificiali»  necessari  per  lo  smaltimento  delle  acque  di 
ruscellamento  invernali. 

Considerata  la  distanza  esistente  tra  il  punto  di  captazione  e  le  sor¬ 
genti  di  Serino  e  Cassano  (6  4-  8  Km),  l’emungimento  di  circa 
4  4- 5- IO6  me  (concentrato  nel  periodo  irriguo)  dovrebbe  consentire  il 
«trasferimento»,  alla  stagione  estiva  (Celico  et  al.  1980;  Celico,  1981/b), 
di  portate  sorgive  invernali  attualmente  inutilizzate.  D’altro  canto  l’inci¬ 
denza  sul  regime  sorgivo  dovrebbe  essere  del  tutto  marginale  in  quanto  il 
volume  indicato  rappresenta  il  2,5%  circa  della  potenzialità  globale  della 
falda  di  base  dell’intero  massiccio  (~  180-  IO6  mc/a);  rientra,  pertanto,  nei 
limiti  di  approssimazione  delle  misure  e  dei  bilanci  idrologici. 


4  L’Ufficio  del  Genio  Civile  di  Avellino,  con  la  direzione  dell’Ing.  Aucone,  ha  rea¬ 
lizzato  un  apposito  progetto  per  conto  della  Comunità  Montana  Terminio-Cervialto. 

5  II  comune  di  Volturara  Irpina,  con  la  consulenza  del  prof.  F.  Ortolani,  ha  indivi¬ 
duato  la  possibilità  di  realizzare  un  piccolo  invaso  lungo  il  corso  del  Torrente  Sava. 

6  La  necessità  di  risolvere  detto  problema  è  stata  prospettata  dalla  Comunità 
Montana  Terminio-Cervialto. 


48  P.  Celi  co  e  D.  Russo 


Un  ulteriore  vantaggio  derivante  dalla  sistemazione  del  bacino  del 
Dragone  dovrebbe  essere  dato  dalla  diminuzione,  certamente  sensibile, 
del  carico  inquinante  attualmente  immesso  in  falda.  Infatti  le  acque  sareb¬ 
bero  in  parte  intercettate  prima  di  giungere  nella  Piana  dove  le  attività 
agricole  e  zootecniche  rappresentano  la  principale  causa  di  inquinamento, 
sia  chimico  che  batteriologico.  Le  stesse  acque  inoltre,  non  ristagnando  più 
per  lunghi  periodi  (variabili  dai  5  ai  6  mesi)  nella  zona  maggiormente 
inquinata,  non  avrebbero  più  la  possibilità  di  aumentare  in  modo  conside¬ 
revole  il  loro  tasso  di  inquinamento. 


4.  Conclusioni 

I  problemi  della  Piana  del  Dragone  (allagamento  invernale,  reperi¬ 
mento  di  acque  per  l’irrigazione  e  diminuzione  del  tasso  di  inquinamento 
della  falda  di  base  del  M.  Terminio)  sono  stati  affrontati  con  uno  studio 
preliminare  finalizzato  soprattutto  al  chiarimento  dei  meccanismi  che  rego¬ 
lano  la  circolazione  idrica  sotterranea  nelle  adiacenze  della  Piana  ed  in  par¬ 
ticolare  dell’inghiottitoio. 

II  principale  risultato  raggiunto  consiste  nell’avere  accertato  che  l’alla¬ 
gamento  invernale  della  zona  valliva  non  è  da  mettere  in  relazione  con  l’af¬ 
fioramento  della  piezometrica  del  massiccio,  così  come  ritenuto  in  prece¬ 
denza,  bensì  con  le  scarse  possibilità  di  assorbimento  delle  acque  da  parte 
dell’inghiottitoio. 

Tale  risultato  ha  permesso  di  ipotizzare  soluzioni,  al  problema  dell’al¬ 
lagamento  della  Piana,  che  consentono  di  non  sottrarre  acque  alle  sorgenti 
basali  del  Terminio  (—20-  IO6  me)  e  di  ridurne,  nello  stesso  tempo,  il 
carico  inquinante. 

Attraverso  le  indagini  è  stata  inoltre  accertata  (a  circa  20  -r-  25  m  dal 
piano  campagna,  nella  zona  dell’inghiottitoio)  l’esistenza  di  risorse  suffi¬ 
cienti  al  soddisfacimento  integrale  dei  fabbisogni  irrigui  della  zona.  Il  loro 
sfruttamento  potrebbe  essere  provvisorio,  ovvero  definitivo  qualora  l’invaso 
ipotizzato  sul  T.  Sava  risultasse  di  capacità  insufficiente,  non  fattibile  o 
economicamente  inaccettabile. 

Attualmente  gli  studi  continuano  per  affinare  ulteriormente  le  cono¬ 
scenze.  Comunque  è  già  possibile  individuare  alcuni  interventi  prioritari 
che  possono  essere  anticipati  nel  quadro  di  un  programma  ampio  ed  orga¬ 
nico,  anche  se  quest’ultimo  sarà  soggetto  ad  inevitabili  aggiornamenti. 


Studi  idrogeologici  sulla  Piana  del  Dragone  (Avellino)  49 


BIBLIOGRAFIA 


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50  P.  Celi  co  e  D.  Russo 


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Servizio  Geologico  D’Italia  -  Carta  geologica  d’Italia  alla  scala  1 : 100.000  e  relative 
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Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  90,  1981,  pp.  51-63,  fig.  1,  tabb.  9 


Primi  dati  sulla  biologia  e  sul  comportamento 
di  Erinaceus  europaeus  L.  1758  (Insectivora) 


Nota  dei  soci  Gerardo  Gustato  (*),  Patrizia  Pedata 
e  Silvana  del  Gaudio 

(Tornata  del  26  giugno  1981) 


Riassunto.  -  Dall’esame  della  biologia,  e  del  comportamento  di  E.  europaeus  L. 
1758  (Insectivora)  è  risultato  che  il  ciclo  vitale  di  questo  mammifero  ibernante, 
nell’arco  di  12  mesi  si  articola  in  una  serie  di  stadi. 

Le  osservazioni  condotte  consentono  di  avere  un  quadro  del  comportamento  di 
E.  europaeus  in  stabulario  e  di  delineare  le  suddette  fasi,  alla  luce  delle  diversità  di 
comportamento  riscontrate. 

Avendo  rilevato  quotidianamente  la  temperatura  corporea,  il  ritmo  respiratorio 
e  quello  cardiaco  ed  il  peso,  si  sottolineano  i  rapporti  esistenti  tra  questi  parametri 
ed  i  diversi  stadi  che  risultano,  così,  chiaramente  differenziati. 

Viene  indicata  la  distribuzione  mensile  dei  giorni  trascorsi  in  ipotermia  e  la 
coincidenza  di  questo  fenomeno  per  i  diversi  esemplari. 

Si  evidenzia,  pure,  la  differenza  nei  tempi  di  entrata  e  di  uscita  dall’ipotermia  e 
che  in  quest’ultima  fase  compaiono  tremori:  ciò  testimonierebbe  la  presenza  di  ter¬ 
mogenesi  con  brividi. 


Summary.  -  The  study  carried  on  E.  europaeus  L.  1758  (Insectivora)  emphatizes 
that  in  thè  life  of  this  hibernating  animai  there  are,  in  thè  year,  different  activity  stages. 

These  can  be  discriminated  looking  on  thè  behaviour,  while  body  temperature, 
respiratory  rhythm  cardiac  rate  and  weight  values  are  useful  to  characterize  too. 

During  thè  year  thè  amount  of  days  in  hypothermia  and  its  simultaneous  evi- 
dence  in  two,  three  or  four  animals  toghether  shows  that  at  41°N  thè  hedgehog  ana- 
biosys  occours  from  october-november  to  march-april. 

The  time  spent  by  hedgehogs  for  arousal  from  hypothermia,  is  three  time  long 
than  for  entrance  in. 

In  thè  arousal  from  hypothermia  hedgehog  has  shown  shivering;  so  thè  A.A. 
hypothize  that  is  present  S.T.  (shivering  thermogenesis)  too. 


(*)  Istituto  e  Museo  di  Zoologia  -  Napoli. 


52  G.  Gustato,  P.  Pedata  e  S.  del  Gaudio 


1.  Introduzione  e  scopo  della  ricerca 

Si  forniscono  alcuni  dati  ricavati  da  uno  studio  condotto  presso  l’Isti¬ 
tuto  di  Zoologia  dell’Università  di  Napoli  su  alcuni  esemplari  di  Erinaceus 
europaeus  L.  1758  (Insectivora). 

I  risultati  delle  osservazioni  confrontati  con  quanto  ricavato  da  una 
attenta  revisione  bibliografica  forniscono  alcuni  approfondimenti  sulla  bio¬ 
logia  di  questa  specie. 

L’esame  del  comportamento  dal  punto  di  vista  quantitativo  e  qualita¬ 
tivo,  confermando  alcuni  dati  precedenti,  ha  evidenziato,  pure,  aspetti 
nuovi  nella  etologia  di  questo  interessante  mammifero. 


2.  Materiale  e  metodi 

Quattro  esemplari  di  Erinaceus  europaeus  (3  femmine  ed  1  maschio) 
catturati  in  Campania  ed  in  Puglia  sono  stati  tenuti  sotto  controllo  per  16 
mesi;  inoltre,  durante  il  periodo  maggio  1979  -  luglio  1980  se  ne  è  osser¬ 
vato  il  comportamento  dalle  ore  18.00  alle  ore  21.00  di  ogni  giorno. 

I  singoli  animali,  tenuti  in  uno  stabulario  a  temperatura  ambiente 
(TJ  erano  alloggiati  in  4  gabbie  metalliche  di  mq.  0,25  distanti  l’una 
dall’altra  circa  cm.  10.  Le  pareti  laterali  non  consentivano  agli  animali 
alcuna  comunicazione  visiva. 

Quotidianamente  venivano  rilevati  su  ogni  animale,  posto  sul  piatto  di 
una  bilancia  fuori  dalla  gabbia,  il  Peso  (P),  la  temperatura  corporea  (Tc),  il 
ritmo  respiratorio  (Rr),  il  ritmo  cardiaco  (Re). 

Per  misurare  la  Tc  si  è  utilizzato  un  termometro  a  mercurio  con  scala 
centigrada  -10  +40  che,  inserito  nell’animale  appallottolato  attraverso  la 
regione  ventrale,  una  volta  a  contatto  con  l’addome,  veniva  lasciato  in  loco 
finché  la  T  registrata  rimaneva  costante  per  30”. 

Tale  metodica,  pur  se  meno  precisa  nella  determinazione  della  T  come 
valore  assoluto,  è  stata  adottata  invece  di  quella  con  microelettrodi  per 
lasciare  l’animale  integro,  volendo  effettuare  osservazioni  comportamentali. 

Per  lo  stesso  motivo  è  stato  utilizzato  un  fonendoscopio  per  il  Re, 
mentre  il  rilevamento  visivo  degli  atti  respiratori  forniva  il  Rr. 

Lo  scopo  era  quello  di  ridurre  al  minimo  il  fastidio  all’animale  per  evi¬ 
tarne,  durante  le  misurazioni,  il  risveglio,  se  in  ipotermia. 

Ciò  ha  sconsigliato  il  rilevamento  della  temperatura  rettale,  meccani¬ 
camente  impossibile,  vista  la  posizione  che  l’animale  assume  durante  la 
fase  di  ipotermia. 


Primi  dati  sulla  biologia  e  sul  comportamento  di  Erinaceus  europaeus,  ecc.  53 


Per  verificare  se  le  manipolazioni  determinavano  risposte  indesiderate 
durante  l’ipotermia  degli  animali,  questi,  in  tale  stadio,  venivano  lasciati 
indisturbati  alternativamente  per  24  ore.  Si  è  constatato  che  i  rilevamenti 
non  modificano  affatto  il  comportamento,  che  risulta  identico  in  due 
diversi  esemplari,  entrambi  in  ipotermia,  di  cui  solo  uno  sottoposto  a  misu¬ 
razioni. 

Comunque,  venivano  annotati  ogni  giorno,  i  valori  della  Ta  e  di  quella 
massima  e  minima  nelle  ultime  24  ore. 

Nelle  ciotole  a  disposizione  di  ciascun  animale  venivano  quotidiana¬ 
mente  distribuiti  cibo  ed  acqua,  anche  se  l’animale  era  in  ipotermia. 

Il  cibo,  oltre  che  dal  latte,  fornito  occasionalmente  al  fine  di  valutare 
alcuni  comportamenti,  era  costituito  da  pietanze  caratterizzanti  la  nostra 
dieta:  cibi  cotti  e  conditi,  oltre  a  verdura  o  frutta  fresca.  Ciò,  dopo  aver  ten¬ 
tato,  con  esiti  infruttuosi,  di  alimentare  i  ricci  con  pellettati  ad  uso  murino. 

Durante  il  Periodo  sensibile,  al  fine  di  valutare  l’attività  notturna  degli 
animali,  veniva  confrontata,  al  mattino,  la  posizione  di  ognuno  rispetto  a 
quella  nella  quale  lo  si  era  lasciato,  in  ipotermia,  la  sera  precedente,  ed 
inoltre  si  valutava  la  presenza  di  feci  ed  urine  e  la  loro  distribuzione  sul 
fondo  della  gabbia  che,  pertanto,  era  rinnovato  quotidianamente  con  nuovi 
fogli  di  carta. 

L’esame  del  comportamento  degli  animali  in  gruppo  è  stato  effettuato 
ponendo  gli  esemplari  contemporaneamente  in  una  grossa  gabbia. 


3.  Risultati  ed  osservazioni 

Le  nostre  osservazioni  confermano  che  nelle  manifestazioni  vitali  di  E. 
europaeus  sono  evidenti  una  serie  di  stadi. 

Questi,  già  definiti  da  Kristofferson  e  Soivio  (1964)  su  animali  tenuti 
in  camere  termostatiche,  vengono  qui  completati  con  dati  relativi  agli 
aspetti  comportamentali  e  ad  alcuni  tratti  della  fisiologia. 

Pertanto,  nell’arco  dei  12  mesi,  il  ciclo  di  E.  europaeus  si  articola  nelle 
seguenti  fasi: 

-  Periodo  attivo:  si  considera  tale  l’intervallo  di  tempo  compreso  tra  due 
Periodi  sensibili. 

-  Periodo  di  preparazione:  precede  il  Periodo  sensibile  e  comprende  un 
lasso  di  tempo  durante  il  quale  l’animale  evidenzia  alcuni  cambiamenti 
morfologici. 

-  Periodo  sensibile:  comprende  il  lasso  di  tempo  durante  il  quale  il  riccio 
può  cadere  in  ibernazione  e  si  divide  in: 


54  G.  Gustato,  P.  Pedata  e  S.  del  Gaudio 


-  entrata  in  ipotermia  che  corrisponde  alla  fase  durante  la  quale  la  Tc 
dell’animale  si  abbassa  gradualmente; 

-  ipotermia :  stadio  di  durata  variabile  in  cui  la  Tc  raggiunge  il  suo 
minimo  con  piccole  oscillazioni  intorno  a  questo  valore; 

-  uscita  dall’ipotermia  :  fase  durante  la  quale  la  Tc  dell’animale  s’innalza 
gradualmente; 

-  periodo  di  normotermia  :  corrisponde  al  lasso  di  tempo  durante  il 
quale  il  riccio  è  attivo  e  la  sua  Tc  si  mantiene  pressocché  costante  ed 
a  livelli  superiori  a  30°C. 

Le  osservazioni  condotte  ed  il  rilevamento  di  alcuni  dati  fisiologici 
consentono  di  caratterizzare  ognuno  dei  suddetti  stadi. 


3.1.  Periodo  attivo 

In  tale  periodo  che  va,  alla  nostra  latitudine  (41°N),  da  marzo-aprile  a 
settembre-ottobre,  E.  europaeus ,  specie  ad  abitudini  notturne,  in  laborato¬ 
rio  esplica  una  certa  attività  anche  durante  il  giorno. 

Sia  nelle  ore  antimeridiane  che  in  quelle  pomeridiane  gli  animali  pos¬ 
sono  dormire  anche  se,  molto  frequentemente,  nelle  stesse  ore  si  muovono 
vivacemente  nella  gabbia,  esibendo,  soprattutto  se  sollecitati  dallo  speri¬ 
mentatore,  un  certo  comportamento  esplorativo.  Si  mostrano  ben  adattati 
alle  situazioni  sperimentali,  appallottolandosi  solo  nel  momento  in  cui  li  si 
prende,  ovvero  di  fronte  ad  un  movimento  brusco  o  ad  un  forte  rumore, 
mentre  poi,  gradualmente,  e  con  una  certa  rapidità,  si  rilassano  consen¬ 
tendo  di  effettuare  le  misurazioni  ed  osservarne  il  comportamento. 

Non  esitano  a  prendere  dalle  mani  dello  sperimentatore  l’alimento, 
masticandolo,  poi,  rumorosamente;  altrettanto  avviene  per  i  grossi  bocconi 
prelevati  dalla  ciotola. 

Spesso,  dopo  le  prime  deglutizioni,  effettuano  delle  pause  durante  le 
quali  si  immobilizzano,  a  volte  anche  col  cibo  fra  i  denti,  compiendo,  di 
tanto  in  tanto,  dei  piccoli  sussulti  simili  a  «singhiozzi».  Bevono  poco  di 
frequente  ma  a  lungo. 

È  loro  abitudine  cercare  un  riparo  dove  trascorrere  le  ore  di  riposo. 
Dormono,  perciò,  in  un  angolo  della  gabbia  o  sotto  la  ciotola,  leggermente 
appallottolati,  poggiati  sul  ventre  con  il  dorso  arcuato  e  gli  aculei  drizzati. 

Durante  il  Periodo  attivo,  la  Tc  si  mantiene  intorno  a  valori  superiori  a 
30°C  ma  con  oscillazioni  giornaliere  e  differenze  individuali,  fino  a  rag¬ 
giungere  i  35°C. 


Primi  dati  sulla  biologia  e  sul  comportamento  di  Erinaceus  europaeus,  ecc.  55 


Il  Re  oscilla  tra  i  160  battiti /V  ed  80  battiti /!’  e  ciò  in  dipendenza 
anche  delle  manipolazioni. 

Anche  il  numero  di  atti  respiratori/  V  varia  ed  è  compreso  tra  i  10  ed  i 
40  atti /T. 

Durante  tale  periodo  E.  europaeus  si  accoppia  e  partorisce  e  manifesta, 
inoltre,  uno  strano  comportamento  -  l’autosputo  -  tuttora  oggetto  di  accu¬ 
rata  indagine  sperimentale. 


3.2.  Periodo  di  preparazione 

Questo  stadio  inizia  con  l’approssimarsi  dell’autunno,  dura  da  2  a  4 
settimane  ed  è  seguito  dal  Periodo  sensibile. 

Durante  questo  lasso  di  tempo  l’animale  si  prepara  all’ipotermia:  si  è, 
infatti,  osservato  un  infoltimento  del  pelo  sia  nella  regione  addominale  che 
sugli  arti  ed  un  aumento  di  «irritabilità»  soprattutto  negli  ultimi  3  o  4 
giorni  precedenti  la  prima  ipotermia. 

E.  europaeus  esibisce  durante  il  Periodo  attivo  l’appallottolamento 
come  comportamento  difensivo,  preceduto  dal  «boxing»  (Herter,  1938). 
Nel  Periodo  di  preparazione,  invece,  modifica  tale  comportamento 
«boxando»  di  fronte  al  minimo  disturbo  senza,  peraltro,  appallottolarsi. 

Anche  il  peso  dei  singoli  esemplari  subisce  delle  variazioni  giornaliere: 
negli  ultimi  15  giorni  di  tale  fase  si  registra  un  decremento  totale  compreso 
tra  il  7,9%  ed  il  4,3%  (tabb.  1  e  2). 

TABELLA  1 


Variazione  giornaliera  assoluta  e  %  nel  peso  di  E.  europaeus  durante  gli  ultimi 
15  giorni  del  Periodo  sensibile 


gg.  dalla 
la  ipot. 

Riccio 

1 

Riccio 

2 

Riccio  3 

Riccio  4 

peso 

(gr.) 

variazione 

% 

peso 

(gr.) 

variazione 

% 

peso 

(gr.) 

variazione 

% 

peso 

(gr.) 

variazione 

% 

15 

825 

710 

280 

585 

14 

850 

+ 

3% 

750 

+ 

5,6% 

330 

+  17,8% 

560 

-  4,2% 

13 

830 

- 

2,3% 

770 

+ 

2,6% 

305 

-  7,6% 

600 

+  0,7% 

12 

820 

- 

1,2% 

730 

- 

5,2% 

320 

+  4,9% 

585 

-  2,5% 

11 

780 

- 

4,8% 

720 

- 

1,4% 

300 

-  6,2% 

615 

+  5,1% 

10 

770 

- 

1,2% 

770 

+ 

6,9% 

305 

+  1,6% 

575 

-  6,5% 

56  G.  Gustato,  P.  Pedata  e  S.  del  Gaudio 


Segue:  TABELLA  1 


gg.  dalla 
la  ipot. 

Riccio  1 

Riccio 

2 

Riccio 

3 

Riccio 

4 

peso 

(gr.) 

variazione 

% 

peso 

(gr.) 

variazione 

% 

peso 

(gr.) 

variazione 

% 

peso 

(gr.) 

variazione 

% 

9 

770 

0% 

665 

13,6% 

285 

6,5% 

625 

+ 

8,7% 

8 

720 

-  6,5% 

645 

- 

3,0% 

305 

+ 

7% 

585 

- 

6,4% 

7 

810 

+  12,5% 

675 

+ 

4,6% 

305 

0% 

575 

- 

1,7% 

6 

780 

-  3,7% 

670 

- 

0,7% 

280 

- 

8,2% 

590 

+ 

2,6% 

5 

815 

+  4,5% 

670 

0% 

295 

+ 

5,3% 

635 

+ 

7,6% 

4 

770 

-  5,5% 

625 

- 

6,7% 

295 

0% 

660 

+ 

3,9% 

3 

800 

+  3,9% 

685 

+ 

9,6% 

300 

+ 

1,7% 

580 

- 

12,1% 

2 

785 

-  1,9% 

620 

- 

9,5% 

260 

- 

13,3% 

585 

+ 

0,9% 

1 

760 

-  3,2% 

675 

+ 

8,9% 

260 

0% 

560 

- 

4,3% 

TABELLA  2 

Variazione 

del  peso 

di  E.  europaeus  negli  ultimi 

15  giorni 

del 

Periodo  di  preparazione 

Riccio  N. 

Variazione 

Variazione 

peso  (gr.) 

peso  (%) 

1 

-65 

-  7,9% 

2 

-35 

-  4,9% 

3 

-20 

-7,1% 

4 

-  15 

-  4,3% 

3.3  Periodo  sensibile 

Durante  tale  periodo  è  riscontrabile  negli  animali  il  fenomeno  di  vita 
latente  anche  se  essi  alternano  all’ipotemia  periodi  di  normotermia. 

Si  considera,  dunque,  Periodo  sensibile  fintervallo  di  tempo  compreso 
tra  la  prima  e  l’ultima  ipotermia. 

Dalle  osservazioni  condotte  è  risultato  che  tale  periodo  inizia  in  otto¬ 
bre-novembre  e  si  protrae  fino  a  marzo-aprile.  Ciò  è  testimoniato  anche 
dalla  mancata  segnalazione  da  parte  di  cacciatori  e  catturatori,  di  esemplari 
di  E.  europaeus  in  zone  dove  frequenti  sono  i  rinvenimenti  all’infuori  di 
questo  periodo,  oltre  che  dalla  totale  assenza  di  ricci  trovati  morti  sulle 
strade. 


Primi  dati  sulla  biologia  e  sul  comportamento  di  Erinaceus  europaeus,  ecc.  57 


TABELLA  3 

Periodo  sensibile  nei  diversi  esemplari  di  E.  europaeus 


Riccio  N. 


dal 


Periodo  sensibile 


al  durata  gg.  %  gg.  sull’anno 


1 

25/X 

7/TV 

147 

40,3% 

2 

21/X 

5/TV 

150 

41,1% 

3 

12/XI 

(*) 

87 

23,8% 

4 

25/X3 

10/IV 

122 

33,4% 

(*)  morto  in  data  21/11. 

Come  si  può  notare  dalla  tabella  3,  esiste  una  certa  variabilità  indivi¬ 
duale  relativa  alla  data  di  inizio  e  di  conclusione  del  Periodo  sensibile, 
anche  se  il  numero  di  giorni  compreso  tra  la  prima  e  l’ultima  ipotermia  è 
pressocché  costante  in  quanto,  escludendo  l’esemplare  N.  3,  morto  in  feb¬ 
braio,  lo  scarto  tra  il  min  ed  il  max  è  pari  al  7,7%. 

3.3.1.  Entrata  in  ipotermia 

In  questa  fase,  che  precede  ogni  ipotermia  e  dura  all’incirca  30’,  l’ani¬ 
male,  coricato  su  un  fianco,  si  apre  completamente,  sbarra  gli  occhi  ed  ini¬ 
zia  a  respirare  profondamente  con  un  ritmo  di  20-30  atti/l’. 

Nel  giro  di  pochi  minuti  l’animale  si  appallottola  e  chiude  gli  occhi;  la 
frequenza  respiratoria  si  riduce  fino  a  raggiungere  il  limite  di  1  atto/45-60”. 

Ciò  nonostante  l’animale  è  ancora  reattivo:  infatti,  nei  primi  15  minuti 
di  questa  fase  un  qualsiasi  stimolo,  anche  solo  un  piccolo  rumore,  deter¬ 
mina  come  risposta  una  immediata,  ma  momentanea,  contrazione. 

Dopo  20-30’  dall’inizio  di  questa  fase  l’animale  è  in  ipotermia. 

Durante  il  Periodo  sensibile  i  4  esemplari  osservati  hanno  manifestato 
in  totale  104  entrate  in  ipotermia  (tab.  4). 


TABELLA  4 

Entrate  in  ipotermia  nei  diversi  mesi 


Riccio  N. 

Ott. 

Nov. 

Die. 

Gen. 

Feb. 

Mar. 

Apr. 

Totale  entrate 

1 

2 

8 

5 

6 

9 

5 

1 

36 

2 

2 

6 

3 

8 

6 

5 

1 

31 

3 

0 

3 

0 

7 

3 

13 

4 

0 

2 

4 

5 

5 

7 

1 

24 

104 

58  G.  Gustato,  P.  Pedata  e  S.  del  Gaudio 


L’analisi  quantitativa  sul  totale  evidenzia  che  nel  64%  dei  casi  -  67 
entrate  in  ipotermia  -  il  fenomeno  si  è  verificato  contemporaneamente  per 
2,  3  o  4  esemplari. 

Le  coincidenze  delle  entrate  in  ipotermia  (tab.  5)  esaminate  nei  diversi 
mesi,  considerando  insieme  i  diversi  esemplari,  portano  ai  seguenti 
risultati: 


TABELLA  5 
Entrate  in  ipotermia 


Totali 

Coincidenti 

Coincidenti  per 

Non  coincidenti 

N. 

% 

4  ricci 

3  ricci 

2  ricci 

N. 

% 

ott. 

4 

2 

50% 

_ 

1 

2 

50% 

Nov. 

19 

10 

52,6% 

- 

- 

5 

9 

47,3% 

Die. 

12 

7 

58,3% 

- 

1 

2 

5 

41,6% 

Gen. 

26 

22 

84,6% 

3 

- 

5 

4 

15,3% 

Feb. 

23 

15 

65,2% 

- 

1 

6 

8 

34,7% 

Mar. 

17 

13 

76,4% 

- 

1 

5 

4 

23,5% 

Apr. 

3 

0 

0% 

- 

- 

- 

3 

100% 

Appare  evidente,  quindi,  che  la  %  di  coincidenze  nelle  entrate  in  ipo¬ 
termia  passa  da  valori  prossimi  al  50%  nei  primi  e  negli  ultimi  mesi  del 
Periodo  sensibile,  a  valori  nettamente  superiori  nei  mesi  più  freddi. 

3.3.2.  Ipotermia 

Il  fenomeno  di  ipotermia  si  manifesta  più  volte  durante  il  Periodo  sen¬ 
sibile  ed  ogni  volta  con  durata  variabile  da  poche  ore  ad  un  paio  di 
settimane. 

Si  riscontrano  pure  differenze  in  periodi  diversi  per  lo  stesso  animale 
oltre  che  per  animali  diversi  alla  stessa  epoca. 

Durante  questo  periodo  l’animale,  come  se  dormisse,  coricato  su  un 
fianco,  rimane  semiappallottolato  nascondendo  solo  le  zampe  posteriori. 
Gli  aculei  sono  drizzati,  gli  occhi  e  la  bocca  sono  chiusi  ed  il  rinario  è 
secco.  La  Tc  si  mantiene  al  di  sotto  dei  21°C  oscillando  in  rapporto  alle 
variazioni  della  Ta.  Il  Re  è  impercettibile  e  l’unico  segno  di  vita  è  la  respi¬ 
razione  che  assume,  peraltro,  un  andamento  particolare.  Il  riccio,  infatti, 
compie  un  certo  numero  di  atti  respiratori  intervallati  da  periodi  di  appa- 


Primi  dati  sulla  biologia  e  sul  comportamento  di  Erinaceus  europaeus,  ecc.  59 


Grafico  A:  Frequenza  dei  giorni  trascorsi  in  ipotermia  durante  il 
Periodo  sensibile 
((esemplare  morto  il  21  feb.  ) 


TABELLA  6 

Numero  e  %  dei  giorni  trascorsi  in  ipotermia 


Riccio 

N.  1 

Riccio 

N.  2 

Riccio 

N.  3 

Riccio 

N.  4 

N.  gg. 

% 

N.  gg. 

% 

N.  gg. 

% 

N.  gg.  % 

Ott. 

2,5 

8% 

4 

12,9% 

0 

0% 

0 

0% 

Nov. 

9,5 

31,6% 

13,5 

45% 

3 

10% 

4 

13,3% 

Die.  (*) 

6 

37,5% 

8,5 

53,1% 

0 

0% 

5 

31,2% 

Gen. 

22 

71% 

19 

61,3% 

25 

80,7% 

28,5 

92% 

Feb. 

13 

44,8% 

13 

44,8% 

17 

80,9% 

21,5 

74,1% 

Mar. 

9 

29% 

10 

32,3% 

- 

- 

12 

38,7% 

Apr. 

1 

3,3% 

2 

6,6% 

- 

- 

3 

10% 

63 

17,2% 

70 

19,1% 

45 

12,3% 

74 

20,2% 

(*)  Ci  si  riferisce  solo  al  periodo:  1/XII-16/XII. 


60  G.  Gustato,  P.  Pedata  e  S.  del  Gaudio 


rente  apnea  lunghi  da  V  a  30’;  la  durata  più  frequente  è  compresa,  comun¬ 
que,  tra  i  5’  ed  i  10’. 

Per  tutta  la  durata  dell’ ipotermia  l’animale  non  reagisce  ad  alcun 
rumore,  anche  se  forte,  e  si  chiude  completamente,  e  solo  per  pochi  istanti, 
solo  se  toccato. 

Durante  il  Periodo  sensibile  la  %  dei  giorni  in  un  mese  trascorsi 
dall’animale  in  ipotermia  passa  dallo  0%  in  ottobre  (riccio  n.  3  e  n.  4)  al 
92%  in  gennaio  (riccio  n.  4)  (tab.  6  e  grafico  A). 


3.3.3.  Uscita  dalVipotermia 

Questa  fase  che  segue  ogni  ipotermia  e  precede  ogni  normotermia  del 
Periodo  sensibile  dura  circa  90’. 

L’animale  si  apre  lentamente  e  rilassa  gradualmente  gli  aculei  del 
capo. 

Gran  parte  di  questa  fase  è  caratterizzata  da  forti  tremiti  e  da  una 
respirazione  affannosa:  circa  90  atti/l’  mentre  il  ritmo  cardiaco  non  è 
diverso  rispetto  al  periodo  di  normotermia. 

Durante  i  primi  5’  la  Tc  aumenta  di  1°C  e  l’animale,  pur  rimanendo 
immobile,  muove  il  rinario  che  insieme  con  le  narici  si  presenta,  ora, 
umido;  non  reagisce,  peraltro,  ad  alcuno  stimolo. 

Solo  dopo  circa  45’  quando  la  Tc  dai  valori  di  profonda  ipotermia  è 
salita  di  8-10°  C  E.  europaeus  apre  gli  occhi. 

Subito  dopo  scompaiono  i  tremori  ed  il  riccio  resta  immobile  per  2’  o 
3’  con  gli  occhi  sbarrati.  Da  questo  momento  reagisce  attivamente  ai 
rumori  appallottolandosi;  dopo  altri  45’  l’animale,  raggiunta  la  normoter¬ 
mia,  è  normalmente  attivo. 

Sono  state  osservate  in  totale  103  uscite  dall’ipotermia  (tab.  7). 


TABELLA  7 


Uscite 

dall’ipotermia 

nei 

diversi 

mesi 

Riccio  N. 

ott. 

Nov. 

Die. 

Gen. 

Feb. 

Mar. 

Apr. 

Totale  uscite 

1 

2 

8 

5 

6 

8 

6 

1 

36 

2 

2 

5 

4 

7 

6 

6 

1 

30 

3 

0 

3 

0 

7 

2 

12 

4 

0 

2 

4 

4 

6 

7 

1 

24 

103 

Primi  dati  sulla  biologia  e  sul  comportamento  di  Erinaceus  europaeus,  ecc.  61 


L’analisi  quantitativa  sul  totale  evidenzia  che  nel  47%  dei  casi  -  48 
uscite  dall’ipotermia  -  il  fenomeno  si  è  verificato  contemporaneamente  per 
2,  3  o  4  esemplari. 

Le  coincidenze  delle  uscite  dall’ipotermia  (tab.  8)  esaminate  nei 
diversi  mesi,  considerando  insieme  i  diversi  esemplari,  non  consentono 
generalizzazioni,  pur  se  si  riscontra  un  picco  di  coincidenze  massimo  in 
marzo  (63,1%). 


TABELLA  8 
Uscite  dalPipotermia 


Totali 

Coincidenti 

Coincidenti  per 

Non  coincidenti 

N.  % 

4  ricci 

3  ricci 

2  ricci 

N.  % 

ott. 

4 

0 

0% 

4 

100% 

Nov. 

18 

4 

33,3% 

- 

- 

2 

14 

66,7% 

Die. 

13 

7 

53,8% 

- 

1 

2 

6 

46,2% 

Gen. 

24 

12 

50% 

- 

- 

6 

12 

50% 

Feb. 

22 

9 

31,8% 

- 

1 

3 

13 

68,2% 

Mar. 

23 

12 

63,1% 

-- 

2 

3 

11 

36,9% 

Apr. 

3 

0 

0% 

- 

— 

- 

3 

100% 

È  opportuno  evidenziare  che  l’animale  impiega  per  entrare  nell’ipoter¬ 
mia  un  tempo  pari  ad  1/3  di  quello  richiesto  per  uscirne:  i  processi  di  ter¬ 
mogenesi  rispetto  a  quelli  di  termodispersione,  risultano  più  lenti  in  coe¬ 
renza  con  i  principi  biochimici  in  quanto  si  svolgono  in  un  medium  a  T  più 
bassa. 

La  termogenesi  nella  fase  di  uscita,  oltre  che  in  assenza  di  brividi  (W. 
Wuennenberg ,  G.  Merker,  K.  Bruck,  1974)  può  essere  accompagnata  da 
tremori,  evidenti  con  notevole  incidenza  nelle  nostre  osservazioni,  che 
scuotono  l’intero  animale. 

Ciò  testimonierebbe,  quindi,  la  presenza  di  S.T.  (shivering  thermoge- 
nesis)  durante  la  fase  di  uscita. 

L’uscita  dall’ultima  ipotermia,  avvenuta  anch’essa  secondo  lo  schema 
sopra  descritto,  si  è  verificata  per  tutti  gli  animali  in  aprile  ed  ha  concluso 
il  Periodo  sensibile. 


62  G.  Gustato,  P.  Pedata  e  S.  del  Gaudio 


3.3.4.  Periodo  di  normotermìa 

Tale  fase  è  discontinua  durante  il  Periodo  sensibile  in  quanto  è  pre¬ 
sente  solo  nell’intervallo  di  tempo  tra  una  uscita  dall’ipotermia  e  la  succes¬ 
siva  entrata  (tab.  9)  mentre  è  continua  fuori  dal  Periodo  sensibile  e  costi¬ 
tuisce,  pertanto,  una  caratteristica  costante  del  Periodo  attivo. 

In  entrambi  i  casi  si  riscontrano  analoghi  valori  di  Tc,  Rr,  Re,  oltre  ad 
alcune  identità  di  comportamento. 


TABELLA  9 

Numero  e  %  dei  giorni  trascorsi  in  normotermìa  durante  il  Periodo  sensibile 


Riccio 

N.  1 

Riccio 

N.  2 

Riccio 

N.  3 

Riccio 

N.  4 

N.  gg. 

% 

N.  gg.  % 

N.  gg. 

% 

N.  gg. 

% 

Ott. 

28,5 

92% 

27 

87,1% 

31 

100% 

31 

100% 

Nov. 

20,5 

68,4% 

16,5 

55% 

27 

90% 

26 

86,7% 

Die.  (*) 

10 

62,5% 

7,5 

46,9% 

16 

100% 

11 

68,7% 

Gen. 

9 

29% 

12 

38,7% 

6 

19,3% 

2,5 

8% 

Feb. 

16 

55,2% 

16 

55,2% 

4 

19,1% 

7,5 

25,9% 

Mar. 

22 

71% 

21 

67,7% 

- 

- 

19 

61,3% 

Apr. 

29 

96,7% 

28 

93,4% 

- 

27 

90% 

135 

36,9% 

128 

35,0% 

84 

23,0% 

124 

33,9% 

(*)  Ci  si  riferisce  solo  al  periodo:  1/XII-16/XII. 


Gli  animali  in  normotermia  durante  il  Periodo  sensibile  esplicano 
tutte  le  normali  attività  vitali  mostrando,  però,  notevole  «irritabilità»:  rea¬ 
giscono,  infatti,  prontamente,  appallottolandosi  anche  al  più  piccolo 
rumore. 


Ringraziamenti 

Un  particolare  ringraziamento  al  Sig.  Guido  Ferraioli  che  ci  ha  fornito 
gli  animali. 


Primi  dati  sulla  biologia  e  sul  comportamento  di  Erinaceus  europaeus,  ecc.  63 


BIBLIOGRAFIA 

Herter,  K.,  1938  -  Die  Biologie  der  europaischen  Igei.  Kleintier  U.  Pelrtier  Leipzig 
14  Hft.  6. 

Kristofferson,  R.,  Soivio,  A.,  1964  -  Hibernation  in  thè  hedgehog  (E.  europaeus  L.). 
The  periodicity  of  hibernation  of  indisturbed  animals  during  thè  winter  in  a  Con¬ 
stant  ambient  temperature.  Ann.  Acad.  Sci.  Fenn.  (Ser.  A  IV)  80. 
Wuennenberg,  W.,  1974  -  Do  corticosteroids  control  heat  production  in  hibernators? 
Merker,  G.  -  Pfluegers  Arch.  Eur.  J.  Physiol.  352  (I). 

Bruck,  K. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  90,  1981,  pp.  65-71,  figg.  2,  tab.  1 


Effetto  della  castrazione  e  del  diidrotestosterone 
(DHT)  sulla  malato-deidrogenasi  ipotalamica 
nel  topo  maschio  (*) 


Nota  dei  soci  Bruno  Varriale(**),  Mario  Milone  (**) 
e  Giovanni  Chieffi(***) 

(Tornata  del  26  giugno  1981) 


Riassunto .  -  In  questa  nota  vengono  riportati  i  dati  relativi  alle  modificazioni 
dell’attività  della  malato-deidrogenasi  (MDH)  nell’ipotalamo  di  maschi  adulti  di  Mus 
musculus  domesticus  in  seguito  a  castrazione  e  a  trattamento  con  diidrotestosterone 
(DHT).  Tali  modificazioni  interessano  sia  la  frazione  mitocondriale  che  quella  cito¬ 
plasmatica  dell’enzima. 

Abstract.  -  The  authors  have  shown  some  modifications  of  thè  malate-dehydro- 
genase  (MDH)  activity  in  thè  male  mouse  hypothalamus  after  castration  and  dihy- 
drotestosterone  (DHT)  treatment.  These  modifications  involve  both  thè  mithocon- 
drial  and  cytoplasmic  fractions  of  thè  enzyme. 


Introduzione 

L’attività  della  malato-deidrogenasi  (MDH)  viene  solitamente  utiliz¬ 
zata  come  indice  dell’attività  metabolica  cellulare.  L’enzima  ha  un  peso 
molecolare  di  circa  70.000  (Thorne  and  Kaplan,  1963)  con  due  subunità 
da  35.000  (Devenyi  et  al .,  1966).  È  presente  sia  nei  mitocondri  che  nel 
citoplasma,  rappresentato  da  più  forme  isoenzimatiche  (Kitto  et  al. ,  1966; 
Kun  et  al ,  1966;  Kulick  et  al.,  1968). 


(*)  Lavoro  eseguito  nell’ambito  del  Progetto  finalizzato  del  C.N.R.  «Biologia 
della  riproduzione». 

(**)  Istituto  e  Museo  di  Zoologia,  Università  di  Napoli  -  Via  Mezzocannone,  8. 

(***)  I  Cattedra  di  Biologia  e  Zoologia  generale,  Università  di  Napoli  -  Via  Mez¬ 
zocannone,  8. 


66  B.  Varriale ,  M.  Milane  e  G.  Chieffi 


Le  modificazioni  della  malato-deidrogenasi  sono  state  studiate,  tra 
l’altro,  anche  negli  organi  sessuali  accessori  e  nel  sistema  ipotalamo- ipofi 
sano  di  varie  specie  di  Vertebrati. 

Iela  et  al  (1974),  Milone  et  al  (1975)  hanno  dimostrato  che  nel 
sistema  ipotalamo-ipofisario  di  Rana  esculenta  la  castrazione,  la  cattività  e 
la  somministrazione  di  steroidi  influenzano  fattività  della  MDH  Luine  et 
al.  nel  1974  hanno  osservato  un  aumento  dell’attività  della  MDH  nell* ipo¬ 
talamo  di  femmine  di  ratto  castrate  e  trattate  con  estradiolo  17(5  benzoato. 
Successivamente  Milone  et  al.  (1981)  hanno  riscontrato  delle  variazioni 
quantitative  e  qualitative  della  MDH  nelfipotalamo  di  femmine  di  topo 
durante  il  ciclo  estrale. 

Nel  quadro  delle  nostre  ricerche  sulla  fertilità  del  topo  abbiamo  intra¬ 
preso  uno  studio  sugli  eventuali  rapporti  tra  androgeni  e  attività  della 
MDH  nelfipotalamo  di  maschi  adulti  di  Mas  musculus  domesticus. 

Materiali  e  metodi 

Sono  stati  utilizzati  40  maschi  adulti  di  Mus  musculus  domesticus , 
divisi  in  quattro  gruppi  sperimentali. 

Il  primo  gruppo  è  stato  adoperato  come  controllo;  il  secondo  è  stato  sotto¬ 
posto  a  castrazione.  A  ciascun  animale  del  terzo  gruppo,  dieci  giorni  dopo 
castrazione,  è  stato  somministrato  per  via  intraperitoneale  diidrotestosterone 
(DHL)  (50pg/d)  per  quindici  giorni.  Al  quarto  gruppo,  dieci  giorni  dopo 
castrazione,  è  stata  somministrata  una  dose  giornaliera  di  DHT  (50  pg)  e  di 
acetato  di  ciproterone  (CPA)  (0,5  mg)  per  animale  per  quindici  giorni. 

È  stato  impiegato  il  DHT  in  quanto  è  questo  il  metabolita  del  testoste¬ 
rone  che,  nei  Mammiferi,  mostra  la  maggiore  incorporazione  a  livello  ipo- 
la!  ar.ru  co  (Lieberburg  et  al. ,  1977). 

Le  tecniche  usate  per  il  dosaggio  dell’attività  enzimatica  e  per  l’analisi 
elettroforetìca  della  MDH  sono  state  da  noi  precedentemente  descritte 
(Milone  et  al. ,  1981). 

Risultati  e  discussione 

L’analisi  dell’attività  enzimatica  mette  in  evidenza  variazioni  significa¬ 
tive  nei  vari  grappi  sperimentali  considerati  (Tab.  I).  Nei  controlli  osser¬ 
viamo  un  rapporto  di  2:1  tra  attività  mitocondriale  e  citoplasmatica  dell’ en¬ 
zima;  con  la  castrazione  aumenta  fattività  totale  e  in  particolare  fattività 
della  frazione  citoplasmatica.  Il  trattamento  dei  castrati  con  DHT  riporta 
fattività  ai  valori  dei  controlli  sia  per  quanto  riguarda  fattività  totale  che 


Effetto  della  castrazione  e  del  diidrotestosterone,  ecc.  67 


per  quella  citoplasmatica,  mentre  la  frazione  mitocondriale  era  e  rimane 
invariata.  Il  trattamento  dei  castrati  con  DHT  e  CPA  evidenzia  un  compor¬ 
tamento  particolare:  l’attività  totale  resta  pressocché  invariata  rispetto  ai 
castrati,  mentre  si  modificano  le  attività  nelle  singole  frazioni.  Infatti,  l’atti¬ 
vità  mitocondriale  diminuisce  notevolmente,  mentre  la  citoplasmatica  si 
raddoppia  in  seguito  a  tale  trattamento. 


Gruppi  di 
a  n  i  m  a  1  i 
Att i vita  . 

dell’MDH 

intatti 

cast  rati 

c  a  st  rat  i 
+  DHT 

castrati  + 
DHT+CPA 

totale 

1  8  5  ±  8 

234  ±11 

| 

: 

1  70±  6 

209  ±  9 

mitocondriale 

1 1  8  db  8 

110  ±7 

1  09±  6 

74  ±  4 

ci  toplasmatica 

6  0  ±  3 

114  ±6 

56  ±3 

1  2  0  ±  7 

Tab.  1.  -  Attività  dell’MDH  (pM  NADH  formato/pg  di  Prot./l  min.)  totale  e  fra¬ 
zionata  nell’ ipotalamo  nei  vari  tipi  di  trattamento. 


Passando  all’analisi  dei  dati  elettroforetici,  osserviamo  che  il  pattern 
isoenzimatico  della  MDH  mitocondriale  (Fig.  1)  mette  in  evidenza  cinque 
forme:  «A»  (r.f.  0,04),  «B»  (r.f.  0,12),  «C»  (r.f.  0,35),  «D»  (r.f.  0,52)  ed 
«E»  (r.f.  0,63).  Queste  forme  le  ritroviamo  in  tutti  i  gruppi  sperimentali 
con  differenze  di  tipo  quantitativo.  La  castrazione  provoca  delle  variazioni 
di  tutte  le  bande  osservate  rispetto  ai  controlli,  con  un  aumento  delle 
bande  «A»,  « B »,  «D»  ed  «E»  e  una  diminuzione  della  « C ».  Il  profilo  dei 
castrati  trattati  con  DHT  si  rifà  al  profilo  dei  controlli.  Nei  castrati  trattati 
con  DHT  e  CPA  si  ottiene  un  profilo  che  si  avvicina  a  quello  dei  castrati. 

11  pattern  isoenzimatico  della  MDH  citoplasmatica  (Fig.  2)  evidenzia 
tre  forme:  «A»  (r.f.  0,04),  «C»  (r.f.  0,35)  e  «D»  (r.f.  0,52).  Queste  sono, 
probabilmente,  le  stesse  che  ritroviamo  nel  mitocondrio,  in  quanto  presen¬ 
tano  oltre  che  la  mobilità  anche  le  medesime  modificazioni  in  seguito  al 
trattamento  sperimentale.  Anche  nella  frazione  citoplasmatica  notiamo 
delle  variazioni  di  tipo  quantitativo.  La  castrazione  porta  a  un  aumento 


68  B.  Varriaie ,  M.  Milane  e  G.  Chieffi 


Fig.  L  -  Profili  elettroforetici  delFMDH  mitocondriale  nei  vari  tipi  di  trattamento. 


Effetto  della  castrazione  e  del  diidrotestosterone,  ecc.  69 


in 

n 

d 


Fig.  2.  -  Profili  elettroforetici  dell’MDH  citoplasmatica  nei  vari  tipi  di  trattamento. 


70  B.  Varriale,  M.  Milone  e  G.  Chieffi 


delle  bande  «A»  e  «D»  e  a  una  diminuzione  della  «C»  rispetto  ai  con¬ 
trolli.  Il  trattamento  con  DHT  riporta  il  profilo  di  questo  gruppo  al  profilo 
dei  controlli,  come  avviene  per  la  forma  mitocondriale.  Le  modificazioni  a 
seguito  del  trattamento  con  DHT  e  CPA  mostrano  anche  in  questo  caso 
una  certa  somiglianza  con  quelle  osservate  nei  castrati. 

In  base  ai  dati  raccolti  si  può  ritenere  che  l’attività  della  MDH  sia 
mitocondriale  che  citoplasmatica  venga  modulata  dagli  androgeni.  Infatti, 
la  castrazione  avrebbe  un  effetto  catabolico  sulla  MDH  con  conseguente 
aumento  della  frazione  citoplasmatica,  la  quale  non  svolge  nel  citoplasma 
il  ruolo  fondamentale  devoluto  al  mitocondrio  nel  ciclo  di  Krebs.  Nel 
nostro  caso,  pertanto,  la  marcata  diminuzione  dell’attività  a  livello  citoplas¬ 
matico,  conseguente  al  trattamento  con  DHT,  può  avere  come  significato 
una  maggiore  disponibilità  dei  prodotti  del  ciclo  di  Krebs  e  quindi  un  mag¬ 
giore  tasso  di  energia  a  livello  cellulare. 

Il  possibile  ruolo  svolto  dal  CPA,  invece,  potrebbe  essere  quello  ben 
noto  di  competizione  con  il  DHT  a  livello  dei  recettori  per  quest’ultimo 
con  conseguente  diminuzione  della  sintesi  della  frazione  mitocondriale 
della  MDH. 

Il  ruolo  svolto  dagli  androgeni  sulla  funzione  ipotalamica  è  suffragato 
dagli  esperimenti  di  Lieberburg  et  al.  (1977)  che  hanno  notato,  nel  ratto, 
una  notevole  incorporazione  di  DHT  a  livello  ipotalamico.  Inoltre,  Denef 
et  al.  (1973)  hanno  dimostrato,  sempre  nel  ratto,  l’importanza  del  DHT  e 
dei  dioli  nell’ipotalamo  per  quanto  riguarda  l’attività  secernente  dell’ipofisi 
e  il  successivo  rilascio  di  gonadotropine. 

Gli  AA.  ringraziano  il  sig.  Raffaele  Auriemma  per  l’apporto  tecnico  e 
le  cure  nell’allevamento. 


BIBLIOGRAFIA 

Denef  C.,  Magnus  C.  and  Me  Ewen  B.  S.  -  Sex  differences  and  hormonal  control  of 
testosterone  metabolism  in  rat  pituitary  and  brain.  J.  Endocrinol.,  85,  605  (1973). 

Devenyi  T.,  Rogers  S.  G.  and  Wolfe  R.  G.  -  Structural  studies  of  pig  heart  malate 
dehydrogenase.  Nature,  210,  489  (1966). 

Iela  L.,  Milone  M.  and  Rastogi  R.  K.  -  Effect  of  testes  removai  and  androgen  repla- 
cement  therapy  on  enzyme  levels  in  hypothalamus  and  pituitary  of  frog.  Experien- 
tia,  30,  868  (1974). 

Kjtto  G.  B.,  Wassarman  P.  M.,  Michjena  J.  and  Kaplan  M.  -  Multiple  forms  of  mi- 
thocondrial  malate  dehydrogenase.  Bioch.  Biophys.  Res.  Comm.,  22,  75  (1966). 


Effetto  della  castrazione  e  del  diidrotestosterone,  ecc.  71 


Kulick  R.  J.  and  Barnes  F.  W,  -  Heterogeneity  of  supernatant  malate  dehydrogenase . 
Bioch.  Biophys.  Acta,  167,  1  (1968). 

Kun  E.  and  Volfin  P.  -  Tissue  specifìcity  of  malate  dehydrogenase  isozymes.  Kinetic 
discrimination  hy  oxalacetate  and  its  mono-  and  di-fluoro  analogues.  Bioch.  Biop¬ 
hys.  Res.  Comm.,  22,  187  (1966). 

Lieberburg  I.,  Maclusky  N.  J.  and  Me  Ewen  B.  S.  -  5a-dihydrotestosterone  (DHT) 
receptors  in  rat  brain  and  pituitary  celi  nuclei.  Endocrinology,  100,  598  (1977). 

Luine  V.,  Khylcheskya  R.  and  Me  Ewen  B.  S.  -  Oestrogen  effeets  on  brain  and  pitui¬ 
tary  enzymes  activity.  Neuroch.,  23,  925  (1974). 

Milone  M.,  Rastogi  R.  K.  and  Iela  L.  -  Cyclic  changes  in  thè  enzymes  activity  of 
hypothalamo-hypophyseal  System  of  thè  frog,  Rana  esculenta.  Gen  Comp.  Endo- 
crin.,  62,  107  (1975). 

Milone  M.,  Greco  M.,  Varriale  B.  e  Basile  C.  -  La  malato-deìdrogenasi  ipotala¬ 
mi  ca  durante  il  ciclo  estrale  di  Mus  musculus  domesticus.  Rend.  Acc.  Se.  Fis.  e 
Mat.  della  Soc.  Naz.  di  Se.  Lett.  e  Arti  in  Napoli,  47,  123  (1981). 

Thorne  C.  J.  R.  and  Kaplan  M.  -  Physiochemical  properties  of  thè  pig  and  borse  heart 
mithocondrial  malate  dehydrogenase.  J.  Biochem.,  238,  1861  (1963). 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  90,  1981,  pp.  73-81,  figg.  5 


Primo  tentativo  di  ricostruzione  della  morfologia 
del  basamento  rigido  umbro-marchigiano 
tra  il  L.  Trasimeno 
e  la  dorsale  M.  Nerone  -  M.  Catria 

Nota  del  socio  Eros  Pinna  (*)  e  di  Giacomo  Giannessi 

(Tornata  del  30  ottobre  1981) 


Introduzione 

L’area  in  esame  è  una  fascia  di  appennino  Umbro,  lunga  circa  cento 
chilometri  e  larga  una  cinquantina,  che  si  estende  dal  lago  Trasimeno  fino 
alPallineamento  Pianello  Fossato  di  Vico-Nocera  Umbra.  In  questa  zona  si 
ritrovano  in  affioramento  le  formazioni  della  serie  Umbro  Marchigiana,  dal 
calcare  cavernoso  alla  formazione  marnoso  arenacea.  Queste  sono  defor¬ 
mate  in  pieghe  vergenti  ad  ENE  con  asse  generalmente  di  direzione  NE- 
SO.  Il  movimento  sembra  non  abbia  interessato  il  basamento  cristallino 
che  appare  deformato  rigidamente;  si  ritiene  cioè  che  lo  scollamento  sia 
avvenuto  a  livello  delle  evaporiti,  attraverso  un  tipico  meccanismo  di  tetto¬ 
nica  di  copertura.  L’area  presenta  alla  sua  estremità  occidentale  un  alto 
strutturale,  che  ha  la  sua  culminazione  nella  zona  M.  Acuto,  M.  Malbe,  M. 
Tezio  e  mostra  in  affioramento  terreni  dal  trias  sup.  all’oligocene  sup.  (cal¬ 
care  cavernoso  -  scaglia  cinerea),  (Dessau,  1962;  Centamore  et  al.,  1972; 
Dallan  e  Nardi,  1972;  De  Candia  e  Giannini,  1977). 


Metodo  di  lavoro 

Obiettivo  delle  ricerche  è  la  ricostruzione  della  morfologia  della  super¬ 
ficie  di  separazione  «basamento -copertura»,  e  di  quella  del  top  delle  serie 
carbonatiche,  attraverso  lo  studio  delle  isoanomale  di  Bouguer.  È  stata  uti- 


(*)  Osservatorio  Vesuviano,  Ercolano,  Napoli  e  Laboratorio  di  Geologia  Nu¬ 
cleare,  Università,  Pisa. 


74  E.  Pinna  e  G.  Giannessi 


lizzata  una  carta  delle  isoanomale  di  Bouguer,  in  scala  1:100.000,  eseguita 
dalla  fondazione  ing.  C.  M.  Lerici  per  conto  dell’AGIP.  Ai  fini  dell’applica- 
zione  del  metodo  gravimetrico  consideriamo  siano  presenti  tre  unità,  indi¬ 
viduate  sulla  base  del  loro  comportamento  cinematico  e  della  loro  densità. 
Si  sono  distinte: 

-  una  unità  a  letto  costituita  dal  «basamento  cristallino»,  dal  suo 
eventuale  tegumento  e  da  una  parte  dello  strato  evaporitico;  il  tutto  carat¬ 
terizzato  dallo  stile  rigido  di  deformazione; 

-  una  unità  di  «copertura»,  meno  densa  del  «basamento»,  compren¬ 
dente  la  serie  Umbro  Marchigiana  e  la  parte  restante  delle  evaporiti; 

-  una  unità  a  tetto  costituita  da  «sedimenti  clastici»  terziario  -  quater¬ 
nari,  meno  densi  delle  unità  sottostanti. 

Relativamente  alla  natura  del  livello  evaporitico  è  necessaria  una 
breve  precisazione: 

I  dati  geologici  noti  non  permettono  di  stabilire  con  sicurezza  quanto 
dello  strato  evaporitico  sia  costituito  da  gesso  e  quanto  da  anidrite.  In  uno 
studio  gravimetrico  la  distinzione  è  fondamentale  perché,  come  è  noto,  le 
anidriti  sono  più  dense  dei  gessi.  Nel  presente  caso  tuttavia,  la  mancanza  di 
questa  informazione  non  è  determinante.  Infatti,  come  è  stato  precisato 
sopra,  lo  strato  evaporitico  viene  suddiviso  fra  la  «copertura  plastica»  ed  il 
«basamento  rigido»,  per  cui  i  contrasti  di  densità,  che  vengono  utilizzati 
per  il  calcolo  dell’effetto  gravimetrico,  in  prima  approssimazione  non 
dipendono  dal  valore  di  densità  delle  anidriti. 

Sulla  base  dei  parametri  di  elasticità  forniti  da  prospezioni  sismiche 
effettuate  nella  zona  (Scarascia,  1979)  sono  stati  attribuiti  alle  unità  in 
esame  i  seguenti  valori  di  densità: 

-  2.3  g/cc  per  i  «sedimenti  clastici»; 

-  2.6  g/cc  per  la  «copertura  plastica»; 

-  2.8  g/cc  per  il  «basamento  rigido». 

Le  superfici  separanti  tali  unità  rappresentano  quindi  delle  disconti¬ 
nuità  nella  densità  dei  materiali  (con  tale  termine  verranno  sempre  indivi¬ 
duate  in  seguito  con  la  specificazione  di  prima  e  seconda  per  quella  più 
superficiale  e  per  quella  più  profonda). 

Nelle  carte  gravimetriche  del  Bouger  fornite  dall’ AG  IP  e  dal  modello 
strutturale  d’Italia,  rispettivamente  in  scala  1:500.000  e  1:1.000.000,  sono 
state  riconosciute  mediante  analisi  spettrale  componenti  di  lunghezza 
d’onda  diversa,  che  possono  essere  distinte  dai  tagli  di  215  km.,  90  km.  e 
30  km.;  queste  componenti  si  ritengono  causate  dalle  strutture  più  pro¬ 
fonde  (Pinna  e  Rapolla,  1979). 


Primo  tentativo  di  ricostruzione  della  morfologia,  ecc.  75 


Utilizzando  poi  il  rilievo  di  dettaglio  in  scala  1:100.000  sono  state  indi¬ 
viduate  lunghezze  d'onda  discriminate  dal  taglio  di  7  km.  Le  lunghezze 
d’onda  inferiori  ai  7  km.  e  quelle  comprese  fra  7  km.  e  30  km.  sono  state 
attribuite  alle  strutture  crostali  più  superficiali. 

L’effetto  a  più  alta  frequenza  nelle  anomalie  gravimetriche  residue 
risulta  connesso  con  il  passaggio  sedimenti  elastici-copertura  prevalente¬ 
mente  carbonatica;  esso  è  controllato  geologicamente,  in  quanto  si  riscon¬ 
trano  valori  nulli  dell’anomalia  approssimativamente  in  corrisponenza  degli 
affioramenti  della  serie  carbonatica,  e  anomalie  negative  di  entità  crescente 
all’approfondirsi  di  detta  serie.  L’effetto  con  lunghezza  d’onda  compreso 
fra  7  km.  e  30  km.  appare  collegabile  con  la  seconda  discontinuità. 

Sono  stati  inoltre  utilizzati  come  controllo  dei  modelli  quantitativi  di 
interpretazione,  gli  elementi  forniti  dalle  stratigrafie  dei  pozzi  esistenti  ed 
in  particolare  Buranol,  Perugia2,  Fossombronel.  Il  primo  attraversa  la  serie 
carbonatica  e  si  arresta  nelle  evaporiti  ad  una  profondità  di  2478  m,  il 
secondo  raggiunge  a  “1074  m  degli  argillocistici  sericitici  e  cloritici  con 
lenticelle  quarzoso  anidritiche  (AGIP  mineraria  1960),  che,  qualora  non 
rappresentino  il  basamento  cristallino,  indicano  tuttavia  il  superamento 
dello  stato  evaporitico,  e  danno  quindi  informazioni  sulla  profondità  del 
basamento  stesso.  Fol  raggiunge  i  -1946  m  restando  nelle  evaporiti,  indi¬ 
cando  insieme  al  dato  Bui  l’approfondimento  verso  est  del  basamento.  La 
separazione  dell’anomalia  gravimetrica  residua  nelle  componenti  dovute 
alle  due  discontinuità  in  esame  è  avvenuta  mediante  l’uso  di  «filtri  lineari 
digitali  non  recursivi  ». 

L’operazione  di  filtraggio  come  la  interpretazione  quantitativa  è  stata 
effettuata  mediante  programi  di  calcolo  automatico  (Carrara  et  al.,  1974). 


Interpretazione  quantitativa  delle  anomalie  gravimetriche 

L’interpretazione  viene  effettuata  mediante  modelli  bidimensionali 
che  hanno  il  pregio  di  non  definire  a  priori  (Corrado  et  al.,  1974)  la  forma 
dei  corpi  perturbanti.  Essendo  il  trend  delle  principali  strutture  lineare  (fig. 
1),  l’interpretazione  è  effettuata  su  profili  perpendicolari  a  tale  trend  (fig.  2 
e  3).  Si  impone  che  il  profilo  della  poligonale  rappresenti  un  contrasto  di 
densità  Ap  =  0.3  g/cc  nel  calcolo  del  modello  relativo  alla  prima  disconti¬ 
nuità;  un  contrasto  Ap  =  0.2  g/cc  per  la  seconda  discontinuità. 

Il  calcolo  dell’effetto  dovuto  a  tali  poligoni  viene  ripetuto,  cambiando 
ogni  volta  le  coordinate  dei  vertici  fino  ad  ottenere  un  ottimo  accordo  tra  i 
valori  gravimetrici  calcolati  e  quelli  osservati.  Utilizzando  i  dati  dei  modelli 


76  E.  Pinna  e  G.  Gian  nessi 


Fig.  1  -  Carta  gravimetrica  residue.  È  stata  ottenuta  mediante  sottrazione  delle 
componenti  con  lunghezza  d’onda  À  >  90  km. 


Primo  tentativo  di  ricostruzione  della  morfologia,  ecc.  77 


Fig.  3  -  Interpretazione  gravimetrica  della  sezione  B  tracciata  nella  figura  1. 


78  E.  Pinna  e  G.  Giannessi 


Fig.  4  -  Morfologia  della  «copertura  carbonatica»  ottenuta  dalle  componenti  gravi- 
metriche  ad  alta  frequenza  (À  <  7  km). 


Primo  tentativo  di  ricostruzione  della  morfologia,  ecc.  79 


Fig.  5  -  Morfologia  del  «basamento  cristallino»  ottenuta  dalle  componenti  gravi- 
metriche  con  lunghezza  d’onda  intermedia  (7  km  >  À  <  30  km). 


80  E.  Pinna  e  G.  Giannessi 


si  è  potuto  ricavare  l’andamento  delle  due  discontinuità  (figg.  4  e  5).  La 
prima  (fig.  4)  presenta  una  grande  struttura  rilevata  nella  parte  centrale, 
che  ha  il  suo  massimo  negli  affioramenti  della  serie  carbonatica  nei  din¬ 
torni  di  Perugia.  La  superficie  si  approfondisce  poi  fino  a  1800  m  sul  lato 
orientale  del  lago  Trasimeno.  Immediatamente  ad  est  del  fiume  Tevere  la 
prima  discontinuità  presenta  un  minimo  di  -900  m;  ancora  più  ad  oriente 
tale  superficie  risale  mantenendo  una  profondità  pressoché  costante  di 
200-300  m.  La  seconda  discontinuità  (fig.  5)  ha  ad  occidente  un  anda¬ 
mento  simile  a  quello  della  superficie  a  tetto:  è  profonda  2200  m  presso  il 
lago  Trasimeno,  e  sale  fino  a  -1100  m  presso  Perugia.  Procedendo  verso 
est  essa  tende  ad  approfondirsi  fino  a  2200  m  nella  sua  estremità  più  orien¬ 
tale  dell’area  studiata.  A  questa  discesa  si  accompagna  un  inspessimento 
della  copertura  rilevata  anche  dai  dati  dei  pozzi  esistenti. 


Conclusioni 

Questo  lavoro  rappresenta  un  primo  tentativo  di  ricostruzione  delle 
isobate  del  basamento  Umbro  Marchigiano  in  un’area  specifica.  La  scelta 
dell’area  è  stata  dettata  dalla  disponibilità  di  carte  gravimetriche  di  suffi¬ 
ciente  dettaglio. 

I  risultati  si  rivelano  pienamente  soddisfacenti;  ad  esempio  lo  scarto 
tra  le  profondità  note  del  top  carbonatico  e  quelle  calcolate  è  contenuto  in 
300  m,  ed  in  generale  non  è  superiore  ai  150  m.  Le  linee  di  ricerca  future 
saranno  indirizzate,  da  un  lato,  ad  ottenere  maggiori  dettagli  nell’area  ana¬ 
lizzata,  cercando  di  calcolare  l’effetto  dello  squeezing  delle  evaporiti  al 
nucleo  delle  anticlinali;  e  dall’altro  alla  ricostruzione  regionale  dell’anda¬ 
mento  del  «basamento  rigido»  nell’intero  appennino  Umbro  Marchigiano. 


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Primo  tentativo  di  ricostruzione  della  morfologia,  ecc.  81 


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Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  90,  1981,  pp.  83-97,  fig.  1,  tabb.  5 


Short-range  forecasting  of  inputs  required 
by  diffusive  models(1) 

Nota  dei  soci  Giovanni  Adiletta  (*),  Adriano  Mazzarella  (**), 
Antonino  Palumbo  (***)  and  Pio  Vittqzzi  (***) 


(Tornata  del  27  novembre  1981) 


Riassunto.  -  Per  la  previsione  della  concentrazione  degli  inquinanti  dell’aria  al 
suolo  si  possono  utilizzare  i  modelli  diffusionali  con  la  introduzione  di  valori  pre¬ 
visti  delle  emissioni  e  dei  parametri  ambientali.  Il  presente  lavoro  mostra  l’alto 
livello  di  significatività  della  previsione  di  questi  ultimi  ottenibile  mediante  un 
modello  climatologico  articolato  per  mese  e  tipi  di  tempo.  Accertato  in  primo  luogo 
che  4  tipi  di  tempo  per  mese,  scelti  in  ordine  al  carattere  diffusivo  dell’atmosfera, 
coprono  tutto  l’arco  dell’anno,  vengono  esposti  i  criteri  adottati  per  la  loro  previ¬ 
sione.  Per  ciascuno  di  essi  sono  stati  poi  determinati  i  cicli  giornalieri  di  tutti  gli 
INPUTS  ambientali  richiesti  dagli  ordinari  modelli  diffusionali.  Si  dimostra  infine 
che  con  la  scelta  del  tipo  di  tempo  e  l’ingresso  nelle  predisposte  tabelle  mensili  dei 
residui  orari  si  è  in  grado  di  prevedere,  con  un  indice  di  confidenza  dello  0,95,  i  dati 
ambientali  fino  a  20  ore  successive  e  quindi  estendere  la  validità  del  modello  diffu¬ 
sionale  al  campo  delle  previsioni. 


Summary.  -  All  available  models  describe  concentration  as  a  function  mainly  of 
meteorological  INPUTS.  This  paper  shows  a  viable  alternative  to  normal  practice  for 
short-range  forecasting  of  these  INPUTS.  Extensive  data  from  Naples  of  such 
INPUTS  have  been  analysed  and  found  to  show  highly  significant  predictable  short- 
range  variations  strongly  related  to  weather  types.  The  dominance  of  such  variations 
for  each  month  and  weather  type  enables  predictions  of  these  INPUTS  to  be  made 
over  20  hours  ahead  at  0.95  level  of  significance. 


(1)  Research  supported  by  thè  Consiglio  Nazionale  delle  Ricerche  -  Programma 

Finalizzato  «Promozione  della  qualità  dell’ Ambiente-Aria». 

(*)  Direzione  SPT  ENEL  Compartimento  di  Napoli. 

(**)  Istituto  per  l’Applicazione  della  Matematica  del  CNR,  Napoli. 

(***)  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica,  Università  di  Napoli 


84  G.  Adiletta,  A.  Mazzarella,  A.  Palumbo  and  P.  Vìttozzi 


INTRODUCTION 

In  major  metropolitan  areas  there  is  a  growing  interest  in  short-range 
forecasting  of  pollutant  ground  level  concentration.  When  concentrations 
are  high,  a  resulting  decrease  in  respiratory  efficiency  and  an  impaired 
ability  to  transport  oxygen  through  thè  blood  may  be  health  hazards  for 
individuals  with  pre-existing  respiratory  and  coronary  artery  disease  (pro- 
ceedings  of  Congresso  Internazionale  di  Biologia,  Napoli,  1982).  In  polluted 
areas  there  is  thus  a  need  for  warnings  to  thè  generai  public  so  that  sensi¬ 
tive  individuals  can  take  necessary  precautions.  Since  thè  ground  level  con¬ 
centration  of  an  air  pollutant  mainly  depends  on  weather  parameters,  it  fol- 
lows  that  forecasting  thè  latter  helps  prediction  of  thè  former.  Either  a  phy- 
sical  or  a  statistica!  approach  ca  be  employed.  While  thè  first  is  thè  most 
logicai  and  naturai  approach,  it  lacks  a  detailed  understanding  of  micro- 
meteorological  processes  occurring  on  locai  basis.  The  second  approach, 
which  will  be  considered  bere,  is  to  model  thè  locai  microclimate  by 
means  of  statistical  analysis  of  existing  data.  It  is  worth  noting  that  often, 
as  in  this  case,  thè  statistical  approach  provides  more  accurate  predictions 
and  is  always  applicable  to  other  localities. 

Palumbo  and  Mazzarella  (1981)  have  shown  that  use  of  a  climatologi- 
cal  model  provides  more  accurate  short-term  forecasts  of  thè  meteorologi- 
cal  INPUTS  required  by  diffusive  models  which,  in  turn,  increase  thè  signi- 
ficance  level  of  thè  forecast  ground  level  concentration  of  pollutants.  It  will 
be  shown  here  that  thè  climatological  diurnal  cycles  of  thè  meteorological 
INPUTS  are  strongly  related  to  weather  types  and  that  a  short-range  forecast¬ 
ing  of  thè  latter  allows  a  more  realistic  forecast  of  weather  INPUTS.  The  crite- 
rion  followed  for  weather  type  classification  is  reported  in  Section  1,  while  that 
for  their  short-range  forecasting  is  reported  in  Section  2.  Moreover  diurnal 
behaviours  of  thè  residuals  of  meteorological  INPUTS  around  thè  mean  daily 
curve,  computed  at  0.99  level  of  significance  for  each  month  and  weather  type, 
are  reported  in  Section  3  together  with  a  practical  guide  for  thè  application  of 
thè  model.  The  effectiveness  of  this  model  in  short-range  forecasting  of  pollut¬ 
ant  ground  level  concentration  will  be  analysed  in  another  paper. 

Section  1 
Data  collection 

The  hourly  simultaneous  series  (interval:  1960-1981)  of  incoming 
radiation  «R»  (Watt/m2),  wind  speed  «W»  (m/sec),  cloud-amount  «CA» 


Short-range  fo recasting  of  INPUTS  requi red  by  diffusive  model s  85 


(0-10  tenth),  screen  temperature  «T»  (°C)  recorded  in  Naples  (40°  8’  N, 
14°  3’ E)  at  thè  meteorological  observatory  of  thè  Institute  of  Geology  and 
Geophysics  were  analysed.  Hourly  values  of  all  meteorological  variables 
were  checked  for  gross  errors  by  plotting. 


Weather  type :  Classification 

Urbani  (1968)  showed  that  there  is  a  limited  number  of  weather  types 
in  thè  Tyrrhenian  area  while  Palombo  (1979)  showed  that  thè  city  of 
Naples  acts  as  a  climatic  stabilizer  Le.  reveals  a  proper  microclimate  which 
does  not  vary  substantially  when  thè  city  is  invaded  by  similar  weather 
types;  therefore  thè  number  of  significanti  different  weather  types  in 
Naples  is  very  limited.  Since  w e  are  dealing  with  thè  dispersion  of  air  pol- 
lutant,  weather  types  will  be  classified  here  according  to  thè  parameters 
that  influence  dispersion. 

The  diffusive  character  of  thè  atmosphere  depends  on  both  buoyancy 
arising  from  thè  vertical  heat-flux  «H»  and  on  mechanical  mixing  due  to 
thè  wind. 

For  cairn  and  light  winds,  thè  weather  has  been  classified  according  to 
values  of  H  since  thermal  convection  is  prevalent  on  mechanical  mixing 
due  to  W. 

For  moderate  winds  both  buoyancy  flux  and  mechanical  mixing  influ¬ 
ence  dispersion.  Palombo  (1966)  showed  that  thè  sea-breezes  in  Naples 
represent  90%  of  moderate  winds  so  that  thè  former  will  be  studied  in  thè 
present  statistica!  approach.  Since  mechanical  mixing  due  to  thè  intensity 
of  sea-breezes  depends  on  thè  vertical  heat  flux,  thè  weather  type  for 
moderate  winds  will  be  classified  according  to  values  of  heat  flux. 

For  wind  speed  greater  than  5  m/sec,  thè  weather  has  been  classified 
according  to  values  of  W  since  thè  mechanical  effect  is  prevalent  on  that  of 
H.  Moreover  H  is  related  to  R  for  day-time  and  to  CA  for  night-time,  so 
thè  major  parameters  influencing  thè  dispersion  of  air  pollution  may  be 
confmed  to  W,  R  and  CA.  It  is  worth  noting  that  since  H  is  due  to  soil 
heating  which  acts  as  a  thermal  stabilizer,  it  follows  that  thè  possible  quick 
variations  in  R  are  smoothed  in  H. 

The  values  of  R  and  CA  were  subdivided  into  3  monthly  homogeneous 
groups  according  to  their  values  equal  to  strong,  moderate  and  slight.  Ther¬ 
mal  convection  is,  in  conclusion,  responsible  for  thè  following  weather 
types:  A  =  bright,  B  =  broken-cloud,  C  =  cloudly;  while  mechanical  mix¬ 
ing  only  is  responsible  for  thè  weather  type  D  =  neutral.  It  is  well  known 


86  G.  A  diletta,  A.  Mazzarella ,  A.  Palumho  and  P.  Vittozzi 


(but  we  bave  also  experimented)  that  R  is  related  to  CA  for  day-time. 
Since  thè  same  classification  of  weather  types  for  day-time  is  obtained 
when  values  of  CA  or  R  from  sunrise  to  sunset  are  used.  one  could  more 
easily  use  mean  daily  values  of  CA  for  weather  type  classification  regard- 
less  of  thè  time  of  day  or  night. 

For  practical  purposes  it  is  important  to  determine  thè  lowest  time- 
limit  in  years  sufficient  to  provide  a  statistically  stable  and  reasonable 
estimate  of  thè  occurrence  of  thè  weather  types.  This  was  obtained  in 
Naples  from  thè  analysis  of  several  sets  of  consecutive  years  selected  ran- 
domly  from  thè  complete  record. 

The  conclusion  of  this  investigation  is  that  a  2  year  record  of  daily 
values  of  R,  CA  and  W  represent  a  minimum  record  lenght  showing  a  sig- 
nificance  level  equal  to  0.95. 


Section  2 

Forecasting  of  thè  weather  type  based  on  few  initial  hours  of  observation 

Since  we  are  dealing  with  thè  forecasting  of  meteorological  IMPUTS 
that,  as  we  shall  see  in  Section  3,  follow  diurnal  cycles  related  to  weather 
types,  thè  practical  problem  arises  of  classifying  thè  weather  type  from  only 
a  few  hours  of  observation. 

In  case  of  cairn,  light  and  moderate  winds,  for  thè  forecasting  of  wea¬ 
ther  type  A,  B,  and  C,  we  may  confine  our  interest  to  hourly  values  of 
cloud-amount  which,  being  a  continuous  time  series,  may  be  statistically 
analysed  by  ordinary  methods  of  time  series. 

The  harmonic  analysis  of  cloud  amount  has  evidenced  significant 
annual  and  diurnal  cycles.  Values  of  amplitudes,  phase  angles  and  vector 
probable  errors  (Palumbo  and  Mazzarella,  1981)  are  reported  on  Table  1. 

The  residuals  of  cloud  amount  (obtained  by  filtering  of  thè  significant 
cycles)  bave  been  found  to  be  no  miai  and  stationary  at  thè  0.05  level  of 
significance  according  to  X2  test  and  run  test  (Palumbo  and  Mazzarella, 
1982).  The  computed  autocorrelation  coefficient  was  found  to  differ  signifl- 
cantly  from  zero  for  lags  up  to  24  hours  (Fig.  1)  demonstrating  that  thè 
hourly  residuals  are  noi:  completely  random  but  exhibit  a  persistence  so 
that  a  major  portion  of  thè  variance  can  be  explained  in  terms  of  thè 
Markov  model.  The  dashed  line  indicates  thè  standard  deviation  of  thè 
computed  correlation  coefficient  from  thè  trae  one  of  an  infinite  record 
(Palumbo  and  Mazzarella,  1982).  This  means  that  thè  values  of  residuals 


Short-range  forecasting  of  INPUTS  required  by  diffusive  models  87 


cloud-amount  residuals. 


88  G.  Adiletta,  A.  Mazzarella,  A.  Palumbo  and  P.  Vittozzi 


TABLE  1 

Amplitude  (A),  vector  probable  error  (vpe)  and  phase  angle  (k)  for  thè  annual 
and  diurna  1  wave  of  cloud  amount  in  Naples 


Wave 

A  (tenth) 

vpe 

k  (degrees) 

Annual 

1.6 

0.09 

o 

o 

Diurnal 

1.0 

0.06 

271° 

Mean  value  (tenth) 

=  4.5. 

of  CA  measured  about  24  hours  apart  are  completely  independent  of  one 
another. 

It  is  important  here  also  to  determine  thè  lowest  limit  in  hours  provid- 
ing  a  stable  and  significant  estimate  of  thè  value  of  CA  during  thè  examined  24 
hours.  Therefore  several  sets  of  consecutive  hourly  values  of  residuals  of  CA 
were  selected  randomly  from  thè  complete  record  and  related  to  daily  mean 
value.  The  conclusion  of  these  tests  is  that  a  4  hour  record  of  hourly  values  of 
residuals  of  CA  represents  thè  minimum  value  sufficient  to  provide  an  estim¬ 
ate  of  thè  mean  daily  value  of  thè  residuals  of  CA  at  thè  0.95  level 


TABLE  2 

Seasonal  percentages  of  cairn,  moderate  and  strong  winds  in  Naples 


Winter  Spring  Summer  Autumn 


Cairn 

8 

11 

10 

9 

Moderate 

78 

84 

88 

83 

Strong 

14 

5 

2 

8 

of  significance.  This  indicates  that  forecasts  are  statistically  reasonable  up 
to  20  h.  Obviously  thè  significance  level  increases  with  thè  number  of  ini- 
tial  set  of  hourly  data;  a  12  h  record  of  residuals  of  CA  provides  an  estimate  of 
thè  mean  daily  value  of  thè  residuals  of  CA  at  0.99  level  of  significance. 


Short-range  forecasting  of  INPUTS  required  hy  diffusive  models  89 


It  has  been  found  that  for  strong  winds,  thè  probability  of  forecasting  of 
thè  weather  type  «D »  (neutral)  is  equal  to  95%  and  has  validity  up  to  20  hours 
ahead  when,  in  thè  24  preceding  hours,  thè  variation  of  atmosperic  pressure 
was  more  than  3  mb  and  thè  sea-breeze  pattern  was  destroyed  by  thè  wmd.  If 
thè  wind  has  been  flowing  for  more  than  10  hours,  thè  forecasting  of  its  dura- 
tion  can  be  performed  according  to  thè  statistica!  scheme  reported  on  Table  3. 


Section  3 

Short  range  forecasting  of  INPUTS  required  by  diffusive  models 

a.  Winds 

Calms 

The  mean  seasonal  percentages  of  calms,  reported  on  Table  2,  show  a 
marked  diurnal  cycle  with  a  maximum  at  night-time  and  an  equal  to  zero 
during  sunny  hours,  except  in  conditions  of  overall  stability.  It  has  been 
shown  that  forecasting  probability  of  cairn  in  thè  t.th  day  is  equal  to  90% 
either  when  thè  mean  vaine  of  atmospheric  pressure  of  thè  (t-  l).th  day  is 
greater  than  1011  mb  (overall  stability)  or  when  pressure  variation  in  thè 
(t-l).th  day  is  less  than  2.5  mb.  The  forecasting  probability  increases  to 
98%  when  a  sea-breeze  or  a  wind  less  than  2  m/sec.  appears  for  thè  whole 
of  thè  (t-l).th  day. 

It  is  well  known  that  cairn  is  thè  cause  of  low  level  nocturnal  inver- 
sions  and  for  thè  forecasting  of  thè  latter  one  can  follow  thè  theoretical 
model  by  Anfossi  et  al.  (1976)  given  by  thè  formula: 


T  (z ,  t)  -  T  (0 , 0)  -  [T  (0 ,  t)  -  T  (0 , 0)] 


Lz  I  —  V/2ercf  [  Z 
2  \  Kt  /  L  (4Kt)1/2 


where  T  is  thè  air  temperature,  z  is  thè  height  of  thè  profile  and  K  is  thè 
heat  diffusion  coefficient  of  thè  soil  and  shown  to  be  equal  to  3  X  IO3 
cm/sec.  The  model  allows  thè  vertical  temperature  profile  to  be  deduced 
from  screen  temperature  record  T(0,t). 


90  G.  Adiletta,  A.  Mazzarella,  A.  Palumbo  and  P.  Vittozzi 


TABLE  3 


Distribution  of  strong  winds  for  direction  and  duration 


N  NE 

E  SE 

s  sw 

W  NW 

Percentages 

3  22 

1  41 

10  8 

2  13 

Mean  duration 

(hours) 

17  22 

10  24 

30  19 

19  18 

4  -  5 

5  -  6 

6  -  8 

>  8 

(m/sec.) 

(m/sec.) 

(m/sec.) 

(m/sec.) 

N 

10  -  20  h 

88 

20  -  30 

- 

30  -  40 

12 

NE 

10  -  20  h 

48 

8 

8 

20  -  30 

12 

2 

2 

30  -  40 

13 

40  -  50 

2 

>50 

5 

SE 

10  -  20  h 

30 

12 

'  10 

1 

20  -  30 

11 

7 

7 

1 

30  -  40 

6 

2 

4 

1 

40  -  50 

2 

1 

1 

1 

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2 

1 

S 

10  -  20  h 

35 

13 

13 

2 

20  -  30 

21 

2 

5 

30  -  40 

4 

1 

4 

sw 

10  -  20  h 

55 

5 

8 

20  -  30 

16 

2 

30  -  40 

7 

2 

40  -  50 

5 

W 

10  -  20  h 

40 

18 

3 

20  -  30  ■ 

16 

10 

3 

30  -  40 

10 

40  -  50 

NW 

10  »  20  h 

72 

4 

3 

20  -  30 

14 

1 

- 

30  -  40 

3 

1 

40  -  50 

2 

Short-range  forecasting  of  INPUTS  required  hy  diffusive  models  91 


Moderate  winds 

The  mean  seasonal  percentages  of  moderate  winds  are  reported  on 
Table  2.  Since  sea-breezes  represent  90%  of  moderate  winds  (Palombo, 
1966)  only  thè  former  are  examined  here.  It  has  been  found  that  thè  fore¬ 
casting  probability  of  sea-breezes  in  thè  tth  day  is  equal  to  98%  when 
either  thè  mean  vaine  of  atmospheric  pressure  of  thè  (t-  l).th  day  is  great- 
er  than  1004  mb  or  thè  pressure  variation  in  thè  (t-  l).th  day  is  less  than  3 
mb.  The  diurnal  cycle  of  sea-breezes  for  each  month  and  weather  type 
show  an  elliptic  pattern  which  has  been  computed  from  observed  mean 
values  according  to  Palumbo  (1966). 


Strong  winds 

The  mean  seasonal  percentages  of  strong  winds  show  a  low  frequency 
of  occurrence  (Table  2).  Since  such  winds  do  not  show  a  regular  behaviour 
and  in  order  to  help  their  statistical  forecasting,  thè  percentages  of  these 
winds  together  with  their  mean  duration  and  distribution  both  for  direction 
and  interval  of  intensity  are  reported  onTable  3.  The  standard  deviationof  thè 
mean  duration  has  been  found  to  be  lower  than  20%  of  thè  tabulated  values. 

b.  Air  temperature 

The  energy  consumption  and  thè  amount  of  pollutants  due  to  heating 
and  refrigeration  of  buildings  and  thè  buoyancy  flux  of  exiting  stack  gases 
depend  strongly  on  air  ambient  temperature.  Fair  estimation  can  be 
obtained  by  thè  knowledge  of  thè  diurnal  variation  of  air  temperature. 
Hourly  residuals  around  thè  daily  mean  curve  for  each  month  and  weather 
type  are  reported  on  Table  4  together  with  hourly  residuals  regardless  of 
weather  classifìcation.  Each  hourly  value  of  residuals  has  been  found  to  be 
significant  at  0.99  level.  A  reduction  in  thè  error/amplitude  ratio  has  been 
found  to  be  equal  to  50% ,  30% ,  20%  and  5%  for  A,  B,  C,  D  weather  types 
when  thè  latter  have  been  taken  into  account.  Further  refìnement  may  be 
achieved  if  one  examines  thè  influence  of  wind  speed  on  thè  air  tempera¬ 
ture  cycle,  but  this  has  not  been  examined  here. 

c.  Stability  parameter 

The  stability  of  thè  atmosphere’s  lower  layers  was  designated  in  thè 
Pasquill  scheme  (Pasquill,  1974)  as  a  measure  of  thè  rate  of  vertical  diffu- 


IABLE  4 

Daily  variation  of  residuals  of  air  temperature  (°C)  around  thè  mean  daily  curve  for  each  month  and  weather  type.  The  last  column 
provides  thè  mean  value  for  each  month  and  weather  type  while  thè  last  line  provides  daily  variation  of  residuals  without 

any  classification 


92  G.  A  diletta,  A.  Mazzarella,  A.  Palumbo  and  P.  Vittozzi 


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Septembe 

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March 

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July 

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October  -1.3  -1.5  -1.7  -1.7  -0.4  0.8  1.9  1.9  1.5  0.8  0.0  -0.3  18.9 

November  -0.8  -1.1  -1.4  -1.7  -LO  0.3  1.9  2.5  1.8  0.4  -0.3  -0.7  16.5 

December  -0.7  -1.0  -1.3  -1.4  -LO  0.4  1.7  2.5  1.5  0.3  -0.2  -0.7  14.5 


Daily  variation  of  residuals  of  air  temperature  (°C)  around  thè  mean  daily  curve  for  each  month  and  weather  type.  The  last  column 
provides  thè  mean  value  for  each  month  and  weather  type  while  thè  last  line  provides  daily  variation  of  residuals  without 

any  classifìcation 


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-1.4 

-1.7 

-1.9 

-1.8 

-0.1 

1.9 

3.4 

2.6 

0.8 

-0.2 

-0.7 

13.2 

February 

-1.3 

-1.7 

-2.1 

-2.5 

-2.3 

-0.4 

2.0 

3.9 

3.3 

1.5 

0.3 

-0.5 

14.0 

March 

-1.7 

-2.2 

-2.7 

-3.0 

-1.8 

0.6 

2.9 

4.1 

3.4 

1.3 

0.0 

-0.8 

14.9 

Aprii 

-2.2 

-2.8 

-3.3 

-3.4 

-0.8 

1.5 

3.2 

4.1 

3.3 

1.7 

-0.2 

-1.1 

16.0 

May 

-2.4 

-3.1 

-3.7 

-3.4 

-0.4 

2.2 

3.4 

3.8 

3.2 

1.7 

-0.2 

-1.2 

18.5 

June 

-2.7 

-3.3 

-3.9 

-3.2 

0.0 

2.3 

3.5 

3.8 

3.2 

1.9 

-0.3 

-1.3 

22.3 

A  July 

-2.5 

-3.2 

-3.8 

-3.3 

-0.3 

2.2 

3.4 

3.8 

3.2 

1.9 

-0.2 

-1.3 

24.4 

August 

-2.4 

-3.2 

-3.7 

-3.5 

-0.6 

2.0 

3.5 

4.1 

3.4 

2.0 

-0.1 

-1.3 

24.0 

September 

-2.2 

-2.8 

-3.4 

-3.5 

-0.8 

1.7 

3.5 

4.1 

3.3 

1.7 

-0.3 

-1.3 

23.2 

October 

-1.8 

-2.3 

-2.8 

-3.1 

-1.0 

1.1 

3.1 

3.9 

2.9 

1.2 

-0.2 

-1.0 

22.8 

November 

-1.4 

-1.8 

-2.1 

-2.5 

-1.4 

0.5 

2.6 

3.7 

2.6 

1.0 

-0.2 

-0.9 

20.5 

December 

-ì.i 

-1.5 

-1.9 

-2.2 

-1.6 

0.3 

2.3 

3.5 

2.3 

0.7 

-0.2 

-0.7 

16.5 

January 

-0.5 

*-0.9 

-1.2 

-1.6 

-1.4 

-0.1 

1.6 

2.5 

1.7 

0.5 

-0.1 

-0.4 

11.0 

February 

-0.8 

-1.2 

-1.5 

-1.9 

-1.4 

-0.2 

1.8 

2.8 

2.0 

0.7 

-0.1 

-0.5 

11.5 

March 

-1.3 

-1.7 

-1.9 

-2.2 

-1.5 

0.3 

2.1 

3.3 

2.6 

0.9 

-o.i. 

-0.6 

12.5 

Aprii 

-1.9 

-2.4 

-2.8 

-2.9 

-0.9 

1.2 

2.9 

3.6 

2.7 

1.2 

0.0 

-0.7 

14.5 

May 

-2.3 

-2.9 

-3.7 

-3.4 

-0.7 

1.8 

3.3 

3.8 

3.1 

1.7 

-0.2 

-1.0 

18.5 

B  ^UnS 

-2.6 

-3.2 

-3.7 

-3.3 

-0.3 

2.1 

3.5 

3.9 

3.3 

1.8 

-0.1 

-1.2 

21.4 

B  July 

-2.4 

-3.2 

-3.7 

-3.4 

-0.3 

2.2 

3.4 

3.9 

3.3 

1.9 

-0.3 

-1.4 

24.2 

August 

-2.2 

-2.9 

-3.4 

-3.4 

-0.8 

1.9 

3.6 

4.1 

3.2 

1.8 

-0.4 

-1.4 

23.5 

September 

-1.6 

-2.1 

-2.7 

-2.9 

-0.7 

1.5 

3.1 

3.7 

2.5 

0.8 

-0.4 

-1.2 

22.4 

October 

-1.3 

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-1  1 

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November 

-0.7 

-0.9 

-1-1 

-1.4 

-0.8 

0.5 

1.7 

2.2 

1.3 

0.3 

-  0.3 

-0.7 

17.5 

December 

-0.7 

-0.9 

-1.2 

-1.3 

-1.1 

0.2 

1.8 

2.2 

1.4 

0.3 

-0.2 

-0.6 

15.0 

January 

-0.4 

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-0.7 

-0.7 

-0.6 

0.1 

0.8 

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0.7 

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-0.1 

10.3 

February 

-0.6 

-0.8 

-0.9 

-1.1 

-0.9 

0.0 

1.1 

1.7 

1.2 

0.5 

0.0 

-0.2 

10.3 

March 

-0.7 

-1.0 

-1.2 

-1.5 

-1.2 

0.0 

1.3 

2.2 

1.6 

0.7 

0.1 

-0.3 

11.0 

Aprii 

-0.9 

-1.2 

-1.5 

-1.8 

-0.9 

0.6 

1.8 

2.6 

1,8 

0.6 

-0.3 

-0.8 

12.7 

May 

-1.2 

-1.6 

-1.8 

-2.0 

-0.6 

1.1 

2.2  . 

2.8 

1.9 

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-0.4 

-1.0 

16.1 

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-1.5 

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-2.4 

-2.2 

0.4 

1.4 

2.6 

3.1 

2.1 

1.0 

-0.5 

-1.2 

18.1 

July 

-1.7 

-2.3 

-2.7 

-2.5 

-0.4 

1.8 

2.9 

3.2 

2.2 

1.1 

-0.4 

-1.3 

21.3 

August 

-1.6 

-2.1 

-2.4 

-2.3 

-0.1 

2.0 

2.9 

3.2 

2.0 

0.7 

-0.8 

-1.6 

21.2 

September 

-0.4 

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-1.6 

-1.9 

-0.8 

0.8 

1.8 

2.1 

1.5 

0.7 

-0.4 

-0.8 

20.8 

October 

-0.4 

-0.8 

-1.1 

-1.3 

-0.5 

0.7 

1.5 

1.6 

1.2 

0.3 

-0.5 

-0.8 

19.6 

November 

-0.2 

-0.6 

-0.7 

-0.9 

-0.3 

0.2 

0.9 

1.4 

0.9 

0.2 

-0.3 

-0.6 

17.5 

December 

-0.7 

—0.7 

-0.6 

-0.6 

-0.2 

0.2 

0.8 

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-0.3 

14.0 

January 

-0.5 

-0.7 

-0.9 

-1.0 

-0.8 

1.1 

1.3 

2.0 

1.3 

0.2 

-0.3 

-0.6 

10.3 

February 

-0.6 

-0.9 

-1.3 

-1.5 

-1.4 

-0.2 

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2.3 

1.8 

0.8 

0.0 

-0.5 

10.4 

March 

-0.9 

-1.3 

-1.4 

-1.6 

-1.0 

0.3 

1.7 

2.5 

1.8 

0.6 

-0.1 

-0.6 

10.5 

Aprii 

-1.1 

-1.5 

-1.9 

-2.0 

-0.8 

0.8 

2.1 

2.6 

1.7 

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0.0 

-0.5 

11.4 

May 

-1.6 

-1.7 

-2.0 

-2.1 

-0.5 

1.3 

2.5 

2.9 

2.0 

0.6 

-0.3 

-1.0 

14.8 

June 

July 

August 

September 

October 

November 

December 


-1.3  -1.5 

-0.8  -1.1 
-0.7  -1.0 


-1.7  -1.7 

-1.4  -1.7 

-1.3  -1.4 


0.0  -0.3  18.9 

-0.3  -0.7  16.5 

-0.2  -0.7  14.5 


Overall 


Short-range  forecasting  of  INPUTS  required  by  diffusi 


TABLE  5 

Daily  variatiom  of  residuals  of  Smith  number  around  thè  mean  daily  curve  for  each  month  and  weather  type.  The  last  column 
provides  thè  mean  vaine  for  each  month  and  weather  type  while  thè  last  line  provides  daily  variation  of  residuals  without 

any  classification 


94  G.  Adiletta,  A.  Mazzarella ,  A.  Palumbo  and  P.  Vittozzi 


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January 

February 

March 

Aprii 

May 

June 

July 

August 

September 

October 

November 

December 

January 

February 

March 

Aprii 

May 

June 

July 

August 

September 

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Short-range  forecasting  of  INPUTS  requìred  hy  diffusive  models  95 


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July 

August 

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May 

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July 

August 

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Overall  1.5  1.5  1.5  0.5  -0.6  -1.4  -1.8  -1.5  -1.0  -0.4 


TABLE  5 

Daily  variation  of  residuals  of  Smith  number  around  thè  mean  daily  curve  for  each  month  and  weather  type  The  last  column 
provides  thè  mean  value  for  each  month  and  weather  type  while  thè  last  line  provides  daily  variation  of  residuals  without 

any  classification 


jj 

2 

‘ 

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10 

- 

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ts 

a 

20 

22 

January 

1.3 

1.3 

1.2 

1.0 

0.7 

-1.1 

-1.4 

-1.1 

-0.7 

0.6 

1.2 

1.2 

3.4 

February 

2.0 

2.2 

2.4 

0.9 

0.6 

-1.9 

-2.4 

-2.1 

-1.4 

0.5 

2.2 

2.0 

3.4 

March 

2.2 

2.3 

2.3 

0.8 

0.5 

-2.2 

-2.6 

-2.2 

-1.5 

0.4 

2.2 

2.2 

3.2 

Aprii 

2.4 

2.6 

2.7 

0.6 

0.4 

-2.4 

-2.8 

-2.5 

-1.6 

0.3 

2.5 

2.3 

3.0 

May 

2.7 

2.8 

2.8 

0.2 

-1.7 

-2.5 

-3.1 

-2.7 

-1.8 

-0.1 

2.7 

2.5 

2.7 

June 

2.6 

2.6 

2.6 

-0.8 

-1.7 

-2.4 

-2.9 

-2.5 

-1.7 

-0.8 

2.5 

2.4 

2.6 

July 

2.6 

2.6 

2.6 

-0.7 

-1.6 

-2.3 

-2.9 

-2.5 

-1.7 

-0.8 

2.5 

2.4 

2.5 

August 

2.3 

2.3 

2.3 

-0.7 

-1.5 

-2.1 

-2.6 

-2.3 

-1.6 

-0.7 

2.3 

2.2 

2.5 

September 

2.1 

2.1 

2.1 

-0.6 

-1.2 

-2.0 

-2.3 

-2.0 

-1.4 

-0.3 

2.1 

2.1 

2.6 

October 

1.9 

1.9 

1.9 

0.6 

-0.5 

-1.8 

-2.1 

-1.8 

-1.2 

0.1 

1.9 

1.9 

2.8 

November 

1.5 

1.5 

1.5 

0.8 

0.5 

-1.4 

-1.7 

-1.5 

-1.0 

0.2 

1.5 

1.5 

3.0 

December 

1.4 

1.4 

1.4 

0.9 

0.6 

-1.3 

-1.6 

-1.3 

-0.8 

0.4 

1.4 

1.3 

3.1 

January 

u 

1.1 

1.2 

0.9 

0.6 

-1.0 

-1.4 

-1.0 

-0.6 

0.8 

1.1 

1.0 

3.2 

February 

1.2 

1.3 

1.3 

0.8 

0.5 

-1.4 

-1.6 

-1.5 

-0.8 

0.7 

1.2 

1.3 

3.0 

March 

1.7 

1.6 

1.6 

0.7 

0.4 

-1.6 

-1.9 

-1.7 

-1.0 

0.6 

1.6 

1.6 

3.0 

Aprii 

1.8 

1.8 

1.8 

0.6 

0.3 

-1.8 

-2.2 

-1.9 

-1.2 

0.5 

1.8 

1.8 

2.8 

May 

2.1 

2.1 

2.0 

0.5 

-0.5 

-2.0 

-2.4 

-2.1 

-1.4 

0.4 

2.0 

2.0 

2.6 

B 

June 

2.1 

2.1 

2.0 

-0.5 

-1.3 

-2.0 

-2.4 

-2.1 

-1.4 

-0.2 

2.0 

2.0 

2.4 

July 

2.1 

2.1 

2.1 

-0.6 

-1.4 

-2.0 

-2.5 

-2.2 

-1.4 

-0.6 

2.1 

2.1 

2.2 

August 

2.0 

2.0 

2.0 

-0.5 

-1.3 

-1.9 

-2.3 

-2.0 

-1.3 

-0.6 

2.0 

2.0 

2.2 

September 

1.8 

1.8 

1.8 

-0.5 

-1.2 

-1.8 

-2.1 

-1.8 

-1.2 

-0.6 

1.9 

1.9 

2.3 

October 

1.5 

1.5 

1.5 

0.5 

-0.5 

-1.4 

-1.8 

-1.5 

-1.0 

0.3 

1.5 

1.6 

2.5 

November 

1.0 

1.1 

1-1 

0.7 

0.2 

-1.1 

-1.3 

“LI 

-0.7 

0.4 

1.1 

1.1 

2.7 

December 

0.9 

1.0 

1.0 

0.8 

0.4 

-1.0 

-1.2 

-1.0 

-0.5 

0.4 

1.0 

1.0 

3.0 

January 

0.5 

0.5 

0.5 

0.4 

0.3 

-0.6 

-0.8 

-0.6 

-0.2 

0.3 

0.5 

0.6 

2.9 

February 

0.7 

0.7 

0.7 

0.3 

0.2 

-0.7 

-1.0 

-0.7 

-0.4 

0.2 

0.7 

0.8 

2.9 

March 

0.9 

0.9 

0.8 

0.2 

0.1 

-0.9 

-1.2 

-1.0 

-0.6 

0.1 

0.9 

0.9 

2.8 

Aprii 

1.1 

1.1 

1.1 

0.0 

0.0 

-1.2 

-1.5 

-1.2 

-0.7 

0.0 

1.1 

1.2 

2.7 

May 

1.3 

1.3 

1.4 

-0.2 

-0.4 

-1.4 

-1.7 

-1.5 

-0.9 

-0.2 

1.4 

1.4 

2.5 

C 

June 

1.6 

1.6 

1.6 

-0.4 

-1.0 

-1.6 

-2.0 

-1.7 

-1.1 

-0.4 

1.7 

1.7 

2.3 

July 

1.6 

1.6 

1.6 

-0.4 

-1.0 

-1.6 

-2.0 

-1.7 

-1.1 

-0.4 

1.6 

1.7 

2.0 

August 

1.4 

1.4 

1.3 

-0.4 

-0.9 

-1.4 

-1.7 

-1.5 

-1.0 

-0.4 

1.5 

1.6 

2.0 

September 

1.3 

1.2 

1.1 

-0.2 

-0.8 

-1.3 

-1.5 

-1.3 

-0.8 

-0.3 

1.3 

1.4 

2.2 

October 

1.0 

1.0 

1.0 

0.2 

0.1 

-1.1 

-1.3 

-1.1 

-0.7 

0.3 

1.1 

1.2 

2.5 

November 

0.6 

0.5 

0.4 

0.3 

0.2 

-0.6 

-0.8 

-0.6 

-0.3 

0.4 

0.5 

0.6 

2.7 

December 

0.6 

0.6 

0.5 

0.4 

0.4 

-0.6 

-0.8 

-0.6 

-0.3 

0.4 

0.6 

0.7 

2.8 

January 

0.4 

0.4 

0.4 

0.3 

0.2 

-0.5 

-0.7 

-0.5 

-0.2 

0.1 

0.4 

0.4 

3.0 

February 

0.6 

0.6 

0.6 

0.2 

0.1 

-0.6 

-0.9 

-0.7 

-0.3 

0.1 

0.6 

0.6 

2.9 

March 

0.6 

0.6 

0.6 

0.1 

0.0 

-0.7 

-0.9 

-0.1 

-0.3 

0.0 

0.6 

0.6 

2.8 

Aprii 

0.7 

0.7 

0.7 

0.0 

-Q.l 

-0.9 

-1.2 

-0.9 

-0.5 

0.0 

0.8 

0.8 

2.6 

D 

May 

June 

July 

August 

September 

0.8 

0.8 

0.8 

0.0 

-0.2 

-1.0 

-1.2 

-1.0 

-0.5 

0.0 

0.8 

0.9 

2.7 

October 

0.6 

0.6 

0.5 

0.0 

-0.3 

-0.6 

-0.9 

-0.7 

-0.4 

0.0 

0.6 

0.6 

2.6 

November 

0.6 

0.6 

0.6 

0.1 

0.2 

-0.7 

-0.9 

-0.7 

-0.4 

0.1 

0.6 

0.6 

2.8 

December 

0.5 

0.5 

0.5 

0.2 

0.1 

-0.6 

-0.8 

-0.6 

-0.2 

0.1 

0.5 

0.5 

2.9 

Overall 

1.5 

1.5 

1.5 

0.5 

-0.6 

-1.4 

-1.8 

-1.5 

-1.0 

-0.4 

1.5 

1.5 

2.7 

Short-range  forecasting  of  INPUTS  required  by  diffusi 


96  G.  A  diletta,  A.  Mazzarella,  A.  Palumbo  and  P.  Vittozzi 


sion.  This  measure  was  translated  by  Smith  (Pasquill,  1974)  into  a  numerical 
scheme.  Note  that  we  have  followed  thè  convention  of  reducing  thè  Smith 
number  by  1.5  for  thè  day-time  and  by  0.5  (category)  for  thè  night-time 
toward  thè  more  unstable  class  within  thè  urban  area  (Palumbo,  1979). 
Hourly  residuals  around  thè  daily  mean  curve  for  each  month  and  weather 
type  are  reported  on  Tabi  e  5  together  with  hourly  residuals  regardless  of 
weather  classification.  Each  hourly  value  of  residuals  has  been  found  to  be 
signi ficant  at  0.99  level.  A  reduction  in  thè  erro r/ ampi itude  ratio  has  been 
found  to  be  equal  to  50% ,  40% ,  20%  and  5%  for  A,  B,  C,  D  weather  types 
when  thè  latter  have  been  taken  into  account. 


d.  Urban  plume 


A  large  city  may  be  considered  as  a  source  of  pollution  according  to 
thè  simple  model  described  by  Palumbo  and  Mazzarella  (1981)  which 
relates  thè  total  source  strenght  of  a  pollutant  within  a  city  to  thè  net  flux 
across  thè  downwind  edge.  The  greatest  conc entra tions  of  pollutants  are  to 
be  expected  near  thè  center  of  thè  city  with  lesser  conc  entra  tions  over  thè 


suburbs.  The  height  of  thè  Naples  piume  may  be  provided  by 


is  dependent  on  distance  downwind  from  source,  stability  parameter  and 
roughness  length.  It  can  be  computed  according  to  thè  Smith  scheme  (Pas¬ 
quill,  1974).  Because  of  thè  dependence  on  thè  stability  parameter,  such  a 
height  follows  a  marked  diurnal  cycle.  The  mean  annual  diurnal  cycle  at  4 
km  downwind  from  edge  is  reported  below: 


0 

2 

4 

6 

8 

10 

12 

14 

16 

18 

20 

22 

hours 

110 

110 

110 

160 

470 

640 

650 

650 

470 

160 

110 

110 

metres 

e.  Plume  rise 

The  calculation  of  fiume  rise  is  a  vital  consideration  in  predicting 
dispersion  of  effluents  into  thè  atmosphere,  yet  such  a  calculation  is  not 
straightforward  (Briggs,  1969).  Since  all  thè  formulas  reported  in  literature 
depend  strongly  on  meteo rological  parameters  which  follow  a  marked  diur¬ 
nal  cycle,  such  a  piume  rise  has  a  daily  behaviour. 


Short-range  forecastìng  of  INPUTS  required  by  diffusive  models  97 


Con  clu  sion  s 

The  procedure  of  application  of  thè  present  climatological  model  is  as 
follows:  one  must  set  up  a  computer  program  for  analysing  a  minimum 
record  of  2  years  of  meteorological  parameters  and  for  computing  their 
hourly  residuals  around  thè  mean  daily  curve  for  each  month  and  weather 
type;  as  soon  as  thè  weather  type  is  forecast  according  to  thè  described 
scheme,  one  starts  from  a  known  value  of  thè  INPUT  required  by  diffusive 
models  at  a  certain  hour  and  checks  whether  this  instantaneous  value  fol¬ 
lows  thè  4  preceding  ones  according  to  thè  diurnal  cycle  of  thè  computed 
hourly  residuals;  if  not,  one  makes  a  smoothing  of  previous  4  values  of  thè 
INPUT  up  to  fìt  satisfactorily  thè  curve  of  thè  hourly  residuals.  In  this  way 
thè  examined  meteorological  INPUT  is  computed  at  0.95  level  of  signifìc- 
ance  for  20  hours  ahead.  In  conclusion  this  paper  has  demonstrated  that 
thè  diurnal  cycles  of  thè  meteorological  parameters  required  by  diffusive 
models  are  strongly  related  to  weather  types.  These  have  been  classified 
according  to  thè  parameters  that  influence  thè  dispersion  of  air  pollution. 
It  has  been  found  that  4  weather  types  exhaust  thè  range  of  weather  types 
during  one  year  in  Naples  and  that  a  minimum  record  of  2  years  provides  a 
statistically  reasonable  estimate  for  thè  occurrence  of  such  weather  types. 


REFERENCES 

Anfossi  D.,  P.  Bacci  and  A.  Lunghetto,  1976  -  Forecastìng  of  vertical  temperature 
profiles  in  thè  atmosphere  during  nocturnal  radiation  inversions  from  air  tempera¬ 
ture  trend  at  screen  height.  Quart.  J.  R.  Meteor.  Soc.,  102,  173-180. 

Briggs,  G.  A.,  1969  -  Piume  rise.  U.S.  Atomic  Energy  Commission,  81  pp. 

Palumbo  A.,  1966  -  Caratteristiche  del  vento  a  Napoli  con  nota  sulla  variazione  gior¬ 
naliera  del  vento  medio.  Boll.  Soc.  Nat.  Napoli,  75,  349-408. 

Palumbo  A.,  1979  -  Modificazioni  microclimatiche  indotte  dall’urbanizzazione  a 
Napoli.  Re.  Accad.  Se.  fis.  mat.,  Napoli,  46,  310-349. 

Palumbo  A.  and  A.  Mazzarella,  1981  -  Short  range  forecastìng  of  pollutant  ground 
level  concentration.  Atmos.  Env.,  5,  775-779. 

Palumbo  A.  and  A.  Mazzarella,  1982  -  Mean  sea  level  variations  and  their  practical 
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Pasquill  F.,  1974  -  Atmospheric  diffusion.  Ellis  Horwood,  Chichester,  429  pp. 

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■ 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  90,  1981,  pp.  99-130,  tab.  1 


Cisalveolina  fraasi  (Giimbel)  Reichel,  Foraminiferida: 
diffusione  geografica  e  problemi  stratigrafici 1 

Nota  del  sodo  Piero  De  Castro  (*) 


(Tornata  del  27  novembre  1981) 


Riassunto.  -  Viene  eseguito  un  esame  critico  dei  dati  della  letteratura  riguar¬ 
danti  la  diffusione  geografica  e  la  distribuzione  stratigrafica  di  Cisalveolina  fraasi 
(Gumbel),  una  specie  di  notevole  interesse  stratigrafico  a  cui  gli  studiosi  assegnano 
un’età  compresa  complessivamente  tra  il  Cenomaniano  ed  il  Turoniano.  In  base  alle 
indicazioni  d’età,  comprovate  anche  da  altri  fossili  di  notevole  valore  stratigrafico 
(principalmente  Ammoniti  e  Rudiste),  si  è  portati  a  concludere  che  Cisalveolina 
fraasi  sia  vissuta  soltanto  nel  Cenomaniano  superiore. 

Vengono  indicati  anche  i  microfossili  che  più  frequentemente  si  associano  a 
Cisalveolina  fraasi  nell’area  mediterranea  e  nel  Medio  Oriente;  viene  accennato,  in 
proposito,  alle  somiglianze  tra  Pseudorhipidionina  casertana  (De  Castro),  Praerhapy - 
dionina  murgiana  Crescenti  e  Reis sella  ramonensis  Hamaoui  e  non  si  esclude  una 
loro  parziale  sinonimia.  Inoltre,  viene  precisata  l’età  di  Cisalveolina  lehnerì  Reichel 
e  di  Sellialveolina  viallii  Colalongo. 

Resumé.  ~  On  examine  de  fafon  critique  les  données  de  la  littérature  concer- 
nant  la  diffusion  géographique  et  la  répartition  stratigraphique  de  Cisalveolina  fraasi 
(Gumbel),  espèce  de  gran  interet  stratigraphique  à  laquelle  les  Auteurs  confèrent  un 
age  compris  globalement  entre  le  Cénomanien  et  le  Turonien. 


(*)  Istituto  di  Paleontologia  dell’Università  di  Napoli,  Largo  San  Marcellino 
n.  10,  80138  Napoli. 

1  Lavoro  eseguito  con  i  contributi  del  C.N.R.  e  del  M.P.I. 

Ringrazio  vivamente  i  miei  colleghi  dell’A.G.I.P.  Mineraria  e,  in  particolare,  i 
Dott.  Achille  Balduzzi,  Emilio  Bellini  e  Guido  Verdiani  per  l’aiuto  fornitomi 
nelle  ricerche  bibliografiche  e  per  le  cortesie  usatemi.  I  miei  ringraziamenti  più  cor¬ 
diali  rivolgo  alla  Sig.ra  Dot.  Rajka  Radoicic  dello  Zavod  za  geoloska  i  geofizicka 
Istrazivanja  di  Belgrado  per  i  chiarimenti  sulle  situazioni  di  campagna  riguardanti 
Cisalveolina  fraasi  in  Iugoslavia. 

Desidero  esprimere  in  particolare  la  mia  gratitudine  ai  Prof  fi  Manfred  Reichel 
e  Lukas  Hoitinger  del  Geoologisch-palàontologisch es  Institut ,  Bernoullianum ,  di 
Basilea  per  le  informazioni  fornitemi  sui  campioni  a  Cisalveolina  di  Tang-i-Moghar. 


100  P.  De  Castro 


Sur  la  base  des  données  plus  sures,  confìrmées  par  d’autres  fossiles  stratigraphi- 
quement  très  valables  (surtout  Ammonites  et  Rudistes),  on  est  amené  à  affìrmer 
que  Cisalveolina  fransi  a  vecu  pendant  le  Cénomanien  supérieur  sans  en  atteindre, 
ni  vers  le  haut  ni  vers  le  bas,  les  limites. 

On  indique  également  les  microfossils  qui  sont  plus  frequemment  associés  à 
Cisalveolina  fransi  dans  les  régions  méditerranées  et  du  Moyen-Orient;  à  ce  sujet  on 
fait  allusion  au  ressemblances  entre  Pseudorhipidionina  casertana  (De  Castro), 
Praerhapydionina  murgiana  Crescenti  et  Re is sella  ramonensis  Hamaoui  ce  qui  n’ex- 
clue  pas  une  synonimie  partielle  entre  elles.  En  outre,  Page  de  Cisalveolina  lehneri 
Reichel  et  de  Sellialveolina  viallii  Colalongo  est  précisé. 

Termini  chiave.  Foraminiferida,  Cisalveolina  fraasi  (biogeografìa,  biostratigrafia), 
Pseudorhipidionina  casertana ,  Praerhapydionina  murgiana,  Rei  ssella  ramonensis, 
Cisalveolina  lehneri,  Sellialveolina  viallii. 


§  1.  Premessa  e  conclusioni 

Questo  lavoro  cerca  di  integrare  le  osservazioni  su  Cisalveolina  fraasi 
(Gumbel)  Reichel  già  fornite  dallo  scrivente  nel  1980  in  una  pubblicazione 
scritta  principalmente  per  servire  come  base  per  discussioni  sulle  Alveoline 
più  tipiche  del  Mediterraneo  centrale  ed  orientale. 

Cisalveolina  fraasi  (Gumbel)  è  un  Alveolinide  del  Cretacico  superiore 
delle  facies  di  piattaforma  carbonatica  (De  Castro,  1966b;  Brun  in 
Hamaoui  e  Brun,  1974)  che  ai  vantaggi  di  un’ampia  diffusione  areale  e  di 
una  limitata  distribuzione  verticale  aggiunge  un  facile  riconoscimento  sia 
nelle  microfacies  sia  sulla  roccia  durante  le  indagini  di  campagna.  L’inte¬ 
resse  per  questa  specie  è  accresciuto  dal  fatto  che  anche  altri  numerosi 
microfossili  riceverebbero  un  più  esatto  inquadramento  cronostratigrafico, 
e  quindi  una  migliore  utilizzazione  pratica,  in  seguito  ad  una  determina¬ 
zione  più  precisa  della  sua  età.  Ricordo,  a  titolo  d’esempio,  Pseudorhapydio- 
nina  laurinensis  che  sembra  estinguersi  in  corrispondenza  dell’inizio  dell- 
acrozona  di  Cisalveolina  fraasi ;  inoltre,  i  numerosi  Foraminiferi  che  si 
associano  ad  essa  (Tab.  1)  e  soprattutto  Pseudorhipidionina  casertana  che 
presenta  un’acrozona  approssimativamente  coincidente  con  quella  della 
specie  in  esame.  Mi  sembra  opportuno,  in  proposito,  richiamare  l’atten¬ 
zione  sulle  perplessità  cui  da  luogo  Pseudorhipidionina  casertana  nei  con¬ 
fronti  di  Praerhapydionina  murgiana. 

Praerhapydionina  murgiana  fu  istituita  da  CRESCENTI  nel  1964  nelle 
facies  di  piattaforma  carbonatica  del  Cenomaniano  superiore-Turoniano 
inferiore  delle  Murge  (Puglie);  è  da  notare  che  il  Turoniano  inferiore  di 
Crescenti  corrisponde  al  Cenomaniano  superiore  degli  Autori  che  attribuì- 


Cisalveoiéna  fransi  (Gùmbel)  Reichei,  Foraminiferida ,  ecc .  101 


scono  il  livello  a  Cisaiveolina  fraasi  a  questa  porzione  del  Cretacico.  Dopo 
ristiamone,  Praerhapydionina  murgiana  è  stata  segnalata,  in  Italia,  soltanto 
da  alcuni  Autori,  talora  in  lavori  a  carattere  di  sintesi,  e  non  è  stata  illu¬ 
strata  quasi  mai;  ricordo  Crescenti  (1966,  Appennino  meridionale,  Cen. 
sup.-Tur.  ini),  Crescenti  et  al  (1969,  Marche- Abruzzi,  Tur.-Sen.),  Cre¬ 
scenti  e  Vichi  (1964,  zona  di  Palese-Matera,  Tur.  inf.),  Praturlom  e  Sirna 
(1975,  Italia,  Àlbiano-Cen.),  Soltanto  Lupertq-Sihhi  (1966b*,  Lucania,  Cen. 
sup.)  illustra  un  esemplare  che  attribuisce  a  questa  specie  e  vi  aggiunge 
alcuni  cenni  descrittivi  in  una  appendice  sistematica.  Fuori  d’Italia,  la  spe¬ 
cie  è  stata  segnalata,  per  lo  più  dubitativamente,  alla  base  della  zona  di 
passaggio  dal  Cenomaniano  al  turoniano,  in  Jugoslavia  (Serbia  occidentale) 
da  Radoicic  (19 72 a,  ?  Pseudorhipidionina  murgiana ;  1972b*,  ?  Pseudorhipi - 
dìonina  murgiana ;  1972 c,  Pseudorhapydìonìna  murgiana). 

L’attribuzione  generica  prospettata  da  Radoicic  (19 72 ab)  è  di  notevole 
interesse;  se  Praerhapydionina  murgiana  fosse  veramente  una  Pseudorhìpì- 
dionina ,  caratterizzata  perciò  da  una  apertura  multipla  anzicché  da  una 
apertura  unica,  andrebbe  accertato  se  essa  è  una  specie  distinta  o  un  sinonimo 
di  Pseudorhipidionina  casertana.  Ricordo,  in  proposito,  che  Crescenti  (1966, 
p.  546)  segnalò  nell’ Appennino  umbro-marchigiano  sia  Praerhapydionina 
murgiana  sia  Rhipidionina  casertana  (all’epoca  non  era  stata  ancora  chiarita 
la  struttura  di  Rhipidionina  e  non  era  stato  istituito  il  genere  Pseudorhipi- 
dìonina).  Anche  Radoicxg,  nei  lavori  citati  (1977 a,  1972b),  segnala  sia  ? 
Pseudorhipidionina  murgiana  sia  Pseudorhipidionina  casertana  attribuendo  a 
quest’ultima  una  distribuzione  stratigrafica  più  estesa  verso  l’alto  nell’am¬ 
bito  del  Turoniano  inferiore. 

Mi  sembra  probabile  che  Pseudorhipidionina  casertana  possa  essere  un 
sinonimo  non  valido  dì  Praerhapydionina  murgiana :  le  due  specie  ricorrono 
in  terreni  della  stessa  facies  e  più  o  meno  della  stessa  età;  sembrano  pre¬ 
sentare,  inoltre,  dimensioni,  morfologia  complessiva  ed  endoscheletro  com¬ 
parabili  (v.  Crescenti,  1964  e  De  Castro,  1965),  L’apertura  unica  osser¬ 
vata  e  figurata  da  Crescenti  (1964;  vedi  anche  didascalia  di  tav.  I,  flg.  2-3) 
potrebbe  essere  solo  apparente  e  originatasi  in  realtà  in  seguito  al  riassorbi¬ 
mento  di  un’apertura  multipla;  questo  fenomeno,  peraltro,  non  è  infre¬ 
quente  ed  è  stato  messo  in  evidenza  dallo  scrivente  in  Pseudorhapydìonìna 
dubia  ed  in  Pseudorhapydionina  iaurinensis  (1965,  p.  350,354). 

La  sìnoninia,  anche  al  fine  di  escludere  l’eventuale  esistenza  di  specie 
affini,  andrebbe  accertata  sul  materiale  tipo.  Io,  qualche  tempo  fa,  non 'ho 
potuto  utilizzare  questo  materiale;  nel  1980,  in  occasione  delle  ricerche  da 
me  svolte  nell’ambito  del  progetto  Evenements  de  la  panie  moyenne  du  Cré- 
tacé ,  ho  cercato  di  esaminare  sia  le  sezioni  sottili  del  tipo  e  dei  «  parati - 


102  P.  De  Castro 


poi  di»,  sia  Punico  campione  di  roccia  (9058)  da  cui  esse  furono  tratte.  Il 
prof.  Samuele  Sartoni  dell’Istituto  di  Geologia  e  Paleontologia  dell’Uni¬ 
versità  di  Bologna  (sede  indicata  come  deposito  del  materiale  tipico)  e  lo 
stesso  prof.  Uberto  Crescenti,  i  quali  ringrazio  per  il  cortese  interessa¬ 
mento,  mi  comunicarono  che,  nonostante  le  ricerche  eseguite,  non  avevano 
potuto  rintracciare  il  materiale  richiesto. 

Un’altra  specie  che  presenta  notevoli  affinità  con  Pseudorhipidionina 
casertana  è  Reissella  ramonensis  Hamaoui,  1963,  del  Cenomaniano  del 
Makhtesh  Ramon  (Israele).  Le  due  specie  presentano  morfologia  comples¬ 
siva,  tipo  d’apertura,  distribuzione  stratigrafica  ed  ecologica  comparabili; 
esse  differiscono  per  l’endoscheletro  che  è  costituito  soltanto  da  lame  per¬ 
pendicolari  ai  setti  in  P.  casertana  mentre  è  rappresentato  da  lame  sia  per¬ 
pendicolari  sia  parallele  ai  setti  in  R.  ramonensis.  Quest’ultima  specie  è 
stata  segnalata  anche  nell’isola  di  Creta  (Leppig,  1976);  le  poche  figure  che 
la  mostrano  in  sezione  (Hamaoui,  1966,  tav.  3,  Fig.  6)  si  riferiscono  al 
Cenomaniano  della  località  tipo  e  sono  apparentemente  simili  a  quelle  di 
Pseudorhipidionina  casertana. 


Nelle  pagine  che  seguono  viene  fornita  la  distribuzione  geografica  di 
Cisalveolina  fraasi',  inoltre  sono  riportate,  per  ogni  paese,  le  segnalazioni 
dei  vari  Autori  e  vengono  discusse  quelle  maggiormente  indicative  dell’età 
della  specie.  In  base  al  confronto  di  tutti  questi  dati  viene  ritenuto,  alla 
fine,  che  Cisalveolina  fraasi  sia  vissuta  soltanto  nel  Cenomaniano  supe¬ 
riore. 

Cisalveolina  lehneri  Reichel  compare  prima  di  Cisalveolina  fraasi  ;  la 

comparsa  si  verifica,  al  Monte  Calvi  in  Campania,  nella  metà  superiore 
dell’acrozona  di  Peneroplis  parvus  De  Castro:  porzione  di  acrozona  che 
corrisponde  approssimativamente  all’inizio  del  Cenomaniano  medio2.  I  dati 


2  Peneroplis  parvus  De  Castro  presenta  al  Monte  Cerreto  in  provincia  di 
Caserta,  una  ditribuzione  stratigrafica  approssimativamente  coincidente  con  quella 
di  Sellialveolina  viallii ;  queste  due  specie  vi  compaiono  per  uno  spessore  considere¬ 
vole  (circa  180  m)  ed  è  probabile  che  la  loro  acrozona  vi  sia  interamente  rappresen¬ 
tata:  ambedue  le  specie,  pertanto,  dovrebbero  avere  la  stessa  età. 

Sellialveolina  viallii  Colalongo  sembra  essere  vissuta  dal  Vraconiano  fino  alla 
fine  del  Cenomaniano  medio.  Il  limite  inferiore  d’età  è  deducibile  principalmente 
dai  dati  di  Bismuto  (1973,  p.  195-196),  confermati  da  Bismuto  et  al.  (1981,  p.  210- 
211),  che  la  osservò  nella  zona  di  Kasserine  (pozzo  Kebir  1)  in  una  formazione  sicu- 


Cisalveolina  fraasi  (Gumbel)  Reichel,  Foraminiferida »  ecc.  103 


dell’Iran  (vedi  in  seguito)  mostrano  che  Cisalveolina  lehneri  raggiunge  l’acro» 
zona  di  Cisalveolina  fraasi  ma  sembra  estinguersi  prima  di  questa  specie; 
pertanto  la  sua  età  dovrebbe  estendersi  approssimativamente  dal  Cenoma- 
niano  medio  fino  alla  porzione  inferiore  del  Cenomaniano  superiore. 


§  2.  Distribuzione  geografica  e  dati  sintetici  per  paesi* * 3 

La  specie  è  presente  nel  Medio  Oriente,  nel  Mediterraneo  e  in  Porto¬ 
gallo.  Più  esattamente  essa  è  stata  segnalata  in  Algeria,  Giordania,  Grecia, 
Iran,  Iraq,  Israele,  Italia,  Iugoslavia,  Kuwait,  Libano,  Portogallo  e  Tunisia. 

ALGERIA  —  Van  De  Fliert  (1957,  sub  Ov alveolina  ovum  fide  Vila 
1974,  p.  389;  Oued  Athménia),  Vila  (1974*,  Rocher  de  Constantine,  Cén. 
sup.),  Vila  (1980*,  Algeria  orientale,  Cen.  sup.),  Vila  et  al.  (1975,  Koudiat 
Touachra,  Cen.  sup),  Vila  et  al.  (1976,  Djebels  Guergour  e  Anini,  Cen. 
sup.). 

Fra  i  lavori  citati  è  di  particolare  interesse  la  recente  monografia  di 
Vila  (1980)  dove  il  livello  a  Cisalveolina  fraasi  viene  citato  in  numerose 
località  dell’Algeria  orientale  per  uno  spessore  variabile  che  raggiunge  al 
massimo  una  cinquantina  di  metri  (Djebels  Guergour  e  Anini;  op.  cit., 
fìgg.  36,  46);  questo  livello  può  contenere  Caprina  schiosensis  Boehm  e 
strati  con  Praeglobotruncana  stephani  (Gandolfi)  (Djebels  Oum  Settas  e 
Mezela);  nelle  successioni  con  Ippuriti  risulta  sempre  sottoposto  a  queste 
Rudiste  (15  m  al  Djebel  Felten,  25  al  Rocher  de  Constantine,  50  ai  Djebels 
Oum  Settas  e  Mezela). 


ramente  attribuibile  al  Vraconiano  per  la  presenza  di  Planomalina  buxtorfi  (Gan- 
dolfi)  (vedi  De  Castro,  1980,  pp.  29-30).  Il  limite  superiore  d’età  può  farsi  coinci¬ 

dere  con  la  fine  del  Cenomaniano  medio  grazie  alle  osservazioni  eseguite  da  Saint- 
Marc  (1977b)  in  Siria  dove  la  specie  è  presente  in  strati  riferibili  a  questa  età  per  la 
presenza  di  Ammoniti. 

3  Nelle  segnalazioni  sono  riportati,  dopo  il  nome  dell’Autore,  l’anno  della  pub¬ 
blicazione,  la  regione  del  ritrovamento,  l’età  di  Cisalveolina  fraasi  o  -  se  questa  non 
è  precisata  -  l’età  assegnata  alla  successione  stratigrafica  di  cui  fano  parte  gli  strati 
che  contengono  la  specie  in  esame.  Quando  Cisalveolina  fraasi  è  stata  indicata  con 
un  sinonimo  poco  noto,  questo  è  stato  riportato  dopo  l’anno  della  pubblicazione.  Un 
asterisco  dopo  questo  anno  indica  che  l’Autore  ha  figurato  esemplari  che  ha  attri¬ 
buito  alla  specie  in  esame;  un  +  nella  stessa  posizione  indica  che,  a  causa  del  parti¬ 
colare  interesse  stratigrafìco  o  biogeografico  della  segnalazione,  sarebbe  auspicabile 
una  documentazione  più  ampia. 


104  P.  De  Castro 


GRECIA  -  Bernier  &  Fleury  (1980,  dominio  di  Gavrovo,  Cen.  sup.  - 
?  Tur.  inf.),  Fleury  (1971,  Massiccio  di  Gavrovo,  Cen.  sup.),  Fleury 
(1980*,  Massicci  di  Gavrovo  e  di  Varassova,  Kotroni,  Mavrovouni  d’Argos, 
Cen.  sup.-Tur.  inf.). 

In  base  ai  dati  forniti  da  Fleury  nella  sua  recente  monografia  (1980, 
pp.  64,  86)  lo  spessore  del  livello  a  Cisalveolina  fraasi  non  supera  una  ven¬ 
tina  di  metri. 

IRAN  —  Kent  et  al.  (1951,  Tang-i-Moghar,  Cen.-?  Tur.),  Reichel 
(1941*,  Tang-i-Moghar,  Cen,-?  Tur.,  età  precisata  come  Cen.  sup.  da  Ree 
chel  in  Azzaroli  e  Reichel,  1964),  Sampò  (1969*,  Zagros,  Cen.).  Vedi 
pure  Hamaoui  (1979). 

Le  indicazioni  fornite  da  Reichel  e  da  Kent  et  al ,  riguardano  la  por¬ 
zione  superiore,  di  circa  250  m.  di  spessore,  della  successione  stratigrafie  di 
Tang-i-Moghar  (Kuh-i-Bingistan). 

Reichel  (1941,  p.  254;  1947,  p.  1)  esaminò  i  preparati  provenienti  da 
nove  livelli  distribuiti  lungo  tutta  la  successione  menzionata,  contrasse¬ 
gnati  in  ordine  stratigrafico  discendente  dai  numeri  110,  114,  115,  132,  140, 
160,  162,  172,  191;  i  campioni  di  questi  livelli  erano  stati  prelevati  da  geo¬ 
logi  dell’Anglo  Iranian  Oil  Company  (A.I.O.C.). 

Secondo  Reichel  (1941,  p.  254)  il  genere  Cisalveolina  è  presente  sol¬ 
tanto  negli  ultimi  60  metri  della  sezione  di  Tang-i-Moghar  corrispondenti, 
in  ordine  stratigrafico  ascendente,  ai  campioni  115,  114  e  110.  In  questo 
intervallo  Cisalveolina  lehneri  e  Praealveolina  cretacea  tennis  compaiono 
prima  di  C.  fallax  nel  campione  115  e,  poi,  si  associano  ad  essa  nel  cam¬ 
pione  114;  è  da  quest’ultimo  che  provengono  i  tipi  di  ambedue  le  specie  di 
Cisalveolina,  Nel  campione  110  sembra  che  le  sole  alveoline  presenti  siano 
rappresentate  da  Multìspirina  iranensis ,  specie  che  si  accompagna  alle 
Cisalveoline  e  che  compare  sensibilmente  prima  di  esse 4. 

Kent  et  al.  (1951,  p.  5),  all’epoca  geologi  dell’A.I.O.C.,  segnalarono 
Cisalveolina  fraasi,  Multìspirina  iranensis,  Ovalveolina  cf.  ovum  nella  suc¬ 
cessione  di  250  metri  indicata  e  precisarono  che  Cisalveolina  lehneri  è  pre¬ 
sente  soltanto  negli  ultimi  25  metri.  Questi  dati  sono  molto  interessanti; 
andrebbero  perciò  confermati  sia  per  quanto  riguarda  i  rapporti  stratigrafici 


4  Nella  mia  pubblicazione  sulle  Alveoline  del  1980  (p.  44  e  86),  per  un  errore  di 
stampa  sfuggito  alla  correzione  delle  bozze,  è  detto  che  le  Cisalveoline  sono  pre¬ 
senti  nella  porzione  inferiore  della  successione  di  Tang-i-Moghar. 


Cisalveolina  fransi  (Gtimbel)  Reichel,  Foraminiferida,  ecc.  105 


tra  C.  fraasi  e  C.  lehnerì  che  sono  differenti  da  tutti  gli  altri  noti,  sia  per 
quanto  riguarda  lo  spessore  delfacrozona  di  C.  fraasi  che  è  diverso  da 
quello  fornito  da  Reichel. 

L’età  turoniana  che,  nel  Medio  Oriente  in  generale  ed  in  Iran  in  par¬ 
ticolare,  viene  attribuita  da  alcuni  Autori  agli  strati  con  Cisalveolina 
sembra  basarsi,  almeno  in  parte,  sulla  concomitanza  della  scomparsa  di 
Orbito  lina  cf.  concava  Lamarck  e  sulla  presenza  di  Vola  alpina  (D’Or- 
bigny)  (vedi  Smout,  1956,  p.  336);  questi  argomenti,  tuttavia,  non  sono 
sufficientemente  significativi  anche  perché  il  Pettinide  menzionato  è  noto 
p.  es.  anche  nel  Cenomaniano  inferiore  di  Giordania  (Lewy  e  Raab,  1978, 
Tab.  5)  e  nel  Cenomaniano  superiore  di  Israele  (Hamaoui  e  Raab  in  Arkin 
et  al. ,  1965,  Composite  columnar  sectiorì). 

IRAQ  -  Al  Naqib  (1967,  Iraq  sud-occidentale,  Cen.).  Brun  in 
Hamaoui  e  Brun  (1974)  segnala  Cisalveolina  spp.  nell’unità  superiore,  di 
età  cenomaniano-turoniana,  della  formazione  Mishrif.  Dunnington  in  Van 
Bellen  et  al  (1959,  p.  188-189,  zona  di  Bassora,  Cen.),  Hamaoui  (1979,  p. 
34,  35,  117,  parte  inferiore  della  unità  superiore  della  formazione  Mishrif 
di  età  Cen.-Tur.),  Owen  e  Nasr  (1958,  Zubair:  metà  inferiore  della  forma¬ 
zione  mishrif,  Tur.),  Richè  e  Prestai  (1980,  Iraq  settentrionale,  Cen. 
medio  e  Cen.  sup.),  Smout  (1956,  Zubair,  Tur.),  Smout  in  Owen  e  Nasr 
(1958,  zona  di  Bassora,  Tur.). 

Cisalveolina  fraasi  e  Cisalveolina  lehneri  sono  segnalate  da  Owen  e 
Nasr  nel  pozzo  Zubair  n.  3,  nella  porzione  inferiore,  di  70  m  di  spessore, 
della  formazione  Mishrif;  non  è  da  escludere,  però,  che  questi  Autori 
abbiano  indicato  globalmente  i  fossili  presenti  nella  porzione  inferiore  ad 
Alveoline  (. Praealveolina ,  Cisalveolina,  Multispirina )  della  formazione  e  che 
alle  Cisalveoline,  in  particolare,  spetti  uno  spessore  minore. 

L’età  attribuita  dai  vari  Autori  a  Cisalveolina  fraasi  non  è  motivata  da 
fossili  significativi;  le  attribuzioni  al  Turoniano,  in  particolare,  sembrano 
basarsi,  almeno  in  parte,  sulle  considerazioni  già  menzionate  a  proposito 
dell’Iran. 

ISRAELE  —  Fraas  (1867*,  zona  di  Gerusalemme,  limite  Cen.-Tur.), 
Hamaoui  (1961*,  Galilea,  Cen.-Tur.),  Hamaoui  (1964,  Giudea,  Cen.  sup.- 
Tur.  inf.),  Hamaoui  in  Arkin  et  al.  (1965*,  zona  di  Gerusalemme-Bet 
Shemesh,  Cen.  e  Tur.  inf.),  Hamaoui  in  Arkin  e  Hamaoui  (1967,  zona 
di  Gerusalemme-Bet  Shemesh,  Cen.-Tur.),  Hamaoui  (1979,  Galilea  e  zona 
di  Gerusalemme-Bet  Shemesh,  Cen.  sup.-Tur.  sup.),  Reiss  (1959*,  Gali¬ 
lea,  Cen.  o  Tur.),  Reiss  in  Shadmon  (1959,  Galilea:  formazione  Bi’na,  età 


106  P.  De  Castro 


della  formazione:  Cen.-Tur.),  Riché  e  Prestai  (1980,  Israele,  Cen.  medio 
e  sup.). 

In  Israele  sono  state  istituite  numerose  formazioni  tra  cui  ricordo, 
perché  utili  ai  fini  del  presente  lavoro,  elencandole  in  ordine  stratigrafico 
ascendente,  quelle  di  Moza,  Amminadav,  Kefar,  Sha’ul,  Weradim,  Bi’na. 
Siccome  queste  formazioni  non  presentano  gli  stessi  spessori  nelle  varie 
zone  del  paese,  mi  riferirò  a  quelli  che  loro  competono  nella  zona  di  Geru- 
salemme-Bet  Shemesh;  qui,  peraltro,  esse  hanno  le  loro  sezioni  tipo  ad 
eccezione  della  formazione  Bi’na  la  quale,  però,  vi  è  nota  ugualmente 
attraverso  la  sezione  di  riferimento  del  Nahat  Dolev.  Nella  letteratura 
israeliana  queste  formazioni  vengono  attribuite  generalmente  al  Cenoma- 
niano;  la  formazione  Bi’na,  in  particolare,  viene  attribuita  in  parte  al  Ceno- 
maniano  e  in  parte  al  Turoniano. 

Recentemente  Hamaoui  (1979,  fig.  13 b)  ha  adattato  la  successione  di 
Ammoniti,  proposta  da  Lewy  e  Raab  (1978)  per  il  Vicino  e  Medio  Oriente, 
alle  formazioni  della  zona  di  Gerusalemme  e  ai  microfossili  più  caratteri¬ 
stici  della  stessa  zona;  in  base  a  ciò,  le  formazioni  Moza  e  Amminadav 
sono  riferite  al  Cenomaniano  medio,  le  formazioni  Kefar  Sha’ul  e  Weradim 
al  Cenomaniano  superiore  e  la  formazione  Bi’na  in  parte  al  Cenomaniano 
superiore,  in  parte  al  Turoniano  e  in  parte  al  Coniaciano.  Non  è  dimostrata, 
però,  la  corrisponenza  tra  le  dette  formazioni  e  la  successione  ad  Ammoniti 
né  tra  questa  ed  i  microfossili  più  caratteristici. 

La  formazione  Moza  (v.  Arkin  et  al. ,  1965)  è  costituita  da  15  metri 
di  marne  e  calcari  argillosi  fossiliferi.  Negli  affioramenti  della  zona  di 
Gerusalemme  vi  sono  stati  riscontrati  Prealveoline  del  gruppo  Praealveo- 
lina  cretacea  (D’Archiac),  Orbitolina  concava  Lamarck,  Ovalveolina ,  e  dei 
Nautiloidi  [ Angulithes  fleuriausianus  (D’Orbigny)];  vedi  in  proposito  Avni- 
melech  e  Shoresh  (1962)  e  Hamaoui  e  Braun  in  Arkin  et  al  (1965). 
Muìtispirina  iranensis  Reichel  vi  era  stata  segnalata  ma  studi  recenti  ne 
escludono  la  presenza  (Hamaoui,  1979,  p.  34).  Lewy  e  Raab  (1978,  p. 
XXXII-2,  tab.  2)  vi  riscontrano  Metoicoceras  besairìei  Collignon  che  attri¬ 
buiscono  al  Cenomaniano  inferiore  (CE  2). 

La  formazione  Amminadav  (vedi  Arkin  et  al. ,  1965)  presenta  uno  spes¬ 
sore  di  96  metri  ed  è  costituita  prevalentemente  da  dolomie  tranne  che 
nella  porzione  più  alta  che  è  prevalentemente  calcarea.  Cisalveolina  fraasi 
vi  è  segnalata,  per  una  decina  di  metri,  a  circa  10  metri  dal  limite  superiore 
della  formazione. 

La  formazione  Kefar  Sha’ul,  costituita  da  circa  75  metri  di  calcari  argil¬ 
losi  e  marne,  rappresenta  la  successione  a  Cefalopodi  tetrabranchiati  (so- 


Cisalveolina  fraasì  (Gumbel)  Reichel,  Foraminiferida,  ecc.  107 


prattutto  Ammoniti)  più  importante  della  zona  di  Gerusalemme;  essa 
veniva  indicata,  perciò,  col  termine  di  calcari  ad  Acanthoceras  (Avnime- 
lech  e  Shoresh,  1962,  p.  529;  Lewy  e  Raab,  1978,  p.  XXXII-2);  nella 
sezione  tipo,  però,  i  macrofossili  presenti  sono  poco  significativi  (Braun  in 
Arkin  et  al. ,  1965).  I  Cefalopodi  riscontrativi  nella  zona  di  Gerusalemme 
sono  i  seguenti  (Avnimelech  e  Shoresh,  1962;  Hamaoui  e  Raab  in  Arkin 
et  al. ,  1965,  composite  columnar  s  e  et  i  ori): 

Angulithes  fleuriausianus  (D’Orbigny) 

Turrìlites  (Turrilites)  costatus  Lamarck 
Protacanthoceras  judaicum  (Taubenhaus) 

Protacanthoceras  angolaense  Spath 
Protacanthoceras  aff.  compressum  (Jukes-Brown) 

Calycoceras  harpax  (Stoliczka) 

Calycoceras  haugi  (Pervinquiere) 

Calycoceras  africanum  (Pervinquiere) 

Calycoceras  boulei  (Collignon) 

Calycoceras  newboldi  (Kossmat) 

Calycoceras  ?  paucinodatum  (Crick) 

Utaturiceras  bethlehemensis  Avnimelech  e  Shoresh 

Alcune  di  queste  specie  sono  segnalate  nel  Cenomaniano  medio  (p.  es. 
Turrilites  costatus,  Calycoceras  boulei,  Calycoceras  newboldi)  ed  alcune  altre 
nel  Cenomaniano  superiore  dell’Europa  occidentale  (Kennedy  e  Han- 
chock,  1978;  Porthault,  1978;  Wiedmann,  1979);  pertanto  non  è  da 
escludere  che  la  formazione  Kefar  Sha’ul  possa  estendersi  in  ambedue 
queste  porzioni  del  Cenomaniano  e  che,  almeno  in  parte,  possa  essere  ete- 
ropica  di  altre  formazioni  della  zona  di  Gerusalemme-Bet  Shemesh. 

La  formazione  Weradim ,  di  circa  25  metri  di  spessore,  è  prevalente¬ 
mente  dolomitica. 

La  formazione  BTna  è  costituita  da  una  successione  calcareo-marno- 
so-dolomitica  di  160  metri  di  spessore,  rappresentata,  soprattutto  negli 
ultimi  60  metri,  da  calcari  sublitografici  (mi zzi  hilou);  il  termine  mi  zzi  hilou 
indica,  quindi,  una  facies  e,  pertanto,  può  essere  presente  ad  altezze  strati¬ 
grafiche  non  identiche:  p.  es.,  in  Galilea,  il  livello  a  Cisalveolina  fraasì  si 
sviluppa  nel  mi  zzi  hilou  (Hamaoui,  1979,  p.  20).  Invece,  in  Giudea,  al 
Nahat  Dolev,  questo  livello  è  presente  in  calcari  detritici  ( meleke ;  cam¬ 
pioni  61.17/315-330)  al  di  sotto  del  mi  zzi  hilou  ;  ha  uno  spessore  di  15  m  ed 
è  ubicato  a  circa  40  m  al  di  sopra  del  limite  inferiore  della  formazione. 

I  vecchi  Autori  (Blanckenhorn,  Fraas,  Picard  et  al. ,  fide  Arkin  et 
al .,  1965,  e  fide  Hamaoui  e  Raab  in  Arkin  et  al. ,  1965,  composite  columnar 


108  P.  De  Castro 


section )  supponevano  che  i  calcari  detritici  della  zona  di  Gerusalemme 
potessero  appartenere  al  Turoniano;  non  risulta,  però,  che  fossili  caratteri¬ 
stici  di  questo  piano  siano  stati  riscontrati  nei  calcari  a  Cisalveolina  fraasi  o 
al  di  sotto  di  essi;  pertanto,  le  attribuzioni  di  questa  specie  al  Turoniano 
non  risultano  finora  dimostrate. 

Se  si  assume  come  riferimento  la  colonna  stratigrafica  comprensiva 
della  zona  di  Gerusalemme-Bet  Shemesh  fornita  da  Arkin  et  al.  (1965),  lo 
spessore  interposto  tra  i  primi  strati  a  Cisalveolina  fraasi  della  formazione 
Amminadav  e  gli  ultimi  strati  che  contengono  questa  specie  nella  forma¬ 
zione  Bi’na,  è  di  circa  170  metri.  Pur  tenendo  conto  del  fatto  che  in  uno 
stesso  periodo  di  tempo  gli  accumuli  sedimentari  possano  essere  differenti 
in  aree  differenti,  questo  spessore  da  adito  a  perplessità.  Esso  è  notevol¬ 
mente  maggiore  di  quello  presente  nelle  altre  località  del  Mediterraneo 
(vedi  tabella  I);  inoltre,  dove  in  Israele  gli  strati  a  Cisalveolina  fraasi  si 
sono  potuti  osservare  lungo  una  stessa  sezione,  il  loro  spessore  non  supera 
mai  una  quindicina  di  metri  (sezione  tipo  della  formazione  Bi’na,  pozzo 
Bi’na  n.  1,  sezione  Bi’na  di  riferimento,  sezione  tipo  della  formazione 
Amminadav). 

ITALIA  —  Accordi,  1964,  cita  Cisalveolina  nel  Cretacico  superiore  del 
Lazio  e  dell’Abruzzo.  Accordi  et  al.  (1967,  fogli  Frosinone  e  Cassino,  Cen. 
medio-sup.),  Angelucci  e  Devoto  (1966,  Abruzzo:  Monte  Caccume, 
Cen.),  Angelucci  e  Praturlon  (1968,  Abruzzi,  Cen.  sup.-Tur.  inf.),  Ber- 
gomi  et  al.  (1969,  Foglio  Gaeta,  Cen.),  Bergomi  et  al.  (1975,  Foglio  Bene- 
vento,  in  successione  Cen.-Sen.),  Cherchi  e  Schroeder  (1976*,  Sardegna 
settentrionale,  Cen.),  Chiocchini  e  Di  Napoli  (1966,  Lazio:  Monti 

Aurunci,  Cen.  sup.),  Chiocchini  e  Mancinelli  (1977*,  Lazio:  Monti 

Aurunci,  limite  Cen.-Tur.),  Cocozza  e  Praturlon  (1966,  Lazio:  Monti 
Lepini,  Cen.),  Colacicchi  (1967,  Marsica,  Cen.),  Crescenti  (1969,  Appen¬ 
nino  centro-meridionale,  Tur.  inf.).  Crescenti  e  Sartoni  (1964,  Italia  meri¬ 
dionale,  Tur.),  Crescenti  et  al.  (1969,  Marche  e  Abruzzi,  Tur.  inf.),  Cre¬ 
scenti  e  Vighi  (1964,  Puglie,  Tur.  inf,),  Cuvillier  et  al.  (1968+,  Cisalveo¬ 
lina  cf.  fallax ,  Friuli:  Val  Cellina,  Albiano-Cen.),  De  Castro  (1965*,  sub 

Cisalveolina  e  C.  cf.  fallax ,  Campania:  Monti  di  Caserta,  Cen.  sup.),  De 
Castro  (1966a,  Campania:  Monti  di  Caserta,  Cen.  sup.),  De  Castro 
(1966b,  Campania:  provincia  di  Salerno,  Cen.  sup.),  Devoto  (1964*,  Lazio 
e  Abruzzi,  Cen.  sup.),  Farinacci  e  Radoicic  (1964,  Lazio:  Monti  Lepini, 
Cen.  sup.  -  ?  Tur.  inf.),  Iannone  et  al.  (1979,  Puglie:  Murge,  passaggio 
Cen.-Tur.),  Ietto  (1964,  Campania:  Monti  di  Caserta,  Tur.  inf.),  Luperto 
Sinni  (1966a*,  Puglie:  Murge,  Cen.  sup.),  Luperto  Sinni  (1966b*,  Lucania: 


Cisalveolina  fransi  (Gumbel)  Reichel,  Foraminiferida,  ecc.  109 


Monte  Raparo,  Cen.  sup.),  Paradisi  e  Sirna  (1965*,  Marsica,  Cen.  sup.), 
Pescatore  (1965*,  Campania:  Monte  Marzano,  Cen.  sup.-Tur.),  Pescatore 
e  Vallario  (1963,  Campania:  Monte  Maggiore,  in  successione  turoniano- 
senoniana),  Praturlon  (1968,  Foglio  Sora,  Creta  sup.),  Praturlon  e  Sirna 
(1975,  Appennino  centro-meridionale,  Cen.  sup.),  Praturlon  e  Sirna 
(1976,  Abruzzo:  Monte  Sirente,  Cen.  sup.),  Reichel  in  Azzaroli  e  Rei- 
chel  (1964*,  sub  Cisalveolina  af.  fallax ,  Puglie,  Cen.  sup.),  Ricchetti 
(1975,  Puglie:  Murge,  limite  Cen.-Tur.),  Sartoni  e  Colalongo  (1964, 
Campania:  zona  di  Caiazzo,  Tur.),  Sartoni  e  Crescenti  (1963,  Appennino 
meridionale,  Tur.  inf.),  Sgrosso  (1964a,  Campania:  Matese,  Tur.  inf,), 
Sgrosso  (1964b,  sub  Cisalveoline,  Campania:  Monti  di  Caserta,  Tur.  inf.), 
Sgrosso  (1966,  Campania:  Vietri  di  Potenza,  Cen.  sup.),  Sgrosso  (1971, 
sub  Cisalveolina ,  Fogli  Salerno  e  Amalfi,  in  successione  albiano-senoniana), 
Vallario  (1967*,  Campania:  Monte  Massico,  Cen.  sup.). 

Cisalveolina  fraasi  è  segnalata  per  spessori  stratigrafici  variabili  da  3 
fno  a  40  metri.  Devoto,  in  particolare,  assegna  alla  sua  acrozona  uno  spes¬ 
sore  di  10-15  metri  ma  precisa  che  essa  può  ridursi  fino  a  2-3  metri  sol¬ 
tanto;  valori  così  bassi  vengono  riscontrati  da  Chiocchini  e  Mancinelli 
nei  Monti  Aurunci  mentre  Praturlon  e  Sirna  (1976)  le  assegnano 
qualche  decina  di  metri.  Gli  spessori  maggiori,  circa  40  m,  sono  stati 
riscontrati  dallo  scrivente  al  Monte  Cerreto  (Caserta);  qui,  gli  strati  a 
Cisalveolina  fraasi  si  succedono  pressocché  ininterrottamente  per  una  ven¬ 
tina  di  metri;  successivamente,  per  altri  venti  metri,  sono  piuttosto  rari  ma 
la  specie  si  presenta  ugualmente  con  una  certa  frequenza. 

Nonostante  le  numerose  segnalazioni  non  si  hanno  indicazioni  docu¬ 
mentate  che  permettano  di  stabilire  l’età  della  specie  in  esame  in  base  a 
macrofossili. 

In  alcune  pubblicazioni  a  carattere  geologico  sull’Appennino  campano 
(Pescatore,  1965;  Pescatore  e  Vallario,  1963),  Cisalveolina  fraasi  viene 
citata  assieme  ad  Ippuriti;  in  realtà  nei  detti  lavori  (comunicazione  perso¬ 
nale  del  Prof.  Pescatore)  si  sono  voluti  indicare  i  fossili  osservati  global¬ 
mente  in  successioni  rocciose  di  notevole  spessore  prescindendo,  quindi, 
dai  loro  precisi  rapporti  stratigrafici.  Sembra,  invece,  che  nel  Lazio  (Monti 
Lepini,  Monti  Ausoni  e  Monti  Aurunci)  le  Ippuriti  facciano  la  loro  com¬ 
parsa  dopo  gli  strati  a  Cisalveolina  fraasi  (Accordi  et  al .,  1967). 

GIORDANIA  —  Kock  (1968,  zona  di  Ras  en  Naqb,  Cen.). 

IUGOSLAVIA  —  Cherchi  et  al.  (1976,  Serbia:  zona  di  Gredina,  Cen. 
sup.),  Loncarevic  et  al.  (1972,  Serbia:  Trstenik-Crnoljevo,  Tur.  inf), 


110  P.  De  Castro 


Mamuzic  et  al  (1976,  Croazia:  Monte  Biokovo,  Tur.  inf.),  Pejovic  e  Radoi- 
eie  (1974,  Serbia:  Monte  Pastrik,  Tur.),  Polsak  (1979,  Dinaridi  esterne 
nord-occ.,  Ceri.- Tur.  inf.),  Radoicic  (1977 a,  Serbia:  Zatiblor,  Tur.  inf.), 
Radoicic  (1972b*,  Serbia:  Valle  di  Skrapez,  Tur.),  Radoicic  (1974a, 
Serbia:  zona  di  Gredina,  Tur.  inf.),  Radoicic  (1974b*,  Serbia:  zona  di  Bio¬ 
nica,  Tur.  inf.),  Sliskovic  (1971,  Erzegovina:  Monte  Velez,  Tur.  inf.). 

Le  segnalazioni  iugoslave,  in  cui  l’età  di  Cis  alveolina  fraasi  è  stata  ipo¬ 
tizzata  o  è  ipotizzabile  in  base  a  macrofossìli,  riguardano  la  Valle  di  Skra¬ 
pez,  la  zona  di  Gredina,  il  Monte  Biokovo,  il  Monte  Pastrik  e  il  Monte 
Velez. 

Valle  di  Skrapez.  La  sezione  della  valle  di  Skrapez  cui  si  riferisce 
Radoicic  (1972b)  è  quella  stessa  di  cui  Pasic  (1957,  p.  200,  sezione  A-A’) 
fornì  la  biostratigrafia  in  base  ai  macrofossili.  In  questa  sezione ,  il  livello  a 
Cisalveolìna  fraasi  ha  uno  spessore  di  qualche  decina  di  metri  (certamente 
meno  dì  50  tri);  esso  è  ubicato  nella  porzione  più  alta  di  una  successione 
(zona  3  del  Tur.  inf.  in  Radoicic;  livelli  17-28  del  Tur.  medio  pp.  e  del  Tur. 
sup.  pp.  in  Pasic)  la  quale  è  separata  dai  primi  livelli  ad  Ippurìtì  (. Hippurites 
grossouvrei)  da  una  decina  dì  metri  dì  rocce  di  facies  differente 5. 

Nei  livelli  17-28  e  nel  successivo  livello  29,  ancora  privo  di  Ippuriti, 
Pasic  segnalò,  tra  P altro: 

Apricardia  pironai  Boehm,  livello  29 

Caprinula  boissyì  D’Orbigny,  livelli  19,  23,  27,  29 

Chondrodonta  joannae  Choffat,  livelli  21-23,  26,  27,  29 

Neithea  zitteli  Pìrona,  livello  29 

Radioììtes  ìusitanicus  (Bayle),  livelli  17,  20,  21,  29 

Sauvagesia  sharpei  (Bayle),  livelli  17-19,  21,  25,  28 

Nel  livello  30,  che  però  è  una  breccia,  Caprinula  boissyì  e  Chondro¬ 
donta  joannae  sono  presenti  assieme  ad  Hippurites  grossouvrei . 

Zona  di  Gredina.  Pejovic  e  Pasic  (1965)  fornirono  la  successione  bio- 
stratigrafica  della  zona  di  Gredina  in  base  ai  macrofossìli.  Successivamente 
Radoicic  (1974a)  fornì  la  successione  dei  microfossili  della  stessa  sezione 
il  cui  spessore  è  di  circa  160  metri.  Il  livello  a  Cisalveolina  fraasi  non  vi 
compare  per  la  sua  reale  potenza  per  questioni  dì  facies 5;  ha  lo  spessore  di 


5  Quanto  è  scritto  in  corsivo  si  riferisce  a  precisazioni  verbali  della  sig.ra  dot. 
Rajka  Radoicic  del  settembre  1981. 


Cisalveolina  fraasi  (Giimbel)  Reichel,  Foraminiferida,  ecc.  Ili 


soli  pochi  metri  ed  è  ubicato  nella  porzione  mediana  del  livello  7  di  Pejo- 
vic  e  Pasic.  Il  livello  7  contiene  anche: 

Caprinula  boissyi  D’ORBIGNY 
Ichty osar colite s  tricarinatus  PARONA 
Chondrodonta  joannae  (Choffat) 

Esso  viene  attribuito  al  Turoniano  inferiore  da  Radoicic  ed  al  Turo- 
niano  medio  da  Pejqvic  e  Pasic.  Gli  strati  a  Cisalveolina  fraasi  sono  sepa¬ 
rati  dai  primi  livelli  ad  Ippuriti  da  una  successione  di  circa  30  metri:  i 
primi  10  metri  hanno  litofacies  analoghe  a  quelle  degli  strati  a  Cisalveolina 
mentre  gli  altri  sono  costituiti  da  calcari  marnosi  con  Foraminiferi  plancto¬ 
nici;  nella  porzione  più  alta  di  questi  ultimi  Punico  taxon  riconosciuto  sicu¬ 
ramente  a  rango  specifico  è  Praeglobotruncana  delrioensis  (Plummer),  spe¬ 
cie  segnalata  ripetutamente  nell’Albiano-Cenomaniano  e  solo  raramente 
nel  Turoniano  (vedi  Groupe  de  travail  europeen  des  foraminiferes 

PLANCTONIQUES). 

Monte  Pastrik.  Il  livello  a  Cisalveolina  fraasi  è  presente  20-30  metri  al 
di  sotto  dei  primi  strati  ad  Ippuriti 5  e  fa  parte  di  una  successione  che  con¬ 
tiene,  tra  l’altro,  Caprinule  e  Sauvagesia  sharpei. 

Monte  Biokovo.  In  quest’area  Cisalveolina  fraasi  è  segnalata  nella  por¬ 
zione  inferiore  di  una  successione  di  800  metri  di  spessore  che  si  sviluppa, 
secondo  Mamuzic  et  al.,  nell’intero  Turoniano  (porzione  mediana  della 
sezione  di  Kozika  1).  In  questa  successione  sono  segnalate  anche  numerose 
Rudite  tra  cui  Caprinula  olisiponensis  Choffat  e  Hippurites  resectus  Mat- 
heron.  Non  vengono  fornite  indicazioni  sui  rapporti  stratigrafici  tra  il 
livello  a  Cisalveolina  fraasi ,  che  nell’area  mediterranea  non  supera  qualche 
decina  di  metri,  e  le  Rudiste  menzionate;  è  probabile,  pertanto,  che  le 
Ippuriti  (così  come  si  verifica  in  altre  località  iugoslave)  siano  presenti  al  di 
sopra  degli  strati  a  Cisalveolina  e  degli  strati  a  Caprinule. 

Monte  Velez .  Il  livello  a  Cisalveolina  fraasi  è  segnalato,  prima  della 
comparsa  delle  Ippuriti,  nella  porzione  superiore  della  cenozona  a  Durania 
arnaudi  (Sliskovic,  1971,  p.  27,  fig.  1  e  tabella  biostratigrafica);  questa 
cenozona  ha  uno  spessore  di  circa  280  metri  ed  è  attribuita  al  Turoniano 
inferiore. 


5  Quanto  è  scritto  in  corsivo  si  riferisce  a  precisazioni  verbali  della  sig.ra  dot. 
Rajka  Radoicic  del  settembre  1981. 


112  P.  De  Castro 


A  giudicare  dalla  tabella  fornita  dall’Autore  i  macrofossili  che  possono 
associarsi  a  Cìsaiveoiina  fraasi  senza  estendersi  negli  strati  ad  Ippuriti, 
sono: 


Actaeonelia  ( Actaeonella )  cf.  laevis  D’Orbigny 
Actaeoneila  (Trochactaeon)  giganteus  Sowerby 
Caprinula  boissyi  D’Orbigny 
Caprinula  dì-stefanoi  Boehm 
Caprinula  sharpei  (Chqffat) 

Caprinula  sp„ 

Chondrodonta  joannae  (Choffat) 

Chondrodonta  joannae  elongatula  Schubert 

Chondrodonta  munsoni  Hill 

Chondrodonta  munsoni  ostreaeformis  (Futterer) 

Nerinea  nobilis  Muenster 
Nerinea  requiem  D’Orbigny 
Nerinea  schiosensis  Pirona 
Sauvagesia  sharpei  (Bayle) 

Schiosia  schiosensis  Boehm 

In  base  ai  dati  riportati  si  possono  fare  le  seguenti  considerazioni. 

In  Iugoslavia  Pacrozona  a  Cìsaiveoiina  fraasi  è  sempre  sottoposta  alla 
comparsa  delle  Ippuriti  ed  ha  uno  spessore  inferiore  a  cinquanta  metri. 

La.  specie  in  esame  si  accompagna  frequentemente  a  Caprinule  cui  si 
aggiungono,  in  alcune  località,  altri  macrofossili  tra  cui  Chondrodonta  joan¬ 
nae ,  Sauvagesia  sharpei ,  Nerinea  requiem,  Ichtyosarcolites  tricarinatus , 
Caprina  schiosensis  e  Caprina  carinata.  Sul  valore  cronostratigrafico  delle 
Caprinule  vi  è  un  consenso  generale  degli  Autori  francesi  nel  ritenerle  più 
antiche  del  Turoniano  e  massimamente  diffuse  nel  Cenomaniano  superiore 
(Berthou  e  Lauverjat,  1979;  Berthou  e  Philip,  1973;  Philip,  1978;  Col- 
loque  sur  le  Cenomanien,  1978);  gli  Autori  iugoslavi,  invece,  le  attribui¬ 
scono  al  Cenomaniano  o  al  Turoniano  pur  riconoscendo  loro  una  posizione 
stratigrafìca  sottoposta  a  quella  delle  Ippuriti  (Mamuzic  et  ah ,  1976;  Pasic, 
1957;  Pejovic,  1957;  Polsak,  1970;  Sliskovic,  1971)6. 

Le  tendenze  più  recenti  di  alcuni  studiosi  iugoslavi  attribuiscono  al 
Cenomaniano  la  specie  in  esame.  Già  da  tempo  Radoicic  (vedi  Radoicic 
in  Cherchi  e  Schroeder  1976,  p.  802,  nota  2;  comunicazione  verbale  allo 


6  In  alcune  pubblicazioni  iugoslave  non  è  precisata  la  posizione  di  Caprinula 
olisiponensis  Choffat  rispetto  agli  strati  ad  Ippuriti  (Polsak  e  Mamuzic,  1969; 
Mamuzic  et  al. ,  1979). 


Cisalveolina  fraasi  (Giimbel)  Reichel,  Foraminiferida,  ecc.  113 


scrivente,  settembre  1981)  ritiene  che  in  tutte  le  zone  a  lei  note  (Bosnia, 
Erzegovina,  Montenegro,  Serbia)  il  livello  a  Cisalveolina  fraasi  è  da  attri¬ 
buire  al  Cenomaniano  superiore.  Questa  stessa  età  è  confermata  da 
Cherchi,  Radoicic  e  Schroeder  (1976)  per  le  Cisalveoline  della  zona  di 
Gredina.  Pure  al  Cenomaniano  vengono  attribuiti,  almeno  in  parte,  gli 
strati  che  contengono  questa  specie  nelle  Dinaridi  esterne  (Polsak,  1979). 

KUWAIT  -  Dunnington  in  Van  Bellen  et  al.  (1959,  Cen.),  El-Nag- 
gar  e  Al- Rifai Y  ((1973*+,  Kuwait  sud-orientale,  Cen.  sup.),  Fox  (1956, 
Kuwait  nord-orientale,  Tur.). 

Cisalveolina  fraasi  sviluppa  la  sua  acrozona  nella  formazione  Mishrif 
del  Kuwait  nord-orientale;  gli  Autori  (Dunnington,  Fox)  non  indicano  se 
essa  sia  presente  in  tutta  la  formazione,  che  ha  135  metri  di  spessore,  o  in 
una  porzione  di  essa.  La  formazione,  tuttavia,  sembra  presentare  gli  stessi 
caratteri  e  lo  stesso  spessore  di  quelli  presenti  nel  vicino  Zubair  delPIraq;  è 
probabile,  perciò,  che  anche  nel  Kuwait  nord-orientale  i  calcari  ad  Alveo¬ 
line  siano  presenti  nella  porzione  inferiore  della  formazione  e  non  superino 
circa  70  metri  di  spessore. 

El-Naggar  e  Al-Rifaiy  hanno  descritto  una  formazione  tipo  Mishrif 
{Mishrif  limestone  member)  anche  nel  Kuwait  sud-orientale,  nella  porzione 
superiore  della  formazione  Magwa;  questi  Autori,  inoltre,  segnalano  nella 
porzione  inferiore,  di  circa  57  metri  di  spessore,  del  Mishrif  limestone  mem¬ 
ber  una  successione  ad  Alveoline  e  Dicicline  (lower  Alveolinids/Dicyclinids 
member )  in  cui  citano  Cisalveolina  fraasi  e  numerose  altre  specie;  alcune 
di  queste,  fra  cui  la  specie  in  esame,  andrebbero  però  documentate 
da  illustrazioni  maggiormente  indicative. 

LIBANO  —  Saint- Marc  (1969,  regione  d’Hermel,  top  Cen.  sup.-Tur. 
inf.),  Saint-Marc  (1970,  regione  di  Younine,  Tur.  inf.),  Saint-Marc 
(1974*,  1978,  Libano,  top  Cen.  sup.-Tur.  inf.). 

Nella  sua  sintesi  sul  Cretacico  del  Libano,  Saint-Marc  (1974) 
riscontra  Cisalveolina  fraasi  per  uno  spessore  variabile  da  4  a  circa  50  metri 
in  numerose  località  e  le  attribuisce  un’età  estesa  dal  top  del  Cenomaniano 
fino  al  Turoniano  inferiore.  Sono  attribuite  al  Cenomaniano  le  Cisalveoline 
delle  sezioni  di  Chmistàr,  dell’Ouadi  el  Aaràyech,  di  Aanjar  e  di  Sour-Tair 
Harfa;  sono  attribuite  al  Turoniano  quelle  di  Kousba  (op.  cit.,  p.  107,  109) 
e  al  passaggio  Cenomaniano-Turoniano  quelle  di  Kheurbet  Raiyàne  (op. 
cit.,  p.  136,  138),  di  Cheuabet  Charaf  (op.  cit.,  p.  144)  e  di  Qornet  es  Sin- 
diàne  (op.  cit.,  p.  124). 


114  P.  De  Castro 


In  particolare,  a  Kousba,  Cisaiveolina  fraasi  è  presente  per  5  metri  di 
spessore  alla  sommità  del  livello  7;  fetà  della  specie  è  dedotta  per  correla¬ 
zione  del  detto  livello  7  con  i  livelli  4  e  5,  ad  Ippuriti  e  ad  Ammoniti  del 
Turo  ni  ano  inferiore  delFOuadi  Eddé.  Tuttavia,  nella  sezione  di  Kousba  il 
livello  a  Cisaiveolina  è  intercalato  in  successioni  che  per  i  fossili  presenti 
non  permettono  di  escludere  la  sua  età  cenomaniana:  le  prime  microfaune 
significative  che  si  riscontrano  al  di  sotto  di  esso  (circa  50  metri  al  di  sotto) 
contengono  Hedbergella  delrioensìs  (Carsey)  ed  Ilemieyciamm ina  sigali 
Maync,  ambedue  ben  note  nelPAlbiano-Cenomaniano,  ed  una  specie  attri¬ 
buibile  dubitativamente  a  Whitenella  inornata  (Bolli)  del  Cenomaniano 
superiore-Turoniano;  nella  stessa  sezione,  il  livello  a  Cisaiveolina  è  sotto¬ 
posto  ad  una  successione  di  134  m  che  contiene,  tra  l’altro,  Nerinea 
requiem  D’Orbigny  una  specie  frequente  nel  Cenomaniano  o,  comunque, 
in  livelli  più  antichi  di  quelli  ad  Ippuriti  (Berthou  e  Termier,  1973;  Poi 
sak,  1965,  1979;  Sliskovic,  1971). 

Gli  strati  a  Cisaiveolina  fraasi  segnalati  al  Kheurbet  Baiane  per  40 
metri  di  spessore,  al  Cheuaet  Charaf  e  all’Ard  el  Kechek  per  10  metri,  sono 
attribuiti  al  passaggio  Cenomaniano- Turoniano  perché  vengono  correlati 
sia  con  la  base  del  livello  13  dell’Ouàdi  Jébaa  che  è  attribuito  al  Turo¬ 
niano,  sia  con  il  livello  2  di  Ta.laat  Moùssa;  quest’ultimo  ha  10  metri  di 
spessore,  è  privo  di  microfacies  indicative  e  si  trova  circa  40  metri  al  di 
sotto  di  strati  con  Ammoniti  del  Turoniano  inferiore. 

Nella  sezione  di  Sour-Tair  Harfa  il  livello  a  Cisaiveolina  fraasi  ha  35 
metri  di  spessore  ed  è  sottoposto  a  strati  con  Rotalipora  greenhorensis 
(Morrow)  specie  caratteristica  del  Cenomaniano  medio  e  superiore 
(Groupe  de  tra  vaie  européen  des  foraminifères  planctoniques,  1979). 

Al  Qornet  es  Sìndiàne  il  livello  a  Cisaiveolina  fraasi  ha  35-50  metri  dì 
spessore  e  contiene,  tra  l’altro,  delle  Caprinule. 

Nella  sezione  di  Aanjar  il  livello  in  esame,  di  soli  4  metri,  è  separato 
dai  primi  strati  ad  Ippuriti  ( Hìppurites  sp.)  da  una  successione  di  circa  130 
metri;  nella  sezione  di  Chmistàr,  l’intervallo  tra  il  primo  ed  i  secondi  è  di 
soli  55  metri. 

In  base  a  quanto  si  è  detto,  la  presenza  di  Cisaiveolina  fraasi  nel  Turo¬ 
niano  non  risulta  dimostrata:  le  attribuzioni  a  questo  piano  si  basano  su 
correlazioni  soggettive  ma  in  nessuna  delle  sezioni  menzionate  sono  stati 
riscontrati  fossili  esclusivi  del  Turoniano  all’interno  del  livello  in  esame  o 
al  di  sotto  di  esso.  Peraltro  alcune  sezioni,  in  particolare  quella  di  Sour-Tair 
Harfa  e  quella  di  Kornet  es  Sindiane,  suggeriscono,  la  prima  in  base  ai 


Cisalveolina  fraasì  (Giimbel)  Reìchel,  Foraminiferida,  ecc.  115 


Foraminiferi,  la  seconda  per  la  presenza  di  Caprinule  la  loro  appartenenza 
al  Cenomaniano  superiore  1 . 

PORTOGALLO  —  Berthou  (1973*,  zone  di  Lisbona  e  di  Runa-Leiria, 
Cen.  sup.),  Berthou  e  Lauverjat  (1978  e  1979,  zone  di  Lisbona  e  di 
Runa-Leiria,  Cen.  sup.),  Berthou  e  Poignant  (1969,  zona  di  Lisbona,  Cen. 
sup.),  Berthou  e  Termier  (1973,  Estremadura,  Cen.  sup.),  Berthou  et  al 
(1978  e  1979,  zone  di  Lisbona  e  di  Runa-Leiria,  Cen.  sup). 

Berthou  (1973,  pp.  52,  54,  73,  74),  nel  suo  fondamentale  contributo 
alla  geologia  del  Portogallo,  segnala  Cisalveolina  fraasi  per  uno  spessore 
modesto  (da  uno  a  sette  metri)  nella  zona  a  Neolobites  vibrayeanus  di  varie 
località  (Barcarena,  Cortegaqa,  bacino  di  Runa,  regione  di  Bombarral). 
Questa  zona  si  sviluppa  in  una  successione  calcarea  che  non  supera  una 
diecina  di  metri;  viene  attribuita  alla  porzione  inferiore  del  Cenomaniano 
superiore  e  viene  correlata  (Berthou  e  Lauverjat,  1975)  con  la  zona  a 
Calycoceras  robustum  della  Francia  sud-orientale:  i  primi  strati  della  zona  a 
Neolobites  vibrayeanus  si  svilupperebbero,  però,  dopo  un  certo  tempo 
dalPinizio  del  Cenomaniano  superiore  (Wiedmann,  1979,  p.  140)  anche  se 
(Berthou  et  al ,  1979,  p.  48)  possono  essere  assunti  come  l’inizio  di  questa 
porzione  del  Cenomaniano.  Cisalveolina  fraasi  compare  dopo  l’inizio  della 
zona  a  Neolobites  vibrayeanus  e  raggiunge  l’acme  nella  porzione  più  alta 
(Berthou  e  Lauverjat,  1979,  p.  12,  15;  Berthou  et  al .,  1979,  p.  43-44). 

Nella  Estremadura  centrale  e  meridionale  il  Cenomaniano  superiore 
continua  al  di  sopra  della  zona  a  Neolobites  vibrayeanus  nella  successione 
dei  «  Calcari  a  Rudiste»  di  circa  40  metri  di  spessore;  in  questa  formazione 
sono  presenti,  tra  l’altro,  Caprinula  boissyi,  Caprinula  doublieri,  Caprinula 


7  Nel  1970  Saint- Marc,  in  uno  dei  suoi  primi  studi  sul  Libano,  fornì  una 
«sezione  di  Younine»  in  cui  il  livello  a  Cisalveolina  fraasi  compariva  al  di  sopra  di 
strati  con  Ammoniti  del  Turoniano  inferiore.  Nella  monografìa  del  1974  dello  stesso 
Autore  non  è  riportata  la  successione  descritta  nel  1970  ma  vengono  illustrate 
alcune  sezioni  stratigrafiche  della  zona  del  villaggio  di  Younine  (Ouàdi  Jébaa,  You¬ 
nine,  Kheurbet  Raiàne)  che  contengono,  complessivamente,  tutti  gli  elementi  strati¬ 
grafici  e  paleontologici  della  sezione  descritta  nel  1970;  quest’ultima  rappresenta  pro¬ 
babilmente  una  colonna  stratigrafica  comprensiva  non  esente  da  approssimazioni. 

Nel  lavoro  del  1974,  il  livello  a  Cisalveolina  fraasi  è  presente,  tra  le  sezioni  ora 
citate,  soltanto  in  quella  del  Kheurbet  Raiyàne  dove,  però,  non  sono  presenti 
Ammoniti;  un  livello  ad  Ammoniti  del  Turoniano  inferiore  compare,  invece,  nella 
sezione  di  Younine.  Le  Cisalveoline  del  Kheurbet  Raiyàne  sono  attribuite  da  Saint- 
Marc  al  passaggio  Cenomaniano-Turoniano  per  correlazione. 


116  P.  De  Castro 


brevis,  Caprinula  orbignyi ,  Condronte  del  gruppo  Chondrodonta  joannae, 
Sauvagesia  sharpei,  Pseudorhipidionina  casertana,  Chrysalidina  gradata  e 
Pseudolituonella  reicheli  :  soprattutto  i  Foraminiferi  citati  sono  le  specie  più 
tipiche  con  cui  si  accompagna  Cisalveolina  fraasi  nel  bacino  del  Mediterra¬ 
neo.  L’assenza  della  specie  in  esame  da  questa  formazione  fa  ritenere,  per¬ 
tanto,  che  in  Portogallo  sia  presente  soltanto  la  porzione  più  bassa  della 
sua  acrozona:  ciò  spiegherebbe  anche  lo  spessore  modesto  complessivo 
degli  strati  che  la  contengono. 

TUNISIA  —  Cherchi  e  Schroeder  (1976b*,  altopiano  di  Dahar:  Tou- 
jane,  Cen.  sup.-Tur.  inf.). 


§  3.  Distribuzione  stratigrafica 

Discussione.  Dai  dati  della  letteratura  finora  esaminati  si  possono 
trarre  le  seguenti  informazioni. 

—  Lo  spessore  dell’acrozona  di  Cisalveolina  fraasi  nell’area  mediterra¬ 
nea  non  supera  di  norma  una  cinquantina  di  metri.  I  dati  a  disposizione  su 
alcuni  paesi  del  Medio-Oriente  (Iran,  Iraq,  Kuwait)  danno  adito  a  perples¬ 
sità  poiché  non  è  chiaro  se  gli  spessori  che  vengono  menzionati,  compresi 
tra  60  e  250  metri,  si  riferiscono  all’acrozona  di  Cisalveolina  fraasi  o  a  for¬ 
mazioni  o  a  porzioni  di  formazione  comprensive  di  essa. 

—  Cisalveolina  fraasi  non  è  stata  mai  riscontrata  in  strati,  o  al  di  sopra 
di  strati,  contenenti  fossili  noti  soltanto  a  partire  dal  Turoniano  o  partico¬ 
larmente  diffusi  in  questo  piano.  Pertanto  le  attribuzioni  al  Turoniano  della 
specie  in  esame  non  risultano  dimostrate. 

—  In  base  ai  dati  dell’Algeria,  dell’Italia,  del  Libano  e  della  Iugoslavia, 
sembra  che  in  tutta  l’area  mediterranea  l’acrozona  di  Cisalveolina  fraasi  sia 
sottoposta  alla  comparsa  delle  Ippuriti. 

—  L’età  non  solo  della  specie  in  esame  ma  anche  di  numerosi  altri  fos¬ 
sili  delle  facies  a  Rudiste  (p.  es.  Cenozona  a  Durania  arnaudi  di  Polsak 
1965  e  Sliskovic  1971)  risente  della  disparità  di  vedute  sul  limite  Cenoma- 
niano- Turoniano.  Philip  (1978)  ha  espresso,  in  proposito,  interessanti  consi¬ 
derazioni  che,  nel  rispetto  degli  scritti  di  D’Orbigny,  permetterebbero  di 
identificare  l’inizio  del  Turoniano  con  la  comparsa  delle  prime  Ippuriti. 
Condividendo  le  idee  di  Philip,  le  Caprinule  e,  quindi,  anche  Cisalveolina 
fraasi  che  risulta  frequentemente  associata  con  esse  (Algeria,  Libano,  Iugos¬ 
lavia)  e/o  sottoposta  alle  Ippuriti  (Algeria,  Italia,  Libano,  Iugoslavia)  non 
supererebbero  il  Cenomaniano. 


Cisalveolina  fraasi  (Giimbel)  Reicheì,  Foraminiferida,  ecc.  117 


-  Limite  inferiore  d’età.  Nell’ipotesi,  già  espressa,  che  in  Portogallo 
sia  presente  soltanto  la  porzione  inferiore  dell’acrozona  di  Cisalveolina 
fraasi  nell’ambito  della  zona  a  Neolobites  vibrayeanus  ;  tenuto  conto  che 
questa  zona  viene  attribuita  alla  porzione  inferiore  del  Cenomaniano 
superiore  ma  non  a  partire  proprio  dalla  base  di  questa  porzione  del  Ceno¬ 
maniano,  e  tenuto  conto  che  Cisalveolina  fraasi  compare  un  po’  al  di  sopra 
dei  primi  strati  a  Neolobites  ;  il  limite  inferiore  di  età  della  specie  in  esame 
potrebbe  situarsi  nella  porzione  inferiore  ma  non  basale  del  Cenomaniano 
superiore. 

—  Limite  superiore  d’età.  La  modesta  potenza  (10-40  metri;  vedi  Alge¬ 
ria,  Libano  e  Iugoslavia)  interposta  fra  gli  ultimi  strati  a  Cisalveolina  fraasi 
ed  i  primi  strati  ad  Ippuriti  permette  di  supporre  che  la  porzione  terminale 
dell’acrozona  della  specie  in  esame  occupi  una  posizione  abbastanza  ele¬ 
vata  nell’ambito  del  Cenomaniano  superiore  ma  ancora  sottoposta  al  limite 
Cenomaniano- Turoniano. 

Conclusioni.  In  base  ai  dati  a  disposizione  finora  sembra  che  Cisalveo¬ 
lina  fraasi  sia  vissuta  nel  Cenomaniano  superiore  senza  raggiungere  però, 
né  verso  l’alto  né  verso  il  basso,  i  limiti  di  questa  porzione  del  Cenoma¬ 
niano. 


118  P.  De  Castro 


TABELLA  I  -  Acrozona  di  Cisalveolina  fraasi  (Gumbel):  spessori  massimi  e  Foraminiferi  più 

frequenti,  in  base  alla  letteratura  i 

: 

I  segni  ?  e  ?  indicano  che  una  specie  è  stata  segnalata  dubitativamente,  oppure  che  è  stata 
segnalata  una  specie  affine  a  quella  indicata  (p.  es.  se  in  un  certo  paese  a  Cuneolina  pavonia  , 
corrisponde  un  punto  interrogativo,  esso  può  indicare  le  seguenti  segnalazioni:  Cuneolina  pavo¬ 
nia  ?,  C.  cf.  pavonia,  C.  af.  pavonia ,  C.  gr.  pavonia).  I  segni  O  e  •  indicano  che  il  taxon  è  stato  , 
segnalato.  Relativamente  all’Italia,  un  asterisco  associato  ai  simboli  precedenti  indica 
segnalazioni  che  vengono  effettuate  per  la  prima  volta  nelfacrozona  a  Cisalveolina  fraasi  della 
Campania. 

Le  indicazioni  in  grassetto  si  riferiscono  alfacrozona  di  Cisalveolina  fraasi ;  quelle  a  tratto 


Algeria 

Giordania 

Grecia 

Spessori  massimi  dell’acrozona  di  C.  fraasi  in  metri 

(50) 

- 

25 

Biconcava  bentori  Hamaoui  e  Saint-marc 

Biplanata  peneropliformis  Hamaoui  e  Saint-Marc 

Broeckina  balcanica  Cherchi,  Radoicic  e  Schroeder 

Chrysalidina  conica  (Henson) 

Chrysalidina  gradata  D’Orbigny 

Cisalveolina  fraasi  (Reichel) 

Cisalveolina  lehneri  Reichel 

Coxites  zubairensis  Smout 

Cuneolina  pavonia  D’Orbigny 

Cuneolina  pavonia  parva  Henson 

Cyclorbiculina  iranica  (Henson) 

Di cy dina  schlumbergeri  Munier- Chalmas 

Dicyclina  qatarensis  Henson 

Dicyclina  sp. 

Dohaia  planata  Henson 

Edomia  reicheli  Henson 

Hemicyclammina  sigali  Maync 

Merlingina  cretacea  Hamaoui  e  Saint-Marc 

Multispirina  iranensis  Reichel 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

? 

• 

• 

Cisalveolina  fraasi  (Giìmbel)  Reìcheì,  Foraminìferìda ,  ecc.  119 


più  sottile  si  riferiscono  a  livelli  che  non  contengono  la  specie  in  esame  ma  che,  con  molta  probabi¬ 
lità,  sono  eorrelabili  parzialmente  o  totalmente  con  la  sua  acrozona  (strati  del  Cenomaniano 
superiore  d’Israele  in  Hamaoui  1979,  fig.  13 b;  strati  a  Pseudorhipidionina  casertana  delPIstria  in 
Bauer  e  Polsak  1979).  Le  indicazioni  in  parentesi  si  riferiscono  a  successioni  stratigrafiche  (p.  es. 
formazioni  o  porzioni  di  esse)  che  contengono  Cisalveolina  fraasi;  non  è  da  escludere,  però,  che  la 
sua  acrozona  costituisca  soltanto  una  porzione  della  successione  e,  quindi,  che  i  fossili  menzionati 
nella  stessa  successione  non  facciano  parte  dell’acrozona  stessa. 

Specie  segnalate  solo  occasionalmente  nell’acrozona  di  C.  fraasi ,  o  in  livelli  che  sembrano 
correiabili  con  essa,  sono:  in  Iraq,  Qataria  dukhani  HensoN;  in  Israele,  Deuterospira  pseudotaxia 
Hamaoui  e  Pterammina  israelensis  Hamaoui;  in  Giordania,  Meandropsina  vidalì  Schlumberger; 
in  Iugoslavia,  Cribrostomoides  sinaica  Radoicic. 


Iran 

Iraq 

Israele 

Italia 

Peninsulare 

Sardegna 

Iugoslavia 

Kuwait 

Libano 

Portogallo 

Tunisia 

60 

(250) 

(70) 

15 

(175) 

40 

1,20 

>50 

(70) 

50 

7 

- 

O 

?* 

• 

O 

O 

9* 

• 

• 

• 

(O) 

• 

• 

(O) 

O 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

• 

(O) 

• 

(O) 

? 

•  * 

9 

• 

? 

• 

• 

• 

• 

(O) 

• 

• 

(?) 

• 

• 

• 

(O) 

? 

• 

• 

(O) 

o 

o 

o 

O 

• 

(O) 

•  * 

• 

• 

(O) 

• 

120  P.  De  Castro 


Segue:  TABELLA  I 


Algeria 

Giordania 

Grecia 

Nezzazzata  concava  (Smout) 

Nezzazzata  conica  (Smout) 

Nezzazzata  gyra  (Smout) 

Nezzazzata  simplex  Omara 

Nummfallotia  apula  Luperto  Sinni 

Nummoloculina  heimi  Bonet 

Nummoloculina  regularis  Philippson 

Ovalveolina  ovum  (D’Orbigny) 

Ovalveolina  sp. 

«  Peneroplis  cf.  turonicus  Saio  e  Kenawy» 

Prealveoline  del  gruppo  P.  cretacea  (D’Archiac) 

Praealveolina  cretacea  tenuis  Reichel 

Praealveolina  simplex  Reichel 

Praerhapydiomina  murgiana  Crescenti 

Pseudedomia  drorimensis  Reiss,  Hamaoui  e  Hecker 

Pseudocyclammina  rugosa  D’Orbigny 

Pseudolìtuonella  reicheli  Marie 

Pseudorhapydionina  dubia  (De  Castro) 

Pseudorhipidionina  casertana  (De  Castro) 

Reissella  ramonensis  Hamaoui 

Taberina  bingistani  Henson 

Trocholina  arabica  Henson 

Trochospira  avnimelechi  Hamaoui  e  Saint-Marc 

Valvulammina  picardi  Henson 

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Iran 

Iraq 

Israele 

Italia 

Peninsulare 

Sardegna 

Iugoslavia 

Kuwait 

Libano 

Portogallo 

Tunisia 

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122  P.  De  Castro 


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Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  90,  1981,  pp.  131-166,  flgg.  10 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografìa 
del  tortoniano-messiniano  dell’Irpinia  occidentale 

Nota  dei  soci  Silvio  Di  Nocera(*),  Franco  Ortolani  (*), 
Mario  Torre  (*),  e  di  Bianca  Russo  (*) 


(Tornata  del  27  novembre  1981) 


Riassunto .  -  Vengono  descritte  le  caratteristiche  lito  e  biostratigrafiche  dei 
depositi  altomiocenici,  affioranti  nellTrpinia  occidentale.  Sono  stati  riconosciuti  due 
cicli  di  sedimentazione:  Tortoniano-Messiniano  e  Messiniano-Pliocene  inferiore. 

Il  primo  ciclo  è  costituito  da  successioni  prevalentemente  argillose,  di  ambiente 
marino  neritico,  che  evolvono  verso  l’alto  a  depositi  di  ambiente  evaporitico;  questi 
ultimi  sono  troncati  dalla  fase  tettonica  inframessiniana. 

Il  secondo  ciclo  è  costituito  alla  base  da  sedimenti  evaporitici,  con  lenti  minera¬ 
lizzate  a  zolfo;  seguono  verso  l’alto  forti  spessori  di  conglomerati,  con  rare  intercala¬ 
zioni  di  argille,  arenarie  e  gessi. 

Vengono  infine  esposte  alcune  considerazioni  circa  l’evoluzione  sedimentaria 
dei  bacini  studiati  e  su  alcuni  grandi  tratti  paleogeografici,  che  hanno  caratterizzato 
questo  settore  campano  dell’Appennino  meridionale  dal  Messiniano  in  poi. 


Summary.  -  The  lithostratigraphic  and  biostratigraphic  characteristics  of  thè 
upper  Miocene  deposits,  outcropping  in  thè  west  Irpinia,  are  described.  Two  sedi- 
mentary  cycles  have  been  recognized,  upper  Tortonian-Messinian  and  Messinian- 
lower  Pliocene. 

The  first  cycle  is  composed  from  neritic  marine  environment  prevalently  pelitic 
series,  which  evolve  upwards  to  evaporitic  environment  deposits;  these  ones  are 
interrupted  by  messinian  tectonic  phase. 

The  second  cycle  is  composed  at  base  from  evaporitic  sediments  with  lenticular 
ore  sulphur  bodies;  upwards  very  thick  conglomerates  follow,  with  rare  pelitic,  are- 
naceous  or  sulphate  layers. 

At  last,  some  considerations  are  effected  about  sedimentary  evolution  of  thè 
studied  basins  and  some  great  paleogreographic  outlines,  which  have  characterized 
this  campanian  part  of  south  Apennine  beginning  from  Messinian. 


(*)  Istituto  di  Geologia  e  Geofìsica  dell’Università  di  Napoli. 


132  S.  Di  Nocera,  F.  Ortolani ,  M.  Torre  e  B.  Russo 


Precedenti  conoscenze 

La  zona  compresa  tra  Altavilla  Irpina  e  Tufo  ha  suscitato  l’interesse  di 
vari  Autori  fin  dal  secolo  scorso  per  la  presenza  di  alcune  miniere  di  zolfo 
ancor  oggi  in  attività;  una  bibliografìa  alquanto  dettagliata  viene  riportata 

da  Minucci  (1933). 

Tra  gli  Autori  più  recenti,  Rittmann  (1952)  descrive  depositi  terrigeni 
miocenici  con  gesso  che  «presentano  andamento  lenticolare  più  volte  ripe¬ 
tuto »  più  o  meno  intensamente  ripiegati,  sui  quali  trasgrediscono  i  sedi¬ 
menti  pliocenici  debolmente  inclinati.  Lo  stile  tettonico  dei  termini  mioce¬ 
nici,  affioranti  tra  Grottolella  e  Ceppaioni,  sarebbe  caratterizzato  da  una 
successione  di  anticlinali  e  sinclinali,  orientate  mediamente  W-E,  causate 
dallo  scivolamento  gravitativo  dei  terreni  verso  N-NE  in  seguito  al  solleva¬ 
mento  del  gruppo  montuoso  di  M.te  Vergine-M.te  Vallatrone;  forti  com¬ 
pressioni  dei  depositi  miocenici  vengono  osservate,  in  particolare,  a  N  di 
Altavilla  Irpina,  dove  lo  slittamento  dei  terreni  sarebbe  stato  ostacolato  da 
blocchi  calcarei  rigidi,  in  affioramento  nella  zona  di  Chianche. 

Dessau  (1955)  descrive  i  depositi  pliocenici  dei  dintorni  di  Ariano 
Irpino  e  confronta  i  sedimenti  infrapliocenici,  fortemente  dislocati,  di 
questa  località  con  quelli  analoghi  della  zona  di  Altavilla  Irpina,  attribuiti 
al  Pontico. 

Brugner,  Jacobacci  e  Martelli  (1956)  riconoscono  in  Irpinia  il  con¬ 
tatto  trasgressivo  tra  i  sedimenti  del  Pliocene  ed  i  sottostanti  termini  mio¬ 
cenici;  sono  evidenziate,  inoltre,  le  variazioni  di  facies  nell’ambito  del  Plio¬ 
cene. 

Jacobacci  e  Martelli  (1958)  discutono  sulle  caratteristiche  dei  depo¬ 
siti  miocenici  affioranti  nell’Irpinia  e  nel  Sannio  ed  accennano  brevemente 
a  sedimenti  molassici  e  conglomeratici  altomiocenici  nella  zona  di  Stretto 
di  Barba. 

D’Argenio  (1963,  1967)  riconosce  un  contatto  trasgressivo  tra  il  Plio¬ 
cene  inferiore,  rappresentato  da  conglomerati,  arenarie  e  siltiti,  ed  il  sotto¬ 
stante  Miocene  arenaceo;  a  luoghi,  la  trasgressione  avviene  sulle  «Argille 
Varicolori  ». 

De  Castro-Coppa  et  al.  (1969)  illustrano  i  depositi  terrigeni  del  Mio¬ 
cene  e  del  Pliocene  affioranti  ad  Est  del  Partenio  e  vi  distinguono  tre  cicli 
di  sedimentazione:  1)  ciclo  Langhiano-Tortoniano;  2)  ciclo  Messiniano- 
Pliocene  inferiore;  3)  ciclo  del  Pliocene  medio.  Gli  Autori  descrivono  la 
successione  dei  terreni  del  ciclo  Messiniano-Pliocene  inferiore  che  si 
osserva  tra  Atripalda  ed  il  T.  Branete.  I  livelli  evaporitici,  presenti  nella 
parte  bassa  del  ciclo,  sarebbero  da  mettere  in  relazione  con  la  messa  in 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografia,  ecc.  133 


posto  di  masse  alloctone  («Argille  Varicolori»),  che  avrebbero  causato  alte¬ 
razioni  della  circolazione  nei  bacini  e  la  loro  evoluzione  in  senso  evapori- 
tico.  La  presenza  di  ciottoli  della  serie  carbonatica  nei  conglomerati  della 
parte  alta  della  serie  dei  terreni  mio-pliocenici  sarebbe,  inoltre,  la  testimo¬ 
nianza  dell’inizio  del  sollevamento  dei  «massicci  calcarei». 

Colalongo,  Pasini  e  Carobene  (1973)  ribadiscono  l’età  altomiocenica 
della  successione  affiorante  al  T.  Branete  riscontrandovi  sicure  microfaune 
a  foraminiferi  planctonici  del  Messiniano. 

Di  Nocera  et  al.  (1975,  1979)  segnalano  la  presenza  in  Irpinia  di  suc¬ 
cessioni  conglomeratico-arenaceo-argillose  ed  evaporitiche;  viene  indivi¬ 
duata  l’esistenza  di  due  distinti  cicli  di  sedimentazione,  comprendenti  sedi¬ 
menti  evaporitici  e  separati  da  una  fase  tettonica  messiniana. 

Di  Nocera  et  al.  (1976)  riconoscono,  successivamente  alla  fase  tetto¬ 
genetica  tortoniana,  l’esistenza  di  tre  fasce  parallele  (area  tirrenica,  catena, 
avampaese)  a  differente  evoluzione  tettono-sedimentaria,  che  persisteranno 
attraverso  il  Pliocene  ed  il  Quaternario  fino  al  recente.  Le  strutture  di  tipo 
plicativo,  che  si  individuano  nell’Irpinia  e  nel  Sannio  con  la  fase  tettonica 
intraevaporitica  messiniana,  risultano  parallele  all’arco  della  catena  appen¬ 
ninica. 

Nei  fogli  della  Carta  Geologica  d’Italia  vengono  attribuite  al  Miocene 
superiore,  Tortoniano-Messiniano,  successioni  comprendenti  argille  e 
argille  marnose  o  sabbiose,  talora  con  gessi,  sabbie  e  puddinghe  polige¬ 
niche  (P  185  -  Salerno)  e  molasse,  arenarie,  marne  e  argille,  alternate  con 
puddinghe  poligeniche  ben  cementate  e  lenti  di  gesso  macrocristallino  (P 
173  -  Benevento). 


Descrizione  delle  sezioni 
Inquadramento  geologico 

La  serie  dei  terreni  altomiocenici  dell’Irpinia  si  è  deposta  in  un  bacino 
di  sedimentazione,  che  si  è  impostato  sulle  unità  stratigrafico-strutturali 
individuatesi  in  seguito  alla  fase  tettonica  del  Tortoniano  inferiore-medio  e 
sulle  coltri  già  formate  dalle  fasi  tettogenetiche  del  Miocene  inferiore. 

Non  è  possibile  ricostruire  l’andamento  dettagliato  dei  bordi  di  questo 
bacino  che  doveva  estendersi  ampiamente  verso  N;  tuttavia,  il  margine 
meridionale  doveva  essere  rappresentato  dall’impilamento  dei  terreni  car- 
bonatici  della  piattaforma  campano-lucana,  delle  Unità  Irpine  (Pescatore 


134  S.  Di  Nocera,  F.  Ortolani,  M.  Torre  e  B.  Russo 


et  al.,  1969)  e  dei  depositi  di  provenienza  alloctona  («Argille  Varicolori»), 
intercalati  e  sovrastanti  alle  Unità  Irpine. 

In  questo  bacino  marino  ha  luogo  la  sedimentazione  di  depositi  peliti» 
co-arenacei  tra  il  Tortoniano  medio-superiore  (zona  a  G.  acostaensis  -  sub¬ 
zona  a  G.  suterae)  ed  il  Messiniano,  probabilmente  inferiore  (z.  a  G.  cono- 
miozea).  In  seguito  alla  fase  tettonica  messiniana,  dopo  l’arrivo  di  notevoli 
masse  alloctone  (prevalentemente  flysch  rosso),  che  mutano  profonda¬ 
mente  le  caratteristiche  fisiografìche  e  deposizionali  del  bacino,  la  sedi¬ 
mentazione  riprende  con  depositi  pelitico-evaporitici  e  clastici,  di  età  com¬ 
presa  tra  il  Messiniano  (zona  a  G.  conomiozea  -  subzona  a  G.  multiloha)  e, 
forse,  il  Pliocene  inferiore  (Fig.  1). 


Fio.  1.  -  Ubicazione  e  schema  dell’area  studiata.  1  =  Substrato  (Mesozoico  e  Mio¬ 
cene);  2  =  Tufi  incoerenti;  3  =  Terreni  alloctoni  dell’Unità  Lagonegrese  e 
dell’Unità  Sicilide;  4  =  Depositi  del  ciclo  Tortoniano  sup.  -  Messiniano; 
5  =  Depositi  del  ciclo  Messiniano  -  Pliocene  inferiore;  6  =  Depositi  del 
ciclo  Pliocene  inferiore  -  Pliocene  medio. 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografia,  ecc.  135 


Le  argille  ed  argille  sabbiose  del  ciclo  di  sedimentazione  Tortoniano- 
Messiniano  affiorano  prevalentemente  nelle  zone  orientali,  presso  Villa- 
maina,  Nusco  ed  a  SE  di  Lapio,  dove  poggiano  sulle  arenarie  del  «flysch  di 
Castelvetere»  (Pescatore  et  al .,  1970)  e  sulle  «Argille  Varicolori»;  nelle 
zone  più  settentrionali  ed  occidentali,  affiorano  solo  i  depositi  del  succes¬ 
sivo  ciclo  di  sedimentazione  Messiniano-Pliocene  inferiore,  il  cui  substrato, 
quando  visibile,  è  costituito  ancora  da  terreni  delle  Unità  Irpine,  dalle 
«Argille  Varicolori»  e  dall’Unità  Sannitica  (Brancaccio  et  al. ,  1979).  L’ap¬ 
poggio  diretto  dei  terreni  del  ciclo  più  recente  su  quelli  del  ciclo  Tortonia- 
no-Messiniano  non  è  mai  stato  osservato. 

Gli  effetti  delle  fasi  tettoniche  post-mioceniche  ed  i  depositi  terrigeni 
e  piroclastici  pi  io-quaternari  hanno,  il  più  delle  volte,  mascherato  i  rapporti 
tra  le  serie  alto-mioceniche  ed  il  loro  substrato. 


Ciclo  Tortoniano-Messiniano 
Sezione  di  Lapio 

A  S  e  a  SE  dell’abitato  di  Lapio,  tra  il  F.  Calore  e  la  frazione  di  Aria- 
niello,  affiora  una  successione  di  argille  ed  argille  siltose  grigie,  general¬ 
mente  ben  stratificate  e  con  sporadiche  intercalazioni  arenacee  (Fig.  2).  Le 


Fig.  2.  -  Lapio:  colonna  litostratigrafica  schematica  -  a  =  superfìcie  tettonica; 
1  =  argille;  2  =  arenarie;  3  =  flysch  rosso. 


peliti,  sottoposte  ad  una  intensa  attività  erosiva,  tendono  ad  assumere  una 
morfologia  calanchiva  e  sono  interessate  da  frequenti  piccoli  franamenti 
che  mascherano,  in  parte,  la  stratificazione;  una  diffusa  patina  biancastra  di 
efflorescenze  saline,  presente  anche  sulle  superfìci  da  poco  esposte,  ricopre 
questi  sedimenti  argillosi. 


136  S.  Di  Nocera,  F.  Ortolani ,  M.  Torre  e  B.  Russo 


Nella  parte  alta  della  successione  è  presente  una  intercalazione,  di 
oltre  un  metro  di  spessore,  di  materiale  alloctono  costituito  da  un  ammasso 
caotico  di  argille  nerastre  e  varicolori,  siltiti  ed  arenarie  a  grana  fine  di 
colore  scuro,  piccole  lenti  di  calcilutiti  plumbee;  le  argille  e  le  siltiti  scure 
sono,  a  luoghi,  rivestite  di  concrezioni  giallastre.  Questo  livello,  ben  visi¬ 
bile  sul  terreno  per  la  diversa  colorazione,  sembra  limitato  da  superfìci  pia¬ 
no-parallele  e  presenta  una  continuità  laterale  che  si  segue  per  un  buon 
tratto.  Il  contatto  inferiore  con  le  peliti  della  successione  miocenica  non 
mostra  evidenti  strutture  di  carattere  erosivo;  al  di  sopra  di  questo  livello, 
le  argille  seguono  in  concordanza  con  un  contatto  netto. 

A  più  altezze  nella  successione  si  notano  livelli  centimetrici  siltoso- 
argillosi,  poco  cementati,  contenenti  frammenti  scagliosi  di  marne  grigie 
verdi  e  rosse,  granuli  di  quarzo  e  piccoli  foramiferi  bentonici. 

L’ultima  parte  della  successione  risulta  costituita  da  argille  siltose,  a 
stratificazione  indistinta  ed  arenarie  in  straterelli.  Verso  l’alto,  seguono  con 
contatto  tettonico  ancora  materiali  fliscioidi  alloctoni  e  quindi  prodotti 
piroclastici. 

Lo  spessore  complessivo  apparente  della  successione  altomiocenica  è 
di  oltre  170-180  m;  lo  spessore  reale  dovrebbe,  però,  essere  alquanto  infe¬ 
riore,  perché  la  sequenza  è  interessata  da  faglie  dirette  di  modesta  entità 
che  provocano  alcune  ripetizioni  nella  serie.  Gli  strati  presentano  direzione 
SW-NE  ed  immergono  a  NW  con  inclinazione  media  di  25°-30°. 

Il  substrato  della  serie  ora  descritta  non  è  visibile  sul  terreno,  ma  è 
sicuramente  costituito  da  una  estesa  coltre  di  «Argille  Varicolori»,  che  ha 
interrotto  la  successione  conglomeratico-arenaceo-argillosa  del  Miocene 
inferiore-medio  (F.  di  Castelvetere  affiorante  lungo  i  bordi  nord-occiden¬ 
tali  dei  M.ti  Picentini). 

Nella  successione  pelitica  sopra  descritta,  sono  stati  prelevati  numerosi 
campioni  in  serie  dal  basso  verso  l’alto;  in  particolare,  i  residui  inorganici 
di  lavaggio  dei  campioni  prelevati  nella  parte  bassa  della  successione  affio¬ 
rante,  a  partire  dalla  base,  contengono  quantità  variabili  di  granuli  di 
quarzo,  feldspati  e  di  laminette  di  mica,  nonché  limitate  percentuali  di  fru¬ 
stoli  carboniosi  e  di  pirite,  a  luoghi  ossidata. 

La  componente  organogena  risulta  più  o  meno  abbondante  e,  di  solito, 
costituita  unicamente  da  foraminiferi;  soltanto  in  alcuni  campioni,  sono 
stati  riconosciuti  frammenti  di  aculei  di  echino  e  rarissime  valve  di  Ostra- 
codi.  I  gusci  dei  foraminiferi  sono  per  lo  più  di  dimensioni  variabili  ed  in 
genere  discretamente  conservati;  solo  in  qualche  caso,  sono  stati  osservati 
fenomeni  più  o  meno  intensi  di  spatizzazione  e  deformazione,  nonché 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografia,  ecc.  137 


alcuni  esemplari  rotti;  anche  i  fenomeni  di  nanismo  sono  estremamente 
sporadici.  Il  rapporto  P/B  è  sempre  nettamente  a  favore  del  plancton;  in 
quest’ultimo,  sono  state  riconosciute,  complessivamente,  le  seguenti 
specie: 

Hastigerina  sp. 

Globorotalia  acostaensis  Blow 
Globorotalia  ex  gr.  menardii  (D’Orb.) 

Glohorotalia  obesa  (Bolli) 

Globorotalia  ex  gr.  scitula  (Brady) 

Globorotalia  suterae  Cat  &  Sprov. 

Globigerina  bullo ides  D’Orb. 

Globigerina  concinna  Reuss 

Globigerina  falconensis  Blow 

Globigerina  globorotaloidea  Colom 

Globigerina  off  microstoma  Cita,  P.  Silva  &  Rossi 

Globigerina  quinqueloba  Natland 

Globigerinoides  obliquus  Bolli 

Globigerinoides  sacculifer  (Brady) 

Globigerinoides  trilobus  (Reuss) 

Globigerinita  glutinata  (Egger) 

Praeorbulina  sp. 1 
Orbulina  bilobata  (D’Orb) 

Orbulina  suturalis  Bronnimann 
Orbulina  universa  D’Orb 

Tra  le  specie  sopra  elencate,  quelle  di  Glorotalia  risultano  piuttosto 

rare. 

La  presenza  dei  markers  zonali  G.  acostaensis  e  G.  suterae  consente  di 
correlare  le  associazioni  rinvenute  con  la  zona  a  G.  acostaensis- subzona  a 
G.  suterae  di  D’Onofrio  et  al.  (1976),  di  età  Tortoniano  superiore. 

La  microfauna  bentonica,  che  è  sempre  quantitativamente  molto 
scarsa,  è  rappresentata  complessivamente  dai  seguenti  generi: 

Ammonia,  B olivina,  Bulimina,  Cassidulina,  Cibicides,  Dorothia,  Elphidium,  Epo- 
nides,  Gyroidina,  Hap lophragm o ides,  Lagena,  Marginulina,  Martinottiella,  Nodo- 
saria,  Nonion,  Ophtalmidium,  Robulus,  Siphonina,  Sphaeroidina,  Textularia,  Uvi- 
gerina,  Vaginulina,  Valvulineria. 


1  II  genere  Preorbulina  è  stato  rinvenuto  in  un  solo  livello,  nel  quale  esso  rap¬ 
presenta  la  maggior  parte  della  microfauna  planctonica,  in  cui  risultano  frequenti 
pure  gli  individui  con  bulla  e  quelli  riferibili  a  0.  suturalis.  In  questo  livello,  carat¬ 
terizzato  tra  l’altro  da  alti  tenori  di  pirite,  anche  il  benthos  mostra  caratteri  di  oligo- 
tipia,  essendo  rappresentato  prevalentemente  dai  generi  Bulimina  e  Valvulineria. 


138  S.  Di  Nocera ,  F.  Ortolani ,  M.  Torre  e  B.  Russo 


Come  si  nota  dall5 elenco  sopra  riportato,  il  benthos  non  è  indicativo 
dal  punto  di  vista  ambientale,  essendo  rappresentato  indifferentemente  da 
forme  diffuse  in  tutto  il  dominio  neritico. 

Per  quanto  riguarda  i  campioni  prelevati  nella  parte  alta  della  succes¬ 
sione,  essi  hanno  mostrato,  nei  residui  di  lavaggio,  una  frazione  inorganica 
costantemente  scarsa,  costituita  prevalentemente  da  pirite,  talvolta  ossi¬ 
data,  tracce  di  carbone,  poche  laminette  di  mica;  a  luoghi  si  rinvengono 
anche  rari  granuli  di  quarzo. 

La  componente  organogena  è  sempre  molto  abbondante  ed  è  rappre¬ 
sentata  essenzialmente  da  foraminiferi,  ancora  in  buono  stato  di  conserva¬ 
zione  e  di  dimensioni  variabili,  oltre  che  da  alcuni  frammenti  di  Lamelli- 
branchi,  Dentalium  e  radioli  di  echino,  rarissimi  resti  di  Briozoi,  di  valve 
di  Ostracodi  e  di  Pesci  (squame  e  denti),  sporadici  e  piccoli  Gasteropodi 
piritizzati.  Tra  i  globigerinidi,  compaiono  alcune  specie  di  globorotalie 
carenate. 

Il  plancton  è  costituito  complessivamente  dalle  seguenti  specie: 

Hastigerina  siphonìfera  (D’Orb.) 

Globorotalia  acostaensis  Blow 
Globorotalia  conomiozea  Kemnet 
Globorotalia  menardìi  forma  4  Tjalsma 
Globorotalia  aff.  mìozea  saphoe  Bizon 
Globorotalia  obesa  Bolli 
Globorotalia  ex  gr.  scitula  (Bràdy) 

Giobigerina  bulloides  D’Orb. 

Globigerina  concinna  Reuss 
Giobigerina  falconensìs  Blow 
Globigerina  globorotaloìdea  Colqm 
Globigerinoides  obliquus  Bolli 
Globigerinoides  o.  extremus  Bolli  &  Bekmudez 
Globigerinoides  sacculifer  (Brady) 

Globigerinoides  trilobus  (Reuss) 

Giobigerinita  glutinata  (Egger) 

Orbulina  bilobata  (D’Orb.) 

Orbulina  suturalìs  Bgnnimann 
Orbulina  universa  (D’Orb.) 

G.  acostaensis  è  rara;  altrettanto  rare,  ed  in  più  presenti  soltanto  in 
alcuni  livelli,  sono  G.  ex  gr.  scitula ,  G.  aff.  su  te  me,  G.  menardii  forma  4  e 
G.  aff.  miozea  saphoe . 

Le  associazioni  rinvenute  sono  correlabìli  con  la  zona  a  G.  conomiozea 
di  D’Onofrio  et  al  (1976)  del  Messiniano,  per  la  presenza  del  marker 
zonale. 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografia,  ecc.  139 


Per  quanto  riguarda  il  benthos,  esso  è  più  abbondante  e  più  vario 
rispetto  ai  livelli  sottostanti;  il  rapporto  P/B  sembra  infatti  essere  circa 
uguale  ad  uno.  Complessivamente  sono  stati  riconosciuti  i  seguenti  generi: 

Ammonia,  B olivina,  Bolivinoides,  Bulimina,  Cancris,  Cassidulina ,  Cibicides,  Den¬ 
ta  lina,  Dorothia,  Elphidium,  Eponides,  Frondicularia,  Globocassidulina,  Gyroi- 
dina,  Haplophragmoides,  Lagena,  Marginai  ina,  Martinottiella,  Nodosaria, 
Nonoin,  Ophtalmidium,  Planulina,  Pullenia,  Quinqueloculina,  Robulus,  Sigmoi- 
lina,  Sphaeroidina,  Textularia,  Uvigerina,  Vaginulina,  Valvulineria. 

Anche  in  questo  caso,  il  benthos  non  è  indicativo  dal  punto  di  vista 
ambientale. 

La  successione  dei  terreni  affioranti  presso  Lapio  (già  attribuita  al 
Messiniano  da  Ippolito  et  al.,  1974)  indica  una  sedimentazione  di 
ambiente  marino  neritico,  con  scarsi  apporti  terrigeni  dalle  terre  emerse  e 
buona  circolazione  delle  acque;  solo  nella  parte  alta  della  successione,  si 
nota  una  maggiore  incidenza  della  frazione  terrigena  e  una  tendenza  a  con¬ 
dizioni  di  scarsa  ventilazione  al  fondo. 


Sezioni  di  Case  Paoloni  -  S.  Lucia 

Pochi  km  ad  E  di  Tufo,  nell’area  compresa  tra  S.  Lucia  e  località  case 
Paoloni,  affiorano  alcuni  lembi  di  una  successione  prevalentemente  peliti- 
co-evaporitica  messiniana,  alquanto  disturbata  dalla  tettonica  plio-quater- 
naria. 

In  località  Viturano  -  case  Paoloni  si  osservano  argille  ed  argille  siltose 
di  colore  grigio  scuro,  a  stratificazione  poco  evidente,  contenenti  resti  fos¬ 
sili  di  molluschi  (Lamellibranchi,  Gasteropodi,  Dentalium  sp.  etc.),  talora 
piritizzati  ed  ossidati,  e  ricche  microfaune.  Nella  parte  terminale  della  suc¬ 
cessione  sono  intercalati  alcuni  strati  di  arenaria  a  grana  fine  a  matrice  cal¬ 
carea,  che  presentano  laminazione  parallela  e  convoluta. 

Gli  strati  presentano  direzione  NNE-SSW  ed  immergono  ad  ESE  con 
inclinazione  variabile  tra  i  20°  ed  i  45°;  lo  spessore  complessivo  è  dell’or¬ 
dine  dei  60-70  m.  La  successione  è  troncata  tettonicamente  alla  sommità 
da  argille  policrome,  marne  arenacee  ed  arenarie  quarzose  del  «flysch 
rosso»;  la  base  è  coperta  da  alluvioni. 

La  frazione  inorganica  del  residuo  di  lavaggio  delle  argille  è  costituita 
da  pochi  frammenti  di  quarzo,  feldspati  e  rare  laminette  di  mica;  sono 
sempre  presenti  pirite  (talora  in  apprezzabile  quantità)  e  tracce  di  carbone. 


140  S.  Di  Nocera,  F.  Ortolani,  M.  Torre  e  B.  Russo 


La  componente  organogena  è  di  solito  molto  abbondante  ed  è  costi¬ 
tuita  prevalentemente  da  foraminiferi,  da  rari  frammenti  di  gusci  di  Lamel- 
libranchi  e  di  radioli  di  echino,  talvolta  si  rinvengono  anche  rarissimi  resti 
di  Pesci  (squame,  denti,  Otoliti),  rarissime  valve  di  Ostracodi  e  piccoli 
Gasteropodi  piritizzati, 

I  gusci  dei  foraminiferi  sono  di  taglia  variabile  ed  in  discreto  stato  di 
conservazione.  Il  valore  del  rapporto  Plancton/Benthos,  fatta  eccezione  per 
alcuni  livelli  dove  i  foraminiferi  planctonici  prevalgono  nettamente  su 
quelli  bentomci,  si  aggira  quasi  sempre  intorno  all’unità. 

Nel  plancton  sono  state  riconosciute  le  seguenti  specie: 

Hastigerìna  siphonifera  (D’Orb.) 

Globorotalia  acostaensis  Blow 
Globorotalia  acostaensis  humerosa  Tak.  &  Saito 
Globorotalia  acostaensis  aff.  humerosa  Tak.  &  Saito 
Globorotalia  conomiozea  Kennett 
Globorotalia  aff.  incompta  (Citelli) 

Globorotalia  obesa  Bolli 
Globorotalia  mediterranea  Cat.  &  Sprovieri 
Globorotalia  miozea  saphoae  Bizqn 
Globorotalia  ex  gr.  scitula  (Brady) 

Globigerina  bulloides  D’Orb. 

Globigerina  concinna  Reuss 
Globigerina  falconensis  Blow 
Globigerina  globorotaloidea  Colom 
Globigerina  aff.  nepenthes  Todd 
Globigerina  quinqueloba  Natland 
Giobigerinoides  bollii  Blow 
Globigerìnoides  obliquus  Bolli 
Giobigerinoides  o.  exiremus  Bolli  &  Bermudez 
Giobigerinoides  ruber  (D’Orb.) 

Giobigerinoides  sacculifer  (Brady) 

Giobigerinoides  ex  gr.  tri  lo  bus  (Reuss) 

Globigerinita  glutinata  (Egger) 

Praeorbulina  sp. 

Orbulina  bilobata  (D’Orb.) 

Orbulina  suturalis  Bromnimann 
Orbulina  universa  D’Orb. 


Tra  le  specie  elencate,  G.  conomiozea  e  G.  mediterranea  sono  molto 
frequenti,  soprattutto  nella  parte  alta  della  successione;  G.  acostaensis  è 
presente  in  tutti  i  livelli  campionati,  sia  pur  rappresentata  da  un  numero 
generalmente  basso  di  individui,  sia  con  la  varietà  con  sole  4  logge  nell’ul¬ 
timo  giro  di  spira,  che  con  quella  tipica  a  5  logge;  infine,  G.  ex  gr.  scitula , 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografia,  ecc.  141 


G.  acostaensis  aff.  humerosa  e  G.  a .  humerosa  compaiono  solo  sporadica¬ 
mente. 

L’associazione  bentonica,  di  solito  abbondante,  è  abbastanza  varia. 
Complessivamente  sono  stati  riconosciuti  i  seguenti  generi: 

Ammonia,  Amphycorina,  Anomalina,  Bolivina,  Bolivinoides,  Bulimina,  Cassida - 
lina,  Chilostomella,  Cihicides,  Dorothia,  Eponides,  Gyroidina,  Lagena,  Lenticu- 
lina,  Marginulina,  Martinottiella,  Nonion,  Ophtalmidium,  Orthomorphina,  Plana¬ 
li  na,  Pullenia,  Sigmoilina,  Sphaeroidina,  Textularia,  Uvigerina,  Valvulineria. 

Tra  le  forme  elencate  nessuna  prevale  nettamente  sulle  altre,  soltanto 
nei  rari  livelli  in  cui  il  benthos  è  nettamente  subordinato  esso  mostra 
anche  caratteri  di  oligotipia  essendo  rappresentato  prevalentemente  da  Val¬ 
vulineria  bradyana,  Bulimina  affinis  e  B.  ovata. 

La  presenza  dei  markers  zonali  consente  di  correlare  le  associazioni 
rinvenute  con  la  zona  a  G.  conomiozea  -  subzona  a  G.  mediterranea  di 
D’Onofrio  et  al  (1976),  la  cui  età  è  Messiniano. 

L’ambiente  di  deposizione  è  marino  neritico  con  scarsa  energia  e  con 
rari  apporti  detritici  dalla  terra  emersa;  le  condizioni  di  vita  al  fondo  dove¬ 
vano  risentire  di  una  insufficiente  ossigenazione. 

Tra  la  fraz.  S.  Lucia  e  l’incisione  del  T.  Zeza  ad  E  di  Castelmozzo  (Fig.  3)  si 
osserva  una  successione  che  comprende  dal  basso  in  alto:  a)  arenarie  a 




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Fig.  3.  -  S.  Lucia:  colonna  litostratigrafica  schematica.  1  =  arenarie;  2  =  marne; 
3  =  calcari  evaporitici;  4  =  argille;  5  =  gessi. 


grana  fine,  più  o  meno  cementate,  a  matrice  calcarea,  ben  stratificate 
(alcuni  metri);  b)  calcari  evaporitici  e  marne.  I  calcari  sono  bianchi  o  gial¬ 
lognoli,  per  lo  più  compatti,  a  luoghi  pulverulenti  e  mostrano  abbondanti 
cavità  prismatiche  allungate  (max.  1  cm)  che  rappresentano  l’impronta  di 
cristalli  di  gesso  successivamente  disciolti.  Almeno  una  diecina  di  metri;  c) 
argille  grige,  pochi  metri;  d )  gesso  cristallino  in  banchi,  con  intercalazioni 
argillose.  Si  tratta  prevalentemente  di  gesso  selenitico,  in  banchi  potenti 


142  S.  Di  Nocera,  F.  Ortolani,  M.  Torre  e  B.  Russo 


fino  a  6-7  m,  separati  da  argille  fossilifere;  la  potenza  di  questi  gessi  è  di 

alcune  diecine  di  metri.  Sopra  l’ultimo  banco  di  gesso  poggiano  ancora 
argille  grige  con  foraminiferi  ed  uno  strato  di  gessarenite,  potente  circa  50 
cm,  con  laminazione  obliqua  a  piccola  scala. 

Lo  spessore  complessivo  della  serie  non  è  ben  valutabile;  gli  strati 
sono  orientati  NNE  -  SSW  ed  immergono  ad  ESE,  con  inclinazione  varia¬ 
bile  tra  i  35°  ed  i  45°.  La  base  della  successione  sembra  poggiare,  con  rap¬ 
porti  tutt’altro  che  chiari,  su  di  una  spessa  lente  di  materiale  alloctono 
delle  coltri  Sicilidi  («Argille  Varicolori»);  la  sommità  è  in  contatto  tetto¬ 
nico  con  il  lembo  di  serie  prima  descritto  di  località  Case  Paoloni. 

Il  residuo  inorganico  delle  argille  intercalate  e  sovrastanti  ai  gessi  è 
sempre  scarso  e  costituito  da  rari  granuli  di  quarzo  e  feldspati,  rare  lami¬ 
nette  di  mica,  carbone  e  pirite  (a  luoghi  ossidata)  spesse  volte  prevalenti 
sugli  altri  componenti;  in  alcuni  livelli  infine  si  rinvengono  gesso  e  clasti 
calcarei  probabilmente  di  origine  organica. 

La  componente  organogena  è  di  solito  presente  con  percentuali  più  o 
meno  elevate;  solo  in  rari  livelli  essa  è  completamente  assente.  In  essa 
figurano  prevalentemente  foraminiferi,  oltre  che  frammenti  di  radioli  di 
echino;  a  luoghi  si  rinvengono  anche  resti  di  Pesci  (squame,  denti,  Otoliti) 
ed  alcune  valve  di  Ostracodi. 

I  gusci  dei  foraminiferi,  di  dimensioni  variabili,  sono  discretamente 
conservati.  Il  rapporto  plancton/benthos  è  estremamente  variabile:  si  alter¬ 
nano  infatti  livelli  in  cui  il  plancton  è  nettamente  prevalente  sul  benthos 
ed  altri,  più  frequenti,  in  cui  il  rapporto  P/B  è  circa  uguale  all’unità. 

Tra  i  foraminiferi  planctonici  sono  state  determinate  le  seguenti  specie: 


Hastigerina  siphonifera  (D’Orb.) 

Glohorotalia  acostaensis  Blow 

Globorotalia  acostaensis  humerosa  Tak.  &  Saito 

Glohorotalia  acostaensis  aff.  humerosa  Tak.  &  Saito 

Globorotalia  conomiozea  Kennett 

Globorotalia  continuosa  Blow 

Globigerina  bulloides  D’Orb. 

Globigerina  concinna  Reuss 

Globigerina  falconensis  Blow 

Globigerina  globorotaloidea  Colom 

Globigerina  microstoma  Cita,  P.  Silva  &  Rossi 

Globigerina  multiloba  Romeo 

Globigerina  nepenthes  Todd 

Globigerina  quinqueloba  Naie  and 

Globigerina  juvenilis  Bolli 

Globigerina  sp. 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografia,  ecc.  143 


Glohigerinoides  ohliquus  Bolli 
Glohigerinoides  o.  extremus  Bolli  &  Bermudez 
Glohigerinita  glutinata  (Egger) 

Orbulina  suturalis  Bronnimann 

Le  associazioni  mostrano  tendenza  all’oligotipia:  infatti,  G.  acostaensis 
e  G.  a.  aff.  humerosa  sono  sempre  presenti,  talora  anche  con  numerosi  indi- 
vidui.  G.  acostaensis ,  inoltre,  è  rappresentata  sia  da  individui,  più  frequenti, 
con  sole  4  logge  nell’ultimo  giro  di  spira,  che  da  esemplari  tipici  con  5 
logge. 

Le  orbuline  ed  i  Glohigerinoides  sono  di  solito  subordinati  ed  in 
alcuni  livelli  sembrano  essere  addirittura  assenti.  Tra  le  globorotalie,  G. 
continuosa  e  G.  conomiozea  risultano  estremamente  sporadiche. 

Nell’associazione  bentonica  sono  stati  riconosciuti  i  seguenti  generi: 

Ammonta,  Bolivina,  Bulimina,  Cassidulina,  Cibicides,  Discorbis,  Elphidium,  Epo- 

nides,  Gyroidina,  Lagena,  Nonion,  Ophtalmidium,  Textularia,  Uvigerina,  Valvuli- 

neria. 

Tra  le  forme  sopraelencate,  risultano  spesso  prevalenti  i  generi  Buli¬ 
mina  e  Valvulineria.  Tra  le  Uvigerina ,  è  presente  U.  siphogenerinoides. 

Il  rinvenimento,  sia  pur  solo  alla  base  della  successione  argillosa,  del 
marker  G.  multiloba  che,  come  sempre  risulta  estremamente  rara,  consente 
di  correlare  le  associazioni  rinvenute  con  la  zona  a  G.  conomiozea  -  sub¬ 
zona  a  G.  multiloba  (D’Onofrio  et  al .,  1976),  ultima  in  ordine  di  com¬ 
parsa  del  Messiniano.  D’altra  parte  mancano  in  tutti  i  campioni,  markers  di 
zone  di  associazione  più  elevate  stratigraficamente. 

La  presenza  di  associazioni  foraminiferi  planctonici  (e  subordinata- 
mente  bentonici),  sia  pur  con  caratteristiche  oligotipiche,  nelle  argille 
intercalate  in  questo  intervallo  di  serie,  indica  che  l’ambiente  di  sedimen¬ 
tazione,  normalmente  evaporitico,  risentiva  di  periodici  ed  irregolari  rap¬ 
porti  con  i  bacini  marini  contigui,  probabilmente  più  vasti  e  in  condizioni 
di  salinità  ed  ossigenazione  quasi  normali  o  tutt’al  più  pre-evaporitiche. 


Ciclo  Messiniano-Pliocene  inferiore 
Sezione  di  Atripalda 

Una  successione  prevalentemente  pelitico-arenacea  è  ben  esposta  in 
una  cava  per  laterizi  presso  l’abitato  di  Atripalda,  pochi  km  ad  ENE  di 
Avellino  (Fig.  4). 


144  S.  Di  Nocera,  F.  Ortolani,  M.  Torre  e  B.  Russo 


La  parte  più  bassa  (circa  40  m)  della  serie  affiorante  è  composta, 
essenzialmente,  da  argille  ed  argille  debolmente  siltose,  di  colore  grigio 
scuro,  con  rare  intercalazioni  millimetriche  di  silt.  La  stratificazione  è 
generalmente  poco  distinta  e  la  potenza  degli  strati  varia  da  alcuni  dm  ad 
oltre  1  m.  Sono  presenti,  inoltre,  alcuni  livelli,  dello  spesssore  di  20-25  cm, 


Fig.  4.  -  Atripalda:  colonna  litostratigrafica  schematica.  1  =  argille;  2  =  arenarie; 
3  =  diatomiti;  4  calcari  evaporitici. 


di  arenaria  fine  giallastra,  poco  cementata,  ricca  di  piccoli  frustoli  carbo¬ 
niosi,  con  laminazione  obliqua  a  piccola  scala,  ed  un  livello  di  gessarenite 
di  uguale  potenza. 

Proseguendo  verso  l’alto,  si  osserva  la  comparsa  di  frequenti  livelli 
centimetrici  di  siltiti  ed  arenarie  a  grana  fine  e  a  cemento  calcareo;  l’alter¬ 
nanza  argille-arenarie  presenta  una  potenza  di  20-25  m  circa.  Gradual¬ 
mente  si  passa  quindi  ad  argille  straterellate,  a  luoghi  fissili  e  diatomitiche 
e  quindi  a  piccoli  livelli  diatomitici,  contenenti  scaglie  e  resti  scheletrici  di 
Pesci. 

Nella  parte  terminale  della  successione,  gli  straterelli  siltosi  ed  arena¬ 
cei  si  infittiscono  e  diventano  nettamente  prevalenti  rispetto  alle  peliti;  le 
arenarie  di  colore  giallo  o  giallo  rossastro  sono  distintamente  stratificate, 
con  spessori  variabili  da  alcuni  cm  a  più  dm.  Questi  depositi  arenitici  della 
potenza  complessiva  affiorante  di  circa  20  m  presentano,  talora,  lamina¬ 
zione  obliqua  a  piccola  scala  (lamine  di  lunghezza  dell’ordine  di  pochi  cm) 
e  rare  impronte  di  fondo.  Infine  alla  sommità  della  serie,  poco  sopra  il 
fronte  di  cava,  si  rinvengono  numerosi  blocchi  di  gesso  e  calcare  evapori- 
tico.  La  successione  ora  descritta,  la  cui  base  non  è  visibile,  presenta  uno 
spessore  complessivo  di  circa  85-90  m.  La  direzione  degli  strati  è  E-W  e 
l’immersione  a  N,  con  inclinazione  molto  debole. 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografia,  ecc.  145 


Nei  livelli  pelitici  della  successione  affiorante  in  cava  sono  stati  prele¬ 
vati  numerosi  campioni  in  serie;  i  residui  di  lavaggio  sono  caratterizzati  da 
una  frazione  inorganica  generalmente  molto  scarsa,  costituita  da  rare  lami¬ 
nette  di  mica,  rari  granuli  di  quarzo  e  feldspati,  tracce  di  carbone  e  di 
pirite,  a  luoghi  ossidata. 

Anche  la  componente  organogena,  fatta  eccezione  per  i  primi  livelli 
della  successione  esaminata,  dove  tra  l’altro  anche  il  residuo  inorganico  è 
relativamente  più  abbondante  rispetto  alla  restante  porzione  della  serie,  è 
di  solito  molto  scarsa  o,  a  luoghi,  addirittura  assente.  Sono  state  rinvenu¬ 
te,  infatti,  scarsissime  microfaune  a  foraminiferi,  oligotipiche,  di  solito  con 
prevalenza  di  planctonici;  i  gusci  dei  foraminiferi,  inoltre,  appaiono  spesso 
in  cattivo  stato  di  conservazione,  essendo,  di  solito,  spatizzati,  a  luoghi  leg¬ 
germente  deformati  o  rotti,  e  mostrano  quasi  sempre  caratteri  di  nanismo. 
In  alcuni  campioni,  inoltre,  sono  stati  rinvenuti  Ostracodi,  rari  frammenti 
di  spicele  di  spugne  silicee  e  di  aculei  di  echino,  rarissimi  resti  di  Pesci 
(squame,  denti,  Otoliti),  resti  di  piccoli  Lamellibranchi,  dal  guscio  sottile, 
mal  conservati  e  di  difficile  determinazione. 

Tra  i  foraminiferi  planctonici,  sono  state  determinate  complessiva¬ 
mente  le  seguenti  specie: 

Globorotalia  acostaensis  Blow 
Globorotalia  a.  aff.  humerosa  Tak.  &  Saito 
Globorotalia  aff.  mediterranea  Cat.  &  Sprov. 

Globorotalia  ex  gr.  scitula  (Brady) 

Globorotalia  suterae  Cat.  &  Sprov. 

Globigerina  ex  gr.  bulloides  D’Orb. 

Globigerina  concinna  Reuss 
Globigerina  falconensis  Blow 
Globigerina  globorotaloidea  Colom 
Globigerina  multiloba  Romeo 
Globigerina  quinqueloba  Natland 
Globigerinoides  obliquus  Bolli 
Globigerinoides  trilobus  Reuss 
Globigerinita  glutinata  (Egger) 

Orbulina  bilobata  (D’Orb.) 

Orbulina  suturalis  Bronnimann 


In  generale,  tutte  le  specie  di  Globorotalia  sopra  elencate  risultano 
estremamente  rare  e  non  sono  presenti  neppure  in  tutti  i  livelli;  altrettanto 
sporadica,  ma  presente  sicuramente  alla  base  della  successione  è  la  G.  multi - 
ìoha,  che  consente  di  correlare  le  associazioni  rinvenute  con  la  zona  a  G.  cono- 
miozea- subzona  a  G.  multiloba  di  D’Onofrio  et  al  (1976),  del  Messiniano. 


146  S.  Di  Nocera,  F.  Ortolani,  M.  Torre  e  B.  Russo 


Nel  benthos,  quando  è  presente,  sono  riconoscibili  complessivamente  i 
seguenti  generi: 

Bolivina,  Bolivinoides,  Bulimina,  Cassidulina,  Cibicides,  Gyroidina,  Haplo- 
phragmoides,  Quinqueloculina,  Robulus,  Spiroloculina,  Uvigerina  (U.  siphogeneri- 
noides),  Valvulineria. 

In  alcuni  livelli,  nella  parte  bassa  della  successione,  prevalgono  i 
generi  Bolivina  e  Bolivinoides .  Infine,  nelle  marne  tripolacee  della  porzione 
superiore  della  successione  sono  stati  riconosciuti  abbondanti  frustoli  di 
Diatomee,  di  forma  prevalentemente  circolare  (Centrales),  oltre  a  nume¬ 
rose  spicole  di  spugne,  Radiolari,  Silicoflagellati  e  rarissimi  foraminiferi. 

L’intervallo  di  serie  visibile  nella  cava  di  Atripalda  si  è  deposto  in  un 
ambiente  marino  non  lontano  dalla  costa,  caratterizzato  da  scarsa  vita  al 
fondo  e  da  un  apporto  di  materiale  detritico  (siltoso-arenaceo)  sempre  più 
frequente  verso  l’alto,  dove  si  raggiungono  gradualmente,  condizioni  di 
ridotta  circolazione  delle  acque  (ed  isolamento  del  bacino)  e  con  deposi¬ 
zione  di  calcari  evaporitici. 


Sezione  di  Montefredane  -  Pozzo  del  Sale 

Pochi  chilometri  a  NE  della  città  di  Avellino,  in  località  «Pozzo  del 
Sale»,  e  nei  dintorni  di  Montefredane,  al  di  sotto  della  estesa  copertura 
piroclastica  affiorano  siltiti  argillose,  arenarie,  conglomerati  ed  evaporiti 
(Fig.  5). 

I  livelli  più  bassi  sono  visibili  a  SE  del  rilievo  di  Montefredane  e  sono 
costituiti  da  arenarie  e  siltiti  argillose,  in  strati  e  stratereìli,  in  cattive  con¬ 
dizioni  di  affioramento.  Lo  spessore  dell’intervallo  non  è  ben  valutabile, 
ma  dovrebbe  aggirarsi  intorno  ai  50-80  m. 

In  località  Pozzo  del  Sale,  le  arenarie  e  siltiti  argillose  si  seguono  per 
qualche  decina  di  metri  e  contengono  intercalazioni  francamente  pelitiche 
ed  un  livello  di  marne  tripolacee,  di  esiguo  spessore,  pressocché  totalmente 
mascherato  dai  continui  franamenti,  che  interessano  questo  intervallo  della 
serie.  Seguono  quindi  circa  10  m  di  calcare  evaporitico  giallastro,  in  strati 
e  banchi,  con  intercalazioni  di  argille  e  marne  con  manganese. 

La  successione  continua  con  arenarie  grossolane,  gessareniti  e  potenti 
livelli  di  conglomerati  poligenici  a  cemento  arenaceo  nei  quali  sono,  tra 
l’altro,  presenti  grossi  blocchi  di  gesso  e  di  calcare  evaporitico;  la  presenza, 
a  poca  profondità,  di  cloruri  tra  le  evaporiti  è  testimoniata  dalla  mineraliz- 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografia ,  ecc.  147 


zazione  a  NaCl  che  interessa  una  piccola  falda,  in  cui  è  ubicato  il  «Pozzo 
del  Sale»  (ora  in  disuso)  e  dal  quale  prende  nome  la  località. 

La  successione  si  segue  fino  a  N  di  Montati edane,  dove  è  ricoperta  dal 
materiale  piroclastico. 


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Fio.  5.  -  Montefredane  -  Pozzo  del  Sale:  colonna  litostratigrafica  schematica. 

1  =  argille;  2  =  arenarie;  3  =  di  atomi  ti;  4  -  calcari  evaporitici;  5  =  con¬ 
glomerati. 


Lo  spessore  complessivo  affiorante  non  è  inferiore  ai  180-200  m;  la 
stratificazione  è  quasi  sempre  distinta,  con  direzione  a if incirca  E-W  e 
immersione  a  N;  l’inclinazione  è  variabile,  prevalentemente  debole  o 
media  nella  parte  inferiore  della  serie,  forte  nei  livelli  più  alti,  conglomera¬ 
tici,  che  tendono  alla  verticalità. 

I  vari  termini  della  successione  descritta  sono  generalmente  sterili, 
eccezion  fatta  per  l’orizzonte  marnoso-tripolaceo,  contenente  abbondanti 
frustoli  di  diatomee. 

Durante  l’analisi  micropaleontologica,  solo  in  alcuni  campioni  delle 
peliti,  sono  stati  rinvenuti  rarissimi  globigerinidi,  poco  indicativi  dal  punto 
di  vista  bio  e  cronostratigrafìco.  I  residui  inorganici  di  lavaggio  risultano 
più  o  meno  abbondanti  e  costituiti  da  tenori  variabili  di  mica,  quarzo  e 
feldspati,  apprezzabili  quantità  di  gesso  e  tracce  di  carbone  e  di  pirite. 


148  S.  Di  Nocera,  F.  Ortolani,  M.  Torre  e  B.  Russo 


La  sequenza  affiorante  a  Montefredane-Pozzo  del  Sale  denota  condi¬ 
zioni  di  deposizione  inizialmente  evaporitiche,  seguite  da  una  sedimenta¬ 
zione  clastica,  di  tipo  deltizio  o  di  mare  poco  profondo. 


Sezione  di  Capriglia 

Nella  zona  di  Capriglia,  pochi  chilometri  a  N  di  Avellino,  si  osserva 
una  successione  arenaceo-conglomeratica  e  argillosa  della  potenza  di  oltre 
100  m  (Fig.  6). 


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Fig.  6.  -  Capriglia:  colonna  litostratigrafica  schematica.  1  =  conglomerati;  2  =  are¬ 
narie;  3  =  argille. 


La  base  è  costituita  da  arenarie  grossolane,  in  strati  e  banchi,  sterili, 
cui  seguono  conglomerati  ben  stratificati,  con  ciottoli,  per  lo  più  arroton¬ 
dati,  del  diametro  massimo  di  20-25  cm;  tra  gli  elementi,  sono  abbondanti 
i  litotipi  della  serie  carbonatica  di  piattaforma  e  alquanto  subordinati, 
invece,  quelli  arenacei-siltosi  e  calcilutitici,  provenienti  dalle  formazioni  fli- 
scioidi. 

Lo  spessore  di  questo  intervallo  arenaceo-conglomeratico,  su  cui  pog¬ 
gia  il  paese  di  Capriglia,  è  dell’ordine  dei  50-60  m. 

Seguono  quindi  argille  grigie  o  plumbee,  con  sottili  livelli  di  arenaria 
fine  e  di  silt,  in  cui  si  osservano  spesso  la  laminazione  parallela  e  quella 
obliqua  a  piccola  scala.  Verso  l’alto,  le  argille  diventano,  gradatamente, 
sempre  meno  siltose  e  contengono,  a  luoghi,  abbondanti  resti  mal  conser¬ 
vati  di  macrofossili  (Lamellibranchi),  che  mostrano  segni  di  limitato  tra- 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografia,  ecc.  149 


sporto  intrabacinale.  Sono  presenti,  inoltre,  rare  e  sottili  intercalazioni  cal- 
carenitiche. 

A  questo  intervallo  argilloso,  potente  circa  40-50  m,  seguono  arenarie, 
conglomerati  e  lenti  di  gesso,  in  cattive  condizioni  di  affioramento  e  rico¬ 
perte  da  materiale  piroclastico. 

La  successione  brevemente  descritta  è  ben  stratificata,  la  direzione 
degli  strati  è  circa  NNW-SSE  e  l’immersione  a  ENE,  con  debole  inclina¬ 
zione. 

Al  di  sotto  dei  sedimenti  altomiocenici  sopra  illustrati,  è  presente 
un’altra  successione  arenaceo-conglomeratica,  in  cui  si  rinvengono  fre¬ 
quenti  gusci  di  Lamellibranchi,  echinidi,  coralli,  ecc.,  che  presenta  nella 
parte  inferiore  una  spessa  lente  di  materiali  alloctoni  delle  «Argille  Varico¬ 
lori»;  queste  ultime  poggiano  su  terreni  arenacei  che  sono  a  diretto  con¬ 
tatto  con  i  calcari  mesozoici  del  bordo  del  M.te  Partenio  (Pescatore  et  al , 
1970). 

Le  argille  grigie  e  plumbee  del  Miocene  superiore  affioranti  in  una 
cava  per  laterizi  presso  l’abitato  di  Capriglia,  sono  risultate  all’analisi 
micropaleontologica  completamente  sterili  o  tutt’al  più  contengono  raris¬ 
simi  e  piccoli  globigerinidi,  di  scarso  interesse  bio  e  cronostratigrafico,  e 
rari  frammenti  di  gusci  di  Lamellibranchi.  La  componente  inorganica  è  di 
solito  costituita  da  percentuali  generalmente  limitate  di  mica,  rari  granuli 
di  quarzo  e  feldspati,  frustoli  carboniosi,  presenti  in  quantità  variabili. 

La  sedimentazione  è  avvenuta,  con  ogni  probabilità,  al  margine  di  un 
bacino  marino  non  molto  profondo  nel  quale,  durante  i  periodi  di  relativa 
stabilità  dei  bordi,  i  depositi  pelitici  si  intercalavano  al  materiale  clastico 
grossolano. 


Sezione  di  Grottolella-Altavilla 

Procedendo  a  N  di  Capriglia  è  possibile,  sia  pur  con  difficoltà,  seguire 
la  serie  dei  terreni  del  Miocene  superiore  fino  alla  valle  del  F.  Sabato. 

In  più  punti  tra  Capriglia  e  Grottolella  al  di  sotto  della  copertura  vege¬ 
tale  e  dei  prodotti  piroclastici  affiorano  arenarie  più  o  meno  grossolane  e 
conglomerati  poligenici,  a  matrice  arenacea  in  grossi  banchi,  con  rare  inter¬ 
calazioni  argillo-siltose  (Fig.  7). 

Spostandosi  da  S  a  N  in  località  Barbella,  e  più  ancora  a  Grottolella,  la 
direzione  degli  strati,  inizialmente  NW-SE,  tende  a  disporsi  NE-SW  o 
anche  N-S  e  l’immersione  da  N-NE  ad  W.  Localmente  anche  l’inclinazione 
può  aumentare  notevolmente. 


150  S.  Di  Nocera,  F.  Ortolani,  M.  Torre  e  B.  Russo 


Poco  più  a  N,  nei  pressi  del  km.  46  della  S.S.  n.  88  seguono  argille  ed 
argille  siltose,  in  cui  si  riscontrano  strati  e  banchi  di  gesso  e  di  gessareniti. 

La  successione  continua  quindi  con  arenarie  grossolane,  con  frequenti 
livelli  ciottolosi  e  conglomerati  a  matrice  arenacea;  qualche  affioramento  è 


V  V  V  V 
v  V  V  V  V  4 


Op 

Sto  o  2 


Fig.  7.  -  Grottolella-Altavilla  Irpi- 
na:  colonnna  litostratigra- 
fica  schematica:  1  =  are¬ 
narie;  2  =  conglomerati; 
3  =  argille;  4  =  gessi. 


visibile  a  M.te  Toro.  Gli  elementi  dei  conglomerati,  di  dimensioni  com¬ 
prese  tra  pochi  cm  e  40-50  cm,  sono  costituiti,  in  prevalenza,  da  ciottoli 
arrotondati  di  calcari  e  dolomie  delle  successioni  carbonatiche  di  piatta¬ 
forma  ed,  in  misura  minore,  da  arenarie,  marne  e  calcari  micritici  prove¬ 
nienti  dai  terreni  fliscioidi.  Nei  livelli  più  fini,  arenaceo-siltosi,  è  frequente 
la  laminazione  parallela. 

Nella  zona  di  Altavilla  la  successione  è  costituita  da  un’alternanza  di 
arenarie  e  conglomerati  della  potenza  di  70-80  m,  nella  quale  mancano 
pressocché  completamente  ì  termini  pelitici  ed  evaporitici,  che  sono  invece 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografia,  ecc.  151 


ben  rappresentati  poche  centinaia  di  metri  più  a  N,  tra  il  F.  Sabato  e  la 
località  Arcone.  A  questi  livelli  argillosi  con  gessi  sono  associate  le  minera¬ 
lizzazioni  a  zolfo,  coltivate  fino  alla  profondità  di  circa  170-180  m,  nelle 
miniere  ubicate  tra  Tufo  e  la  stazione  ferroviaria  di  Altavilla. 

La  potenza  complessiva  del  tratto  di  serie,  compreso  tra  Grottolella  ed 
il  F.  Sabato,  è  difficilmente  misurabile  a  causa  della  discontinuità  degli 
affioramenti  e  dei  disturbi  tettonici  che  hanno  interessato  la  successione  e 
che  hanno  causato  la  formazione  di  una  serie  di  pieghe  asimmetriche,  ad 
asse  disposto  all’incirca  NE-SW.  Le  strutture  plicative  sono,  inoltre,  compli¬ 
cate  da  numerose  faglie  dirette  e  inverse,  per  lo  più  con  modesti  rigetti. 

Alcuni  campioni  prelevati  nelle  argille  ed  argille  siltose  affioranti  nei 
pressi  del  km  46  della  S.S.  n.  88  hanno  mostrato,  all’analisi  micropaleonto¬ 
logica,  una  componente  inorganica  molto  scarsa,  costituita  da  tracce  di  car¬ 
bone  e  di  pirite,  rari  granuli  di  quarzo  e  feldspati;  spesso  si  rinvengono 
anche  rarissime  laminette  di  mica. 

Anche  la  componente  organogena  risulta  sempre  molto  scarsa  ed  è 
rappresentata  unicamente  da  esemplari  ben  conservati,  anche  se  spesso 
piritizzati,  di  Ammonia  beccarii  ;  a  luoghi,  sono  presenti  anche  rarissimi 
Ostracodi  e  altrettanto  rari  piccoli  Gasteropodi,  anche  essi  piritizzati. 

L’ambiente  di  sedimentazione  è  generalmente  di  transizione  (deltizio) 
o  tutt’al  più  marino  poco  profondo,  con  depositi  grossolani  pressocché 
completamente  sterili. 

Le  argille  con  Ammonia  e  con  gesso  indicano  una  stasi  della  sedimen¬ 
tazione  clastica,  con  rapida  evoluzione  in  senso  evaporitico. 


Sezione  di  Tufo  -  T.  Branete  -  Stretto  di  Barba 

La  porzione  più  alta  dei  termini  messiniani  affiora  con  buona  esposi¬ 
zione  in  destra  del  F.  Sabato  (Fig.  8). 

Presso  il  letto  del  fiume  è  possibile,  talora,  osservare  i  termini  argillosi 
ed  evaporitici  nei  quali,  come  detto  poc’anzi,  vengono  coltivate  in  miniera 
lenti  mineralizzate  a  zolfo  dello  spessore  di  25-30  m.  A  tetto  delle  argille  e 
delle  evaporiti  seguono  per  circa  250  m  alternanze  ripetute  di  puddinghe 
ed  arenarie  con  rari  interstrati  argillo-siltosi.  Gli  strati  immergono  a  N,  con 
inclinazione  compresa  tra  35°  e  40°. 

Nella  successione,  già  descritta  da  De  Castro-Coppa  et  al.  (1969),  si 
osservano  (a  N  e  ad  E  di  Tufo)  fino  a  cinque  grossi  livelli  lenticolari  di  con¬ 
glomerati  del  tutto  simili  a  quelli  già  descritti  per  altre  località  poste  più  a 
S,  in  sinistra  del  F.  Sabato;  questi  livelli  sono  potenti  dai  20  ai  30-35  m  e 
sono  separati  da  strati  e  banchi  di  arenarie,  siltiti  e  rari  livelli  argillosi. 


152  S.  Di  Nocera,  F.  Ortolani,  M.  Torre  e  B.  Russo 


La  serie  continua  quindi  con  una  intercalazione  di  materiale  fliscioide 
costituito  da  argille  di  vario  colore,  leggermente  scagliose  -  contenenti 
solo  rari  globigerinidi  indeterminabili  e  radiolari  -,  siltiti,  arenarie  quarzose 
scure,  calcari  marnosi,  ecc.;  lo  spessore  di  questi  materiali  alloctoni  si 
aggira  intorno  ai  70-80  m. 

Nella  zona  a  N  di  Tufo  seguono  ancora,  apparentemente  in  concor¬ 
danza  con  la  successione  sottostante,  alcune  decine  di  metri  (che  si  ridU- 


^SO  m 


.25 


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V  V  V 


5 


3 


V  V  V 


Fio.  8.  -  Tufo-T.  Branete:  colonna 
litostratigrafica  schema¬ 
tica.  1  =  argille;  2  = 
=  gessi,  con  mineralizza¬ 
zioni  a  solfuri;  3  =  con¬ 
glomerati;  4  =  arenarie; 
5  =  Argille  Varicolori. 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografia,  ecc.  153 


cono  a  pochi  m  verso  W,  nell’incisione  del  T.  Branete)  di  argille  grigie,  in 
strati  di  1-2  m  di  spessore,  a  luoghi  con  frustoli  carboniosi  e  pirite,  con 
intercalazioni  di  straterelli  arenacei  e  rari  livelli  di  conglomerati  a  piccoli 
clasti  della  potenza  di  5-10  cm. 

A  questi  livelli  argillosi  seguono,  con  netta  discordanza  angolare,  con¬ 
glomerati  massicci,  attribuiti  al  Pliocene  medio. 

Pochi  chilometri  a  N  di  Altavilla  Irpina,  nella  zona  dello  «Stretto  di 
Barba»,  la  successione  dei  terreni  altomiocenici  mostra  alcune  differenze 
rispetto  alla  zona  di  Tufo-T.  Branete.  La  porzione  inferiore,  al  di  sopra  di 
qualche  metro  di  arenarie  con  piccole  lenti  di  ciottoli,  è  costituita,  preva¬ 
lentemente,  da  argille  plumbee  con  rare  intercalazioni  di  siltiti  ed  arenarie 
fini  a  laminazione  obliqua  a  piccola  scala  per  uno  spessore  di  circa  80  m. 
Seguono  alcuni  metri  di  arenarie  grigie  e  quindi  puddinghe  a  matrice  are¬ 
nacea,  molto  simili  a  quelle  già  descritte  per  le  altre  zone,  per  180-200  m. 
Questi  conglomerati  si  presentano  mal  stratificati  e  con  andamento  lenti¬ 
forme;  talora,  la  forma  dei  depositi  e  le  strutture  sedimentarie  presenti 
(gradazione  verticale  diretta,  embriciatura  dei  ciottoli,  ecc.)  indicano  una 
sedimentazione  in  ampi  canali  d’erosione. 

I  livelli  pelitici  della  successione  sopra  descritta  sono  stati  campionati 
sia  nel  vallone  a  N  di  Tufo,  sia  nell’incisione  del  T.  Branete. 

In  particolare,  le  argille  affioranti  a  N  di  Tufo,  alcune  decine  di  metri 
al  di  sotto  delle  «Argille  varicolori»,  contengono  una  frazione  inorganica 
molto  scarsa,  costituita  da  basse  percentuali  di  granuli  di  quarzo  e  lami¬ 
nette  di  mica,  tracce  di  carbone  e  di  pirite.  Anche  il  contenuto  organico  è 
generalmente  molto  scarso  o,  addirittura,  quasi  del  tutto  assente;  si  rinven¬ 
gono,  infatti,  soltanto  rari  foraminiferi,  essenzialmente  planctonici,  con 
gusci  di  taglia  piccola  (fauna  nana)  ed  in  discreto  stato  di  conservazione.  Il 
benthos  è  quasi  del  tutto  assente:  sono  stati  ritrovati  soltanto  rarissimi 
esemplari  di  Cassìdulina  ed  Anomalina. 

Tra  i  globigerinidi,  sono  state  riconosciute  le  seguenti  specie: 

Hastigerina  sp. 

Globorotalia  acostaensis  Blow 
Globorotalia  aff.  incompta  (Cifelli) 

Globigerina  aff.  bulloides  D’Orbigny 
Globigerina  concinna  Reuss 
Globigerina  falconensis  Blow 
Globigerina  quinqueloba  Natland 
Globigerina  multiloba  Romeo 
Globigerina  glutinata  (Egger) 


154  S.  Di  Nocera,  F.  Ortolani,  M.  Torre  e  B.  Russo 


Come  si  può  notare  dall’elenco,  la  microfauna  planctonica  è  oligoti¬ 
pica:  i  generi  Orbulina  e  Globigerinoides  sono,  infatti,  del  tutto  assenti;  le 
globorotalie  estremamente  subordinate  rispetto  alle  specie  di  piccole  glo- 
bigerine.  Tra  queste  ultime,  la  presenza,  sia  pur  sporadica,  di  G.  multiloba 
consente  di  correlare  le  associazioni  rinvenute  con  la  zona  a  G.  co  no  mio- 
zeu-subzona  a  G.  multiloba  (D’Onofrio  et  al .,  1976),  ultima  in  ordine  di 
comparsa  del  Messiniano. 

Nell’incisione  del  T.  Branete,  i  campioni  prelevati  nelle  intercalazioni 
pelitiche  al  di  sotto  delle  A.V.,  sono  caratterizzati  da  un  residuo  inorganico 
più  o  meno  abbondante,  costituito  da  mica,  quarzo  e  feldspati,  a  luoghi 
prevalenti  sulla  prima,  pirite,  a  luoghi  ossidata,  tracce  di  carbone. 

La  componente  organogena  è  sempre  scarsa  e  costituita  prevalente¬ 
mente  da  foraminiferi,  oltre  che  da  rarissimi  frammenti  di  valve  di  Ostra- 
codi.  Come  a  Tufo,  anche  in  questa  località  i  gusci  dei  foraminiferi 
appaiono  in  buono  stato  di  conservazione,  ma  spesso  mostrano  caratteri  di 
nanismo. 

Il  benthos  è  di  solito  nettamente  subordinato  rispetto  al  plancton  o, 
addirittura,  quasi  del  tutto  assente  ed  è  rappresentato  da  poche  forme 
banali,  diffuse  in  tutto  il  dominio  neritico. 

Il  plancton  è  costituito  dalle  seguenti  specie: 

Globorotalia  acostaensis  Blow 
Globorotalia  a.  aff.  humerosa  Tak.  &  Saito 
Globorotalia  aff.  mediterranea  Cat.  &  Sprov. 

Globorotalia  ex  gr.  scitula  (Brady) 

Globorotalia  suterae  Cat.  &  Sprov. 

Globigerina  ex  gr.  bulloides  D’Orb. 

Globigerina  concinna  Reuss 
Globigerina  falconensis  Blow 
Globigerina  globorotaloidea  Colom 
Globigerina  microstoma  Cita,  P.  Silva  &  Rossi 
Globigerina  multiloba  Romeo 
Globigerina  quinqueloba  Natland 
Globigerinoides  obliquus  Bolli 
Globigerinoides  sp. 

Globigerinita  glutinata  (Egger) 

Orbulina  suturalis  Bronnimann 
Orbulina  universa  D’Orb. 


Tra  le  specie  sopra  elencate,  risultano  estremamente  rare  G.  acostaen¬ 
sis,  G.a.  aff.  humerosa,  G.  suterae,  G.  aff  mediterranea  e  G.  multiloba.  Per  la 
presenza  del  marker  G.  multiloba ,  le  associazioni  sopra  descritte  sono  data¬ 
bili  Messiniano  in  accordo  con  Colalongo  et  al.  (1973). 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografìa,  ecc.  155 


I  campioni  prelevati  nelle  argille  grigie,  al  di  sopra  del  livello  di 
«Argille  Varicolori»,  a  N  di  tufo,  contengono  percentuali  variabili  di  ele¬ 
menti  terrigeni,  frustoli  carboniosi,  spesso  presenti  in  apprezzabili  quantità, 
tracce  di  pirite,  a  luoghi  ossidata. 

La  microfauna  a  foraminiferi  presente  risulta  ancora  più  o  meno 
scarsa;  solo  in  alcuni  campioni,  essa  è  quantitativamente  più  abbondante 
rispetto  ai  livelli  sottostanti.  I  gusci  appaiono  ancora  in  discreto  stato  di 
conservazione  e,  solo  raramente,  si  osservano  fenomeni  di  nanismo.  Il 
benthos  è  senz’altro  più  vario  e  più  copioso,  rispetto  ai  campioni  prelevati 
nell’intervallo  inferiore;  tuttavia,  non  mancano  casi  in  cui  esso  è  quasi  del 
tutto  assente.  Il  rapporto  P/B  rimane  comunque,  nettamente  a  favore  del 
plancton.  A  luoghi  infine,  si  rinvengono  rari  frammenti  di  spicole  di 
spugne  silicee,  rarissimi  otoliti  e  rarissimi  frammenti  di  radioli  di  echino. 

Nei  benthos  sono  stati  riconosciuti,  complessivamente,  i  seguenti 
generi: 

Ammonio ,  A  nomai  ina,  Bolivina,  Bolivinoides,  Bulimina,  Cassidulina,  Cibicides, 
Gyroidina,  Elphidium,  Eponides,  Lagena,  Marginulina,  Martinottiella,  Nodosaria, 
Nonion,  Planulina,  Pullenia,  Robulus,  Rotalia,  Siphonina,  Textularia,  Uvigerina, 
Vaginulina,  Valvulineria. 


Nel  plancton,  sono  state  riconosciute  complessivamente  le  seguenti 
specie: 

Globorotalia  acostaensis  Blow 
Globorotalia  aff.  humerosa  Tak.  &  Saito 
Globorotalia  aff.  dalii  Perconig 
Globorotalia  aff.  incompta  (Cifelli) 

Globorotalia  aff.  obesa  Bolli 
Globorotalia  ex  gr.  scitula  (Brady) 

Globorotalia  suterae  Cat.  &  Sprov. 

Globigerina  ex  gr.  bulloides  D’Orb. 

Globigerina  concinna  Reuss 

Globigerina  falconensis  Blow 

Globigerina  globorotaloidea  Colom 

Globigerina  microstoma  Cita,  P.  Silva  &  Rossi 

Globigerina  aff.  nepenthes  Todd 

Globigerina  pachyderma  (Ehrenberg) 

Globigerina  quinqueloba  Nailand 
Globigerina  aff.  uvula  (Ehrenberg) 

Globigerinoides  obliquus  Bolli 
Globigerinoides  o.  extremus  Bolli  &  Bermudez 
Globigerinoides  trilobus  (Reuss) 

Globigerinita  glutinata  (Egger) 


156  S.  Di  Nocera,  F.  Ortolani ,  M.  Torre  e  B.  Russo 


Orbulina  bilobata  (D’Orb.) 

Orbulina  suturalis  Bronnimann 
Orbulina  universa  D’Orb. 

In  particolare,  risultano  estremamente  rare  le  specie  G.  acostaensìs , 
che,  contrariamente  a  quanto  si  verificava  nei  livelli  sottostanti,  è  presente 
non  solo  con  la  varietà  con  sole  quattro  logge  nell’ultimo  giro  di  spira,  ma 
anche  con  quella  tipica  a  cinque  logge,  G.  a .  affi  humerosa,  G.  suterae  e  G. 
affi,  dalii.  Il  marker  G,  multiloba  è  assente,  come  pure  i  markers  più 
recenti;  pertanto,  i  livelli  pelitici  soprastanti  alle  «Argille  Varicolori»  sono, 
per  posizione  stratigrafica,  da  attribuire  ad  un  periodo  non  più  antico  del 
Messiniano. 

I  residui  inorganici  di  lavaggio  dei  campioni  delle  argille  grigie,  affio¬ 
ranti  nel  vallone  del  T.  Branete  e  sovrastanti  alle  «Argille  varicolori»,  sono 
costituiti  da  apprezzabili  quantità  di  mica,  quarzo  e  feldspati,  prevalenti 
sulla  prima,  tracce  di  carbone  e  di  pirite,  a  luoghi  ossidata.  La  componente 
organogena  è  di  solito  quantitativamente  scarsa  e  rappresentata  unica¬ 
mente  da  foraminiferi,  di  solito  discretamente  conservati,  di  dimensioni 
spesso  piccole  nel  plancton.  Il  rapporto  P/B  è  sempre  nettamente  a  favore 
del  plancton:  il  benthos  risulta  sempre  scarso  e  rappresentato  da  forme 
banali,  quali: 

B olivina,  Bulimina,  Cassidulina,  Cibìcides,  Dorothia,  Eponides,  Gyroidina,  Margi¬ 
nali  na,  Martino  Iteli  a,  Nodosaria,  Nonion,  Planulìna,  Pullenia,  Robulus,  Sipho- 

nina,  Uvigerina,  Vaginulina,  Valvulineria. 

Quanto  alla  composizione  del  plancton  e  alla  frequenza  delle  specie, 
non  si  osservano  sostanziali  variazioni  rispetto  ai  livelli  sottostanti;  insieme 
con  le  specie  precedentemente  elencate  sono  state  rinvenute  le  seguenti: 

Globorotalia  menar  dii  forma  5  Tjalsma 
Globorotalia  obesa  Bolli 
Globigerina  aff.  nepethes  Tono 
Globigerina  aff.  pachyderma  (Ehrenberg) 

Globigerinoides  aff.  bollii  Blow 
Globìgerinoides  o.  extremus  Bolli  &  Bermudez 
Sphaeroidinellopsis  subdehiscens  Blow 
Orbulina  bilobata  D’Orb. 

Le  specie  G.  menardii  forma  5  e  Sphaeroidinellopsis  subdehiscens  sono 
estremamente  rare.  In  questi  livelli  più  alti  della  successione  sono,  inoltre, 
assenti  G.  aff.  mediterranea  e  G.  multiloba  ;  tuttavia  mancano  pure  markers 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografia,  ecc.  157 


più  recenti  di  questa.  Pertanto,  si  può  ritenere,  con  molta  probabilità  che 
l’età  delle  argille  sovrastanti  alle  Argille  Varicolori  sia  ancora  Messiniano. 

La  maggiore  ricchezza,  sia  pur  limitatamente  ad  alcuni  livelli,  delle 
associazioni  rinvenute  nelle  peliti,  soprastanti  il  materiale  alloctono,  l’as¬ 
senza  in  esse  di  alcune  forme  tipiche  del  Messiniano,  quale  G.  conomiozea , 
G.  mediterranea  e  G.  multiloba ,  e  la  presenza  di  U.  rutila  e  di  rarissimi 
Sphaeroidinellopsis  potrebbero  rappresentare  l’instaurarsi  di  un  ambiente 
francamente  marino,  con  parziale  rinnovamento  faunistico,  indicativo  di 
livelli  più  recenti  del  Messiniano.  De  Castro-Coppa  et  al.  (1969)  attribui¬ 
scono  al  Pliocene  inferiore  la  porzione  medio-superiore  della  serie  del  T. 
Branete. 

L’ambiente  di  sedimentazione  dopo  l’episodio  evaporitico  basale 
oscilla  tra  il  neritico  poco  profondo  ed  il  deltizio.  Talora  le  scarse  oscilla¬ 
zioni  faunistiche  delle  peliti  mostrano  segni  di  circolazione  ristretta.  Le 
argille  (probabilmente  plioceniche)  soprastanti  il  materiale  alloctono  si 
sono  deposte  in  ambiente  marino  tranquillo,  non  molto  profondo. 


Considerazioni  sull’evoluzione  sedimentaria 

I  più  antichi  terreni  del  I  ciclo  di  sedimentazione,  Tortoniano-Messi- 
niano,  sono  rappresentati  nella  serie  affiorante  a  SE  di  Lapio.  I  livelli  più 
bassi  della  successione,  attribuiti  al  Tortoniano  medio-superiore  (zona  a  G. 
a.  acostaensis  -  sub-zona  a  G.  suterae)  (Fig.  9),  sono  rappresentati  da  argille 
ed  argille  siltose  con  rare  intercalazioni  arenacee,  sedimentatesi  in 
ambiente  neritico  circalitorale,  con  buona  circolazione  delle  acque  e  sali¬ 
nità  pressoché  normale.  Saltuarie  alterazioni  dei  principali  fattori  chimico- 
fisici  delle  acque  del  bacino,  peraltro  di  limitata  entità,  sono  testimoniati 
da  rari  livelli  con  fauna  nana  o  con  associazioni  oligotipiche,  nelle  quali 
abbondano  gusci  di  foraminiferi  planctonici  con  bulla  e  forme  ancestrali  di 
Orbulina  e  Praeorbulina.  Le  intercalazioni  di  materiale  detritico-arenaceo, 
sono  molto  rare  e  denotano  quindi  una  relativa  stabilità  delle  zone  margi¬ 
nali  del  bacino. 

La  sedimentazione  pelitica  è  continua  fino  al  Messiniano  inferiore 
(zona  a  G.  conomiozea)  dove  si  verifica  l’intercalazione  nella  successione  di 
discrete  quantità  di  materiale  di  provenienza  alloctona  e  una  concomitante 
scarsa  ossigenazione  al  fondo  del  bacino,  testimoniata  dalla  presenza  di 
abbondante  pirite  nel  residuo  inorganico  delle  argille.  Questo  fenomeno 
non  provoca  tuttavia  sostanziali  modificazioni  nell’ambiente  di  sedimenta- 


158  S.  Di  Nocera,  F.  Ortolani,  M.  Torre  e  B.  Russo 


zione,  che  ritorna  rapidamente  a  condizioni  di  normalità,  con  deposizione 
di  argille  debolmente  siltose,  ricche  di  microfaune  e  sottili  interstrati  sab¬ 
biosi,  contenenti  gusci  di  Lamellibranchi,  Gasteropodi,  ecc.,  di  cui  si  osser¬ 
vano  buone  esposizioni  nei  calanchi  di  Case  Paoloni. 

Verso  l’alto  (zona  a.  G.  conomiozea  -  subzona  a  G.  multiloba)  la  serie 
continua  con  marne,  calcari,  calcari  evaporitici,  argille  e  gessi  in  grossi  ban¬ 
chi,  ben  esposti  nella  zona  Castelmozzo-S.  Lucia.  L’insieme  delle  caratteri- 


Fig.  9.  -  Tentativo  di  correlazione  tra  le  sezioni  stratigrafiche  dei  depositi  altomio¬ 
cenici  dellTrpinia  occidentale.  A  =  Lapio;  B-C  -  Loc.  Case  Paoloni-S. 
Lucia;  D  =  Atripalda;  E  =  Montefredane-Pozzo  del  Sale;  F  =  Capriglia; 
G  =  Grottella-Altavilla  Irpina;  H  =  Tufo-T.  Branete.  1  =  argille;  2  =  are¬ 
narie;  3  =  gessi;  4  =  diatomiti;  5  =  calcari  evaporitici;  6  =  conglomerati; 
7  =  gessi  con  mineralizzazioni  a  solfuri;  8  =  Argille  Varicolori. 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografìa,  ecc.  159 


stiche  della  successione  litostratigrafica  pre-evaporitica  e  le  associazioni  di 
microfossili,  rinvenute  nelle  intercalazioni  pelitiche,  indicano  che  il  pro¬ 
cesso  di  isolamento  del  bacino  non  è  stato  rapido  né  continuo  e  che  l’am¬ 
biente  di  sedimentazione  ha  oscillato  più  volte  tra  l’evaporitico  ed  il 
marino;  probabilmente  a  causa  di  periodi  alterni  di  chiusura  e  di  ripristino 
dei  collegamenti  con  ampi  bacini  limitrofi,  caratterizzati  da  salinità  pres- 
socché  normale. 

La  fase  tettonica  messiniana  causa  l’interruzione  della  sedimentazione 
nel  bacino  e  i  termini  evaporitici  rappresentano  quindi  i  livelli  più  alti 
della  serie  tortoniano-messiniana. 

I  depositi  di  questo  primo  ciclo  di  sedimentazione,  analizzati  nelle 
serie  di  Lapio  e  Castelmozzo-S.  Lucia  possono  essere  correlati  con  terreni 
coevi,  affioranti  in  altre  località  dell’Appennino  meridionale  e  della  Cala¬ 
bria  settentrionale. 

In  particolare  strette  analogie  nell’evoluzione  sedimentaria  sono  evi¬ 
denti  tra  la  parte  inferiore,  pre-evaporitica,  del  ciclo  Tortoniano-Messiniano 
e  una  successione  potente  circa  300  m,  affiorante  in  Irpinia  nei  pressi  di 
Castelfranci  e  Nusco,  costituita  da  argille,  con  sottili  intercalazioni  di  are¬ 
narie  nella  porzione  inferiore-media  e  da  alternanze  sabbioso-argillose 
nella  parte  alta  e  che  risulta  troncata  superiormente  da  una  superficie  tetto¬ 
nica  («  U.  di  Villamaina »,  IPPOLITO  et  al .,  1974). 

Correlazioni  altrettanto  sicure  possono  essere  stabilite  con  le  succes¬ 
sioni  del  Salernitano,  dove  sono  state  illustrate  argille  con  intercalazioni 
arenacee  potenti  circa  100  m,  seguite  da  diatomiti  e  da  calcari  evaporitici 
(Di  Nocera  et  al .,  1979). 

Anche  nella  Calabria  settentrionale  la  sedimentazione  argilloso-arena- 
cea  di  ambiente  marino  neritico  caratterizza  il  Tortoniano  superiore-Messi- 
niano  inferiore.  Nelle  successioni  della  Catena  Costiera  Calabra  questi 
depositi  pelitici,  di  ambiente  relativamente  profondo,  sono  preceduti  da 
conglomerati  ed  arenarie  di  ambiente  continentale  di  piana  alluvionale 
costiera  e  da  calcareniti  di  mare  basso,  e  seguiti  da  diatomiti  (Di  Nocera 
et  al ,  1974,  1979;  Ortolani  et  al ,  1979). 

Dopo  la  fase  tettonica  infraevaporitica  inizia  un  nuovo  ciclo  di  sedi¬ 
mentazione  rappresentato  da  terreni  di  età  compresa  tra  il  Messiniano  ed  il 
Pliocene  inferiore. 

Nei  pressi  di  Atripalda,  la  parte  basale  di  questo  II  ciclo  di  sedimenta¬ 
zione  testimonia  un  parziale  ritorno  a  condizioni  di  sedimentazione 
marina:  infatti,  al  di  sopra  di  arenarie  e  gessareniti  basali,  la  serie  è  costi¬ 
tuita  da  argille  più  o  meno  siltose,  che  racchiudono  associazioni  a  foramini- 


160  S.  Di  Nocera,  F.  Ortolani,  M.  Torre  e  B.  Russo 


feri  (per  lo  più  affette  da  nanismo  e/o  oligotopia)  databili  al  Messiniano 
(zona  a  G.  conomiozea  -  subzona  a  G.  multiloba )  (Fig.  9).  Successivamente 
si  verifica  un  aumento  dell’apporto  arenaceo  e  quindi  la  graduale  riduzione 
della  circolazione  e  chiusura  del  bacino,  testimoniate  dalla  deposizione  di 
calcari  evaporitici  e  gessi  al  di  sopra  di  un  orizzonte  diatomitico. 

In  altre  zone  del  bacino  (Capriglia),  probabilmente  più  vicine  alla  terra 
emersa,  i  depositi  basali  sono  costituiti  da  conglomerati,  cui  seguono 
argille  ed  argille  siltose  con  resti  mal  conservati  di  Lamellibranchi  e  ancor 
più  rari  foraminiferi  planctonici;  verso  l’alto,  seguono  ancora  arenarie,  e 
quindi  conglomerati  ed  evaporiti  (gesso). 

La  restante  porzione  della  serie  mio-pliocenica  presenta  caratteri  lito- 
stratigrafici,  biostratigrafici  e  deposizionali  alquanto  differenti  tra  le  zone 
di  affioramento  più  occidentali  e  quelle  più  orientali.  Nell’area  compresa 
tra  i  M.ti  di  Avella,  Barba,  Tufo  e  Avellino,  la  serie  è  costituita  da  alter¬ 
nanze  di  argille  ed  evaporiti  e  da  potenti  livelli  di  depositi  clastici,  di 
ambiente  continentale  o  di  transizione.  Le  argille,  quasi  sempre  sterili,  e  le 
evaporiti  (talora  con  zolfo)  costituiscono  alcune  grosse  lenti  intercalate  ai 
depositi  clastici,  specie  nella  porzione  basale.  Le  strutture  sedimentarie  che 
si  osservano  nelle  puddinghe  e  nelle  arenarie  indicano  una  deposizione  in 
ambiente  prevalentemente  deltizio,  come  riempimento  di  ampi  canali 
d’erosione;  i  resti  marini  sono  alquanto  rari. 

Nelle  zone  più  orientali,  da  Manocalzati  fino  a  Pratola  Serra  e  Monta- 
perto,  la  serie  è  costituita  da  alternanze  ripetute  di  depositi  evaporitici,  are¬ 
narie,  marne  e  argille  con  abbondanti  microfaune  marine.  I  termini  evapo¬ 
ritici  sono  costituiti  prevalentemente  da  calcari  e,  in  subordine,  da  marne, 
dolomie  e  rarissimo  gesso,  con  spessori  complessivi  dell’ordine  di  pochi 
metri;  ad  essi  sono  per  lo  più  associati  strati  irregolari  di  argille  scure  o 
verdi.  Le  arenarie  sono  stratificate,  a  grana  fine,  e  potenti,  a  luoghi,  alcune 
decine  di  metri;  contengono  inoltre  rari  microfossili  marini.  Le  argille  sono 
debolmente  siltose  e  contengono  associazioni  a  foraminiferi  planctonici  e 
bentonici  in  buono  stato  di  conservazione.  L’ambiente  di  sedimentazione 
deve  aver  subito  oscillazioni  frequenti  tra  il  pre-evaporitico,  l’evaporitico 
(talora  anche  subaereo)  ed  il  marino,  che  sembra  affermarsi  nella  porzione 
superiore  della  serie. 

In  definitiva  durante  la  deposizione  dei  terreni  del  ciclo  Messiniano- 
Pliocene  inferiore,  l’ambiente  di  sedimentazione  nelle  aree  attualmente 
poste  ad  W  si  è  evoluto  da  evaporitico  alla  base  a  deltizio  alla  sommità; 
l’assenza  quasi  completa  di  termini  francamente  marini  e  l’abbondanza  di 
depositi  clastici  anche  grossolani  indicano  che  queste  zone  erano  ubicate  in 
prossimità  della  terra  emersa,  al  bordo  del  bacino. 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografia,  ecc .  161 


Per  contro  le  aree  poste  più  ad  E,  in  destra  orografica  del  F.  Sabato, 
sono  sede  dapprima  di  deposizione  evaporitica  alternata  a  sedimentazione 
marina  neritica  e  successivamente  di  sedimentazione  marina  non  molto 
profonda  e  con  scarsi  apporti  clastici  grossolani.  Tali  aree  con  ogni  probabi¬ 
lità  occupavano  una  posizione  più  esterna  rispetto  alle  aree  precedente- 
mente  considerate  ed  erano  ubicate  ad  una  maggiore  distanza  dalla  costa. 

Depositi  arenaceo-conglomeratici,  evaporitici  e  subordinatamente  car- 
bonatici  appartenenti  ad  un  ciclo  di  sedimentazione  mio-pliocenico  sono 
presenti  in  altre  località  poste  più  a  nord  (Molise)  ed  a  S  (Calabria) 
delParea  studiata.  In  particolare  nella  valle  del  Grati  è  stata  datata  al  Messi- 
niano-Pliocene  inferiore  una  successione  potente  qualche  centinaio  di 
metri,  costituita  da  alternanze  arenaceo-siltose,  gessarenitiche  e  argillose 
nelle  quali  sono  presenti  grosse  lenti  di  evaporiti  e  di  cloruri  (Lungro)  (Di 
Nocera  et  al ,  1974). 

Successioni  clastiche  ed  evaporitiche,  di  spessore  generalmente  limi¬ 
tato  ed  attribuite  ad  un  ciclo  di  sedimentazione  Messiniano-Pliocene  infe¬ 
riore  sono  ancora  presenti  al  bordo  tirrenico  della  Catena  costiera  Calabra, 
a  sud  di  Amantea  (Ortolani  et  al ,  1979). 


Conclusioni 

Dopo  la  fase  tettonica  traslativa  del  Tortoniano  inferiore-medio,  che 
determina  in  maniera  pressoché  definitiva  i  reciproci  rapporti  geometrici 
tra  le  principali  unità  stratigrafico-strutturali  dell’Appennino  meridionale, 
nelle  aree  della  catena  prendono  origine  alcuni  bacini  nei  quali  inizia  una 
sedimentazione  di  ambiente  marino  neritico  più  o  meno  tranquillo. 

La  sedimentazione  prosegue  senza  sensibili  variazioni  fino  al  Messi- 
niano  inferiore,  quando  progressivamente  si  instaurano  condizioni  di  circo¬ 
lazione  ristretta  che  portano  al  completo  isolamento  dei  bacini. 

Durante  la  deposizione  delle  evaporiti  una  nuova  fase  tettonica  a 
carattere  regionale  interrompe  la  sedimentazione  e  provoca  tra  l’altro  rota¬ 
zioni  e  probabili  traslazioni  dei  depositi  del  ciclo  Tortoniano-Messiniano; 
nellTrpinia  occidentale  si  verifica  inoltre  il  sovrascorrimento  su  di  essi  di 
terreni  alloctoni,  tra  i  quali  i  termini  più  alti  dell’unità  Lagonegrese  II 
(flysch  rosso). 

Questi  grandi  tratti  dell’evoluzione  tettono-sedimentaria  tortoniano- 
messiniana  che  sono  stati  individuati  e  descritti  per  le  serie  delflrpinia 
occidentale  sono  molto  simili  a  quelli  riconosciuti  nelle  coeve  successioni 
affioranti  nel  Salernitano  (Di  Nocera  et  al ,  1979),  nella  Calabria  setten- 


162  S.  Di  Nocera,  F.  Ortolani,  M,  Torre  e  B.  Russo 


trionale  (Ortolani  et  al .,  1979)  ed  in  altre  numerose  località  (Toscana, 
Sicilia,  Nord-Africa,  ecc.). 

Una  caratteristica  costante  di  questi  bacini  è  rappresentata  dalla  depo¬ 
sizione  generalizzata  di  peliti  marine  più  o  meno  arenacee,  con  scarso 
apporto  detritico  dalle  aree  emerse  tra  il  Tortoniano  superiore  e  l’inizio  del 
Messiniano:  infatti  dappertutto  il  limite  tra  questi  due  piani  è  stato  indivi¬ 
duato  solo  in  base  all’analisi  biostratigrafica  (Fig.  9). 

L’analisi  delle  facies  dei  terreni  del  successivo  ciclo  Messiniano-Plio- 
cene  inferiore  indica  che  in  tutta  l’area  irpina  si  è  verificato  un  ritorno  ad 
un  ambiente  marino,  che  mostra  però  fin  dall’inizio  la  tendenza  all’isola¬ 
mento  e  al  disseccamento. 

Ai  depositi  argilloso-arenacei  ed  evaporitici  seguono,  nelle  zone  poste 
più  a  sud  e  ad  ovest,  potenti  successioni  di  arenarie  e  puddinghe  polige¬ 
niche  a  matrice  arenacea  con  alcuni  livelli  di  argille  e  gessi. 

Tali  zone  dovevano  rappresentare  aree  marginali  del  bacino,  prospi¬ 
cienti  la  terra  emersa  dalla  quale  provenivano  abbondanti  clasti  che  anda¬ 
vano  a  formare  grandi  conoidi  deltizie.  I  ciottoli  calcareo-dolomitici,  che  si 
riscontrano  in  quantità  via  via  crescente  nei  conglomerati  mio-pliocenici, 
provengono  dalle  successioni  della  piattaforma  carbonatica  campano¬ 
lucana. 

I  livelli  di  argille  e  gessi  rappresentano  l’espressione  di  episodiche 
ingressioni  marine,  seguite  in  breve  tempo  -  probabilmente  a  causa  delle 
limitate  dimensioni  e  delle  caratteristiche  fisiografiche  del  bacino  stesso  - 
da  interruzione  della  circolazione  (in  tutto  il  Mediterraneo  era  in  atto  una 
«crisi  di  salinità»)  e  ripresa  della  sedimentazione  clastica  grossolana. 

I  termini  conglomeratici  mancano  quasi  del  tutto  nelle  aree  ubicate 
più  a  sud  e  ad  est,  ed  il  bacino  mio-pliocenico  doveva  probabilmente 
aprirsi  verso  i  quadranti  orientali  e  meridionali.  In  queste  zone  le  arenarie 
sono  il  litotipo  prevalente  e  ad  esse  sono  intercalate  argille  fossilifere  (fora- 
miniferi)  e  limitati  spessori  di  evaporiti  e  di  depositi  continentali. 

II  quadro  complessivo  che  si  ricava  dai  risultati  delle  ricerche  sulle 
serie  del  ciclo  mio-pliocenico  dell’Irpinia  occidentale  è  quello  di  un  bacino 
caratterizzato  da  limitata  profondità  e  sede  di  attiva  sedimentazione  delti- 
zia  al  margine  occidentale.  La  terra  emersa  era  costituita  dai  massicci  car- 
bonatici,  in  buona  parte  denudati  della  loro  copertura  fliscioide,  definitiva¬ 
mente  in  emersione  dopo  la  fase  tettonica  messiniana  ed  in  via  di  rapido 
smantellamento.  Le  zone  bordiere  del  bacino  dovevano,  inoltre,  essere  sog¬ 
gette  a  ripetute  oscillazioni  batimetriche  causate  da  movimenti  tettonici 
tardivi  di  surrezione  delle  Unità  della  Catena. 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografia,  ecc.  163 


I  terreni  del  ciclo  Messiniano-Pliocene  inferiore  sono  ampiamente  dif¬ 
fusi  nel  Molise,  nel  Sannio,  in  Capitanata  e  in  Campania,  dove  quelli 
dell’Irpinia  occupano  la  posizione  più  occidentale 2.  Essi  si  sono  accumulati 
in  alcuni  bacini  individuatisi  sulle  coltri  che  costituivano  la  parte  orientale 
della  paleocatena,  ed  in  posizione  ancora  più  esterna,  tra  questa  e  l’avam- 
paese  apulo-garganico.  Tali  bacini  hanno  assunto  il  ruolo  di  avanfossa  ed  in 
essi  la  sedimentazione  continua  a  luoghi  fino  alla  successiva  fase  tettonica 
del  Pliocene  inferiore  (Fig.  10). 

L’individuazione  di  un  bacino  di  sedimentazione,  impostato  in  misura 
maggiore  o  minore  sulle  unità  più  esterne  della  paleocatena,  immediata¬ 
mente  dopo  una  fase  tettogenetica,  rappresenta  un  fenomeno  ricorrente 
nell’evoluzione  geologica  dell’Appennino  campano-lucano  e  forse  di  tutto 
l’Appennino  meridionale.  Già  dopo  la  fase  tettogenetica  del  Langhiano  il 
Bacino  Irpino  assume  le  funzioni  di  avanfossa  e  si  interpone  tra  il  fronte 
in  affioramento  della  catena  e  l’«avampaese»  rappresentato  dalla  piatta¬ 
forma  carbonatica  abruzzese-campana  (Pescatore,  Tramutoli,  1980) 
(Fig.  10). 

Solo  successivamente,  con  le  fasi  tettoniche  del  Pliocene  medio  e  del 
Pleistocene,  il  ruolo  di  avanfossa  viene  assunto  dalla  fossa  bradanica  (Fig. 
10),  nella  quale  si  sono  in  parte  scaricate  le  parti  più  avanzate  delle  coltri 
alloctone. 

I  sovrascorrimenti  delle  coltri  sulle  unità  paleogeografiche  «esterne» 
avvenuti  durante  le  varie  fasi  tettoniche  neogeniche  hanno  provocato  note¬ 
voli  restringimenti  dell’area  di  catena,  che  sono  stati  valutati  dell’ordine 
delle  diverse  decine  di  chilometri,  anche  centinaia  per  le  fasi  più  antiche. 
Contemporaneamente  le  fasi  tettoniche  pre-messiniane  hanno  causato 
importanti  variazioni  nella  paleogeografia  delle  zone  «interne»  e  dell’area 
di  catena  in  senso  stretto:  tra  l’altro,  la  stessa  apertura  del  Mar  Tirreno 
viene  fatta  risalire  al  Tortoniano  o  ad  un  momento  di  poco  precedente 
(Scandone,  1979).  Fino  al  Tortoniano,  l’intera  area  della  catena  viene  rifor¬ 
nita  di  abbondante  materiale  terrigeno  e  cristallino  in  buona  parte  estraneo 


2  Sul  versante  tirrenico  di  questo  tratto  di  Appennino  non  sono  noti  sedimenti 
coevi,  né  in  affioramento  né  nelle  successioni  riconosciute  tramite  perforazioni  pro¬ 
fonde  nelle  piane  costiere;  potenti  livelli  di  evaporiti  di  età  quasi  sicuramente  Mio¬ 
cene  superiore  sono  invece  presenti  al  fondo  del  mar  Tirreno  (Finetti  &  Morelli, 
1974);  questi  ultimi  si  mostrano  alle  indagini  geofìsiche  pressoché  indisturbati,  a  dif¬ 
ferenza  dei  depositi  delflrpinia,  che  sono  stati  ruotati  e  forse  traslati  dalle  fasi  tetto¬ 
niche  plio-pleistoceniche. 


164  S.  Di  Nocera,  F.  Ortolani,  M.  Torre  e  B.  Russo 


ai  litotipi  presenti  nelle  falde,  che  hanno  fatto  ipotizzare  l’esistenza  di  una 
terra  cristallino-metamorfica  in  area  tirrenica,  poi  sprofondata  in  mare  in 
seguito  a  tettonica  distensiva. 

In  conseguenza  della  fase  tettonica  messiniana  si  verifica  una  ulteriore 
avanzata  verso  est  delle  coltri  e  un  comparabile  arretramento  del  margine 


Salernitano  Irpinia  occ. 


C 

—  a  — | -  b  - h 


c 


—  b  —4 —  C  ■ — h—  d  - 

Fig.  10.  -  Profili  paleogeografìci  schematici  attraverso  l’Appennino  meridionale  tra 
il  Miocene  superiore  e  il  Pleistocene.  Le  successive  posizioni  del  fronte  di 
avanzamento  delle  coltri  alloctone  sono  indicate  con  una  linea  tratteg¬ 
giata.  A  -  Tortoniano  superiore  -  Messiniano:  b)  area  emersa  della  paleo¬ 
catena;  c)  bacino  di  sedimentazione  marina,  impostato  in  gran  parte  sulle 
unità  alloctone  della  paleo-catena;  d)  dominio  paleogeografico  della  piat¬ 
taforma  carbonatica  apula.  B  -  Messiniano-Pliocene  inferiore,  e  C  -  Plio¬ 
cene  inferiore  -  Pliocene  medio:  a)  area  tirrenica;  b)  area  emersa  della 
Catena;  c)  bacino  di  sedimentazione  (depositi  marini  e/o  di  transizione) 
in  funzione  di  avanfossa,  impostato  in  gran  parte  sulle  unità  alloctone 
della  catena;  d)  avampaese  apulo.  D  -  Pliocene  superiore  -  Pleistocene: 
a)  area  tirrenica;  b)  Catena  Appenninica;  c)  avanfossa  (Fossa  bradanica); 
d)  avampaese  apulo. 


Evoluzione  sedimentaria  e  cenni  di  paleogeografìa,  ecc.  165 


tirrenico;  con  le  fasi  tettoniche  del  Pliocene  e  del  Pleistocene  però  la  zona 
centrale  della  catena  (occupata  dai  più  importanti  massicci  carbonatici) 
non  sembra  subire  spostamenti  sensibili  verso  l’esterno,  parallelamente 
all’avanzamento  del  fronte  delle  coltri.  I  depositi  dei  cicli  di  sedimenta¬ 
zione  pliocenici  e  plio-pleistocenici  si  sono  accumulati  in  bacini  i  cui 
margini  occidentali  erano  grosso  modo  corrispondenti  a  quelli  dei  prece¬ 
denti  bacini  messiniani:  dalla  fine  del  Miocene  in  poi  si  sarebbe  così  deter¬ 
minata  una  «persistenza»  dei  principali  caratteri  geografici  di  questa  zona 
e  la  parte  centrale  della  catena  appenninica,  comprendente  i  massicci  car¬ 
bonatici  ed  i  più  importanti  rilievi,  sarebbe  rimasta  ad  ovest  dei  bacini  neo¬ 
genici  e  quaternari. 


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voi.  90,  1981,  pp.  167-176,  tabb.  2 


Derivati  ammidici,  idrossamici  e  idrazidici 
di  acidi  benzoici  sostituiti, 
a  potenziale  attività  biologica 

Nota  dei  soci  Eugenio  Piscopo  (*),  Maria  Vittoria  Diurno  (*), 
Brunella  Cappello  (*),  Maria  Teresa  Cereti  Mazza  (*) 
e  di  Francesco  Aliberti  (**)  e  Giuseppe  Cirino  (*) 


(Tornata  del  22  dicembre  1981) 


Riassunto .  -  Gli  AA.  hanno  preparato  e  studiato  dal  punto  di  vista  dell’azione 
antibatterica  ed  antimicotica  un  gruppo  di  ammidi  N-alchilsostituite  (I-XXI),  di  deri¬ 
vati  idrossamici  (XXII-XXIII)  e  di  idrazidi  (XXIV-XXX)  di  acidi  benzoici  variamente 
sostituiti  nel  nucleo  aromatico  con  uno,  due  e  tre  atomi  di  alogeno.  Lo  screening 
antibatterico  indica  (Tab.  I)  che  tali  sostituzioni  influenzano  l’attività  ed  i  composti 
maggiormente  alogenati  posseggono  un’attività  antibatterica  più  elevata. 

Summary.  -  A  group  of  N-alkylamides  (I-XXI),  hydroxamic  derivatives  (XXII- 
XXIII)  and  hydrazides  (XXIV-XXX)  of  benzoic  acids  variously  substituted  in  thè 
nucleus  with  one,  two  and  three  halogen  atoms  was  prepared  and  tested  in  vitro  for 
antibacteric  and  antimicotic  activity.  Antibacterial  screening  indicates  (Tab.  I)  that 
halogen  subsitution  affects  thè  activity  and  more  halogenated  compounds  possess 
higher  antibacterial  activity. 


In  una  recente  sperimentazione  su  derivati  alogenati  di  acidi  idrossi- 
benzoici  abbiamo  preso  in  esame  una  serie  di  anilidi  dell’acido  2-idrossi- 
3,4,5-triiodobenzoico  (A).  I  composti  preparati,  di  formula  generale  (B), 
sostituiti  nel  nucleo  anilinico  con  uno,  due  e  tre  atomi  di  alogeno,  sono 
stati  saggiati  in  vitro  relativamente  all’attività  antimicrobica  e  antimicotica. 
Lo  screening  ha  evidenziato  una  generalizzata  attività  antimicrobica  che  si 
manifesta  in  maniera  più  sensibile  nei  confronti  di  batteri  Gram  +  (1). 


Ricerca  eseguita  con  il  contributo  del  Ministero  della  Pubblica  Istruzione. 
(*)  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e  Tossicologica  dell’Università  di  Napoli. 
(**)  Cattedra  di  Igiene  della  Facoltà  di  Scienze  dell’Università  di  Napoli. 


168  Piscopo,  Diurno ,  Cappello,  Cereti  Mazza ,  A  liberti  e  Cirino 

L’indagine  è  stata  estesa  a  composti  strutturalmente  correlati  a  quelli 
dianzi  citati.  In  particolare  sono  state  esaminate  ammidi  N-alchilsostituite, 
derivati  idrossamici  e  idrazidi,  in  considerazione  dell’interesse  presentato 
da  tali  strutture,  come  appare  evidente  anche  da  un  esame  sommario  della 
letteratura  più  recente. 

Le  ammidi  N-alchilsostituite  sono,  infatti,  oggetto  di  ampia  sperimen¬ 
tazione,  indirizzata  alla  evidenziazione  di  azioni  biologiche  diverse,  quali 
l’attività  antifungina  (2-3),  antiemetica  (4),  antiinfiammatoria  (5-6),  anal¬ 
gesica  (5),  antiulcera,  antiasma,  antiaggregante  piastrinica  (6),  fitotossica 
(7-8).  Lo  studio  di  tale  attività  è  stato  particolarmente  approfondito  in 
ricerche  sistematiche  condotte  da  ricercatori  italiani  (9-15  e  lavori  loc.  cit.). 

Anche  per  i  derivati  idrossamici  la  letteratura  più  recente  registra 
ricerche  variamente  orientate,  quali  quelle  relative  allo  studio  dell’attività 
antifungina  (16-17),  anticolesterolemica  (18),  antiflogistica  (19),  anticoagu¬ 
lante  (20). 

Le  idrazidi,  poi,  presentano  un  duplice  interesse  in  quanto  allo  studio 
delle  attività  biologiche  si  aggiunge  anche  quello  della  loro  possibile  utiliz¬ 
zazione  quali  «intermedi»  per  la  preparazione  di  derivati  d’interesse  chimi- 
co-farmaceutico. 

Tra  le  nuove  idrazidi  oggetto  di  sperimentazione  farmacologica  (21)  la 
letteratura  registra  quelle  furossaniche  e  furazaniche  preparate  da  Gasco  e 
Coll.  (22-23). 

Nello  studio  da  noi  condotto  sono  stati  presi  in  esame  composti 
rispondenti  alle  formule  (C),  (D)  ed  (E),  operando  comparativamente  con 
composti  analoghi  meno  alogenati,  al  fine  di  avere  una  migliore 
conoscenza  dell’influenza  esercitata  dall’introduzione  dell’alogeno  in  tali 
strutture. 


(A) 

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(B) 

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NH-alchile 

(D) 

X  = 

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(E) 

X  = 

nh-nh2 

Lo  studio  dell’attività  biologica  dei  composti  in  oggetto,  descritti  in 
questa  nota,  è  stato  orientato  verso  l’evidenziazione  di  un’eventuale  attività 
antimicrobica  ed  antimicotica  in  considerazione  dei  risultati  ottenuti  nello 


Derivati  ammidici,  idrossamici  e  idrazidici,  ecc.  169 


screening  microbiologico  delle  anilidi  alogenosostituite  (B)  e  tenendo 
anche  conto  del  fatto  che  l’acido  (A)  di  per  sé  presenta  attività  antibatte¬ 
rica  e  atimicotica,  anche  se  di  lieve  entità  (24). 

I  composti  preparati  sono  stati  saggiati  relativamente  all’attività  anti¬ 
batterica  e  antifungina;  le  modalità  delle  indagini  effettuate  sono  riportate 
nella  parte  sperimentale  ed  i  risultati  sono  complessivamente  esposti  nella 
Tabella  I. 


Parte  sperimentale  chimica 

(con  la  collaborazione  di  A.  Cavalieri) 

I  composti  preparati  sono  stati  controllati  analiticamente  mediante 
TLC  su  lastre  Merck  F  254.  I  punti  di  fusione  sono  stati  determinati  con  un 
apparecchio  Electrothermal  e  non  sono  corretti.  Gli  spettri  I.R.  sono  stati 
registrati  con  apparecchi  Perkin-Elmer  mod.  177  e  mod.  399  in  sostanze 
disperse  in  nujol.  Gli  spettri  R.M.N.  sono  stati  registrati  con  apparecchio 
Perkin-Elmer  R  24  usando  T.M.S.  come  riferimento  interno  (5  =  0,00 
p.p.m.).  Viene  impiegata  la  seguente  simbologia:  s  =  singoletto,  d  =  dop¬ 
pietto,  t  =  tripletto,  m  =  multipletto,  bs  =  segnale  slargato,  j  =  costante 
di  accoppiamento.  I  valori  trovati  nell’analisi  elementare  (C,H,N)  rientrano 
nell’intervallo  di  ±0,4%  dei  valori  teorici. 

L’acido  2-idrossi-3,4,5-triiodobenzoico  (A)  utilizzato  nelle  preparazioni 
dei  derivati  descritti  in  questa  nota  è  stato  preparato  mediante  iodurazione 
dell’acido  2-idrossi-4-iodobenzoico  con  cloruro  di  iodio  (24). 

L’estere  metilico  di  (A),  utilizzato  per  la  preparazione  del  derivato 
idrossamico  (D)  e  dell’idrazide  (E),  è  stato  preparato  con  la  metodica 
descritta  in  una  precedente  nota  (25). 

L’acido  salicilidrossamico  e  le  idrazidi  degli  acidi:  salicilico,  4-iodosali- 
cilico,  3,5-diiodosalicilico,  4-idrossibenzoico,  3,5-diiodo-4-idrossibenzoico, 
4-idrossi isoftalico  sono  stati  preparati  secondo  letteratura. 

L’acido  3,4,6-triiodosalicilidrossamico  è  stato  preparato  adattando 
opportunamente  le  tecniche  riportate  in  letteratura  (26-27)  per  la  prepara¬ 
zione  dell’acido  salicilidrossamico. 

L’idrazide  dell’acido  2-idrossi-3,4,5-triiodobenzoico  è  stata  preparata 
con  una  tecnica  analoga  a  quelle  descritte  in  letteratura  per  la  prepara¬ 
zione  dell’idrazide  dell’acido  salicilico  (28-30)  e  dell’acido  p-idrossiben- 
zoico  (29)  (31). 


170  Piscopo,  Diurno,  Cappello,  Cereti  Mazza,  A  liberti  e  Cirino 


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Derivati  ammidici,  idrossamici  e  idrazidici,  ecc.  171 


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172  Pi  scopo,  Diurno,  Cappello,  Cereti  Mazza,  A  liberti  e  Cirino 


Ammidi  N-alchilsostituite 

Le  ammidi  N-alchilsostituite  dell’acido  2-idrossi-3 ,4,5-triiodobenzoico 
(composti  (III),  (VI),  (IX),  (XII),  (XV),  (XVIII)  e  (XXI),  dell’acido  2-idrossi- 
3 ,5-diiodobenzoico  (composti  (II),  (V),  (Vili),  (XI),  (XIV),  (XVII)  e  (XX))  e 
dell’acido  2-idrossi-4-iodobenzoico  (composti  (I),  (IV),  (VII),  (X),  (XIII), 
(XVI)  e  (XIX))  di  Tab.  I  sono  state  preparate  per  azione  delle  relative 
ammine  alifatiche  sul  cloruro  dell’acido  idrossibenzoico  alogenato  con  la 
metodica  adottata  per  la  preparazione  delle  anilidi  (1);  il  rendimento 
effettivo  è  compreso  tra  il  64  ed  il  70%.  I  caratteri  analitici  fondamentali 
delle  ammidi  dell’acido  2-idrossi-3 ,4,5-triiodobenzoico  sono  riportati  nella 
Tab.  IL 


Acido  3,4,5-triiodosalicilidrossamico  (XXIII) 

Si  sospendono  0,001  moli  di  estere  metilico  dell’acido  2-idrossi-3 ,4,5- 
triiodobenzoico  in  H20  (30-40  mi),  si  aggiungono  0,02  moli  di  NaOH  e 
0,001  moli  di  cloridrato  di  idrossilammina  e  si  scalda  il  sistema  a  60°  C  per 
2  h  sotto  costante  agitazione  e.m.  Si  ha  un  sistema  monofasico  costituito 
da  una  soluzione  di  colore  giallo  paglierino.  Si  lascia  raffreddare  e  si  acidi¬ 
fica  con  acido  acetico:  si  ha  un  precipitato  bianco,  fioccoso,  del  derivato 
idrossamico  (XXIII).  Si  purifica  per  cristallizzazione  da  acetone-acqua;  si 
ha  così  il  composto  puro,  con  p.f.  182-184°C. 

Il  composto  (XXIII)  è  insolubile  in  acqua,  tetraidrofurano,  cicloesano, 
benzene,  poco  solubile  in  etanolo,  metanolo  (solubile  a  caldo),  solubile  in 
acetone.  I.R.:  3080  cm_1. 


IDRAZIDE  DELL’ACIDO  2-IDROSSI-3 ,4,5-TRIIODOBENZOICO  (XXVII) 

A  grammi  2,1  (0,004  moli)  di  estere  metilico  dell’acido  2-idrossi-3 ,4,5- 
triiodobenzoico  si  aggiungono  mi  2  di  soluzione  acquosa  di  idrato  di  idra- 
zina  al  64%  (p/v)  di  NH2-NH2  e  si  scalda  a  80°-85°C  per  2  h  sotto  costante 
agitazione  e.m.,  operando  in  palloncino  collegato  ad  un  refrigerante  a  rica¬ 
dere.  Al  termine  si  travasa  il  sistema,  formato  da  una  soluzione  gialla,  in 
becher;  si  lava  con  poca  H20  (  20  mi)  il  pallone,  si  neutralizza  con  HC1 
2N  e  si  lascia  in  riposo  in  frigo  per  alcune  ore.  L’idrazide  forma  un  precipi¬ 
tato  fioccoso,  bianco  crema  che,  cristallizzato  da  metanolo,  fonde  a  164- 
165° C  con  dee.  Resa  70%.  I.R.:  1645  cm-1. 


Composti  di  formula  generale:  P-CO-NH 


Derivati  ammidici,  idrossamici  e  idrazidici,  ecc. 


173 


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9,25  (IH  bs,  NH) 

C6Hu  C13H14l3N02  596,974  147-148  63,77  1530  2900  0,52-1,94  (10H,  m,  C5H10);  3,664,07  (IH,  m,  CH-N) 

7,62  (IH,  bs,  OH);  8,58  (IH,  s,  H  arom.) 

8,98  (IH,  bs,  NH) 


174  Pi  scopo,  Diurno,  Cappello,  Cereti  Mazza,  A  liberti  e  Cirino 
Sperimentazione  microbiologica 

I  prodotti  preparati  sono  stati  sottoposti  ad  una  indagine  atta  ad  evi¬ 
denziare  la  loro  attività  antimicrobica  ed  antimicotica  mediante  prove  in 
vitro  sia  su  ceppi  batterici  Gram-positivi  (Staphylococcus  aureus,  Bacillus 
subtilis,  Bacillus  anthracis)  e  Gram-negativi  (Escherichia  coli,  Salmonella 
paratyphi  B,  Brucella  abortus)  che  su  ceppi  fungini  (Aspergillus  niger,  Sac- 
charomyces  cerevisiae,  Candida  albicans).  Tale  indagine  è  stata  attuata  con 
la  metodica  di  Kirby-Bauer  (32-33)  adattata  alle  specifiche  esigenze  dello 
studio. 

Per  l’attività  antibatterica  è  stato  adottato,  quale  terreno  di  cultura,  il 
Mueller-Hinton  agar,  pressoché  privo  di  elementi  interferenti  e  prescritto 
dal  F.D.A.  (34)  per  tale  metodica,  mentre  per  quella  antimicotica  si  è  adot¬ 
tato  il  Sabouraud  dextrose  agar. 

Per  la  loro  scarsissima  solubilità  in  acqua,  i  composti  da  saggiare  sono 
stati  veicolati  in  Eumulgin  286  allo  0,2%,  che  da  saggi  preliminari  si  è 
dimostrato  inattivo  nei  confronti  dei  germi  tests,  e  portati  ad  una  concen¬ 
trazione  di  1.000  p.p.m.;  tali  sospensioni  sono  state  adsorbite  su  dischetti 
filtranti  a  costante  capacità  di  assorbimento  (0,05  mi). 

I  germi  tests,  infine,  sono  stati  fatti  sviluppare  prima  del  saggio  in 
brodo  nutritivo  idoneo  per  24-48  ore  onde  ottenere  delle  culture  in  fase  di 
crescita  logaritmica. 

La  metodica  è  stata  attuata  preparando  delle  sospensioni  batteriche  e 
fungine  nei  terreni  sciolti  e  portati  alla  temperatura  di  50°  C.,  in  modo  tale 
da  ottenere  un  substrato  contenente  circa  2  miliardi  di  cellule  per  mi.  Tali 
sospensioni  sono  state  poi  distribuite  in  capsule  di  Petri  in  quantità 
costante  (12  mi)  e  sul  terreno,  a  solidificazione  avvenuta,  sono  stati  deposti 
i  dischetti  contenenti  le  sostanze  in  esame.  Infine  le  capsule  sono  state 
incubate  a  37°  C.  per  48-72  ore. 

La  eventuale  attività  antibatterica  e/o  antimicotica  dei  composti  è 
stata  dedotta  dalla  presenza  di  un  alone  di  inibizione  della  crescita  nelle 
adiacenze  di  ciascun  dischetto. 

Per  una  valutazione  del  grado  di  attività  che  desse  un’adeguata  visione 
dei  risultati  (ved.  Tab.  I),  anche  se  inevitabilmente  essi  risultano  influen¬ 
zati  dalla  scarsa  diffusibilità  dei  composti  nel  terreno  di  cultura,  si  è  stabi¬ 
lito  di  rappresentare  la  grandezza  degli  aloni  d’inibizione  con  i  simboli: 
(-)  =  assenza  di  attività,  (±)  =  attività  molto  modesta,  (+)  -  attività 
moderata,  (++)  =  attività  discreta,  (+++)  =  attività  buona. 


Derivati  ammidici,  idrossamici  e  idrazidici,  ecc.  175 


Risultati  e  conclusioni 

Dall’esame  dei  dati  riportati  nella  Tab.  I  si  rileva  un’assenza  di  attività 
antimicotica  nella  quasi  totalità  dei  composti  esaminati;  i  soli  composti 
(VI),  (VII),  (Vili),  (IX),  (X)  e  (XII)  hanno  mostrato  un’azione  molto 
modesta  nei  confronti  dello  Aspergillus  niger. 

Per  quanto  riguarda  l’attività  antimicrobica,  i  saggi  eseguiti  hanno  evi¬ 
denziato  una  diffusa  attività  che  si  manifesta,  in  generale,  nei  confronti  di 
batteri  Gram-positivi. 

Confrontando  tra  loro  i  risultati  ottenuti,  in  relazione  al  numero  di 
atomi  di  alogeno- presenti  nella  molecola  delle  ammidi  N-alchilsostituite,  si 
può  notare  che  quelle  maggiormente  alogenate  presentano  una  migliore 
azione  antibatterica;  ciò  si  rileva  anche  per  i  derivati  idrossamici  e  idrazidi 
saggiate. 

Le  serie  di  prodotti  esaminati  hanno,  in  conclusione,  mostrato  uno 
spettro  d’azione  biologica  che  presenta  analogie  con  quello  delle  anilidi 
precedentemente  esaminate  (1),  pur  se  nel  complesso  l’attività  riscontrata 
appare  meno  evidente. 


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176  Piscopo,  Diurno ,  Cappello,  Cereti  Mazza ,  A  liberti  e  Cirino 


13)  Baruffimi  A.,  Borgna  P.,  Il  Farmaco,  Ed.  Se.,  33,  281  (1978). 

14)  Baruffimi  A.,  Pagani  G.,  Caccialanza  G.,  Mazza  M.,  Carmellino  M.  L.,  Il 
Farmaco,  Ed.  Se.,  33,  201  (1978). 

15)  Pagani  G.,  Baruffimi  A.,  Caccialanza  G.,  Mazza  M.,  Il  Farmaco,  Ed.  Se.,  33, 
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21)  Fundarò  A.,  Cassone  M.  C.,  1975  -  Il  Farmaco,  Ed.  Se.,  30,  891  (1975). 

22)  Gasco  A.,  Mortarini  V.,  RuÀ  G.,  Nano  G.  M.,  Menziani  E.,  J.  Heterocyclic 
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23)  Gasco  A.,  RuÀ  G.,  Menziani  E.,  Mortarini  V.,  Fundarò  A.,  Il  Farmaco,  Ed. 
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32)  Bauer  D.  I,  Roberts  C.  E.,  Kirby  A.  H.  M.,  Antibiotics  Annual.  Antibiotica, 
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34)  Federai  Register,  37,  20527  (Sept.)  1972  (1959). 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  90,  1981,  pp.  177-201,  tabb.  1,  tavv.  8 


Struttura  del  guscio  dei  generi 
Gryphus  e  Terebratula 
(Terebratulidae,  Brachiopoda)  (*) 

Nota  del  socio  Emma  Taddei  Ruggiero  (**) 

(Tornata  del  22  dicembre  1981) 


Riassunto.  ~  Viene  studiata  l’ultrastruttura  del  guscio  di  alcuni  rappresentanti 
del  genere  Gryphus:  G.  vitreus  (Born)  e  G.  minor  (Philippi)  e  del  genere  Terebratula: 
T.  ampulla  (Brocchi)  e  T.  sinuosa  (Brocchi).  Nelle  due  specie  del  genere  Gryphus  il 
guscio  è  costituito  da  tre  strati  calcitici:  il  primario,  di  aspetto  microgranulare,  il 
secondario,  costituito  da  fibre  disposte  quasi  parallelamente  alla  superfìcie  del 
guscio  e  il  terziario,  molto  più  spesso  dei  due  precedenti,  costituito  da  prismi  di  cal¬ 
cite  disposti  perpendicolarmente  alla  superfìcie  del  guscio.  Nelle  due  specie  del 
genere  Terebratula ,  invece,  sono  presenti  solo  i  primi  due  strati.  Tutti  e  due  i  generi 
sono  endopunctati:  il  guscio  è  attraversato  da  canali  subparalleli  i  cui  diametri 
aumentano  sensibilmente  al  passaggio  allo  strato  primario.  In  corrispondenza  dei 
puncta  le  fibre  dello  strato  secondario  si  flettono  verso  l’esterno  della  valva. 

In  Terebratula  si  ha  una  notevole  uniformità  nella  struttura  e  nello  spessore 
degli  strati  e  delle  fibre,  mentre  in  Gryphus  si  ha  una  notevole  variabilità  di  questi 
caratteri;  e  in  particolare  lo  spessore  del  guscio  e  di  ciascuno  dei  tre  strati  è  notevol¬ 
mente  diverso  negli  esemplari  vivente  e  fossile  di  G.  vitreus . 

Abbastanza  uniformi  in  tutti  i  Terebratulidae  studiati  sono  la  forma,  lo  spessore 
e  la  disposizione  delle  fibre  dello  strato  secondario. 


Summary  -  Shell  ultrastructure  of  some  species  belonging  to  thè  genus  Gryphus: 
G.  vitreus  (Born),  G.  minor  (Philippi)  and  thè  genus  Terebratula:  T.  ampulla 
(Brocchi),  T.  sinuosa  (Brocchi)  has  been  studied. 

In  both  Gryphus  species  thè  shell  consists  of  three  calcitic  layers:  thè  primary 
layer  microgranular,  thè  secondary  layer  built  up  of  fibers  arranged  almost  parallel 
to  thè  shell  surface,  and  thè  tertiary  layer  much  thicker  than  thè  previous  ones,  con- 
sisting  of  calcitic  prisms  perpendicular  to  thè  shell  surface. 

In  both  Terebratula  species  only  thè  fìrst  two  layers  are  present. 


(*)  Lavoro  eseguito  con  il  contributo  del  M.P.I. 

(**)  Istituto  di  Paleontologia  dellTJniversità  di  Napoli. 


178  Emma  Taddeì  Ruggiero 


Boi r*  genera  are  endopunctate:  thè  shell  is  crossed  by  subparallel  canals  whose 
diameter  increase  in  thè  primary  layer.  Fibers  of  thè  secondary  layer  bend  outward. 

Layer  thickness  as  well  as  fiber  stmcture  and  size  are  uniform  in  Terebratula 
whereas  they  vary  greatly  in  Gryphus;  thè  thickness  of  thè  three  layers  differs  in  thè 
fossil  and  living  specimens  of  G.  vitreus. 

Shape,  thickness  and  fiber  texture  in  Terebratulidae  are  almost  uniform. 


Introduzione 

Lo  studio  della  ultrastruttura  del  guscio  dei  brachiopodi  sta  assu¬ 
mendo  negli  ultimi  anni  una  sempre  maggiore  importanza  filogenetica  e 
tassonomica  (Mackinnon  &  Williams,  1974;  Williams,  1968,  1971;  et 
aiti);  mi  è  sembrato  quindi  interessante  indagare  sulla  struttura  di  alcune 
Terebratulidae  molto  diffuse  nei  terreni  del  Terziario  e  del  Quaternario  o 
ancora  viventi  nel  Mediterraneo:  i  generi  Gryphus  e  Terebratula. 

Del  genere  Gryphus  è  conosciuta  in  letteratura  la  ultrastruttura  della 
specie  G.  vitreus  vivente;  si  è  voluto  confrontarla  con  esemplari  fossili  della 
stessa  specie  e  con  un’altra  specie  sempre  fossile  G.  minor.  Di  Terebratula  è 
noto  in  letteratura  solo  il  fatto  che  è  priva  dello  strato  terziario,  ma  non  è 
mai  stata  studiata  e  illustrata  in  dettaglio.  Avendo  esemplari  ben  conser¬ 
vati,  ho  ritenuto  utile  dare  un  contributo  alla  conoscenza  di  queste  forme. 

Tutti  e  due  questi  generi  appartengono  alla  sottofamiglia  Terebratuli- 
nae  Cray  1840,  per  i  caratteri  morfologici  esterni  e  per  il  tipo  di  brachidio 
terebratuliforme  (Muìr-Wood  et  al  li ,  1965). 

Terebratula  è  un  genere  neogenico  e  quaternario;  Gryphus,  nella  re¬ 
gione  mediterranea,  si  rinviene  dal  Neogene  all’Attuale. 


Materiali  e  metodi 

Per  lo  studio  sono  stati  usati: 

Gryphus  vitreus  (Born)  vivente  Golfo  di  Napoli  (Tav.  I,  fig  1); 
Gryphus  vitreus  (Born)  Emiliano  Corigliano  Calabro  (Tav.  I,  fig.  2a-b); 
Gryphus  minor  (Philippi)  Quaternario  Gallina  (RC)  (Tav.  I,  fig.  3  a-c); 
Terebratula  ampulla  (Brocchi)  Plioc.  Montafia  (Al)  (Tav.  I,  fig.  4a-d); 
Terebratula  sinuosa  (Brocchi)  Pliocene  Terreti  (RC)  (Tav.  I,  fig.  5  a-c). 

Gli  esemplari  sono  stati  puliti  con  acqua  ossigenata  a  36  volumi  e  poi 
con  acqua  distillata  e  trattati  con  ultrasuoni. 


Struttura  del  guscio  dei  generi  Gryphus  e  Terebratula  179 


Alcuni  esemplari  sono  stati  usati  per  lo  studio  delle  superfici  esterna 
ed  interna;  alcuni,  che  sono  serviti  per  lo  studio  delle  sezioni,  sono  stati 
inglobati  in  resina  Araldite  M  trasparente  (Ciba-Geigy).  Sono  state  effet¬ 
tuate  sezioni  «trasversali»,  cioè  perpendicolari  al  piano  di  commessura 
nella  zona  centrale  della  valva,  e  sezioni  «longitudinali»  secondo  il  piano 
di  simmetria;  di  queste  ultime  è  stata  studiata  la  parte  mediana.  Sono  state 
infine  effettuate,  con  gli  stessi  criteri,  sezioni  trasversali  e  longitudinali 
mediante  fratturazione.  I  campioni  delle  sezioni  tagliate  sono  stati  ridotti 
alle  dimensioni  idonee,  levigati  con  smeriglio  grana  1800,  lavati,  attaccati 
con  HC1  al  10%  per  10  secondi  e  infine  lavati  con  acqua  distillata. 

Tutti  gli  esemplari  sono  stati  quindi  ricoperti  di  una  pellicola  d’oro  a 
18  carati  nell’evaporatore  a  vuoto  per  7-8  minuti  e  quindi  osservati  al  SEM 
(JEOL  JSM-2)  degli  Istituti  Geomineralogici  dell’Università  di  Napoli. 


Struttura  del  guscio  di  Gryphus  (Tavv.  II-V) 

In  tutti  gli  esemplari  da  me  studiati  appartenenti  al  genere  Gryphus  il 
guscio  è  costituito  da  tre  strati  di  calcite:  il  primario,  il  secondario  e  il  ter¬ 
ziario.  Nel  vivente  esternamente  è  presente  uno  strato  costituito  da  so¬ 
stanza  organica,  il  periostraco.  La  conchiglia  è  endopunctata. 

La  struttura  del  guscio  del  Gryphus  vivente  è  stata  già  studiata  da 
alcuni  Autori:  su  G.  vitreus  da  Mackinnon  (1971)  e  Mackinnon  e  Wil¬ 
liams  (1974),  su  G .  steansi  da  Sass  et  al.  (1965)  e  da  Sass  e  Monroe 
(1967),  su  G.  sphenoideus  da  Gaspard  (1977).  Mai  erano  stati  studiati 
esemplari  fossili. 

Strato  primario.  ~  E  costituito  da  cristalliti  aciculari  perpendicolari  alla 
superficie  del  guscio.  Nel  vivente  tra  i  cristalliti  si  inseriscono  i  microvilli, 
proiezioni  della  membrana  piasmatica  attaccate  al  periostraco  (Williams, 
1978);  la  distruzione  dei  microvilli  nei  fossili  dà  a  questo  strato  un  aspetto 
microgranulare  e  poroso  (Tav.  II,  figg.  3-4;  Tav.  IV,  figg.  1,3;  Tav.  V,  fig.  4). 

Lo  spessore  dello  strato  primario  è  esiguo:  15  pm  nel  G.  vitreus  fossile, 
30  pm  in  quello  vivente. 

Il  passaggio  allo  strato  secondario  avviene  in  modo  netto  (Tav.  II,  fig. 
3;  Tav.  Ili,  fig.  4;  Tav.  IV,  figg.  1,  3;  Tav.  V,  fig.  4). 

Strato  secondano.  -  È  costituito  da  fibre  allungate  di  calcite,  inclinate 
di  un  angolo  di  circa  10°  rispetto  alla  superficie  della  valva.  La  sezione 
delle  fibre  è  spatolata  e  la  loro  disposizione  è  in  file  alterne  regolari 
(Tav.  II,  fig.  4). 


180  Emma  Taddei  Ruggiero 


La  forma  e  la  disposizione  delle  fibre  è  dovuta  al  loro  modo  di  crescita 
(Williams,  1968)  che  avviene  in  involucri  proteici  secreti,  come  la  fibra, 
dalla  membrana  piasmatica  esterna  di  ogni  cellula;  la  proteina  è  prodotta 
dalla  parte  anteriore,  la  calcite  dalla  parte  posteriore. 

In  una  sezione  trasversale  del  guscio  si  notano  fasci  di  fibre  disposte  in 
direzioni  diverse  su  diversi  piani  (Tav.  II,  fig.  2). 

Lo  spessore  delle  fibre  è  molto  esiguo,  varia  tra  3,5  pm  in  G.  vitreus 
fossile  e  4,5  pm  in  G.  minor. 

In  Anisactinelìa ,  Spiriferidae  triassica,  le  fibre  hanno  uno  spessore  di 
circa  20  pm  (Taddei  Ruggiero,  1981)  ma  ne  sono  state  osservate  anche  di 
spessori  maggiori. 

Lo  spessore  dello  strato  secondario  è  di  circa  40  pm  nel  G.  vitreus  fos¬ 
sile,  di  circa  80  pm  nel  vivente,  di  circa  100  pm  in  G.  minor. 

Strato  terziario.  “  È  costituito  da  grossi  «prismi»  di  calcite  perpendi¬ 
colari  alla  superficie  del  guscio.  Questi  prismi  non  costituiscono  unità  cri¬ 
stallografiche,  ma  sono  formati  da  elementi  carbonatici  perpendicolari  al 
piano  dell’epitelio  esterno.  Essi,  pur  non  essendo  avvolti  da  foglietti  pro¬ 
teici,  rimangono  come  corpi  distinti  gli  uni  dagli  altri,  e  ciò  per  cause 
ancora  non  completamente  chiare.  Secondo  Mackinnon  e  Williams  (1974) 
ciò  può  essere  dovuto  o  ad  un  materiale  organico  solubile  in  acqua  che 
occupa  gli  spazi  interprismatici  e  che  si  perde  nella  preparazione  delle 
sezioni  o  all’assenza  di  un  allineamento  cristallografico  dei  prismi  che  ne 
impedisce  la  fusione. 

Il  passaggio  dallo  strato  secondario  a  quello  terziario  avviene  con  gra¬ 
dualità:  si  nota  come  le  ultime  fibre  dello  strato  secondario  diventano  più 
irregolari,  e  a  volte  fibre  dello  strato  secondario  si  intercalano  ai  prismi 
dello  strato  terziario  nella  zona  di  transizione  (Tav.  IV,  figg.  1,3).  Ciò  è 
dovuto,  probabilmente  (Dunlop,  1961)  a  retrazioni  del  mantello  durante 
pause  di  crescita. 

La  secrezione  dello  strato  terziario  avviene  quando  cessa,  da  parte 
dell’epitelio  esterno,  la  produzione  degli  involucri  proteici  entro  cui  si  for¬ 
mano  le  fibre  dello  strato  secondario.  Al  passaggio  (Tav.  II,  fig.  5),  le  fibre 
si  ingrossano  e  si  trasformano  in  prismi  con  un  riorientamento  dei  costi¬ 
tuenti  di  carbonato  di  calcio  da  una  posizione  obliqua  rispetto  al  piano 
dell’epitelio  esterno,  ad  una  normale  (Mackinnon  e  Williams,  1974). 

Lo  spessore  dello  strato  terziario  è  molto  maggiore  sia  dello  strato  pri¬ 
mario  che  di  quello  secondario.  In  G.  vitreus  vivente  è  di  circa  225  pm,  in 
G.  vitreus  fossile  è  di  circa  1 100  pm.  in  G.  minor  è  di  circa  435  pm.  Lo  spes¬ 
sore  dei  prismi  è  piuttosto  uniforme,  variando  dai  20  pm  del  G,  vitreus  fos¬ 
sile  ai  33  pm  del  G.  minor. 


Struttura  del  guscio  dei  generi  Gryphus  e  Terebratula  181 


Puncta.  -  Il  guscio  è  endopunctato;  la  disposizione  dei  puncta  sulla 
superficie  del  guscio  è  in  quinconce  (Tav.  II,  fig.  6;  Tav.  Ili,  fig.  1). 

Lo  spessore  dei  canali  è  abbastanza  costante  nello  strato  terziario, 
aumenta  gradualmente  nello  strato  secondario  (Tav.  II,  figg.  2,  3;  Tav.  IV, 
fig.  3;  Tav.  V,  fig.  4),  fino  ad  assumere  le  massime  dimensioni  nello  strato 
primario. 


Struttura  del  guscio  di  Terebratula  (Tavv.  VI  VI  II) 

In  tutti  gli  esemplari  qui  esaminati  appartenenti  al  genere  Terebratula 
il  guscio  è  endopunctato  ed  è  costituito  soltanto  da  due  strati:  il  primario  e 
il  secondario. 

Strato  primario .  -  Ha  un  aspetto  microgranulare  (Tav.  VI,  fig.  1; 
Tav.  Vili,  fig.  3):  nella  Terebratula  ampulla  i  cristallai  che  lo  costituiscono 
sono  pressocché  perpendicolari  alla  valva;  nella  T.  sinuosa  si  notano  invece 
in  sezione  longitudinale  (Tav.  Vili,  fig.  3)  i  cristalliti  in  bande  di  crescita 
che  formano  un  angolo  di  circa  35°  con  il  limite  esterno  dello  strato 
secondario. 

Lo  spessore  dello  strato  primario  è  piccolo  e  raggiunge  in  tutte  e  due 
le  specie  studiate  i  50  pm. 

Strato  secondario.  -  Il  suo  spessore  è  circa  dieci  volte  quello  dello 
strato  primario,  raggiungendo  nelle  due  specie  500-600  pm. 

I  fasci  di  fibre  che  lo  costituiscono  sono  pressocché  paralleli  alla  super¬ 
ficie  della  conchiglia  e  nella  sezione  del  guscio  si  notano  pacchi  di  fibre 
che  hanno  direzioni  diverse  su  diversi  piani  (Tav.  VI,  fig.  1;  Tav.  VII, 
figg.  2,  3;  Tav.  Vili,  figg.  2,  3). 

Lo  spessore  delle  fibre  è  di  4-5  pm  e  la  loro  larghezza  di  circa  10  pm; 
sono  di  forma  tipicamente  spatolata  e  la  loro  disposizione  è  in  regolari  file 
alterne  (Tav.  VI,  figg.  4,  5;  Tav.  Vili,  fig.  4). 

È  stato  possibile  mettere  in  evidenza  anche  il  mosaico  dell’interno 
della  conchiglia  costituito  dalle  facce  libere  delle  fibre:  in  tutte  e  due  le 
specie  appaiono  petaloidi  (Tav.  VI,  fig.  2;  Tav.  Vili,  fig.  5)  e  di  dimensioni 
simili.  Quelle  di  T.  sinuosa  sembrano  meno  regolari,  ma  ciò  credo  dipenda 
dal  modo  con  cui  sono  stati  eseguiti  i  preparati:  per  T.  ampulla  è  bastato 
pulire  la  valva,  per  T.  sinuosa ,  invece,  si  è  dovuto  asportare  una  piccola 
parte  di  concrezione  calcarea. 


182  Emma  Taddei  Ruggiero 


Puncta.  -  Il  guscio  delle  Terebratule  è  endopunctato,  i  canali  sono 
subparalleli  e  pressocché  perpendicolari  al  guscio.  Essi  hanno  un  diametro 
quasi  costante  nello  strato  secondario  che  poi  cresce  rapidamente  nelPul- 
timo  tratto  dello  strato  secondario  e  nello  strato  primario  (Tav,  VI,  fig.  1; 
Tav.  Vili,  fig.  2). 

In  corrispondenza  del  punctum  le  fibre  dello  strato  secondario  deviano 
lateralmente  e  si  inflettono  verso  Pesterno  (Tav.  VII,  figg.  3,  5). 

In  sezione  tangente  la  disposizione  dei  puncta  è  in  quinconce. 


Considerazioni  (Tabella  I) 


Dallo  studio  dei  campioni  esaminati  si  può  osservare  che  la  struttura 
del  guscio  delle  due  specie  appartenenti  al  genere  Terebratula  è  piuttosto 
uniforme:  il  guscio  ha  uno  spessore  da  550  pm  a  650  pm,  con  uno  strato 


TABELLA  I 

Spessore  del  guscio,  degli  strati  primario,  secondario  e  terziario,  delle  fibre  dello 
strato  secondario  e  dei  cristalli  dello  strato  terziario  nelle  specie  studiate.  Tutte  le 
dimensioni  sono  espresse  in  pm.. 


spessore 
strato  I 

spessore 
strato  II 

spessore 
strato  III 

spessore 
fibre 
strato  II 

spessore 
cristalli 
strato  III 

spessore 

guscio 

Gryphus  vitreus  viv. 

30 

80 

225 

4 

23 

320 

Gryphus  vitreus  foss. 

15 

40 

1100 

3,5 

20 

1235 

Gryphus  minor 

25 

100 

435 

4,5 

33 

530 

Terebratula  ampulla 

50 

500 

- 

4,5 

- 

550 

Terebratula  sinuosa 

50 

600 

- 

4,5 

- 

650 

primario  piuttosto  esiguo  di  circa  50  pm  e  strato  secondario  di  500-600  pm; 
sono  abbastanza  costanti  la  forma  spatolata,  le  dimensioni  (spessore 
4,5  pm,  larghezza  10  pm)  e  la  disposizione  in  file  alternate  delle  fibre  dello 
strato  secondario.  Uniforme,  nelPambito  degli  esemplari  studiati,  è  anche 
la  frequenza,  la  disposizione  e  Pandamento  dei  puncta . 

La  sola  differenza  abbastanza  evidente  è  che  nello  strato  primario  di 
Terebratula  sinuosa  si  notano  bande  di  crescita  ad  alto  angolo  rispetto  al 
limite  strato  primario-strato  secondario,  mentre  in  T.  ampulla  esse  non 
sono  evidenti. 


Struttura  del  guscio  dei  generi  Gryphus  e  Terebratula  183 


Diversa  è  la  situazione  per  quanto  riguarda  i  rappresentanti  del  genere 
Gryphus:  in  questi  si  nota  una  grande  variabilità  soprattutto  tra  i  due  rap¬ 
presentanti  vivente  e  fossile  di  G.  vitreus.  Il  guscio  nel  vivente  è,  nel  com¬ 
plesso,  piuttosto  sottile  (320  pm);  molto  più  spesso,  considerando  sempre  la 
stessa  porzione  del  guscio,  è  quello  del  rappresentante  fossile  (1235  pm).  È 
da  notare  che  l’enorme  differenza  di  spessore  del  guscio  è  da  ascriversi 
esclusivamente  allo  spessore  dello  strato  terziario  (HOOpm  contro  i  225  pm 
del  vivente)  mentre  sia  lo  strato  primario  (15  pm)  che  lo  strato  secondario 
(40  pm)  sono,  nel  fossile,  la  metà  rispetto  a  quelli  del  vivente.  Per  quanto 
riguarda  lo  spessore  delle  fibre  dello  strato  secondario  (3,5-4  pm),  la  loro 
disposizione  in  regolari  file  alternate  e  lo  spessore  dei  cristalli  dello  strato 
terziario  (20-23  pm)  non  si  hanno  differenze  degne  di  nota. 

Per  quanto  riguarda  G.  minor  gli  spessori  del  guscio  (530  pm),  dello 
strato  primario  (25  pm)  e  dello  strato  terziario  (435  pm)  hanno  valori  inter¬ 
medi  rispetto  a  quelli  dei  rappresentanti  viventi  e  fossili  di  G.  vitreus ;  mag¬ 
giori  sono  invece  lo  spessore  dello  strato  secondario  (100  pm),  lo  spessore 
delle  fibre  dello  strato  secondario  (4,5  pm)  e  lo  spessore  dei  cristalli  dello 
strato  terziario  (33  pm). 


Conclusioni 

Negli  esemplari  appartenenti  al  genere  Terebratula  esiste  una  notevole 
uniformità  relativamente  alla  struttura  ed  allo  spessore  degli  strati  e  delle 
fibre.  Viceversa  in  Gryphus  esiste  una  notevole  variabilità  rispetto  ai  mede¬ 
simi  caratteri.  In  particolare  lo  spessore  del  guscio  e  di  ciascuno  dei  tre 
strati  è  notevolmente  diverso  nel  G.  vitreus  vivente  e  in  quello  fossile: 
questa  circostanza  può  far  pensare  che  si  tratti  di  due  sottospecie  diverse 
oppure  che  questa  differenza  sia  da  mettere  in  relazione  alle  diverse  condi¬ 
zioni  ecologiche  dell’ambiente.  La  forma  vivente  proviene  dalle  secche  in 
prossimità  dell’isola  di  Capri,  quella  fossile  è  stata  rinvenuta  in  sedimenti 
appartenenti  all’Emiliano  (Ruggieri  e  Sprovieri,  1975)  piano  durante  il 
quale  il  mare  doveva  essere  più  freddo  dell’attuale. 

Elementi  abbastanza  uniformi  in  tutti  i  Terebratulidi  considerati  sono 
la  forma,  lo  spessore  e  la  disposizione  delle  fibre  che  costituiscono  lo  strato 
secondario. 

Il  genere  Gryphus  e  il  genere  Terebratula  differiscono  in  maniera 
sostanziale  per  la  presenza  dello  strato  terziario  nel  solo  genere  Gryphus. 

Nella  grande  maggioranza  i  generi  appartenenti  alla  sottofamiglia  Tere- 
bratulinae  dei  quali  è  stata  studiata  l’ultrastruttura  posseggono  lo  strato  ter- 


184  Emma  Taddei  Ruggiero 


ziario  del  guscio.  Alcuni  generi  ne  sono  privi:  Lobothyris  del  Giurassico 
inferiore  e  medio,  Tubìthyris  del  Giurassico  medio  e  Terebratula  del  Neo¬ 
gene  e  Quaternario. 

La  distribuzione  quasi  episodica  di  questi  generi  nel  tempo  impedisce 
di  capire  a  cosa  sia  dovuto  e  quale  sia  P importanza  filogenetica  di  questo 
carattere  che  comunque  potrebbe  essere  abbastanza  significativo  da  giusti¬ 
ficare  P inserimento  di  Gryphus  e  Terebratula  in  due  sottofamiglie  diverse. 


Ringraziamenti 

Ringrazio  la  Prof.  Maria  Moncharmont  Zei  per  la  lettura  critica  del 
lavoro,  il  Prof.  Giulio  Pavia  che  mi  ha  accompagnata  nella  località  fossili¬ 
fera  a  T.  ampulla ,  il  Dr.  Franco  Nobili  che  ha  collaborato  alla  preparazione 
di  alcuni  esemplari  per  Posservazione  al  SEM,  il  Dr.  Antonio  Canzanella 
che  ha  eseguito  le  microfotografie  al  SEM. 


LAVORI  CONSULTATI 


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TAVOLA  I 

Fig.  1.  -  Giyphus  vìtreus  vivente;  prov.:  Golfo  di  Napoli  -  x  2. 

Fig.  2a-b.  -  Gryphus  vitreus  fossile,  grande  valva;  a ,  vista  dall’interno,  b ,  vista 
dall’esterno;  prov.  Corigliano  Calabro  -  x  2. 

Fig.  3a-c.  -  Giyphus  minor ,  a ,  visto  dalla  valva  brachiale,  b ,  visto  dalla  valva  pedim- 
colare,  c,  vista  laterale;  prov.  Gallina  -  x  2. 

Fig.  4  a-d.  -  Terebratula  amputici ,  a ,  vista  dalla  valva  brachiale,  b,  vista  dalla  valva 
peduncolare,  veduta  frontale,  d ,  veduta  laterale;  prov.  Montafia  -  x  1,2. 

Fig.  5  a-c.  -  Terebratula  sinuosa ,  a ,  vista  dalla  valva  brachiale,  &,  vista  dalla  valva 
peduncolare,  c,  veduta  laterale;  prov.  Terreti  -  x  1,5. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1981 


Taddei  Ruggiero  E.  -  Struttura  del  guscio 
Gryphus  e  Terebratula  Tav.  I 


Iptlfl 


TAVOLA  II 

Figo.  1-5.  -  Gryphus  vitreus  (Born)  vivente;  prov.  Golfo  di  Napoli;  sezione  trasver¬ 
sale  tagliata  di  una  grande  valva.  In  tutte  le  figure  l’esterno  della  valva  è  in  alto. 
Camp.  E  356. 

Fig.  1.  -  Sezione  del  guscio  completo  -  x  175. 

Fig.  2.  -  Particolare  della  precedente:  si  notano  lo  strato  primario  e  lo  strato  secon¬ 
dario  completi  e  il  passaggio  allo  strato  terziario  -  x  340. 

Figg.  3-4.  -  Contatto  strato  primario-strato  secondario;  da  notare  l’aspetto  microgra¬ 
nulare  dello  strato  primario  e  il  caratteristico  contorno  spatolato  delle  fibre 
dello  strato  secondario  tagliate  trasversalmente  il  cui  lato  concavo  è  rivolto 
verso  l’interno  della  valva;  fig.  3  x  680,  fig.  4  x  2040. 

Fig.  5.  -  Particolare  di  fig.  1;  contatto  strato  secondario-strato  terziario:  da  notare 
l’irregolarità  delle  fibre  dello  strato  secondario  in  corrispondenza  del  contatto  - 
x  680. 


Fig.  6.  -  Strato  secondario,  grande  valva,  sezione  tangente.  Camp.  E  47  -  x  240. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1981 


Taddei  Ruggiero  E. 
Gtyphus  e  Terehratula 


Struttura  del  guscio 
Tav.  II 


TAVOLA  III 

Gryphus  vitreus  (Born);  prov.  Corigliano  Calabro;  età:  Emiliano. 

Fig.  1.  -  Superficie  esterna  (in  basso)  e  decorticata  (in  alto)  della  grande  valva; 
notare  la  disposizione  dei  puncta  in  quinconce;  Camp.  E  213  -  x  70. 

Fig.  2.  -  Particolare  della  precedente;  superficie  tangente  allo  strato  secondario  -  x 
680. 

Fig.  3.  -  Particolare  della  precedente,  caecum :  all’interno  si  notano  le  fibre  degli 
strati  precedentemente  attraversati  -  x  2040. 

Fig.  4.  -  Sezione  trasversale  spezzata  della  grande  valva;  contatto  strato  primario- 
strato  secondario;  la  parte  esterna  della  valva  è  in  alto.  Camp.  E  216  -  x  2040. 

Fig.  5.  -  Sezione  longitudinale  spezzata  della  grande  valva;  contatto  strato 
secondario-strato  terziario;  l’esterno  della  valva  è  in  alto.  Camp.  E  215  -  x  680. 

Fig.  6.  -  Stesso  campione,  particolare  dello  strato  terziario  -  x  200. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1981  Taddei  Ruggiero  E.  -  Struttura  del  guscio 

Gryphus  e  Terebratula  Tav.  Ili 


TAVOLA  IV 


Gryphus  vitreus  (Born);  prov.  Corigliano  Calabro;  età  Emiliano.  Sezione  trasversale 
della  grande  valva;  la  parte  esterna  del  guscio  è  in  alto. 

Fig.  1.  -  Si  notano  dall’alto  lo  strato  primario,  lo  strato  secondario  e  quello  terzia¬ 
rio.  Camp.  E  210  -  x  800. 

Fig.  2.  -  Sezione  di  tutto  il  guscio;  da  notare  la  differenza  di  spessore  tra  i  tre  strati. 
Camp.  E  211  -  x  70. 

Fig.  3.  -  Particolare  della  precedente;  sono  visibili  interamente  lo  strato  primario  e 
quello  secondario  nonché  il  passaggio  a  quello  terziario;  il  canale  aumenta  di 
diametro  dall’ interno  verso  l’esterno  del  guscio  e  le  fibre  dello  strato  secondario 
che  lo  circondano  si  inflettono  verso  l’esterno  del  guscio  in  corrispondenza  di 
esso  -  x  680. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1981 


Taddei  Ruggiero  E.  -  Struttura  del  guscio 
Gryphus  e  Terebratula  Tav.  IV 


TAVOLA  V 

Gryphus  minor  (Philippi);  prov.  Gallina  (RC);  età  Quaternario. 

Fig.  1.  -  Sezione  trasversale  spezzata  della  grande  valva;  si  notano  i  sottili  strati  pri¬ 
mario  e  secondario  e  lo  spesso  strato  terziario;  Testerno  del  guscio  è  sito  in  alto. 
Camp.  E  7  -  x  70. 

Fig.  2.  -  Particolare  della  precedente;  dall’alto  in  basso  si  notano:  lo  strato  primario 
completo,  lo  strato  secondario,  completo  anch’esso  (spezzato  lungo  un  piano 
obliquo),  e  l’inizio  dello  strato  terziario  -  x  240. 

Fig.  3.  -  Superficie  interna  della  piccola  valva;  si  notano  le  estremità  dei  cristalli 
dello  strato  primario.  Camp.  E  27  -  x  200. 

Fig.  4.  -  Sezione  longitudinale  tagliata  della  piccola  valva;  si  notano  lo  strato  prima¬ 
rio  e  quello  secondario  completi  e  l’inizio  di  quello  terziario;  ben  evidenti  i 
canali  subparalleli  che  attraversano  il  guscio.  Camp.  E  63  -  x  200. 

Fig.  5.  -  Sezione  longitudinale  tagliata  della  grande  valva;  fibre  dello  strato  secon¬ 
dario.  Camp.  E  26  -  x  800. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1981 


Taddei  Ruggiero  E.  -  Struttura  del  guscio 
Giyphus  e  Terebratula  Tav.  V 


TAVOLA  VI 

Terebratula  ampulla  (Brocchi);  prov.  dintorni  di  Montafia  (Asti);  età  Pliocene. 

Fig.  1.  -  Sezione  trasversale  tagliata  della  grande  valva;  da  notare  il  piccolo  spessore 
dello  strato  primario  rispetto  a  quello  secondario,  i  canali  subparalleli  che  si 
ingrossano  molto  al  passaggio  nello  strato  primario;  Pesterno  della  valva  è  in 
alto.  Camp.  E  132  -  x  240. 

Fig.  2.  -  Superficie  interna  che  mostra  la  faccia  libera  delle  fibre  di  forma  petaloide; 
in  alto  a  sinistra  una  porzione  scrostata  mostra  le  fibre  dello  strato  secondario. 
Camp.  E  118  -  x  800. 

Fig.  3.  -  Superficie  interna  e  scrostata  del  guscio  in  cui  si  vedono  più  piani  dello 
strato  secondario  nei  quali  le  fibre  sono  disposte  in  diverse  direzioni.  Camp.  E 
118  -  x  80. 

Fig.  4.  -  Sezione  trasversale  dello  strato  secondario  mostrante  la  disposizione  dei 
caeca  in  quinconce.  Camp.  E  133  -  x  240. 

Fig.  5.  -  Particolare  della  precedente  mostrante  la  regolare  forma  e  disposizione 
delle  fibre  dello  strato  secondario;  si  notano  due  canali  messi  in  evidenza 
dall’attacco  con  l’HCl  -  x  800. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1981 


Taddei  Ruggiero  E.  -  Struttura  del  guscio 
Gryphus  e  Terebratula  Tav.  VI 


TAVOLA  VII 

Terebratula  ampulla  (Brocchi);  prov.  dintorni  di  Montafia  (Asti);  età  Pliocene.  In 
tutte  le  figure  l’esterno  della  conchiglia  è  in  alto. 

Fig.  1.  -  Sezione  longitudinale  spezzata  della  piccola  valva:  limite  strato  primario- 
strato  secondario.  Camp.  E  119  -  x  680. 

Fig.  2.  -  Sezione  spezzata  del  guscio:  si  notano  lo  strato  primario  completo,  parte 
dello  strato  secondario  e  alcuni  canali  subparalleli;  nella  parte  bassa  della  foto 
si  vede  uno  spesso  strato  di  fibre  subparallele  alla  superficie  della  valva  (in 
questo  tratto  la  sezione  è  normale  a  detta  superficie).  Si  passa  poi  a  fibre  che 
sembrano  normali  rispetto  alle  precedenti,  ma  si  tratta  della  rottura  avvenuta 
secondo  un  piano  inclinato  (vedi  la  sezione  dei  canali);  nello  strato  primario  (in 
alto)  la  sezione  torna  ad  essere  quasi  perpendicolare  alla  superficie  delle  valve. 
Camp.  E  120  -  x  200. 

Fig.  3.  -  Particolare  della  precedente:  da  notare  che  le  fibre  dello  strato  secondario 
si  inflettono  verso  l’esterno  della  valva  in  corrispondenza  del  canale  -  x  800. 

Fig.  4.  -  Canale  isolato  per  azione  dell’HCl.  Camp.  E  129  -  x  2040. 

Fig.  5.  -  Particolare  di  fig.  3:  sezione  di  un  canale;  da  notare  la  particolare  disposi¬ 
zione  e  forma  delle  fibre  che  lo  costituiscono  -  x  2040. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1981  Taddei  Ruggiero  E.  -  Struttura  del  guscio 

Gryphus  e  Terehratula  Tav.  VII 


TAVOLA  Vili 


Terebratula  sinuosa  (Brocchi);  prov.  Terreti  (RC);  età  Pliocene. 

Fig.  1.  -  Sezione  trasversale  della  grande  valva  mostrante  il  guscio  completo;  da 
notare  il  piccolo  spessore  dello  strato  primario;  i  canali  sono  subparalleli  e 
aumentano  di  diametro  al  passaggio  allo  strato  primario.  Camp.  E  109  -  x  80. 

Fig.  2.  -  Sezione  longitudinale  della  grande  valva:  si  notano  parte  dello  strato  pri¬ 
mario  e  parte  dello  strato  secondario.  I  canali  sono  stati  messi  in  evidenza 
dall’azione  deH’HCl.  Camp.  E  106  -  x  270. 

Fig.  3.  -  Sezione  longitudinale  della  grande  valva:  si  notano  nello  strato  primario 
bande  di  crescita  ad  alto  angolo  rispetto  al  limite  con  lo  strato  secondario  -  x  480. 

Fig.  4.  -  Stesso  campione,  strato  secondario:  da  notare  la  regolare  forma  e  disposi¬ 
zione  delle  fibre  -  x  1000. 

Fig.  5.  -  Superficie  interna  del  guscio  della  grande  valva  mostrante  la  forma  delle 
facce  terminali  delle  fibre.  Camp.  E  258  -  x  800. 

Fig.  6.  -  sezione  tangente  allo  strato  secondario  di  una  grande  valva.  Camp.  E  342  - 
x  200. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1981 


Taddei  Ruggiero  E.  -  Struttura  del  guscio 
Gryphus  e  Terebratula  Tav.  Vili 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  90,  1981,  pp.  203-216,  figg.  6,  tab.  1 


Influenza  delle  alterazioni  ambientali  naturali 
sulla  fauna  fluviale  del  torrente  «Bagni» 
(Valle  d’Ansanto  -  A V) 

Nota  dei  soci  Pietro  Battaglimi  (*)  e  Nadia  Arcamone(*) 


(Tornata  del  27  novembre  1981) 


Riassunto.  -  Nella  nostra  ricerca  abbiamo  cercato  di  individuare  i  possibili  inse¬ 
diamenti  di  associazioni  faunistiche  nei  torrenti  che  scorrono  nella  «Valle  di 
Ansante»,  area  con  «mefite». 

Tali  torrenti  sono  completamente  essiccati  durante  il  periodo  estivo  e  autunnale 
e  presentano,  a  circa  110  m  a  monte  della  loro  confluenza,  potenti  fuoriuscite  di  gas 
la  cui  composizione  è  costituita  prevalentemente  da  C02  e  H2S. 

La  ricerca  è  stata  effettuata  nell’arco  di  tempo  compreso  tra  l’aprile  1980  e 
l’aprile  1981  in  6  stazioni  poste  lungo  il  torrente  «Bagni».  I  46  animali  raccolti 
appartengono  a  5  taxa:  Nematodi,  Tardigradi,  Odonati,  Coleotteri  e  Ditteri.  La  fauna 
fluviale  è  presente  solo  alle  sorgenti,  per  cui  l’assetto  faunistico  del  torrente 
«Bagni»  viene  limitato  solo  a  monte  delle  esalazioni  di  C02  e  H2S,  le  quali  agi¬ 
scono,  con  effetto  di  barriera,  nella  diffusione  ed  insediamento  della  fauna:  anche 
500  m  dopo  le  suddette  esalazioni  non  ricompare  la  fauna.  La  struttura  della  comu¬ 
nità  animale,  inoltre,  è  caratterizzata  da  una  preponderanza  di  larve  di  Ditteri  che, 
pertanto,  risulterebbero  le  meglio  adattate  a  tale  ambiente. 

Viene  quindi  discussa  l’influenza  di  un  ambiente  limite  sulla  costituzione  di 
una  comunità  animale. 


Summary.  -  In  our  research  w e  tried  to  single  out  thè  possible  installatios  of 
fluvial  faunal  associations  in  thè  torrents  flowing  in  thè  Ansanto  Valley.  which  is  a 
mephitical  area.  These  torrents  have  enterely  dried  during  thè  summer  and  autum- 
nal  periods  and  moreover,  at  about  100  m.  on  upriver  of  their  confluences,  they  pre- 
sent  mighty  leacks  of  gas  whose  Chemical  composition  prevalently  consists  of  C02 
and  H2S. 

The  research  has  been  developed  for  twelve  months  from  Aprii  1980  to  Aprii 
1981  in  six  different  points  sited  along  thè  Torrente  Bagni. 

The  forty  six  animals  picked  up  belong  to  Live  taxa:  Nematodi,  Tardigradi,  Odo¬ 
nati,  Coleotteri  e  Ditteri 


(*)  Istituto  e  Museo  di  Zoologia  -  Università  di  Napoli. 


204  Pietro  Battaglini  e  Nadia  Arcamone 


Fìg.  0.  -  Localizzazione  della  zona  della  ricerca.  Notare  i  diversi  torrenti  che  confluiscono  verso  la  «Mefite». 


Influenza  delle  alterazioni  naturali  sulla  fauna  205 


Fluvial  fauna  is  present  only  at  thè  source  therefore  thè  faunistic  composition 
of  Torrente  Bagni  is  confined  until  thè  gases  leack  of  CO2  and  H2S  which  produce 
barrier  action  to  thè  fauna’s  spreading  and  settling  down.  The  fauna  does  not  reap- 
pear  either  at  a  distance  of  500  m.  from  thè  gases  leack. 

The  animai  comunity’s  structure,  besides,  is  distinguished  by  a  strong  preponde- 
rance  of  Dipteron  larva,  which  seems  thè  fittesh  in  this  environment. 

It’s  so  disputed  thè  influences  of  a  limit  environmental  factor  on  thè  constitution 
of  a  animai  community. 


L’assetto  singolare  dei  torrenti  della  «Valle  di  Ansanto»,  sottolineato 
dall’aspetto  desertivo  e  dalla  scarsa  vegetazione,  ci  ha  spinti  ad  indagare 
sulle  eventuali  possibilità  di  insediamento  di  associazioni  animali  fluviali  e 
soprattutto  sulle  eventuali  interdipendenze  tra  le  probabili  zoocenosi  e  le 
caratteristiche  della  zona. 

Solo  alcune  ricerche  sulla  microbiologia  (Totaro  Aloy,  1973)  e  sui 
caratteri  generali  della  pedofauna  (P.  Battaglimi,  Totaro  Aloy,  1973) 
accennano  agli  ambienti  biotici  di  questo  ambiente.  Inoltre  sono  in  corso 
di  stampa  i  risultati  di  un’indagine  ecologica  sulla  pedofauna  di  tale 
ambiente  (Battaglimi,  Carbone,  1981). 

Il  «Lago  di  Ansanto»  occupa  un’area  rettangolare  con  il  lato  Nord  rial¬ 
zato,  delineato  ad  Est  e  ad  Ovest  da  due  torrenti  completamente  essiccati 
durante  il  periodo  estivo  ed  autunnale  (SiNNO,  1969).  Questi  due  torrenti 
confluiscono  a  lato  Sud-Est  e  seguendo  il  loro  percorso  dal  punto  della 
confluenza  si  nota  che  dopo  500  m.  circa  di  ripristina  la  vegetazione  sulle 
sponde.  Il  torrente  ad  Ovest  presenta  una  larghezza  di  circa  4  m.  e  scorre 
ad  una  pendenza  del  63%  circa  (v.  fig.  0). 

L’acqua  appare  abbastanta  limpida  alla  sorgente  e  lungo  il  suo  per¬ 
corso  trasporta  massi  disordinati  e  frantumati.  A  circa  metà  del  suo  cam¬ 
mino  diminuisce  la  sua  velocità  e  diventa  di  un  colore  più  torbido.  Osser¬ 
vazioni  effettuate  da  una  buona  angolazione  fanno  notare  una  potente  fuo¬ 
riuscita  di  gas  la  cui  composizione  è  costituita  prevalentemente  da  H2S  e 
C02.  Anche  le  pietre  che  contornano  i  lati  del  torrente  ed  i  ciottoli  che 
vengono  trasportati  dalla  corrente  stessa  acquistano  qui  un  colore  scuro, 
quasi  nero.  Dopo  questo  tratto,  al  quale  è  quasi  impossibile  avvicinarsi  per 
le  suddette  emanazioni  gassose,  il  torrente  riacquista  una  certa  limpidezza 
e  riunisce  le  sue  acque  con  quelle  del  torrente  che  scende  dal  lato  Est 
creando  dei  piccoli  vortici.  Ai  due  torrenti  si  accede  scendendo  attraverso 
un  pendio  abbastanza  ripido  che  presenta  chiaramente  una  certa  franosità. 
Infatti  si  notano  degli  evidenti  cambiamenti  nella  configurazione  del  suolo 
che  sono  da  attribuire  al  carattere  franoso  della  zona. 


206  Pietro  B attagliili  e  Nadia  Arcamone 


Abbiamo  così  effettuato  dei  prelievi  di  acqua  dai  due  torrenti  e  alla 
loro  confluenza  per  conoscere  i  possibili  animali  viventi  in  tale  ambiente. 


Metodica  dei  prelevamenti 

Per  il  presente  studio  sono  stati  effettuati  prelievi  di  fauna  in  sei  sta¬ 
zioni.  Tali  campionamenti  sono  stati  eseguiti:  il  20-4-’80,  P 1  l-l-’8 1  e  PII- 
4-81. 

La  localizzazione  delle  stazioni  (*)  è  la  seguente: 

Stazione  la:  Alla  sorgente  del  torrente  che  scorre  ad  ovest  del  lago  di 
Ansanto. 

Stazione  2a:  spostandosi  verso  il  lato  Sud  del  torrente  a  metà  percorso 
a  100  metri  a  valle. 

Stazione  3a:  A  metà  del  percorso  del  torrente  che  scorre  ad  ovest  del 

lago. 

Stazione  4a:  Dopo  60  metri  dalla  confluenza  dei  due  torrenti. 

Stazione  5a:  Alla  sorgente  del  torrente  che  scorre  ad  Est. 

Stazione  6a:  Dopo  500  metri  a  valle  dalla  confluenza  quando  si  ripri¬ 
stina  il  verde  sulle  sponde  con  assenza  di  vegetazione  sommersa. 

I  prelievi  sono  stati  effettuati  tenendo  conto  delle  condizioni  ambien¬ 
tali,  pertanto  è  stata  misurata  sia  la  temperatura  ambiente  che  quella  delle 
acque  nei  punti  in  cui  sono  stati  effettuati  i  prelievi  (Tab.  I). 

In  ogni  stazione  è  stato  operato  il  campionamento  faunistico  con  la 
metodica  dell’accumulo,  tramite  retino  (diametro  di  12  cm  e  volume  di 
circa  21  con  maglie  con  apertura  di  100  mm),  retinando  per  sei  volte 
contro  corrente,  lungo  un  tratto  di  1  m  lineare. 


Risultati  e  osservazioni 

Le  risultanze  di  questa  indagine  hanno  evidenziato  in  questo  ambiente 
46  individui  appartenenti  ai  seguenti  phyla  animali:  Nematodi,  Tardigradi  e 
Artropodi.  Per  il  ruolo  giocato  nella  zoocenosi  fluviale  sono  stati  indivi¬ 
duati  cinque  taxa:  Nematodi,  Tardigradi,  Odonati,  Coleotteri,  Ditteri. 

Nel  biotopo  I  del  prelivo  del  21-4-80  è  stata  riscontrata  la  presenza  di  1 
Nematode,  2  Tardigradi,  1  larva  di  Odonati,  1  larva  di  Coleotteri,  12  larve 
di  Ditteri  per  un  totale  di  17  individui.  Nei  biotopi  II,  III  e  IV  in  pari  data 


(*)  Nel  testo,  per  comodità,  sono  indicate:  biotopi. 


Influenza  delle  alterazioni  naturali  sulla  fauna  207 


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Colore  acqua  =  chiara  +  poco  chiara  +  scura 

Vegetazione  -  assente  +  presente 

Vento  -  assente  +  presente 


208  Pietro  Battaglini  e  Nadia  Arcamone 


non  è  stata  notata  alcuna  forma  di  vita.  Il  successivo  prelievo  è  stato  ef¬ 
fettuato  solamente  il  25-1-81  a  causa  della  già  accennata  prolungata  sic¬ 
cità  durante  il  periodo  estivo  ed  autunnale.  Anche  questa  volta  gli  unici 
individui  sono  stati  riscontrati  nel  biotopo  I  con  la  presenza  di  1  Nema- 
tode  e  6  larve  di  Ditteri  per  un  totale  di  7  individui.  L’ultimo  prelievo  è 
dell'  1 1-4-81,  dall’esame  del  quale  è  risultata  la  presenza  nel  biotopo  I  di 
3  Nematodi  e  10  larve  di  Ditteri  per  un  totale  di  13  individui;  nei  biotopi 
II,  III  e  IV  non  è  stata  riscontrata  alcuna  forma  di  vita;  nel  biotopo  V 
erano  presenti:  1  Tardigrado,  1  larva  di  Coleotteri,  e  7  larve  di  Ditteri  per 
un  totale  di  9  individui.  Nel  biotopo  VI  ancora  niente.  Complessivamente 
quindi  è  stata  messa  in  evidenza  nel  biotopo  I  la  presenza  di  7  Nema¬ 
todi,  2  Tardigradi,  1  larva  di  Odonati,  1  larva  di  Coleotteri  e  28  larve  di 
Ditteri  per  un  totale  di  37  individui.  Nel  biotopo  V  invece,  sempre  com¬ 
plessivamente,  sono  stati  trovati:  1  Tardigrado,  1  larva  di  Coleotteri  e  7 
larve  di  Ditteri. 

Dai  dati  così  ottenuti  si  è  calcolata  la  dominanza  (fig.  1,  2,  3,  4)  ed  è 
risultato  nel  biotopo  I  del  prelievo  del  20-4-80  che  i  Nematodi  rappresen¬ 
tano  il  5,88%,  i  Tardigradi  1’ 11,76%,  le  larve  di  Odonati  il  5,88%,  le  larve  di 
Coleotteri  il  5,88  e  le  larve  di  Ditteri  il  70,59%.  Nel  prelievo  del  25-1-81 
sempre  per  il  biotopo  I,  i  Nematodi  sono  il  14,28%  e  le  larve  di  Ditteri 
l’85,71%.  Infine  per  il  prelievo  dell’ 11-4-81  nel  biotopo  1  i  Nematodi  sono  il 
23,07%  e  le  larve  di  Ditteri  il  76,92%,  mentre  per  il  biotopo  V  abbiamo  che 
i  Tardigradi  sono  1’ 11,11%,  le  larve  di  Coleotteri  anche  1’ 11,11%  e  la  larve  di 
Ditteri  il  77,77%.  Confrontando  la  zoocenosi  del  biotopo  I  e  V  si  nota  che 
quella  del  biotopo  I  è  di  poco  maggiore  (59,09%)  rispetto  a  quella  del  bio¬ 
topo  V  (40,91%). 

Poiché,  come  si  può  notare  la  zoocenosi  di  tale  ambiente  è  piuttosto 
povera,  è  parso  opportuno  analizzare  i  valori  complessivi  dei  vari  biotopi 
nella  loro  espressione  totale  di  abbondanza  e  dominanza.  Vale  a  dire  si 
sono  voluti  considerare  i  rapporti  che  i  due  biotopi  biotici  (I  e  IV)  hanno 
nella  costitutione  della  zoocenosi  complessiva. 

Sotto  quest’ottica  si  nota  che  per  il  biotopo  I  i  Nematodi  sono  il 
13,51%,  i  Tardigradi  il  5,41%,  le  larve  di  Odonati  il  2,70%,  le  larve  di 
Coleotteri  2,70%,  le  larve  di  Ditteri  il  75,68%.  Per  il  biotopo  V  i  Tardigradi 
rappresentano  1’ 11,11%,  le  larve  dei  Coleotteri  1’ 11,11%  e  le  larve  dei  Dit¬ 
teri  il  77,77%. 

L’esame  comparato  della  zoocenosi  del  B  1  e  B  V  fa  notare  che  la  zoo¬ 
cenosi  del  B  I  con  l’80,43%  giuoca  un  ruolo  preponderante  in  confronto  alla 
zoocenosi  del  B  V  con  il  19,57%,  nella  costituzione  del  complesso  fauni¬ 
stico  trovato  nel  torrente  «Bagni». 


BIOTOPO  I  ==  PRELIEVO  DEL  2© 


Influenza  delle  alterazioni  naturali  sulla  fauna  209 


Zoocenosi  Tot.  -  17  ind. 

Fig.  1.  -  Distribuzione  percentuale  di  alcuni  taxa  nella  composizione  faunistica  della  stazione  1,  prelievo  20-4-1980. 


BIOTOPO  I  =  PRELIEVO  DEL  25 


210  Pietro  B attagliili  e  Nadia  Arcamone 


'  5  ■  ditteri 

Zoocenosi  Tot.  -  7  ind. 

Fig.  2.  -  Distibuzione  percentuale  di  alcuni  taxa  nella  composizione  faunistica  della  stazione  nel  prelievo  25-1-81. 
Notare  la  presenza  dei  soli  Nematodi  e  Ditteri. 


BIOTOPO  I  =  PRELIEVO  DEL  11.4.81 


Influenza  delle  alterazioni  naturali  sulla  fauna  211 


Fig.  3.  -  Distribuzione  percentuale  dei  due  taxa  presenti  nella  zoocenosi  della  stazione  1  FI  1-4-81. 


BIOTOPO  V  =  PRELIEVO  DEL  11.4.81 


212  Pietro  B attagliili  e  Nadia  Arcamone 


Fio.  4.  -  Distribuzione  percentuale  dei  taxa  nella  struttura  della  zoocenosi  della  stazione  5  nel  prelievo  dell’ 11-4-81.  Notare 
la  diversità  dei  taxa  presenti. 


dominanza 


Influenza  delle  alterazioni  naturali  sulla  fauna  21 


Fig.  5.  -  Rapporti  percentuali  generali  dei  vari  taxa  raccolti  nelle  varie  stazioni  e  durante  tutti  i  prelievi  effettuati  nel 
torrente  Bagni. 


214  Pietro  B attagliili  e  Nadia  Arcamone 


Per  completare  l’aspetto  dell’assetto  faunistico  di  questo  torrente  si 
sono  esaminati  i  ruoli  che  hanno  i  vari  taxa  nella  costituzione  della  zooce¬ 
nosi  totale.  I  risultati  di  tale  analisi  sono  riportati  nella  Fig.  5.  Da  tale 
tabella  si  può  osservare  che  i  Nematodi  trovati  sono  5  pari  al  10,87%,  i  Tar¬ 
digradi  sono  3  pari  al  6,52%,  le  larve  di  Odonati  1  pari  al  2,17;,  le  larve  di 
Coleotteri  sono  2  pari  al  4,35%,  le  larve  di  Ditteri  sono  35  pari  al  75,09%. 

Inoltre  possiamo  mettere  in  evidenza  due  aspetti  principali  della  fauna 
del  torrente  «Bagni».  La  prima  osservazione  è  che  il  Biotopo  I  è  quello  che 
contribuisce  nella  quasi  totalità  alla  zoocenosi  complessiva. 

Seconda  osservazione  è  che  l’importanza  decrescente  dei  taxa  sia 
come  abbondanza  che  dominanza,  è  la  seguente: 

DITTERI  ->  NEMATODI  -  TARDIGRADI  -  COLEOTTERI  -  ODONATI 


Discussione  e  conclusioni 

Dai  dati  così  ottenuti  la  prima  considerazione  che  risulta  è  che  i  Dit¬ 
teri  sono  il  taxon  più  abbondantemente  rappresentato  e  che  le  uniche 
forme  di  vita  sono  state  ritrovate  alle  sorgenti  dei  due  torrenti  che  scorrono 
ai  due  lati  del  lago  di  Ansanto. 

Infatti  lungo  il  loro  percorso,  alla  loro  confluenza  ed  anche  a  500  m  a 
valle  di  questa,  dove  si  ripristina  la  vegetazione  emersa  non  è  stata  riscon¬ 
trata  la  presenza  di  nessuna  specie  animale.  Questo  è  un  dato  molto  impor¬ 
tante  in  quanto  ci  permette  di  dedurre  che  nella  zona  circostante  il  lago  di 
Ansanto  si  creano  non  solo  dei  fattori  limitanti  che  impediscono  l’insedia¬ 
mento  della  vita  animale,  ma  addirittura  questa  zona  si  può  considerare 
come  una  barriera  impossibile  da  superare.  In  un  ambiente  così  particolare 
con  forti  esalazioni  di  C02  e  H2S  i  fattori  limitanti  devono  essere  quasi 
sicuramente  dovuti  ad  una  mancanza  quasi  totale  di  ossigeno.  Sappiamo 
che  l’ossigeno  è  importante  per  la  respirazione  per  cui  la  sua  assenza  può 
diventare  causa  di  condizioni  sfavorevoli  o  addirittura  letali.  La  mancanza 
di  ossigeno  è  anche  da  mettere  in  relazione  all’assenza  di  ogni  forma  di 
vegetazione  sommersa.  Oltre  a  questo  principale  fattore  limitante  se  ne 
possono  elencare  degli  altri  tra  cui  il  carattere  torrentizio  dei  due  corsi 
d’acqua.  Infatti  come  già  detto  essi  sono  completamente  asciutti  durante 
tutto  il  periodo  estivo  ed  autunnale. 

Nella  Valle  di  Ansanto  a  differenza  che  nelle  zone  ad  esse  simili  quali 
la  Solfatara  di  Pozzuoli  oppure  e  geysers  di  Jellowstone  Park  la  temperatura 
non  è  un  fattore  limitante.  Infatti  nella  Valle  di  Ansanto  si  hanno  esala- 


Influenza  delle  alterazioni  naturali  sulla  fauna  215 


zioni  fredde  mentre  nelle  sorgenti  di  Jellowstone  Park  la  temperatura 
raggiunge  gli  80-85  °C  e  sono  relativamente  pochi  gli  organismi  pecilo- 
termi  che  possono  vivere  permanentemente  già  a  temperature  prossime  a 
+  45  °C.  Un’altra  considerazione  da  fare  è  che  la  assoluta  dominanza  delle 
larve  dei  Ditteri,  alla  sorgente  dei  due  torrenti,  testimonia  la  maggiore  resi¬ 
stenza  della  specie  appartenenti  a  quest’ordine  alle  non  certo  ottimali  con¬ 
dizioni  che  si  hanno  in  questi  due  biotopi,  anche  se  certamente  si  risen¬ 
tono  in  misura  minore  i  fattori  limitanti  prima  elencati.  Da  quanto  già 
detto  nei  risultati  e  osservazioni  le  due  stazioni  biotiche  son  la  I  e  la  V,  che 
per  questo  carattere  abbiamo  indicato  come  Biotopi.  L’assenza  completa  di 
fauna,  durante  tutti  i  prelievi,  in  tutte  le  altre  stazioni  e  biotopi  è  così  lam¬ 
pante  e  netta  che  evidenzia  il  carattere  negativo  di  possibilità  vitale  di  essi. 

Tale  assetto  faunistico,  limitato  solo  a  monte  delle  esalazioni  di  Co2  e 
H2S,  conferma  l’effetto  di  barriera  di  tali  emanazioni  per  la  diffusione  e 
l’insediamento  della  fauna  lungo  il  torrente  «Bagni».  Inoltre  tale  effetto 
barriera  è  così  fortemente  abiotico  da  impedire  il  rinstaurarsi  di  una  comu¬ 
nità  animale  anche  dopo  500-600  metri  a  a  valle  di  tali  emenazioni.  Quindi 
si  può  riassumere  che  i  torrenti  attraversanti  la  Valle  di  Ansante  subiscono 
gli  effetti  di  essa  in  modo  tale  da  alterare  il  proprio  patrimonio  faunistico. 

È  pur  tuttavia  interessante  osservare  la  presenza  di  almeno  4  taxa  nel 
torrente  a  monte  di  tali  emanazioni,  anche  se  le  stazioni  ove  sono  stati 
effettuati  tali  campionamenti  fanno  parte  integrante  della  Valle  di  Ansanto. 
Sebbene  numericamente  tali  taxa  non  sono  molto  rappresentati  è  pur  vero 
che  esistono;  quindi  le  specie,  e  pertanto  gli  individui  ad  esse  appartenenti, 
hanno  sviluppato  un  adattamento  a  tale  ambiente.  In  questo  sistema  adat- 
tativo-selettivo  si  osserva  una  possibilità  per  i  Ditteri  e  via  via  decrescendo 
fino  agli  Odonati,  secondo  lo  schema  precedentemente  riportato. 

Questa  preponderanza  dei  Ditteri  però  è  legata  alla  presenza  in  essi  di 
individui  appartenenti  al  genere  Chironomus  ed  in  particolare  sono  stati 
trovati  molti  esemplari  di  Chironomus  p/umosum  e  Chironomus  thummi ,  che 
come  specie  si  sono  ben  adattate  ad  ambienti  poveri  di  02  di  ambienti  for¬ 
temente  alterati. 

Concludendo  si  può  dire  che  la  fauna  pluviale  torrentizia  del  torrente 
«Bagni»  risente  in  misura  notevole  dell’area  attraversata  e  che  nella  sua 
distribuzione  e  diffusione  incontra  una  barriera  ecologica,  emanazioni  di 
C02  e  H2S,  che  non  è  riuscita  superare,  anche  se  come  costituenti  di 
questa  fauna  vi  sono  specie  adattate  a  basse  esigenze  ecologiche. 

Sarà  oggetto  di  una  prossima  nota  l’analisi  ecologica  dell’influenza  dei 
fattori  abiotici  (chimico-fisici)  sulla  distribuzione,  della  fauna  fluviale  del 
torrente  «Bagni». 


216  Pietro  Battag/ini  e  Nadia  Arcamone 


BIBLIOGRAFIA 

P.  Battaglini  -  E.  Totaro  Aloj  -  Prime  ricerche  sulla  pedofauna  della  mefite  della 
«Valle  di  A nsanto »  Avellino.  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli,  voi.  LXXXII 
(1973). 

Totaro  Aloj  E.  (1973)  -  Il  microambiente  della  mefite  della  « Valle  di  A  nsanto». 
Boll.  Soc.  Natur.  in  Napoli,  82. 

Sinno  R.  (1969)  -  /  minerali  della  «  Valle  di  Ansanto».  Atti  Acc.  Se.  Fis.  e  Mat. 
Napoli,  s.  3,  voi.  VII,  n.  6. 

P.  Battaglini  -  A.  Carbone  -  La  fauna  del  suolo  di  un  terreno  a  condizioni  ecologiche 
limiti  (Valle  di  Ansanto,  Avellino,  Campania).  Boll.  Soc.  Natur.  in  Napoli  (in 
corso  di  stampa). 


Boi!.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  90,  1981,  pp.  217-232,  flgg.  5,  tabb.  8 


La  fauna  del  suolo  di  un  terreno 
a  condizioni  ecologiche  limiti 
(Valle  di  Ansanto,  Avellino,  Campania) 

Nota  del  socio  Pietro  Battaglimi  (*)  e  di  Angelina  Carbone  (**) 


(Tornata  del  27  novembre  1981) 


Riassunto  -  Vengono  riportati  i  valori  delle  analisi  granulometriche,  della  poro¬ 
sità,  dell’umidità  ed  il  pH  degli  orizzonti  di  diversi  terreni  mefitici  della  Valle  di 
Ansanto  (Avellino).  La  pedofauna  è  costituita,  nella  quasi  totalità,  dal  phylum  degli 
Artropodi  mediante  i  gruppi  dominanti  degli  Acari  e  Collemboli  che  coesistono  in 
un  netto  rapporto  di  antagonismo.  Le  piccole  e,  a  volte,  trascurabili  quantità  degli 
Insetti  non  superano,  comunque,  il  7%.  Le  varie  caratteristiche  pedologiche  del  ter¬ 
reno  ed  il  tempo  non  esercitano  una  effettiva  influenza  sui  vari  aspetti  della  popola¬ 
zione  animale.  I  valori  delle  densità  e  della  struttura  delle  popolazioni,  a  livello  delle 
unità  di  superficie  e  di  volume,  sono  bassi  e  risentono  solo  della  vicinanza  alle 
pozze.  La  distribuzione  della  pedofauna  sembra  essere  direttamente  influenzata 
dall’azione  dei  venti  locali. 

Summary  -  Grain  size,  porosity,  humidity  and  pH  values  of  various  soil  hori- 
zons  belonging  to  thè  «Mefite»  of  thè  «Ansanto  Valley»  (Avellino,  Southern  Italy) 
have  been  reported.  Soil  fauna  is  represented  by  thè  dominance  of  Acari  and  Col- 
lembola  which  are  antagonist;  thè  Insect  population  is  negligible.  Arthropoda  distri- 
butions  do  not  depend  on  pedological  characters  and  time  factor.  The  small  values 
of  thè  density  and  thè  structure  of  thè  populations  are  influenced  by  thè  distance  to 
thè  «pozze».  The  generai  soil  fauna  distribution  seems  to  be  related  to  thè  locai 
winds  action. 


Introduzione 

La  Valle  di  Ansanto,  localizzata  tra  il  torrente  Fredane  ed  il  fiume 
Ufita  nel  rettangolo  topografico  Mirabella  -  Grottaminarda  -  Guardia  dei 
Lombardi  -  S.  Angelo  dei  Lombardi,  in  provincia  di  Avellino,  è  caratteriz¬ 
zata  nella  sua  area  centrale  da  una  grossa  pozza  mefitica  detta,  comune- 


(*)  Istituto  e  Museo  di  Zoologia  -  Università  di  Napoli. 

(**)  Istituto  di  Mineralogia  -  Università  di  Napoli. 


218  P.  Battaglini,  A.  Carbone 


mente,  Lago  di  Ansanto,  ripiena  durante  tutto  il  corso  dell’anno  di  acque 
fangose  gorgoglianti  nel  lato  SW,  per  emanazioni  gassose  di  H2S,  C02,  NH3 
(Sinno,  1969).  Il  fondale  di  tale  celebre  mefite  viene  a  trovarsi  su  di  un  cri¬ 
nale  di  scisti  squamosi  che  costituisce  la  fondazione  naturale  della  strada 
nazionale  di  Lacedonia.  Prima  di  giungere  alla  mefite  si  rinvengono  depo¬ 
siti  di  gesso  e  polle  di  acque  nelle  quali  pullula  gas.  Tali  zone  vengono 
denominate  localmente  «Bagni». 

La  mefite  occupa  un’area  pressoché  rettangolare  avente  il  lato  Nord  rial¬ 
zato  ed  i  restanti  lati  racchiusi  da  valloncelli.  Una  caratteristica  principaledella 
località  è  data  dal  suo  aspetto  rovinoso  e  desolato.  Infatti,  massi  disordinati  e 
frantumati  sono  trasportati  dal  torrente  che  scorre  lateralmente  alla  mefite.  Ivi 
è  assente  ogni  forma  di  vegetazione  ed  il  verde  dei  campi  lascia  posto  ad 
un  grigiore  dovuto  all’abbondanza  del  gesso,  quest’ultimo  ricoprente  in 
gran  parte  l’intera  zona.  Diverso  è  l’aspetto  della  Valle  durante  le  varie  sta¬ 
gioni.  Nei  mesi  invernali  essa  è  ricca  di  bocche  da  cui  fuoriescono  getti  di 
gas;  in  estate,  al  contrario,  solo  il  lago  principale  è  parzialmente  in  attività 
e  le  cosiddette  bocche  laterali  appaiono  colmate  dal  fango  disseccato. 

In  genere,  gli  unici  insediamenti  biologici  rinvenibili  macroscopica¬ 
mente  consistono  di  associazioni  vegetali  quali,  ad  esempio,  gli  agglomerati 
di  latifoglie,  posti  ai  margini  del  vallone  a  circa  trecento  metri  dalla  pozza, 
e  di  limitate  proliferazioni  di  graminacee,  queste  ultime  poste  a  non  meno 
di  cento  metri  dalla  bocca  stessa.  L’unico  riferimento  bibliografico  di  carat¬ 
tere  biologico  è  dato  dal  lavoro  di  Battaglini  e  Totàro  Aloj  (1973).  Pertanto, 
tenendo  presente  le  suddette  caratteristiche  ambientali  e  morfologiche,  si  è 
ritenuto  che  la  pedofauna  della  Valle  di  Ansanto  venisse  studiata  a  livello 
delle  strutture,  delle  composizioni  e  delle  attività  funzionali  con  cui  essa  si 
presenta  in  un  così  peculiare  ecosistema. 

Descrizione  ed  ubicazione  delle  stazioni 

Ai  fini  della  presente  ricerca,  sono  state  esaminate  quattro  zone  di 
campionatura  che,  per  le  loro  caratteristiche  ecologiche,  sono  da  conside¬ 
rarsi  delle  vere  e  proprie  stazioni.  Esse,  pur  presentandosi  abbastanza  diffe¬ 
renziate,  hanno  caratteristiche  simili  dovute,  soprattutto,  alla  natura  stessa 
del  suolo,  ai  suoi  costituenti  mineralogici  ed  alla  vicinanza  della  mefite . 

I  prelievi  sono  stati  effettuati  con  quasi  continuità  stagionale1  nei 
giorni  21-1-79,  10-4-79,  29-9-79  e  8-2-80.  Nella  fig.  1  viene  riportata  l’area 

1  Non  è  stata  effettuata  la  campionatura  durante  il  periodo  estivo  a  causa  dei 
gas  diffusi  dai  venti  locali. 


La  fauna  del  suolo  di  un  terreno  a  condizioni  ecologiche  limiti  219 


Fig.  1  -  Area  della  ricerca. 


220  P.  Battaglini,  A.  Carbone 


di  campionatura  in  cui  le  singole  località  appaiono  poste  ai  quattro  punti 
cardinali  rispetto  alla  mefite ,  ciascuna  con  una  distanza  da  essa  compresa 
fra  i  dieci  ed  i  venticinque  metri.  La  variabilità  di  tali  distanze  è  dovuta 
alla  geomorfologia  locale,  ai  venti  predominanti  nonché,  in  particolare,  alla 
individuazione  di  zone  più  idonee,  interessate  o  non  dall’azione  dei  gas 
sprigionati  dalla  mefite.  Le  quattro  stazioni,  indicate  con  N,  W,  E  e  S,  corri¬ 
spondono,  grosso  modo,  ai  versanti  Nord,  Ovest,  Est  e  Sud  dei  terreni  pro¬ 
spicienti  la  mefite. 

La  stazione  Nord,  a  quota  640  e  distante  venti  metri  dalla  pozza  cen¬ 
trale,  presenta  il  terreno  caratterizzato  da  un  colore  rossiccio  e  da  un  conte¬ 
nuto  medio  di  humus.  L’inclinazione  è  lieve  ed  è  pari  a  14°  circa. 

La  stazione  Ovest,  a  quota  650  e  distante  quindici  metri  dalla  pozza 
centrale,  si  presenta  con  una  varia  litologia,  in  cui  si  distinguono  argille, 
marne  ed  elementi  calcarei,  e  con  una  inclinazione  di  circa  10°.  Ivi  non  si 
osservano  fenomeni  di  disgregazione  dello  stato  materiale. 

La  stazione  Est,  a  quota  650  e  distante  tredici  metri  dalla  pozza  cen¬ 
trale,  si  evidenzia  per  una  quantità  molto  elevata  di  componenti  ferrosi  del 
terreno,  che,  infatti,  ha  un  colore  beige-ocra  ed  un  contenuto  di  humus 
molto  basso;  le  particelle  non  risultano,  in  genere,  aderenti  fra  loro.  In 
questo  versante  più  vicino  alla  mefite ,  la  campionatura,  per  la  natura  stessa 
del  terreno,  è  risultata  molto  difficile  e,  macroscopicamente,  priva  di  orga¬ 
nismi. 

La  stazione  Sud,  a  quota  660  e  distante  venticinque  metri  dalla  pozza 
centrale,  è  una  tipica  stazione  con  terreno  boschivo.  Ivi  è  presente  un 
manto  erboso  continuo  e  caratterizzato  da  arbusti  ed  alberi  ad  alto  fusto. 


Campionatura  e  metodologia 

I  campioni  di  terreno  sono  stati  estratti  mediante  un  particolare  caro- 
tatore  a  doppia  camera.  Nell’ambito  di  ogni  stazione  i  singoli  campioni 
sono  stati  utilizzati  sia  per  l’indagine  faunistica  sia  per  l’analisi  pedolo¬ 
gica.  In  genere,  i  campioni  hanno  evidenziato  i  quattro  strati  riferibili 
pedologicamente  agli  orizzonti  L,  F,  H  e  B0.  In  particolare,  nella  stazione 
Est  sono  assenti  gli  orizzonti  L  ed  F.  I  criteri  di  campionatura  e  la  meto¬ 
dologia  relativa  all’estrazione  della  fauna  ed  alle  determinazioni  di  labo¬ 
ratorio  sono  quelli  già  riportati  da  uno  di  noi  (Battaglini,  1967;  1970; 
1973). 

In  particolare,  sono  stati  determinati  i  parametri  relativi  alla  granulo¬ 
metria,  alla  porosità,  alla  umidità  ed  il  pH. 


TABELLA  I 

Caratteri  meteoro-ambientali  rilevati  nelle  stazioni  durante  i  vari  prelievi. 


La  fauna  del  suolo  di  un  terreno  a  condizioni  ecologiche  limiti  221 


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1  'S  3 

£  C  Cd 


£ 


Cielo  :  Coperto  ò  Precipitazioni :  Assente  -  Suolo:  Umido  - 

Sereno  o  Pioggia  ++  Asciutto  + 

poco  nuvoloso  ò  Nebbia  +-  Asciutto-umido 


222  P.  B attagliili,  A.  Carbone 


Risultati  e  osservazioni  sui  fattori  meteorologici  ed  ambientali 

La  tabella  I  riporta  i  dati  meteorologici  ed  ambientali  delle  varie  sta¬ 
zioni  distinti  stagionalmente.  Essi  si  differenziano  fra  loro  solo  per  quanto 
concerne  la  copertura  vegetale  e  le  caratteristiche  climatiche.  Alla  luce  dei 
risultati  analitici  ottenuti,  i  fattori  che  hanno  maggiormente  contribuito  ad 
evidenziare  l’assetto  faunistico  sono  risultati  la  precipitazione,  il  vento,  l’in¬ 
solazione  e  la  copertura  vegetale. 


Analisi  pedologica 
1.  Granulometria 

I  valori  relativi  alla  stazione  Nord  sono  compresi  fra  3940  e  5245 
micron  che  corrispondono,  rispettivamente,  alle  medie  minima  e  massima; 
risultano  picchi  anche  a  1000  e  2000  micron.  Nella  stazione  Ovest  l’inter¬ 
vallo  è  fra  2892  e  512  micron,  media  minima  e  massima;  risultano  picchi  a 
350  micron.  Nella  stazione  Est  la  dimensione  dei  granuli  si  mantiene 
costantemente  intorno  ai  5660  micron,  mentre  nella  stazione  Sud  essa  pre¬ 
senta  tre  valori  medi  pari  a  5660,  125  e  177  micron. 

Pendenza  e  dimensione  dei  granuli  sono  risultati  correlati  positiva- 
mente  fra  loro;  infatti,  quanto  più  il  suolo  si  presentava  ripido  tanto  più 
andava  aumentando  la  possibilità  che  i  granuli  avessero  dimensioni  più 
grandi. 


2.  Porosità 

Nelle  stazioni  Nord,  ovest,  Est  e  Sud  la  porosità  è  compresa,  ripettiva- 
mente,  negli  intervalli  21.145-27.901%,  24.418-29.572%,  16.661-26.773%  e 
25.694-28.649%. 

In  base  a  detti  intervalli  si  può  notare  che  la  porosità  è  quasi  uguale 
per  i  terreni  delle  stazioni  Nord  e  Sud;  le  altre  due  stazioni,  Ovest  ed  Est, 
si  presentano  differenziate,  rispettivamente,  per  un  alto  e  basso  valore  della 
porosità. 

Questo  fenomeno  può  essere  spiegato  tenendo  presente  che  le  stazioni 
Nord  e  Sud  sono  ubicate  in  maniera  da  risentire  poco  dell’azione  dei  venti. 
Le  stazioni  Est  ed  Ovest,  più  vicine  alla  mefite ,  sono  sottoposte,  invece,  sia 
all’azione  dei  venti  sia  a  quella  delle  precipitazioni;  queste  ultime,  con  la 
loro  azione  dilavante,  obliteranno  i  pori. 


La  fauna  del  suolo  di  un  terreno  a  condizioni  ecologiche  limiti  223 


3.  Umidità 

Nelle  stazioni  Nord,  Ovest,  Est  i  valori  dell’umidità  sono  compresi, 
rispettivamente,  negli  intervalli  10.849-32.962%,  14.787-31.679%  e  17.779- 
29.575%. 

In  particolare,  nella  stazione  Sud  il  valore  22.995%  si  presenta  quasi 
costante  in  tutti  i  prelievi.  L’umidità,  comunque,  presenta  delle  percentuali 
che  si  mantengono  piuttosto  elevate,  ciò  è  in  accordo  quantitativamente 
con  la  porosità  e  la  granulometria. 


4.  pH 

I  valori  massimi  e  minimi  sono:  6.875  e  6.5  (stazione  Nord),  6.625  e 
5.625  (stazione  Ovest),  6.375  e  5  (stazione  Est),  6.5  e  5.625  (stazione  Sud) 
si  sono  rivelati  coerenti  con  quelli  della  granulometria,  della  porosità  e 
dell’umidità. 


Analisi  faunistica 

Sono  stati  rinvenuti  complessivamente  5838  animali.  Nella  Tabella  II 
si  osserva  che  la  totalità  comprende  anche  i  768  animali  relativi  al  prelievo 
del  21-1-79  effettuato  nella  stazione  Nord.  In  tale  data  non  furono  eseguiti 
prelievi  nelle  altre  stazioni  a  causa  della  impraticabilità  delle  singole  zone. 
Tutta  l’analisi  faunistica  è  stata  effettuata  non  considerando  il  prelievo  del 
21-1-79,  per  meglio  contrapporre  i  valori  delle  varie  stazioni.  Pertanto,  gli 
animali  sono  risultati  complessivamente  5070 1. 

Nelle  Figg.  2,  3,  4  e  5  sono  descritti  i  gruppi  tassonomici  dell  singole 
stazioni.  Il  complesso  fondamentale  della  microfauna  è  rappresentato  dagli 
Acari  attraverso  Oribatidi,  Parassitiformes  e  Ixodidi ,  dai  Collemboli  attra¬ 
verso  Simphipleoni  ed  Artropleoni  ed,  infine,  dagli  Insetti  s.s.,  fra  cui  si  evi¬ 
denziano  le  larve  di  Lepidotteri,  Ditteri  e  Imenotteri. 

Fra  gli  altri  taxa  i  Crostacei ,  presenti  in  quantità  trascurabile,  sono  stati 
rinvenuti  solo  nella  stazione  Sud.  Pertanto,  i  vari  risultati  e  le  osservazioni 
hanno  riguardato  essenzialmente  Acari  e  Collemboli  che  da  soli  rappresen- 


1  Nelle  Tabelle  II,  IV  e  V  il  totale  della  stazione  Nord  riporta  due  valori  di  cui 
quello  in  alto  comprende  anche  gli  animali  raccolti  in  data  21-1-79. 


224  P.  Battagli  ni,  A.  Carbone 


TABELLA  II 

Quantità  delle  Zoocenosi  rinvenute  nelle  varie  stazioni. 


\.  prelievi 

stazioni 

21-1-79 

10-4-79 

29-9-79 

8-2-80 

totale  rispetto 
alla  Zoocenosi 
generale 

N. 

768 

376 

478 

398 

2020 

1252 

W. 

390 

448 

470 

13.08 

E. 

106 

214 

398 

718 

S. 

704 

736 

352 

1792 

Totale 

768 

1576 

1876 

1618 

5838 

5070 

LEGENDA 


m 


ACARI  =  765 


uuuUuOR  I  BAH  Dl  =  279 


Fig.  2.  -  Diagramma  illustrante  l’abbondanza  e  la  dominanza  dei  taxa  presenti  nella 
stazione  Nord. 


La  fauna  del  suolo  di  un  terreno  a  condizioni  ecologiche  limiti  225 


tano  i  9/10  di  tutta  la  comunità  animale  della  Valle,  valore  questo  fre¬ 
quente  anche  in  altre  località  quali,  ad  esempio,  quelle  vulcaniche  (B atta¬ 
pini,  1964;  1967;  1968). 

Distribuzione  dei  costituenti  pedofaunistici 

È  stata  effettuata  l’analisi  della  distribuzione  e  della  fluttuazione  dei 
vari  taxa  nei  singoli  versanti.  Nelle  figg.  2,  3,  4  e  5  viene  illustrata  la  distri¬ 
buzione  della  Zoocenosi  di  tutte  le  stazioni.  Nella  stazione  Nord  (Fig.  2) 
risulta  evidente  che  il  taxon  con  il  maggior  numero  di  individui  è  quello 
degli  Acari ,  rappresentati  da  Orihatidi,  Parassitiformes  e  Ixodidi.  Questi  sono 
in  netta  prevalenza  rispetto  ai  Collemboli  che  risultano  presenti  in  quantità 
superiore  agli  altri  gruppi  animali.  Il  rapporto  numerico  esistente  fra  Acari  e 
Collemboli  può  invero  essere  spiegato  in  base  ad  una  o  più  ipotesi,  comunque, 
in  parte  o  totalmente,  legate  a  fenomeni  di  competizione  e  di  predazione. 

Nella  stazione  Ovest  (Fig.  3)  i  taxa  restano  invariati,  anche  se  con  rap¬ 
porti  percentuali  fra  loro  diversi. 

ACARI=483 

ORIBATIDI=46 


Fig.  3.  -  Diagramma  illustrante  l’abbondanza  e  la  dominanza  dei  taxa  presenti  nella 
stazione  Ovest. 


226  P.  B attagliili,  A.  Carbone 


La  Fig.  4  illustra  la  distribuzione  dei  vari  taxa  relativi  alla  stazione  Est. 

Una  prima  osservazione  riguarda  il  numero  globale  di  individui  che  ivi 
sono  presenti  in  quantità  inferiore  rispetto  a  quelli  delle  altre  stazioni.  In 
particolare,  fra  gli  Insetti  predomina  maggiormente  la  Campodea  staphyli- 
nus\  tutte  le  altre  specie  sono  invero  trascurabili  rispetto  ad  Acari  e  Col- 
lemboli.  Nella  stazione  Sud  (Fig.  5),  analogamente  a  quanto  si  verifica  negli 
altri  versanti,  il  gruppo  dominante  è  dato  da  Acari  e  Collemboli.  Rispetto 
alle  altre  stazioni  ivi  si  osserva  una  abbondanza  di  Insetti ,  fra  cui  si  eviden¬ 
ziano  le  larve  di  Lepidotteri  della  specie  Silpha  atrata  (5,  52%). 

Andamento  temporale  e  spaziale  della  fauna 

In  base  ai  risultati  ottenuti  è  possibile  osservare  l’esistenza  di  partico¬ 
lari  variazioni  temporali  e  spaziali  nell’ambito  della  distribuzione  pedofau¬ 
nistica  (Tab.  II).  La  pedofauna  risulta  distribuita  in  modo  abbastanza  simile 
nelle  stazioni  Nord  e  Ovest;  in  particolare,  le  stazioni  Est  e  Sud  rappresen¬ 
tano,  rispettivamente,  le  zone  a  più  bassa  ed  a  più  alta  quantità  animale. 
Quest’ultimo  riscontro  è  in  buon  accordo  con  i  singoli  valori  della  Domi¬ 
nanza  (Tab.  III). 

ACAR  1=  240 

ORIBATIDI=101 

PARASSITIFORMES  —  29 
IXODI  DI  =  110 
COLLEMBOLI  =  90 
Si  MPHYP  LEONI  =  8 
PODURO  MORFI  =  70 
ENTOMOBR  IOMOR  Fl  =  12 
INSETTI  =  21 

CAMPODEA  STAPHYLINUS  =  15 
VA  RI  E  =  22 


Fig.  4.  -  Diagramma  illustrante  l’abbandono  e  la  dominanza  dei  taxa  presenti  nella 
stazione  Est. 


La  fauna  del  suolo  dì  un  terreno  a  condizioni  ecologiche  limiti  227 


ACARI  =  542 


ORIBATIDI  =  205 

PARASSITI  FORMES  =238 

IXODIDI  =  99 

COLLEMBOLI  =  242 

SIMPHIPLEONI  =  82 

PODUROMORFI  =  95 

ENTOMOBR IOMORFI  =64 

INSETTI  =  104 

LARVA- SILPHA-  ATRATA  = 

VARIE  =  22 


Fig.  5.  -  Diagramma  illustrante  l’abbondanza  e  la  dominanza  dei  taxa  presenti  nella 
stazione  Sud. 


TABELLA  III 

Distribuzione  delle  percentuali  nelle  varie  stazioni. 


prelievi 

stazioni 

214-79 

10-4-79 

29-9-79 

8-2-80 

totale  rispetto 
alla  Zoocenosi 
generale 

N. 

61341 

31.031 

38.178 

31.789 

24.694 

W. 

29.816 

34.250 

35.932 

25.798 

E. 

14.763 

29.805 

55.431 

14.161 

S. 

39.285 

41.071 

19.642 

35.345 

Totale 

15.147 

31.084 

37.001 

31.913 

228  P.  Battagli  ni,  A.  Carbone 


L’esame  temporale  evidenzia  che  la  pedofauna,  nel  suo  complesso, 
non  risente  molto  della  variazioni  climatiche.  Ciò  non  può  essere  affermato 
a  livello  delle  singole  stazioni,  dove  la  percentuale  può  invero  anche 
variare  nel  tempo,  come,  ad  esempio,  si  verifica  nei  versanti  Est  e  Sud.  Dal 
punto  di  vista  quantitativo  della  Dominanza,  ad  Est  il  valore  minimo  della 
densità  popolazionistica  è  del  14.76%,  osservato  in  primavera;  a  Sud  tale 
valore  è  del  19.64%  e  si  riferisce  al  periodo  invernale.  Pertanto,  i  versanti 
Nord  e  Ovest  non  sembrano  aver  risentito  delle  variazioni  stagionali,  lad¬ 
dove  il  contrario  accade  nelle  altre  due  stazioni.  In  particolare,  il  citato 
valore  stagionale  del  14.76%,  con  ogni  probabilità,  è  tale  in  quanto  dovuto 
ad  una  situazione  atipica  limite  verificatasi  nel  versante  Est,  in  cui  la  rela¬ 
tiva  pedofauna  ha  necessitato  di  un  lungo  periodo  di  tempo  per  poter  ivi 
colonizzare. 


Densità  di  popolazione 

L’esame  degli  insiemi  dei  tre  gruppi  animali  fondamentali  mostra  che 
nella  stazione  Nord  le  percentuali  degli  Acari  e  dei  Collemboli  sono,  rispet¬ 
tivamente,  pari  al  37.87%  ed  al  9.16%.  Gli  Insetti  possono  essere  ritenuti 
trascurabili  in  quanto  alla  loro  bassa  percentuale  (2.97%)  (Fig.  2). 

Nella  stazione  Ovest,  in  cui  le  percentuali  degli  Acari  e  dei  Collemboli 
sono,  rispettivamente,  del  36.93%  e  del  6.19%,  gli  Insetti  mostrano  un  leg¬ 
gero  aumento  pari  al  6.88%  (Fig.  3). 

Nella  stazione  Est  si  nota  che  gli  Acari  presentano  una  dominanza  del 
33.43%,  i  Collemboli  tendono  ad  aumentare  (12.53%)  e  gli  Insetti  a  dimi¬ 
nuire  (2.92%)  (Fig.  4). 

Nella  stazione  Sud  (Fig.  5),  caratterizzata  dal  più  basso  valore  degli 
Acari  (30.24%),  i  Collemboli  presentano  la  più  alta  percentuale  (13.50%) 
laddove  gli  Insetti  mostrano  ciclicamente  di  essersi  nuovamente  incremen¬ 
tati  (5.80%). 

Le  Tabelle  IV  e  V  mostrano  che  gli  Acari  e  i  Collemboli  sono  di¬ 
stribuiti  temporalmente  quasi  in  ugual  misura  se  si  trascura  il  loro  leg¬ 
gerissimo  aumento  osservato,  rispettivamente,  in  inverno  ed  in  prima¬ 
vera. 

Nelle  Tabelle  VI,  VII  e  Vili  vengono  riportati  i  valori  unitari  di  superfi¬ 
cie  e  volume  delle  densità  di  popolazione,  espressi  in  cm2  e  cm3,  relativi, 
ripetti vamente,  a  tutta  la  Zoocenosi,  agli  Acari  ed  ai  Collemboli. 


La  fauna  dei  suolo  di  un  terreno  a  condizioni  ecologiche  limiti  229 


TABELLA  IV 

Distribuzioni  parziali  e  complessive  degli  Acari. 


prelievi 

stazioni  \ 

21-1-79 

10-4-79 

29-9-79 

8-2-80 

totale  degli 
Acari  rispetto 
alla  Zoocenosi 

N. 

319 

161 

156 

129 

765 

446 

W. 

103 

167 

213 

483 

E. 

40 

79 

121 

240 

S. 

208 

178 

156 

542 

Totale 

319 

512 

580 

619 

2030 

1711 

TABELLA  V 

Distribuzioni  parziali  e  complessive  dei  Collemboli, 

\  prelievi 

stazioni  n. 

21-1-79 

10-4-79 

29-9-79 

8-2-80 

totale  dei 
Collemboli 
rispetto  alla 
Zoocenosi 

N. 

39 

15 

68 

63 

185 

146 

w. 

21 

40 

20 

81 

E. 

6 

13 

71 

90 

S. 

140 

88 

13 

241 

Totale 

39 

182 

209 

167 

597 

558 

Discussione  e  conclusioni 


Lo  studio  della  pedofauna  della  Valle  di  Ansante  ha  messo  in  luce  una 
stretta  dipendenza  fra  distribuzione  quali-quantitativa  della  fauna  e  carat¬ 
teri  abiotici.  Gli  Acari ,  per  esempio,  sono  presenti  costantemente  in  tutti  i 


230  P.  Battaglini,  A.  Carbone 


TABELLA  VI 

Densità  complessiva  delle  Zoocenosi  per  unità  di  superficie  e  di  volume. 


^N^Prelievi 

21-1-79 

KM 

1-79 

29-S 

>-79 

8-2 

-80 

Stazioni 

cm2  cm3 

cm2 

cm3 

cm2 

cm3 

cm2 

cm3 

N. 

6.039  0.635 

2.956 

0.369 

3.758 

0.469 

3.129 

0.569 

W. 

3.066 

0.383 

3.522 

0.469 

3.695 

0.369 

E. 

0.833 

0.083 

1.682 

0.280 

3.129 

0.521 

S. 

5.535 

0.537 

5.787 

1.286 

2.767 

0.263 

TABELLA  VII 

Densità 

complessiva  degli  Acari 

per  unità 

di  superficie  e 

;  di  volume. 

's\^Prelievi 

21- 

1-79 

10-4-79 

29-9-79 

8-2-80 

StazioniN\v 

cm2 

cm3 

cm2 

cm3 

cm2 

cm3 

cm2 

cm3 

N. 

5.016 

0.528 

2.532 

0.316 

2.453 

0.306 

2.028 

0.368 

W. 

1.619 

0.202 

2.626 

0.350 

3.349 

0.334 

E. 

0.629 

0.062 

1.242 

0.207 

1.902 

0.317 

S. 

3.271 

0.317 

2.799 

0.622 

2.453 

0.233 

Densità 

complessiva  dei 

TABELLA  Vili 

Collemboli  per  unità  di 

superficie 

e  di  volume. 

Preliev 

21-1-79 

10-4-79 

29-9-79 

8-2-80 

Stazioni 

2  3 

cirr  cnr 

cm2 

cm3 

cm2 

cm3 

cm2 

cm3 

N. 

0.613  0.064 

0.235 

0.029 

1.069 

0.133 

0.990 

0.180 

W. 

0.330 

0.041 

0.629 

0.083 

0.314 

0.031 

E. 

0.094 

0.009 

0.204 

0.034 

1.116 

0.186 

S. 

2.201 

0.213 

1.383 

0.307 

0.204 

0.019 

La  fauna  del  suolo  di  un  terreno  a  condizioni  ecologiche  limiti  231 


prelievi,  ma  non  in  maniera  omogenea.  Essi  decrescono  nella  stazione  Est 
che  è  caratterizzata  da  alti  valori  della  granulometria,  della  umidità  e  da  un 
pH  acido,  fattori  questi  sfavorevoli  alla  sopravvivenza  di  tali  Artropodi.  I 
Col/emboli  che,  come  è  noto,  si  insediano  dove  sono  alte  granulometria  ed 
umidità,  presentano,  nel  nostro  caso,  punte  massime  nelle  stazioni  Nord  e 
Sud  in  cui  i  valori  granulometrici  sono  rispettivamente  medi  e  bassi.  Gli 
Artropleoni  che,  in  realtà,  rappresentano  gli  individui  dominanti,  si  rinven¬ 
gono,  coerentemente  alla  loro  morfologia,  nei  terreni  a  più  alta  granulome¬ 
tria  che  in  genere,  caratterizzano  proprio  la  Valle  di  Ansante.  Come  prece¬ 
dentemente  detto,  ivi  si  osserva  un  antagonismo  esistente  fra  Acari  e  Col¬ 
le  mboli  :  ad  una  diminuizione  di  Acari  corrisponde,  quasi  sempre,  una 
abbondanza  di  Collemboli. 

Diverse  ricerche  effettuate  su  terreni  di  origine  vulcaniche  (Battaglini, 
1971)  hanno  evidenziato  non  solo  i  taxa  animali  più  frequentemente  pre¬ 
senti  ma,  soprattutto,  i  fattori  abiotici  che  influenzano  le  condizioni  di  vita 
di  tali  gruppi.  In  particolare,  anche  se  un  terreno,  quale  quello  della  Valle 
di  Ansanto,  caratterizzato  da  emanazioni  di  C02,  H2  S  e  NH3,  determina 
una  notevole  selezione  nella  Zoocenosi,  i  risultati  sperimentali  ottenuti  nel 
presente  lavoro  hanno  evidenziato  una  notevole  capacità  di  adattamento 
dei  vari  taxa  verso  condizioni  ambientali  molto  particolari  che,  solo  per 
alcuni  di  essi,  diventano  ottimali  in  funzione  di  un  loro  specifico  adatta¬ 
mento  ambientale.  Il  suolo  studiato  della  Valle  di  Ansanto,  con  le  sue 
peculiarità  geologiche,  le  condizioni  chimico-fisiche  limite  e  con  caratteri 
morfologici  ben  marcati,  ha  provocato  una  decisa  selezione  nella  fauna  pre¬ 
senta  attraverso  un  basso  numero  di  animali  e,  soprattutto,  una  piccola 
varietà  di  taxa. 

In  conclusione,  si  può  affermare  che: 

-  la  pedofauna  è  monotona  ed  è  rappresentata  dal  solo  phylum 
degli  Artropodi ,  fra  cui  i  gruppi  fondamentali  sono  gli  Acari  e  i  Collemboli 
rappresentanti  i  9/10  dell’intera  comunità  animale; 

-  non  si  osserva  una  variazione  quantitativa  temporale; 

-  le  caratteristiche  pedologiche  sono  molto  varie  nelle  diverse  sta¬ 
zioni  e  non  sembrabo  influenzare  la  densità,  la  composizione  e  la  struttura 
della  comunità; 

-  si  è  riscontrato  antagonismo  fra  Acari  e  Collemboli  con  valori 
delle  singole  popolazioni  rapportabili  al  nutrimento,  alla  territoriabilità 
nonché  a  fenomeni  di  predazione; 

-  la  densità  per  cm2  e  cm3  è  bassissima,  vicina,  comunque,  ai  valori 
relativi  ai  suoli  di  tipo  vulcanico; 


232  P.  B  adagi  ini,  A.  Carbone 


-  la  densità  e  la  struttura  della  pedofauna  è  fortemente  influenzata 
dalla  vicinanza  alle  pozze; 

-  le  stazioni  simili  per  composizione,  struttura  e  densità  di  Zooce¬ 
nosi  sono  quelle  Nord-Sud  e  Est-Ovest 

Da  quanto  detto  sì  può  ipotizzare  che  la  distribuzione  della  pedofauna 
è  legata  in  parte  ai  venti  preponderanti,  che  spirano  secondo  la  direzione 
Est-Ovest,  ne  influenzano  le  proprietà  vitali  in  maniera  tale  che  i  relativi 
versanti  sono  proprio  quelli  meno  abitati.  La  stazione  Nord,  invece,  è  stret¬ 
tamente  legata  alla  più  o  meno  vicina  presenza  delle  pozze;  quella  Sud  pre¬ 
senta  una  comunità  edafica  più  diversificata  e  meno  soggetta  all’ambiente 
ostile  della  Valle. 

In  questa  ricerca,  pertanto,  si  è  evidenziato  che,  in  presenza  di  un 
ambiente  molto  ostile  all’esistenza  stessa  di  forme  vitali  -  basti  pensare 
all’emanazione  di  S02  e  C02  che  già  impediscono  ravvicinamento  di  ani¬ 
mali  epigei  e  dell’uomo  -  la  pedofauna  riesce  a  persistere.  Comunque,  un 
siffatto  habitat  influenza  la  pedofauna  limitandone  la  densità  e  la  composi¬ 
zione.  Infatti,  solo  gli  Acari ,  e  fra  questi  gli  Oribatidi ,  sono  presenti  in  buon 
numero  negli  strati  superficiali  riuscendo,  a  volte,  a  sopravvivere  in  zone 
molto  spesso  sottoposte  ai  gas  venefici. 


BIBLIOGRAFIA 

Bàttaglini  P.,  1964  -  Prime  ricerche  sulla  fauna  del  suolo  degli  A  stroni.,  in  Campania. 
Ann.  Ist.  Mus.  Zool.  Univ.  Napoli,  XVI,  n.  8. 

Battaglimi  P  ,  1967  -  Un  nuovo  procedimento  per  estrarre  la  meso  e  macrofauna  dei 
suolo.  Ann.  Ist.  Mus.  Zool.  Univ.  Napoli,  XVIII,  n.  3. 

Battaglimi  P  ,  1967  -  Fluttuazione  di  una  popolazione  edafica  e  sue  relazioni  con  le 
proprietà  pedologiche  di  un  suolo  di  origine  vulcanica.  Boll  Zool,  XXXIV,  89-90. 

Battaglimi  P.,  e  Gustato  G , .  1968  -  Studio  ecologico  e  faunistico  del  lago  di  «La 
Correa»  (Vairano  Scalo ,  Caserta).  Boll.  Soc.  Natur.,  Napoli,  77,  327-347. 

Battaglimi  P.,  1970  -  Osservazioni  sulla  pedofauna  degli  Astroni.  Boll  Soc.  Nat.  in 
Napoli,  79,  77-84,  1970. 

Battaglimi  P  .  et  alia,  1973  -  Studi  ecologici  sulla  pedofauna  di  un  suolo  vulcanico 
(Vesuvio).  Boll.  Soc.  Nat.  in  Napoli,  82,  255-283. 

Battaglimi  P.,  Totàro  Aloj  E.,  1973  -  Prime  ricerche  sulla  pedofauna  della  « Mefite » 
della  «Vaile  di  Ansanto»  (Avellino).  Boll.  Soc.  Nat  in  Napoli,  82,  211-215. 

Sinno  R.,  1969  -  1  minerali  della  «Valle  di  Ansanto».  Atti  Acc.  Se.  Fis.  Mat.  Napoli, 
S.  3,  voi.  7,  n.  6,  219-258. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  90,  1981,  pp.  233-259,  fìgg.  8,  tahb.  5 


Aspetti  ecologici  di  un  fiume  urbano 
ad  alta  alterazione  ambientale 
(Fiume  Sebeto) 

Nota  del  socio  Pietro  Battaglimi  e  di  Maria  Giovanna  Valentino  (*) 


(Tornata  del  22  dicembre  1981) 


Riassunto  -  Oggetto  di  questo  lavoro  è,  nei  suoi  aspetti  ecologici,  il  Sebeto,  un 
piccolo  fiume  che  sfocia  nel  porto  di  Napoli. 

Lo  studio  del  fiume  è  stato  condotto  analizzando  i  suoi  fattori  abiotici  e  biotici 
ed  effettuando  prove  di  ittiotossicità  su  esemplari  di  Carassius  auratus. 

Sono  state  effettuate  analisi  della  fauna,  costituita  da  219  esemplari  apparte¬ 
nenti  a  3  phila:  Nematodi,  Anellidi,  Artropodi,  nonché  analisi  chimico-fisiche  dell’ac¬ 
qua  prelevata. 

Lo  scopo  finale  è  stato  la  determinazione  numerica  del  grado  di  inquinamento 
che  ha  permesso,  altresì,  di  avanzare  delle  ipotesi  di  recupero. 

Summary  -  The  subject  of  this  work,  is,  in  its  ecological  aspects,  thè  «Sebeto»: 
a  small  ri  ver  that  flows  into  thè  Harbour  of  Naples. 

The  study  of  this  river  has  been  done  analyzing  its  A  biotic  and  biotic  factors  and 
making  Icthyotoxicity  test  on  Carassius  auratus  specimens. 

It  has  been  done  analysis  of  thè  fauna  constitudes  by  219  specimens  making 
part  of  3  phila:  Nematoda,  Anellida  Artropoda,  and  Chemical  and  physical  analysis  of 
thè  water  taken  away.  The  final  aim  has  been  thè  numerical  determination  of  pollu- 
tion  amount,  which  allowed  to  make  some  hypothese  of  recovery. 


Introduzione 

Il  Sebeto  è  un  piccolo  fiume  che  scorre  attualmente  lungo  la  periferia 
di  Napoli  e  precisamente  nella  così  detta  «Zona  Industrale  Orientale». 

Il  Sebeto  si  presenta  con  un  alveo  per  la  maggior  parte  artificiale  che 
scorre  allo  scoperto,  o  in  condotta  coperta  per  circa  1,5  km,  dal  rilevato 


(*)  Istituto  e  Museo  di  Zoologia  -  Università  di  Napoli. 


234  P.  Battaglini ,  M.  G.  Valentino 


delle  Ferrovie  dello  Stato,  all’altezza  della  stazione  di  Gianturco,  lungo  via 
B  Brio  fino  a  sfociare  nel  porto  all’altezza  dei  Silos  della  Dogana  (Molo- 
Vigliena)  (Scherillo,  1967). 

La  semplice  osservazione  fa  notare  come  questo  corpo  idrico  ha  pochi- 
simo  delle  caratteristiche  tipiche  di  un  fiume  e  presenta  invece  l’aspetto  di 
una  condotta  di  acque  reflue.  In  esso,  infatti,  si  versano  i  prodotti  di  rifiuto 
delle  numerose  industrie  della  zona. 

Tuttavia,  poiché  esiste  ancora  un  apporto  di  acque  di  origine  meteorica 
e  probabilmente  sotterranea,  tale  corpo  idrico  lo  si  può  considerare  ancora 
come  fiume. 

Il  Sebeto  presenta  notevole  insediamenti  algali. 

Le  risorgenze  costanti  di  bolle  di  gas  (idrogeno  solforato)  e  di  olii 
fanno  pensare  ad  una  intensa  attività  biochimica  dei  fanghi  del  fondo  non 
disgiunta  da  una  notevole  quota  di  attività  batterica. 

Lo  scopo  del  presente  lavoro  è  quello  di  studiare  l’assetto  ecologico 
del  fiume. 

Lo  studio  è  stato  fatto  sulla  popolazione  faunistica  di  una  determinata 
zona  del  Sebeto,  osservandone  le  sue  variazioni  qualitative  e  quantitative 
in  due  periodi  antitetici  dell’anno  (28-7-1980  -  16-12-1980). 

Da  quanto  premesso  appare  chiaro  che  la  situazione  ecologica  del 
Sebeto  non  è  delle  più  floride,  pertanto  è  parso  opportuno  .approfondire 
l’analisi  ecologica  effettuando  degli  esperimenti  di  ittiotossiticità  mediante 
ulteriori  prelievi  in  data  19-4-1981  al  fine  di  verificare  come  l’alterazione 
delle  acque  del  Sebeto  possa  avere  eventuali  effetti  dannosi  sulla  fauna 
ittica  e  sull’ambiente. 


Metodi  e  procedimenti 

In  conseguenza  di  quanto  detto  lo  studio  è  stato  effettuato  sull’am¬ 
biente,  ovvero  sull’acqua  e  sulla  fauna. 

Le  condizioni  sperimentali  sono  annotate  nella  tabella  1.  L’acqua  del 
fiume,  prelevata  nelle  seguenti  date:  28-7-80  -  16.12.80  e  il  19-4-81  alle  ore 
8,00;  9,30;  15,00;  (questi  ultimi  tre  prelievi  sono  serviti  ad  evidenziare  le 
caratteristiche  abiotiche,  prima  e  dopo  l’apertura  delle  fabbriche),  è  stata 
sottoposta  alle  seguenti  analisi  chimiche  e  chimico-fìsiche: 


OD 

nitriti 

BOD 

fosfati 

pH 

cloro. 

Aspetti  ecologici  di  un  fiume  urbano  235 


Tabella  1.  -  Caratteri  meteora-ambientali 


236  P.  Battagliai,  M.  G.  Valentino 


Dopo  aver  analizzato  i  campioni  di  acqua  del  primo  e  del  secondo  pre¬ 
lievo  si  è  passati  al  censimento  degli  animali  presentì  in  tali  campioni»  Per 
le  metodiche  chimico-fisiche  e  faunistiche  sono  stati  utilizzati  i  parametri  e 
i  procedimenti  riportati  per  il  fiume  Samo  (Battaglini,  1979). 

Gli  esperimenti  di  ittiotossicità,  effettuati  solo  con  l’acqua  del  19-4-81, 
sono  basati  sulle  metodiche  proposte  dagli  «Standard  Methods»  (1971),  che 
richiedono  l’osservazione  e  la  valutazione  di  una  serie  di  parametri: 
Selezione  e  preparazione  dei  pesci  ( Carassius  auratus) l. 

Prelievo  dell’acqua  campione. 

Allestimento  in  doppia  serie  di  6  vasche  della  capacità  di  20  1  F  una. 
In  ciascuna  delle  quali  l’acqua  prelevata  è  diluita  rispettivamente  al  10% 

1 8%-32%-56%-100%-0%. 

L’esperimento  è  consistito  essenzialmente  nella  osservazione,  continua 
fino  alle  6  ore  (ore  di  tossicità  acuta)  e  in  seguito  a  intervalli  di  12,  24,  32, 
48,  72,  96  ore,  dei  pesci  in  esperimento.  Annotando  non  solo  il  numero  dei 
pesci  morto  in  ciascuna  vasca  ma  anche  di  quelli  vivi  che  presentavano  sin¬ 
tomi  pronunciati  di  intossicazione  e  difficoltà  vitali. 

Inoltre  di  ogni  esemplare  morto  durante  Fesperimento  è  sempre  stato 
effettuato  l’esame  necroscopico  entro  un  tempo  non  superiore  a  mezz’ora 
dalla  morte,  analizzando  le  alterazioni  anato-patologiche  a  carico  dei 
seguenti  organi:  branchie,  fegato,  reni,  intestino  e  visualizzando  il  tutto 
con  istogrammi  (v.  grafici  2,  4,  6  e  8).  Ciò  è  stato  possibile  perché  prima 
sono  stati  fissati  i  seguenti  parametri,  esperimenti  in  percentuale  le  altera¬ 
zioni  degli  organi. 

Alterazioni  per  branchie ,  fegato  e  reni : 

0%  normali 
25%  congeste 
50%  poco  emorragiche 
70%  emorragiche 

90%  molto  emorragiche  =  (obliterate  solo  per  le  branchie) 

Alterazioni  per  V intestino: 

0%  normale 

25%  lume  poco  ingrossato 
50%  lume  ingrossato 
70%  lume  molto  ingrossato 
90%  lume  in  disfacimento 


i 


Specie  Standard  nelle  prove  di  ittiotossicità. 


Aspetti  ecologici  di  un  fiume  urbano  237 


Inoltre  ci  si  è  serviti  del  metodo  della  media  pesata,  media  in  cui  a 
ciascun  pesce  morto  si  attribuisce  come  peso  la  percentuale  di  malattia  e 
cioè  l’alterazione  di  un  determinato  organo. 


Risultati  e  osservazioni 
I)  Fattori  ecologici  abiotici 

Dall’osservazione  dei  dati  chimico-fisici  sui  cinque  prelievi  riportati 
nella  tab.  2  si  possono  fare  le  seguenti  osservazioni: 

a)  per  l’OD  notiamo  valori  quasi  uguali  in  tutti  i  cinque  prelievi, 
notando  però  negli  ultimi  3  una  diminuzione  del  valore.  Questi  risultati  si 
spiegano  con  l’alta  concentrazione  degli  scarichi  delle  industrie  e  con  lo 
sbocco  delle  fognature  delle  zone  circostanti. 

b)  per  BOD  si  notano  valori  anch’essi  alti  che  sono  la  conseguenza 
di  fenomeni  putrefattivi  naturali  causati  da  inquinamenti  domestici  e  indu¬ 
striali. 

c)  per  i  Nitriti  è  da  notare  che,  i  valori  al  di  sotto  dei  limiti  di  tolle¬ 
ranza  verificati  in  queste  acque,  sono  in  rapporto  al  processo  di  nitrifica- 
zione,  processo  che  dall’ammoniaca  porta  ai  nitrati,  per  cui  diminuendo 
l’effetto  immediato  inquinante  ed  aumentando  l’ossidazione  diminuice  gra¬ 
datamente  l’NHj  mentre  aumentano  NO2  ed  NO3. 

d)  I  Fosfatoioni  hanno  anche  essi  concentrazioni  quasi  uniforme  in 
tutti  i  prelievi. 

e)  L’osservazione  dell’andamento  del  Cloro-ione  nei  cinque  prelievi 
fa  vedere  una  discreta  uniformità  di  concentrazione  che  risulta  comunque 
tossica  per  la  vita. 

f)  La  concentrazione  Idrogenionica  è  caratterizzata  da  valori  che 
vanno  man  mano  dal  neutro  al  lievemente  alcalino  e  questo  è  sempre  in 
rapporto  agli  scarichi  che  sono  immessi  in  queste  acque. 


II)  Analisi  qualitativa  e  quantitativa  della  fauna 


L’esame  della  fauna  raccolta  lungo  il  fiume  Sebeto,  ha  permesso  di 
identificare  la  composizione  e  struttura  della  comunità  animale  ivi  alber¬ 
gante  ed  evidenziarne  gli  aspetti  qualitativi,  quantitativi  e  temporali,  met¬ 
tendo  in  evidenza  una  certa  difformità  tra  i  due  prelievi. 


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Tabella  2.  -  Risultati  degli  esami  chimico-fisici 


Aspetti  ecologici  di  un  fiume  urbano  239 


Per  analizzare  la  composizione  faunistica  si  sono  elaborate  le  tabelle  3 
e  4  riguardanti:  tabella  3  l’abbondanza  e  tabella  4  la  dominanza  degli  ani¬ 
mali.  Osservando  la  tabella  3  si  può  notare  che  il  numero  complessivo 
degli  organismi  è  219,  così  distribuiti  nei  due  prelievi:  91  nel  primo  e  128 

nel  secondo. 

Risulta  quindi  evidente  che  non  esiste  uniformità  nel  numero  delle 
zoocenosi  nei  due  periodi.  Si  osserva  ancora  che  l’insieme  della  zooce¬ 
nosi  è  costituita  da  tre  phyla:  Nematodi,  Anellidi,  Artropodi.  Gli  Artro¬ 
podi  a  causa  del  loro  alto  numero  (109)  e  per  la  percentuale  49,7%,  pre¬ 
valgono  sul  numero  totale  degli  animali.  Seguono:  Nematodi  in  numero 
di  72  corrispondenti  al  32,8%  ed  infine  gli  Anellidi  in  numero  di  38  pari 
al  17,3%. 

Tra  gli  Artropodi  le  due  specie  sono  ripartite  una  nei  Crostacei 
(Cyclops  strenuus)  e  l’altra  in  quella  degli  Insetti  ( Chironomus  thummi). 
Chiaramente  gli  insetti  (84  individui)  sono  più  abbondanti  dei  crostacei  (26 
individui). 

Nella  tabella  4  si  è  fatta  la  ripartizione  degli  animali  in  «Taxa». 
Infatti  secondo  alcuni  autori  questo  metodo  caratterizza  meglio  le  varia¬ 
zioni  quantitative  e  qualitative  della  fauna.  Facendo  un  esame  compara¬ 
tivo  dei  Taxa  e  delle  specie  si  può  notare  che  il  numero  di  specie  è 
minore  nel  primo  prelievo,  quello  dei  Taxa  è  invece  quasi  eguale  in  tutti 
e  due  i  prelievi.  Se  si  esaminano  i  soli  Taxa,  la  forma  maggiormente  rap¬ 
presentata  (38,2%)  dell’intera  comunità  e  quella  delle  Larve  di  Ditteri,  a 
cui  seguono  i  Nematodi  con  34,0%  e  infine  con  la  percentuale  più  bassa 
il  7,6%  i  Ditteri. 

Osservando  il  prelievo  del  28-7-1980  (tab.  4)  chiaramente  si  vede  che 
prevalgono  i  Nematodi  (34,  0%)  a  cui  seguono  le  Larve  di  Ditteri  (29,6%), 
Anellidi  (16,6%),  Copepodi  (9,8%)  ed  infine  con  un  numero  molto  basso 
seguono  i  Ditteri  (7,6%). 

Nel  prelievo  del  16-12-1980  (tab.  3)  si  notano  in  netta  maggioranza  le 
larve  di  Ditteri  (38,2%)  a  cui  seguono  i  Nematodi  (32,0%),  gli  Anellidi 
(16,4%)  ed  infine  i  Copepodi  (13,2%). 

L’analisi  comparativa  fra  i  due  prelievi  fa  osservare  che  in  quello  del 
16/12  mancano  i  Ditteri  rispetto  a  quello  del  28/7;  però  contemporanea¬ 
mente  a  ciò  si  ha  che  le  larve  di  Ditteri  nel  16/12  sono  in  netta  maggio¬ 
ranza  ripetto  a  quelle  del  28/7  e  che  se  si  fa  una  somma  fra  larve  di  Ditteri 
e  Ditteri  del  28/7  il  risultato  è  circa  uguale  alle  sole  larve  di  Ditteri  pre¬ 
senti  nel  prelievo  del  16/12. 


Tabella  3.  -  Abbondanza  degli  Invertebrati  raccolti  durante  i  due  prelievi. 


Aspetti  ecologici  di  un  fiume  urbano  241 


Tabella  4.  -  Dominanza  dei  vari  Invertebrati  raccolti  nei  due  prelievi. 


242  P.  Battaglini,  M.  G.  Valentino 


III)  Prove  di  ittiotossicità 

I  risultati  delle  indagini  ecologiche  mediante  i  tests  di  ittiotossicità 
acuta  sono  stati  dedotti  dalla  osservazione  della  mortalità  e  sopravvivenza 
dei  pesci  dopo:  6,  24,  48,  72,  96  ore  calcolando  la  tolleranza  minima, 
ovvero  la  sopravvivenza  di  almeno  il  50%  dei  pesci,  la  tolleranza  massima, 
ovvero  la  sopravvivenza  di  tutti  i  pesci,  il  TLmso  e  il  coefficiente  di  Van 
Horn  (1949),  (questi  valori  vengono  riportati  nella  tabella  5). 

Questi  due  ultimi  elementi  (TLmso  e  coefficiente  di  Van  Horn)  hanno 
lo  scopo  di  evidenziare:  il  primo  la  sopravvivenza  al  50%  dei  pesci;  il 
secondo  la  percentuale  minima  di  alterazione  per  non  danneggiare  la  vita 
acquatica. 

I  risultati  relativi  alla  mortalità  e  sopravvivenza  dei  pesci,  nei  tre  espe¬ 
rimenti,  sono  riportati  nei  rispettivi  grafici  (1,  3,  5). 

Questi  sono  stati  redatti  su  carta  millimetrata  semilogaritmica,  ripor¬ 
tando  sulla  scala  lineare  la  percentuale  di  pesci  sopravvissuti  in  ciascuna 
vasca  dopo  un  determinato  periodo  di  tempo,  e  sulla  scala  logaritmica  la 
concentrazione  percentuale  dell’effluente. 

Lo  scopo  di  tali  grafici  è  stata  la  determinazione  del  così  detto  limite 
di  tolleranza  medio  (T.L.m50). 

Utilizzando  i  valori  del  T.L.m_0  ricavati  a  24  e  48  ore  si  è  determinato  il 
coefficiente  di  Van  Horn. 

Esaminiamo  i  risultati  dei  tre  esperimenti  di  ittiotossicità: 

1°  PRELIEVO  ORE  8,00  -  Dall’osservazione  del  grafico  1  riferito  al  1° 
prelievo  del  19-4-1981,  risulta  che  dopo  6h,  sono  quelle  più  critiche,  si  ha  il 
90%  di  sopravvivenza  per  le  concentrazioni  al  32%  e  al  56%,  mentre  per 
tutte  le  altre  si  ha  il  100%  di  sopravvivenza. 

II  T.L.m50  risulta  uguale  al  100%,  la  tolleranza  minima  compresa  tra  il 
10%  e  il  100%  e  la  tolleranza  massima  con  due  intervalli:  uno  tra  il  10%  e 
18%  e  l’altro  al  100%. 

Dopo  24  h  di  esperimento  va  diminuendo  la  sopravvivenza  che,  alla 
concentrazione  del  32%  e  56%,  risulta  uguale  al  70%,  invece  alla  concentra¬ 
zione  del  10%  è  uguale  al  100%;  quella  del  18%  è  uguale  al  90%;  e,  infine 
alla  concentrazione  del  100%  è  uguale  all’80%. 

Il  T.L.mso  è  100%,  mentre  la  tolleranza  minima  è  compresa  tra  il  10%  e 
100%  e  quella  massima  è  al  10%. 

A  48  h  si  nota  un  minimo  alla  concentrazione  del  32%  risultante  da 
una  sopravvivenza  del  30%,  mentre  alle  concentrazioni  del  10%  e  18%  essa 
è  del  70%;  al  56%'  è  del  50%  e,  al  100%  è  del  60%. 


Tabella  5.  -  Tabella  riassuntiva  delle  prove  di  ittiotossicità  con  i  vari  parametri  utilizzati  (spiegazioni,  vedi  testo). 


244  P.  Battaglini,  M.  G.  Valentino 


41  1 


Aspetti  ecologici  di  un  fiume  urbano  245 


Grafico  1.  -  Dragrammi  illustranti  l’andamento  della  sopravvivenza  dei  Carassi  dopo  6,  12,  24,  36,  48,  72  e  96  ore  di 
immersione  a  varie  concentrazione  nell’acqua  del  Sebeto  prelevata  alle  ore  8.00  del  19-4-81.  Sulle  ascisse 
sono  riportati  in  per  cento  i  pesci  sopravvissuti,  sulle  ordinate  le  percentuali  di  concentrazione,  in  acqua 
potabile,  dell’acqua  del  Sebeto. 


246  P.  Battaglini,  M.  G.  Valentino 


Questo  minimo  del  32%  si  può  spiegare  ammettendo  il  probabile  veri¬ 
ficarsi  di  fenomeni  di  sinergismo  tra  l’acqua  e  le  sostanze  organiche  in  essa 
disciolte. 

Il  T.L.mso  risulta  avere  due  valori:  uno  al  24%  e  l’altro  al  56%,  così  pure 
la  tolleranza  minima  che  è  compresa  tra  il  56%  e  il  100%  e  anche  il  10%  e  il 
24%,  mentre  la  tolleranza  massima  è  inferiore  al  10%.  Dall’osservazione  del 
T.L.mso  a  24  e  48  h  si  è  calcolato  il  coefficiente  di  Van  Horn  per  questo 
primo  prelievo,  che  risulta  avere  due  valori,  essendo  due  i  valori  del  T.L.mso 
a  48  h,  e  cioè  è  uguale  a  0,41  e  5,27. 

A  72  h.  persiste  ancora  un  minimo  al  32%  dove  si  ha  una  sopravvi¬ 
venza  del  30%,  però  accompagnato  da  un  massimo  al  18%  con  sopravvi¬ 
venza  del  60%.  Al  10%  la  sopravvivenza  risulta  del  40%  mentre  al  56%  e  al 
100%  essa  è  uguale  al  50%. 

Il  T.L.mso  ha  tre  valori  14%  e  22%  e  uno  compreso  tra  il  56%  e  il  100%. 
La  tolleranza  minima  ha  due  intervalli:  tra  il  14%  e  il  22%;  tra  il  56%  e  il 
100%;  la  massima  è  inferiore  al  10%. 

Il  grafico  relativo  a  96  ore  presenta  sempre  un  minimo  al  32%,  che  quindi 
risulta  caratteristico  di  questo  prelievo,  con  una  sopravvivenza  del  20%  e  due 
massimi  di  differenti  valori:  uno  al  18%  con  sopravvivenza  del  60%,  e  uno  al 
56%,  con  sopravvivenza  del  50%,  mentre  al  10%  e  al  100%  la  sopravvivenza  è  del 
20%.  Il  T.L.mso  anche  in  questo  caso,  ha  tre  valori:  16%,  21%,  56%;  la  tolleranza 
minima  è  compresa  tra  il  16  ed  il  56%;  la  massima  è  inferiore  al  10%. 

L’esame  di  tutti  i  33  esemplari  di  Carassius  auratus  morti,  sui  50  sag¬ 
giati,  ha  messo  in  evidenza  come  ben  si  vede  dal  grafico  2,  branchie  poco 
emorragiche  con  pliche  respiratorie  obliterate  da  particelle  solide  sospese, 
fegato  poco  alterato,  reni  poco  congesti,  intestino  con  dimensioni  del  lume 
poco  alterato  e  infine  desquamazione. 

2°  PRELIEVO  ORE  9,30  -  Dall’osservazione  dei  grafici  3  del  2°  prelievo 
del  19-4-1981  notiamo  che  a  6  h,  la  sopravvivenza  al  10%,  al  18%  e  32%  è  del 
100%  mentre  al  56%  e  100%  è  del  90%.  Il  T.L.mso  è  100%,  la  tolleranza  minima  è 
compresa  tra  il  10%  e  il  100%  e  la  tolleranza  massima  tra  il  10%  e  il  32%. 

A  24  h  notiamo  che  non  varia  la  sopravvivenza  al  10%,  18%  e  32%,  che 
quindi  sarà  ancora  del  100%  mentre  va  diminuendo  al  56%  con  80%  di 
sopravvissuti  e  al  100%  col  30%. 

Il  T.L.m50  sarà  uguale  al  79,5%;  la  tolleranza  minima  sarà  compresa  tra 
il  10%  e  il  75%  mentre  la  tolleranza  massima  tra  il  10%  e  il  32%. 

A  48  h  incomincia  a  delinearsi  un  massimo  corrispondente  alla  dilui¬ 
zione  del  32%,  massimo  che  sarà  caratterizzato  di  questa  concentrazione 
anche  alle  ore  successive. 


V  I  R  ft  N  0  1 1  E 


Aspetti  ecologici  di  un  fiume  urbano  247 


oo locn CHao in  onnvq  la  s-ivniNsoasd 


Grafico  2.  -  Istogrammi  rappresentati  la  valutazione  quantizzata  del  danno  subito  dai  vari  organi  nel  prelievo  delle  ore  8.00  (per  i 
parametri  utilizzati  vedi  testo). 


248  P.  Battaglini,  M.  G.  Valentino 


48  h 


Aspetti  ecologici  di  un  fiume  urbano  249 


Grafico  3.  -  Diagrammi  illustranti  l’andamento  della  sopravvivenza  dei  Carassi  dopo  6,  12,  24,  36,  48,  72  e  96  ore  di 

immersione  a  varie  concentrazioni  dell’acqua  del  Sebeto  prelevata  alle  ore  9,30  (Per  spiegazioni  vedi  graf.  1). 


250  P.  Battaglini,  M.  G.  Valentino 


Tale  caratteristica  risulta  essere  nettamente  opposta  a  quella  dei  grafici 
del  prelievo  precedentementeo  descritto,  che  è  stato  effettuato  mezz’ora 
prima  di  questo,  quando  le  fabbriche  erano  ancora  chiuse;  questo  risultato, 
quindi,  fa  pensare  che  devono  avvenire  differenti  fenomeni  di  sinergismo 
tra  l’acqua  e  le  sostanze  organiche  in  essa  disciolte,  che  presentano  effetti 
meno  mortali  rispetto  alle  altre  concentrazioni. 

Pertanto  al  32%  la  sopravvivenza  sarà  del  90%;  al  10%  del  70%;  al  18% 
dell’80%;  al  56%  del  60%,  e  al  100%  si  ha  una  sopravvivenza  del  10%.  Il 
T.L.mso  è  62%,  la  tolleranza  minima  è  compresa  tra  il  10%  e  il  65%  di  con¬ 
centrazione,  la  massima  inferiore  al  10%  di  concentrazione.  Il  coefficiente 
di  Van  Horn,  per  questo  secondo  prelievo  è:  C  =  11,31,  che  corrisponde 
alla  concentrazione  che  dovrebbe  avere  l’acqua  del  Sebeto  per  non  essere 
nociva  agli  animali  e  alle  piante. 

Tale  valore  risulta  essere  più  alto  rispetto  a  quello  del  prelievo  prece¬ 
dente.  Ciò  è  verosimilmente  dovuto  al  fatto  che  gli  scarichi  delle  industrie 
versano  nel  Sebeto,  all’inizio  del  ciclo  lavorativo  maggior  quota  di  rifiuti, 
derivanti  da  acque  di  raffreddamento  degli  impianti  e  non  rifiuti  veri  e 
propri. 

Per  tale  ragione  l’acqua  del  Sebeto  viene  paradossalmente,  «diluita»  e 
quindi  diminuisce  il  carico  inquinante  trasportato  dal  suddetto  fiume. 

Dal  grafico  relativo  alle  72h  vediamo  ancora  il  massimo  di  sopravvivenza 
del  70%,  alla  concentrazione  del  32%,  al  10%  corrisponde  la  sopravvivenza  del 
40%,  mentre  al  18%  e  56%  essa  è  del  50%,  al  100%  è,  infine,  del  10%. 

Il  T.L.mso  ha  due  valori:  uno  corrispondente  al  56%,  l’altro  al  18%.  La 
tolleranza  minima  è  compresa  tra  il  18%  e  il  56%,  mentre  la  massima  è 
inferiore  al  10%. 

A  96  h  la  sopravvivenza  più  alta,  il  70%,  corrisponde  sempre  al  32%  di 
concentrazione  mentre  la  sopravvivenza  minima,  il  10%,  corrisponde  alla 
concentrazione  del  100%.  Alle  altre  diluizioni  abbiamo  una  sopravvivenza 
del  30%  per  il  10%  di  concentrazione  e  del  40%  per  le  diluizioni  al  18%  e  56%. 

Il  T.L.m5Qha  anche  in  questo  caso  due  valori  22%  e  46%. 

La  tolleranza  minima  è  compresa  tra  il  25%  e  il  50%  la  massima  è  infe¬ 
riore  al  10%. 

L’esame  dei  31  esemplari  di  pesci  rossi  morti  sui  50  saggiati  ha  messo 
in  evidenza  (grafico  4)  branchie  emorragiche,  fegato  edematoso  e  reni  con¬ 
gesti,  intestino  quasi  normale. 

Il  corpo  presenta  anche  in  questo  prelievo  notevole  desquamazione. 

3°  PRELIEVO  ORE  15,00  -  Dal  grafico  5  relativo  al  prelievo  effettuato 
alle  ore  15,00  si  ricava  che  a  6  h  la  sopravvivenza  risulta  massima,  e  cioè 


LEGENDA 


Aspetti  ecologici  di  un  fiume  urbano  251 


ODiDOiOddOW  onnvq  la  3ivn±N3oa3d 


Grafico  4.  -  Istogrammi  rappresentanti  la  valutazione  quantitativa  del  danno  subito  dai  vari  organi  nel  prelievo  delle  ore  9,30 
(v.  testo). 


252  P.  Battaglini,  M.  G.  Valentino 


§ 


41  h 


Aspetti  ecologici  di  un  fiume  urbano  253 


Grafico  5.  -  Diagrammi  illustranti  ranciamente  della  sopravvivenza  dei  Carassi  dopo  6,  12,  24,  36,  48,  72  e  96  ore  di 

immersione  a  varie  concentrazioni  dell’acqua  del  Sebeto  prelevata  alle  ore  15,00  (per  le  spiegazioni  vedi 

grafico  1). 


254  P.  Battaglini,  M.  G.  Valentino 


del  100%  a  tutte  le  concentrazioni,  e  questo  implica  che  il  T.L.mso  è  del 
100%  e  la  tolleranza  minima  e  la  massima  saranno  comprese  entrambe  tra 
il  10%  e  il  100%  di  concentrazione. 

A  24  h,  alle  concentrazioni  del  56%,  32%  e  18%,  la  sopravvivenza  è  del 
100%  mentre  al  10%  e  100%  è  del  90%. 

Il  T.L.mso  è  uguale  al  100%. 

La  tolleranza  minima  è  compresa  tra  il  10%  e  il  100%,  e  la  massima  tra 
il  18%  e  il  56%. 

A  48  h  persiste  una  sopravvivenza  del  100%  al  56%  e  del  90%  al  100% 
di  concentrazione,  mentre  varia  per  le  altre  diluizioni;  infatti  al  10%  è  del 
50%,  al  18%  e  al  32%  è  del  90%. 

La  tolleranza  minima  è  compresa  tra  il  10%  e  il  100%  mentre  la  mas¬ 
sima  si  ha  solo  al  56%. 

Il  T.L.mso  è  10%,  e  il  coefficiente  di  Van  Horn  è:  C  =  0,03. 

Tale  valore  dimostra  quanto  affermato  precedentemente  a  proposito 
della  non  immediata  tossicità  dei  rifiuti  industriali. 

A  72  h  al  32%  e  56%  vi  è  massimo  di  sopravvivenza  (90%)  mentre  al 
10%  ci  è  un  minimo  dello  0%,  riscontrato  per  la  prima  volta  nel  corso  dei 
tre  esperimenti  effettuati;  al  18%  la  sopravvivenza  è  del  30%;  al  100%  è 
dell’ 80%. 

Il  T.L.m50  è  uguale  al  24%;  la  tolleranza  minima  è  compresa  nell’inter- 
vallo  24%-100%,  e  la  massima  inferiore  al  10%. 

Dal  grafico  delle  96  h  risulta  ancora  un  minimo,  0%,  di  sopravvivenza 
al  10%  e  un  massimo  di  90%  al  56%. 

Al  18%  la  sopravvivenza  è  del  10%,  al  32%  è  del  20%  e  al  100%  è  del 

70%. 

Il  T.L.mso  è  uguale  a  41%,  la  tolleranza  minima  tra  il  41%  e  il  100%  e  la 
massima  inferiore  al  10%. 

L’esame  necroscopico  del  31  Carrassii  morti  sui  50  saggiati  ha  ancora 
una  volta  messo  in  evidenza  branchie  emorragiche  con  pliche  respiratorie 
obliterate  da  particelle  solido-sospese,  fegato  poco  congesto,  mentre  i  reni 
si  presentano  più  congesti  e  l’intestino  quasi  normale  (grafico  6). 


Discussione 

Le  osservazioni,  compiute  lungo  il  fiume  Sebeto,  hanno  consentito  di 
delineare  un  quadro  delle  comunità  ivi  alberganti. 

È  da  notare  però,  che  anche  in  un  contesto  ecologico  limite  come  è 
quello  del  fiume  in  questione,  vi  sono  possibilità  di  insediamenti  faunistici. 


Aspetti  ecologici  di  un  fiume  urbano  255 


La  zoocenosi  pur  costituita  da  soli  tre  Phyla  (Nematodi,  Anellidi  e  Artro¬ 
podi)  ha  una  certa  diversità  che  si  identifica  con  i  219  individui  raccolti 
complessivamente. 

Nell’ambito  di  queste  zoocenosi  complessive  il  phylum  maggiormente 
rappresentato  è  quello  degli  Artropodi  cui  segue  quello  dei  Nematodi  e 
degli  Anellidi. 

Dalla  tabella  3  si  evidenziano  in  luglio  5  Taxa,  mentre  in  Dicembre  4. 

Questa  differenza  è  basata  essenziamente  su  una  notevole  quota  parte 
occupata  nello  spettro  della  dominanza,  dai  Ditteri  adulti  che  invece  man¬ 
cano  nel  prelievo  di  dicembre. 

Tuttavia  la  somma  delle  larve  dei  Ditteri  e  Ditteri  adulti  del  prelievo 
del  28-7-80  è  circa  uguale  alle  larve  dei  Ditteri  del  prelievo  del  16-12-1980, 
il  che  fa  pensare  che  la  non  presenza  dei  Ditteri  adulti  sia  semplicemente 
da  collegare  al  ciclo  biologico  di  essi.  Per  quanto  riguarda  gli  altri  Taxa  si 
può  dire: 

1)  I  Nematodi  sono  presenti  nei  due  prelievi  sempre  nella  stessa 
quantità. 

2)  Gli  Anellidi  Oligocheti  hanno  un  valore  di  dominanza  più  o 
meno  costante. 

3)  I  Copepodi  sono  aumentati  di  1/3  al  passaggio  dal  periodo  estivo 
a  quello  invernale. 

L’esame  dettagliato  dei  Taxa  ha  messo  in  evidenza  che  i  Nematodi 
sono  costituiti  per  quasi  l’80%  dai  generi  Rhabdomonus  e  Aelosoma.  Gli 
Oligocheti  per  l’85%  dal  genere  Tubifex  e  Chaetogaster  e  i  Copepodi  per  la 
quasi  totalità  sono  costituiti  dalla  specie  Ciclops  strenuus.  I  Ditteri  appar¬ 
tengono  tutti  quanti  alla  specie  Chironomus  thummi. 

Da  tali  studi  si  mette  in  evidenza  che  il  ruolo  preponderante  delle  zoo¬ 
cenosi  del  Sebeto  è  manifestato  dai  Nematodi  e  dalle  larve  dei  Ditteri, 
mentre  un  ruolo  subordinato  lo  hanno  gli  Anellidi  e  i  Copepodi  ed  infine 
un  semplice  ruolo  accessorio  i  Ditteri  adulti. 

Da  quanto  suddetto,  appare  molto  chiaro  che  queste  specie  animali 
identificano  tale  fiume  come  un  fiume  ad  alto  inquinamento  domestico  ed 
industriale. 

I  risultanti  della  ittiotossicità  contribuiscono  alla  affermazione  sud¬ 
detta.  Infatti  utilizzando  i  dati  forniti  dai  tre  valori  del  coefficiente  di  Van 
Horn  potremo  rappresentare  (grafico  7),  anche  se  in  maniera  molto  qualita¬ 
tiva,  l’andamento  della  tossicità  del  fiume  in  funzione  del  tempo.  Sull’asse 
delle  ascisse  sono  riportati  i  tempi  dei  tre  prelievi,  mettendo  nell’origine 
degli  assi  l’ora  di  apertura  delle  fabriche  (8,30),  mentre  sull’asse  delle  ordi¬ 
nate  sono  riportati  i  valori  trovati  dal  coefficiente  di  Van  Horn. 


BRANCHIE 


256  P.  Battaglini,  M.  G.  Valentino 


z  ®  <8> 


03  IDOIOdHOlAI  ONNVO  IG  3 1  vcun  d  3  h  3 d 


Grafico  6.  -  Istogrammi  rappresentanti  la  valutazione  quantizzata  del  danno  subito  dai  vari  organi  nel  prelievo  delle  ore  15,00 
(v.  testo). 


Aspetti  ecologici  di  un  fiume  urbano  257 


Grafico  7.  -  Grafico  illustrante  l’andamento  nel  tempo  della  tossicità  (coefficiente 
di  Van  Horn)  delle  acque  del  S ebete  sulla  fauna.  (Le  spiegazioni  sono 
riportate  nel  testo). 


Tenendo  conto  che  il  grado  di  tossicità  è  inversamente  proporzionale 
al  valore  del  coefficiente  di  Van  Horn  (a  valori  alti  del  coefficiente  di  Van 
Horn  corrispondono  bassi  valori  di  tossicità  e  viceversa)  il  grafico  prece¬ 
dente  si  può  facilmente  interpretare.  Si  osserva  che  prima  dell’apertura 
delle  fabbriche  (8,30),  nell’acqua  è  presente  un  certo  grado  di  tossicità,  il 
quale  diminuisce  abbastanza  rapidamente  con  l’apertura  delle  stesse, 
perché  vi  è  rapporto  nel  fiume  di  acqua  non  contaminata,  proveniente 
eventualmente  dagli  impianti  di  raffreddamento  delle  macchine,  per  poi 
acquistare  valori  sempre  più  alti  non  appena  si  incomincia  a  manifestare 
l’effetto  tossico  dei  rifiuti. 


258  P.  Battaglini,  M.  G.  Valentino 


Grafico  8.  -  Istogrammi  illustranti  le  percentuali  complessive  dei  danni  subiti  dai  vari  organi  alle  diverse  concentrazioni. 


Aspetti  ecologici  di  un  fiume  urbano  259 


Queste  osservazioni  ci  portano  a  ipotizzare  una  periodicità  del  feno¬ 
meno. 

Inoltre  calcolando  una  media  complessiva  dei  danni  subiti  dai  vari 
organi  di  Carassius  in  tutte  le  concentrazioni  utilizzate,  si  può  notare  che 
le  branchie  sono  quelle  presentanti  maggiore  alterazioni  (grafico  8). 


Conclusione 

Le  ricerche  effettuate  hanno  portato  alle  seguenti  conclusioni: 

a)  Le  acque  di  questo  fiume  sono  solamente  per  una  piccola  parte 
di  origine  naturale,  risorgive  e  meteorica,  mentre  la  maggior  parte  di 
queste  acque  sono  prodotti  reflui  degli  scarichi  pubblici  e  privati. 

b)  Vi  è  nel  fiume  Sebeto  una  zoocenosi  in  un  certo  senso  diversifi¬ 
cata,  legata  alla  esistenza  di  un  probabile  equilibrio  biologico  anomalo  rag¬ 
giunto  dopo  successivi  stress  ambientali. 

c)  L’analisi  qualitativa  e  quantitativa,  e  le  prove  di  itti tossicità  acuta 
sulla  fauna  raccolta  con  le  peculiari  specie  trovate,  pur  senza  entrare  nella 
problematica  degli  indicatori  biologici,  ci  permette  di  concludere  dicendo 
che  il  fiume  Sebeto  è  attualmente  un  fiume  ad  altissimo  tasso  di  inquina¬ 
mento  e  che  si  trasforma  a  rapidi  passi  in  una  semplice  condotta  di  acque 
reflue. 


BIBLIOGRAFIA 


Battaglini  P  ,  1979  -  Assetto  ecologico  delle  comunità  animali  del  fiume  S  amo  (Cam¬ 
pania).  Accad.  Se.  Fis.  Mai  Soc.  Naz.  Se.  Lett.  Art.  Napoli,  Ser.  IV,  46,  1-34. 
Scherillo  A.,  Franco  E.,  1967  -  Introduzione  alla  carta  stratigrafica  del  suolo  di 
Napoli.  Accad.  Pontaniana,  16. 

STANDARD  Methods  for  Examination  of  Water  and  Wastewater  -  1971  -  13th 
Ed.  APRA,  AWWA,  WPCF,  New  York.  Part.  200:  231. 

Van  Horn,  1949  -  The  biological  indices  of  stream  qualìty.  Proc.  5th  Ind.  Waste  Confi, 
Purduc  University.  England,  Buletin,  72,  215. 


PROCESSI  VERBALI  DELLE  TORNATE 
E  DELLE  ASSEMBLEE  GENERALI 


Processo  verbale  delPAssemblea  generale  del  30  gennaio  1981 


Il  giorno  30  gennaio  1981  alle  17h  1 5  '  si  è  tenuta  in  seconda  convocazione  l’as- 
semblea  generale  della  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli. 

Sono  presenti  i  Soci:  Vittozzi,  Nicotina,  Napoletano,  de  Cuneo.  Schettino, 
Lueini,  Piscopo,  Milone,  Coppa  -  De  Castro,  Forgiane,  Paino,  Diurno. 

il  Presidente  dichiara  aperta  la  seduta:  il  Segretario  legge  il  verbale  della  seduta 
precedente  che  viene  approvato  all’unanimità. 

Il  Presidente  comunica  che,  per  quanto  concerne  le  condizioni  dei  locali  del 
nostro  sodalizio  in  sistema  del  23  novembre  1980  e  stante  l’ubicazione  dei  locali 
stessi,  ha  spedito  due  fonogrammi  al  Rettore  Magnifico  e  al  Provveditore  O.O.P.P. 

In  seguito  però  a  verifica  tecnica  da  parte  di  docenti  universitari  delegati  dal 
Rettore,  è  stata  dichiarata  l’agibilità  per  la  sala  delle  sedute.  Nel  quadro  poi  di  lavori 
a  cura  del  Provveditorato  O.O.P.P.  per  la  Campania,  che  interessano  anche  la  Biblio¬ 
teca  Universitaria  e  la  Società  Nazionale  di  Scienze,  Lettere  ed  Arti,  sono  in  corso  di 
esecuzione  opere  di  consolidamento  statico  in  una  sala  attigua.  Il  Presidente  solleci¬ 
terà  il  Provveditore  alle  O.O.P.P.  a  pronunziarsi  circa  l’agibilità  delle  rimanenti  sale. 

Il  Presidente  comunica  poi  la  scomparsa  dei  soci,  prof.  Della  Ragione  e  prof. 
Giacomi  ni  che  saranno  a  suo  tempo  degnamente  commemorati. 

Il  Presidente  legge  poi  il  calendario  delle  sedute  che  capiteranno  come  sempre 
l’ultimo  venerdì  del  mese,  tranne,  per  ovvi  motivi,  quella  del  22  dicembre. 

Nella  prossima  seduta  si  leggeranno,  la  relazione  del  Presidente  sull’attività 
della  Società  nel  corso  del  1980,  nonché  quella  dei  revisori  dei  conti. 

L’Assemblea  propone  quali  revisori  dei  conti  effettivi,  i  soci  Eugenio  Piscopo  e 
Mario  Milone  e,  come  revisore  supplente,  il  socio  Maria  Grazia  Coppa  -  De  Castro. 

Il  Presidente  presenta  le  undici  domande  di  ammissione  di  nuovi  soci,  illustran¬ 
done  la  figura  di  ciascun  richiedente  ed  indicando  per  ognuno  i  due  soci  che  lo  pre¬ 
sentano,  a  norma  dello  statuto. 

Si  procede  alle  votazioni:  tutti  gli  aspiranti  sottoelencati  risultano  ammessi 
all’unanimità. 

1)  Istituto  di  Scienze  della  Terra  -  Università  degli  Studi,  Udine. 

2)  Arcamone  Nadia  presentata  da  Battaglini  e  Botte. 


262  Processi  verbali 


3)  Ferro  Raffaele  presentato  da  Botte  e  Matteucig. 

4)  Russo  Giovanni  Fulvio  presentato  da  Botte  e  Matteucig. 

5)  Cadendo  Maria  Filomena  presentata  da  Chieffi  e  Milone. 

6)  Creti  Mappa  Maria  Teresa  presentata  da  Cappello  e  Diurno. 

7)  Mustacchi  Silvia  presentata  da  Senatore  e  Diurno. 

8)  Varriale  Bruno  presentato  da  Chieffi  e  Milone. 

9)  Ferrara  Lydia  presentata  da  Forgione  e  Piscopo. 

10)  Russo  Luigi  presentato  da  Gustato  e  Battaglini. 

11)  Lombiare  Salvatore  presentato  da  Pescatore  e  Vallonio. 

Si  passa  alle  comunicazioni  scientifiche:  l’autore 

a)  Coppa  -  De  Castro  chiede  e  ottiene  dall’Assemblea  di  poter  presentare  il  suo 
lavoro  per  prima,  modificando  l’ordine  del  giorno,  pertanto  presenta  il  lavoro  suo,  in 
collaborazione  con  Cozzi,  dal  titolo:  «Rapporto  preliminare  sui  foromiriferi  della 
carota  2  v  (Placers  78/2  -  Sardegna  sud-orientale)»;  interviene  Napoletano; 

b)  Mustacchi  presenta  il  lavoro  suo  e  di  Senatore,  Taiozza  e  Tempone  dal 
titolo:  «Prodotti  di  reazione  dell’indandrone  con  a-ciano-(3-arilacrilati  di  etile»; 
intervengono  Forgione  e  Paino; 

c)  il  socio  Nicotina  presenta  il  lavoro  suo  e  di  Paino  e  Seola  dal  titolo:  «Su  una 
rara  malformazione  cranio-facciale  nella  specie  suina»;  intervengono  Forgione, 
Paino,  Fucini,  de  Cunzo. 

Esaurito  l’ordine  del  giorno  la  seduta  è  tolta  alle  18h  50m. 

Il  Segretario:  Teresa  de  Cunzo  II  Presidente:  Pio  Vittozzi 


Processo  verbale  dell’Assemblea  generale  del  27  febbraio  1981 

Il  giorno  27  febbraio  1981  alle  17h  45m  si  è  tenuta,  in  seconda  convocazione, 
l’Assemblea  generale  della  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli. 

Sono  presenti:  Vittozzi,  Caputo,  de  Cunzo,  Napoletano,  Ariani,  Senatore, 
Piscopo,  Ascione,  Forgione,  Ferro,  Russo. 

Il  Presidente  dichiara  aperta  la1  seduta;  il  Segretario  legge  il  verbale  della  seduta 
precedente,  che  viene  approvato  all’unanimità. 

Il  Presidente  informa: 

che  si  terrà  a  Parma,  nei  giorni  26-27  marzo  p.v.,  un  Convegno  Nazionale  su 
l’Educazione  Ambientale,  organizzato  dalla  Commissione  Nazionale  Italiana  per 
l’ UNESCO  in  collaborazione  con  il  Centro  Italiano  di  Ricerca  ed  Educazione 
Ambientale  dell’Università  di  Parma; 

che  si  terrà  a  Torino,  nei  giorni  5-6  maggio  p.v.,  il  IV  Seminario  Interdiscipli¬ 
nare  di  Studi  sulle  società  animali  e  umane,  organizzato  dagli  Istituti  di  Sociologia  e 
di  Antropologia  del’Università  di  Torino; 

che  il  Ministero  dei  B.B.C.C.A.A.  ha  inviato  notizia  di  una  lista  ridotta  delle 
Accademie  sovvenzionate  senza  rinnovare  la  richiesta  anno  per  anno;  la  nostra 


Processi  verbali  263 


società  non  è  stata  inclusa,  per  il  momento;  per  l’anno  prossimo  si  dovrà  presentare 
relazione  dell’attività  svolta  nell’anno  precedente  e  programmare  che  si  intende 
svolgere  nel  triennio  successivo. 

Il  Presidente  legge  quindi  la  Relazione  dell’attività  svolta  dal  nostro  sodalizio, 
durante  l’anno  1980,  e  che  sarà  inviata  al  Ministero  B.B.C.C.A.A.,  e  che  per  intero, 
qui  vi  trascrive,  con  lettera  così  intestata: 

«Relazione  sull’attività  svolta  dalla  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli  durante 
l’anno  1980  -  Bilanci  consuntivo  1980  e  preventivo  1981  -  Voi.  88°  del  Bollettino  - 
Richiesta  Fondi  1981». 

«Relazione  sull’attività  svolta  dalla  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli  durante 
l’anno  1980. 

Nel  corso  del  1980  è  continuata  l’opera  di  sistemazione  della  preziosa  biblioteca 
e  di  compilazione  di  nuovi  cataloghi.  Il  lavoro,  a  suo  tempo  egregiamente  importato 
da  ex  funzionari  della  Biblioteca  Nazionale,  è  stato  continuato  dal  dott.  Gennaro 
Tomasetta,  ottimo  collaboratore  del  Consiglio  Direttivo  della  Società  e  si  avvale, 
oggi,  anche  dell’opera  delle  dottoresse  assegnate  alla  Biblioteca  in  attuazione  della 
legge  n.  285  sul  preavviamento  dei  giovani  al  lavoro. 

Nel  1980  sono  stati  ammessi  alla  Società  11  nuovi  Soci,  che  ne  avevano  fatto 
domanda,  secondo  le  modalità  prescritte  dallo  Statuto. 

Purtroppo,  però,  nel  corso  del  1980,  sono  deceduti  i  Soci  benemeriti  Giuseppe 
Imbò,  già  Direttore  dell’Osservatorio  vesuviano  e  dell’Istituto  di  Fisica  Terrestre 
dell’Università  di  Napoli  e  Antonio  Carrelli,  Presidente  dell’Accademia  Nazionale 
dei  Lincei,  e  già  Direttore  dell’Istituto  di  Fisica  sperimentale  dell’Università  di 
Napoli.  Sono  pure  deceduti  tra  i  soci  ordinari  i  Professori  Gennaro  Della  Ragione  e 
Lea  Pannain  in  Papocchia. 

Nella  seduta  del  31  ottobre  1980,  il  Consigliere  Prof.  Arturo  Palombi  ha  già 
degnamente  commemorato  il  Socio  scomparso  Lea  Pannain  in  Papocchia  e  la 
Società  non  verrà  meno  al  suo  dovere  di  fare  altrettanto  per  gli  altri  al  più  presto. 

Attualmente  i  soci  sono: 


Benemeriti  n.  3 

Ordinari  n.  248 

Totale  n.  251 

Durante  il  1980  la  Società  si  è  riunita  2  volte  in  Assemblea  generale  e  4  volte  in 
Seduta  ordinaria.  A  causa  del  sisma  del  23  novembre  1980,  non  si  potette  tenere  la 
seduta  ordinaria  di  fine  novembre,  mentre,  per  lo  stesso  motivo,  quella  di  dicembre 
fu  tenuta  presso  l’Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  di  Napoli. 

Nell’Assemblea  generale  del  25  gennaio  fu  letta  ed  approvata  la  relazione  del 
Presidente  sull’attività  svolta  dalla  Società  nel  1979;  inoltre,  l’Assemblea,  udita  la 
relazione  dei  revisori  dei  conti,  approvò  all’unanimità  i  bilanci  consuntivo  1979  e 
preventivo  1980. 

Nell’Assemblea  generale  del  27  giugno  furono  ammessi  11  nuovi  Soci,  molti  dei 
quali  apprezzati  studiosi  e  docenti  spagnoli,  le  cui  domande,  a  norma  dello  statuto, 
erano  già  passate  al  vaglio  del  Consiglio  Direttivo. 

Nel  corso  delle  varie  sedute  sono  stati  presentati  30  lavori  scientifici  nelle 
diverse  discipline  naturalistiche;  di  essi,  quelli  accettati  dal  Comitato  di  Redazione, 


264  Processi  verbali 


saranno  pubblicati  nel  prossimo  volune  del  Bollettino  della  Società  (voi.  89°  -  1980) 
che  vedrà  la  luce  tra  qualche  settimana. 

Il  volume  88°  del  1979,  di  cui  è  già  cenno  nella  relazione  dello  scorso  anno,  fu 
licenziato  il  28  giugno  1980  e  mi  pregio  allegarlo  alla  presente  relazione. 

Diverse  riunioni  ha  tenuto  il  Consiglio  Direttivo  per  esaminare  ed  esprimere  un 
parere  preliminare  sulle  domande  di  ammissione  dei  nuovi  soci,  per  esaminare  i 
bilanci,  per  deliberare  sulle  sfere  di  non  ordinaria  amministrazione. 

Il  Consiglio  Direttivo,  inoltre,  nel  1980  ha  ritenuto  di  cooptare  alcuni  soci  (Gio¬ 
vanni  Chieffi,  Mario  Covello,  Baldassare  de  Lerma,  Paolo  Gasparini,  Maria  Mon- 
charmont  Zei)  per  dar  vita  insieme  ad  essi  ad  un  «Comitato  promotore»  per  la  cele¬ 
brazione  del  1°  centenario  della  Società  che  avrà  luogo  nel  novembre  1981.  Detto 
comitato  promotore  ha  espresso  dal  suo  seno  il  «Comitato  organizzatore»  costituito 
dal  Presidente  Vittozzi,  dal  Segretario  de  Cunzo,  dal  Redattore  del  Bollettino  Mat- 
teucig  e  dal  socio  Abatino,  particolarmente  apprezzato  per  le  sue  doti  organizzative. 

Diverse  riunioni  ha  tenuto  anche  il  Comitato  di  Redazione  del  Bollettino  che 
spesso  ha  inviato  a  cultori  particolarmente  competenti  i  lavori  presentati  per  la  pub¬ 
blicazione,  allo  scopo  di  tenere  sempre  alto  il  buon  nome  ed  il  livello  scientifico  e 
culturale  della  Società.  Anche  il  1980  si  chiude  con  Tamara  constatazione  che  le 
relazioni  relative  alla  Tavola  Rotonda  sull’inquinamento,  tenuta  nel  maggio  1975  e 
che  dovevano  essere  raccolte  in  un  volume  delle  “Memorie  della  Società  dei  Natu¬ 
ralisti”  (altra  pubblicazione  a  carattere  occasionale  di  questa  Società),  non  hanno 
potuto  ancora  essere  pubblicate  per  mancanza  di  fondi». 

Il  Presidente  quindi  invita  i  revisori  dei  conti  a  leggere  le  relazioni  dei  bilanci: 
consuntivo  1980  e  preventivo  1981;  il  socio  Piscopo,  in  qualità  di  revisore,  anche  a 
nome  del  socio  Milone,  legge  i  conti  di  spesa  effettuati  nell’anno  1980  e  preventivati 
per  Tanno  1981. 

L’Assemblea  approva  all’unanimità  ambedue  i  preventivi. 

Si  passa  dunque  alle  comunicazioni  scientifiche:  risultati  assenti  gli  autori  della 
nota  a)  si  passa  alla: 

b)  il  socio  Ferro,  anche  a  nome  del  coautore  Russo  presenta  il  lavoro  dal  titolo: 
«Biocenosi  bentoniche  del  Lago  Fusaro  (Napoli)  -  II  malacofauna »,  intervengono 
Napoletano,  Onesto,  Vittozzi. 

Esaurito  l’ordine  del  giorno,  la  seduta  è  tolta  alle  19h  15m. 

Il  Segretario:  Teresa  de  Cunzo  II  Presidente:  Pio  Vittozzi 


Processo  verbale  della  seduta  del  26  giugno  1981 


Il  giorno  26  giugno  1981  alle  17h  30m  si  è  tenuta,  in  seconda  convocazione,  la 
seduta  ordinaria  della  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli.  Sono  presenti  i  soci:  Vittozzi, 
Lucini,  Milone,  Varriale,  de  Cunzo,  Celico,  Gustato,  Ferro. 

Dichiarata  aperta  la  seduta,  il  Presidente  ricorda  che  Tll  novembre  prossimo  si 
celebrerà  il  centenario  della  Società  dei  Naturalisti;  nel  Comitato  Organizzatore  : 
Vittozzi,  il  presidente;  de  Cunzo,  il  segretario;  Matteucig,  il  redattore  ed  il  socio 


Processi  verbali  265 


Abatino,  continuano  di  buona  lena  l’allestimento  della  manifestazione  avendo  a 
modello  ciò  che  fu  fatto  per  la  celebrazione  del  50°  anniversario:  quest’anno  ci 
saranno  due  soci  benemeriti:  prof.  Montalenti  e  prof.  Parenzan.  Il  prof.  Montalenti 
terrà,  in  occasione  del  Centenario,  una  conferenza  su  di  un  interessante  argomento: 
la  ricerca  naturalistica  oggi. 

Si  passa  quindi  alle  comunicazioni  scientifiche: 

a)  G.  Russo  riferisce  la  nota  sua  in  collaborazione  con  E.  Fresi,  E.  Idato  dal 
titolo:  «Distribuzione  della  Malacofauna  di  una  proteina  di  Posidonia  oceanica 
lungo  un  gradiente  di  profondità». 

b)  Varriale  B.  riferisce  la  nota  sua  in  collaborazione  con  M.  Milone  e  G. 
Chieffi,  dal  titolo:  «Effetto  del  diidrotestosterone  sulla  malatodeidrogenasi  ipotala- 
mica  in  topi  maschi  castrati». 

c)  Celico  P.  riferisce  la  nota  sua  in  collaborazione  con  D.  Russo  dal  titolo:  «Gli 
studi  idrogeologici  sulla  Piana  del  Dragone  (Avellino):  attuali  conoscenze  e  prospet¬ 
tive»,  interviene  il  socio  Milone. 

Il  Presidente  chiede  all’Assemblea  di  ascoltare  ancora  qualche  lavoro  che  non  è 
stato  compreso  nell’ordine  del  giorno  odierno,  pertanto  il  socio  Gustato  presenta  la 
sua  nota  in  collaborazione  con  P,  Pedata  ed  S.  Del  Gaudio  dal  titolo:  «Primi  dati 
sulla  biologia  e  sul  comportamento  di  Erinaceus  europeos  L.  1758  ( Insectivora )», 
chiedono  chiarimenti  il  socio  Russo  G.,  Milone  e  Varriale. 

Si  chiude  la  seduta  alle  19h  15m. 

Il  Segretario:  Teresa  de  Cunzo  II  Presidente:  Pio  Vittqzzi 


Processo  verbale  della  seduta  del  30  ottobre  1981 

Il  giorno  30  ottobre  1981  alle  17h  40m  si  è  tenuta  in  seconda  convocazione  la 
seduta  straordinaria  della  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli,  convocata  in  quanto 
all’ordine  del  giorno  era,  tra  l’altro,  prevista  la  commemorazione  del  socio  beneme¬ 
rito  Imbò. 

Il  Presidente  dichiara  aperta  la  seduta  e  prega  il  prof.  Palombi,  socio  beneme¬ 
rito  decano  della  Società  di  presiedere  la  seduta;  il  prof.  Palombi  accetta. 

Sono  presenti  i  soci:  Palombi,  Abatino,  Napoletano,  de  Cunzo,  Fondi,  Matteu- 
cig,  Palumbo,  Franciosa,  Mazzarella,  Ioni,  Schedilo,  Moncharmont,  Quagliariello, 
Vittozzi,  Bonasia;  oltre  i  soci  sono  presenti  i  familiari  del  prof.  Imbò  e  personalità 
del  mondo  accademico;  ha  inviato  telegramma  il  prof.  Arturo  De  Maio,  Rettore 
dell’Istituto  Universitario  Navale. 

Il  prof.  Palombi  quindi  dà  la  parola  al  Presidente  prof.  Vittozzi  per  dare  inizio 
alla  commemorazione. 

Dopo  le  nobili  parole  del  Presidente,  prof.  Vittozzi,  il  prof.  Mario  Cutolo,  Ordi¬ 
nario  di  Fisica  dell’Università  di  Bari,  ed  uno  dei  primi  discepoli  dello  scomparso, 
aggiunge  poche  e  sentite  parole  anch’egli  per  ricordare  l’illustre  socio. 

Al  termine,  si  interrompe  la  seduta  per  pochi  minuti,  quindi  il  Segretario  legge 
il  verbale  della  seduta  precedente  che  viene  approvato  all’unanimità. 


266  Processi  verbali 


Il  Presidente  ricorda  ancora  che  PII  novembre  p.v.  vi  sarà  la  celebrazione  del  1° 
Centenario  della  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli,  ed  invita  i  presenti  a  partecipare 
alle  manifestazioni  indette  per  la  circostanza. 

La  celebrazione,  continua  il  Presidente,  ha  ottenuto  Paltò  Patronato  del  Presi¬ 
dente  della  Repubblica,  il  Patrocinio  del  Ministero  Pubblica  Istruzione,  del  Mini¬ 
stero  dei  Beni  Culturali  ed  Ambientali. 

Si  passa  quindi  alle  comunicazioni  scientifiche  secondo  l’ordine  del  giorno: 

a)  Pinna,  non  socio,  presenta  la  nota  sua  e  di  Giannessi  dal  titolo:  «Primo  ten¬ 
tativo  di  ricostruzione  della  morfologia  del  basamento  rigido  umbro-marchigiano  tra 
il  Lago  Trasimeno  e  la  dorsale  M.  Nerone  -  M.  Catria».  Presentata,  detta  nota,  dai 
Soci  P.  Scandone  e  P.  Vittozzi,  intervengono:  Bonasia,  Quagliariello,  Vittozzi,  Ugo 
Moncharmont,  Ioni. 

Esaurito  l’ordine  del  giorno  il  Presidente  dichiata  tolta  la  seduta  alle  19h  30m. 

Il  Segretario:  Teresa  de  Cunzo  II  Presidente:  Aldo  Napoletano 


Processo  verbale  della  seduta  del  27  novembre  1981 


Il  giorno  27  novembre  1981  alle  17h  45m  si  è  tenuta,  in  seconda  convocazione, 
la  tornata  ordinaria  della  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli.  Presiede  l’Assemblea 
odierna,  in  assenza  del  Presidente,  prof.  Pio  Vittozzi,  altrove  impegnato  per  oneri 
accademici,  il  vice  Presidente,  prof.  Aldo  Napoletano.  Questi  dunque  dichiara  aperta 
la  seduta;  sono  presenti:  Aldo  Napoletano,  de  Cunzo,  Forgione,  De  Castro, 
Palumbo,  Celico,  Quagliariello,  Battaglini,  Arcamone,  Caputo,  Nocera,  Russo 
Bianca,  Lucini,  Piscopo,  Torre;  il  segretario  legge  il  verbale  della  seduta  precedente 
che  viene  approvato  all’unanimità;  il  Presidente  della  seduta,  esprime,  a  nome  suo 
personale,  a  nome  del  socio  Palombi  assente,  e  di  altri  soci,  tutto  il  suo  compiaci¬ 
mento  per  la  riuscita  delle  manifestazioni  per  la  celebrazione  del  1°  Centenario, 
merito,  senza  dubbio  della  ottima  conduzione  del  Comitato  organizzatore,  proff.  Pio 
Vittozzi,  Teresa  de  Cunzo,  Giorgio  Matteucig  e  del  socio  dott.  Elio  Abatino;  in  parti¬ 
colare  volge  il  suo  plauso,  che  ritiene  doveroso,  all’ottima  relazione  tenuta  dal  Presi¬ 
dente  prof.  Pio  Vittozzi,  appunto  in  occasione  del  Centenario  della  nostra  Società. 

Si  passa  quindi  alle  comunicazioni  scientifiche: 

a)  il  Socio  Palumbo  presenta  una  nota  sua,  in  collaborazione  con  Mazzarella  e 
Vittozzi  dal  titolo:  «Previsioni  a  breve  termine  di  INPUTS,  richiesti  da  modelli  diffu¬ 
sionali»,  interviene  Napoletano; 

b)  Battaglini  annuncia  di  ritirare  la  sua  nota; 

c)  il  Socio  De  Castro  chiede  che  venga  variato  l’ordine  del  giorno  e  quindi  anti¬ 
cipa  la  presentazione  della  sua  nota  dal  titolo:  «  Cisalveolina  fraasi  (Reichel)  distri¬ 
buzione  geografica  e  problemi  stratigrafici»; 

d)  il  Socio  Battaglini  presenta  la  nota  sua  e  di  A.  Carbone  dal  titolo:  «La  fauna 
del  suolo  di  un  terreno  a  condizioni  ecologiche  limiti  (valle  di  Ansanto,  Avellino, 
Campania)»,  intervengono  Napoletano,  Celico,  Palumbo; 


Processi  verbali  267 


e)  il  Socio  Celico  presenta  la  nota  sua  e  di  Bartolomei  e  di  Pecoraro  dal  titolo: 
«Schema  idrogeologico  della  Sicilia  nord-occidentale»,  intervengono  Napoletano, 

Forgione; 

f)  il  socio  Arcamone  presenta  la  nota  di  Battaglini  e  sua  dal  titolo:  «Influenza 
di  alterazioni  ambientali  naturali  sulla  forma  fluviale  (torrente  Bagni  in  valle  di 
Ansanto,  Avellino,  Campania)»,  interviene  Napoletano; 

g)  il  socio  Torre  presenta  la  nota  sua  e  di  Di  Nocera,  Ortolani  e  Bianca  Russo, 
dal  titolo:  «Evoluzione  paleogeografica  nel  Tortoniano-Messiniano  dellTrpinia  occi¬ 
dentale»,  intervengono  Battaglini  e  Lucini. 

Esaurito  bordine  del  giorno  si  chiude  la  seduta  alle  19h  30m. 

11  Segretario:  Teresa  de  Cunzo  II  Presidente:  Pio  Vittozzi 


Processo  verbale  dell’Assemblea  generale  del  22  dicembre  1981 

Il  giorno  22  dicembre  1981  alle  17h  45m  si  è  tenuta  in  seconda  convocazione 
l’assemblea  generale  della  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli. 

Sono  presenti  i  soci:  Vittozzi,  Napoletano,  Caputo,  de  Cunzo,  Milone,  Varriale, 
Battaglini,  Taddei-Ruggiero,  Richetti,  Franciosa,  Matteucig,  Bonardi,  Abatino, 
Piscopo,  D’Argenio. 

Il  Presidente  dichiara  aperta  la  seduta;  il  Segretario  legge  il  verbale  della  seduta 
precedente  che  viene  approvato  alfunanimità. 

Il  Presidente  comunica  che  dal  6  al  9  dicembre  1982  si  terrà  in  Egitto,  al  Cairo, 
la  conferenza  nazionale  di  Entomologia,  nel  75°  anniversario  della  Società  Entomo¬ 
logica  di  Egitto. 

Si  passa  alla  nomina  dei  revisori  dei  conti;  vengono  proposti  e  l’assemblea 
approva  all’unanimità,  come  revisori  effettivi,  i  soci  Piscopo  Eugenio  e  Monchar- 
mont  Ugo,  e  come  revisore  supplente,  il  socio  Carannante  Gabriele. 

Il  Presidente  comunica  inoltre  che  dopo  le  manifestazioni  per  il  Centenario 
circa  le  quali  tutti  i  partecipanti  hanno  espresso  pareri,  in  genere,  lusinghieri.  Biso¬ 
gnerà  adoperarsi  affinché  siano  al  più  resto  materialmente  riscossi:  il  contributo 
stanziato  dal  Ministero  Beni  Culturali  ed  Ambientali  di  L.  10.000.000,  nonché  il 
contributo  di  L.  2.000.000  deliberato  dal  Consiglio  d’ Amministrazione  dell’Univer¬ 
sità,  ad  integrazione  del  precedente  di  pari  importo  già  riscosso,  onde  poter  saldare 
le  varie  fatture  ancora  pendenti. 

Prima  di  procedere  alle  votazioni  per  l’ammissione  dei  nuovi  soci,  il  Presidente 
accenna  brevemente  al  curriculum  di  ciascuno  dei  seguenti  21  aspiranti: 

1)  Di  Stefano  Piero;  soci  presentatori:  D’Argenio,  Catalono 

2)  Leuci  Giuseppe;  soci  presentatori:  Barbera,  de  Cunzo 

3)  Cuneo  Franco;  soci  presentatori:  Scaramella,  Matteucig 

4)  Mazzarella  Adriano;  soci  presentatori:  Vittozzi,  Palumbo 

5)  Lopez  Gorgé  Julio;  soci  presentatori:  Vittozzi,  Pozzuoli 

6)  Luraschi  Elena;  soci  presentatori:  Abignente,  Forgione 


268  Processi  verbali 


7)  Rossi  Fortunato;  soci  presentatori:  Napoletano,  Vittozzi 

8)  Giglio  Francesca;  soci  presentatori:  de  Cunzo,  Vittozzi 

9)  Della  Ragione  Salvatore;  soci  presentatori:  Caputo,  de  Cunzo 

10)  Berrino  Giovanna;  soci  presentatori:  Vittozzi,  Corrado 

11)  Billwiller  Arnoldo;  soci  presentatori:  Valentini,  de  Cunzo 

12)  Tartaglione  Elio;  soci  presentatori:  Vittozzi,  de  Cunzo 

13)  Tartaglione  Anna  Maria;  soci  presentatori:  Vittozzi,  de  Cunzo 

14)  Catalano  Virgilio;  soci  presentatori:  Schedilo,  Vittozzi 

15)  Russo  Antonio;  soci  presentatori:  Moncharmont  Zei,  de  Cunzo 

16)  Del  Gaudio  Silvana;  soci  presentatori:  Battaglini,  Gustato 

17)  Pedata  Patrizia;  soci  presentatori:  Battaglini,  Gustato 

18)  Del  Rio  Antonio;  soci  presentatori:  Varriale,  Chieffi 

19)  Fraissinet  Maurizio;  soci  presentatori:  Milone,  Varriale 

20)  Di  Matteo  Loredana;  soci  presentatori:  Milone,  Chieffi 

21)  Mezzacapo  Vincenzo;  soci  presentatori:  Palumbo,  Vittozzi; 

distribuisce,  il  Segretario,  le  schede  a  ciascuno  dei  soci  presenti;  espletate  le  opera¬ 
zioni  di  voto,  i  soci  Milone  e  Varriale  procedono  allo  spoglio;  dopo  lo  spoglio  tutti  i 
richiedenti  risultano  ammessi  alPunanimità  e  solo  per  tre  di  essi  a  grandissima  mag¬ 
gioranza. 

Si  passa  quindi  alle  comunicazioni  scientifiche: 

a)  Valentino  M.G.  presenta  la  nota  sua,  del  socio  Battaglini  dal  titolo:  «Aspetti 
ecologici  di  un  fiume  urbano  ad  alta  alterazione  ambientale  (fiume  Sebeto, 
Napoli)»,  intervengono  Franciosa,  Napoletano; 

b)  Richetti  F.  la  sua  nota,  in  collaborazione  con  Ferrara  e  Intrieri,  dal  titolo: 
«Studio  comparativo  sull’allevamento  del  Cinghiale  Maremmano  e  del  Cinghiale  dei 
Carpazi  -  Nota  3:  rilievi  alla  macellazione  ed  alla  sezionatura  »,  intervengono  Napo¬ 
letano,  Milone,  Vittozzi; 

c)  il  Socio  Taddei-Ruggiero  E.  presenta  la  sua  nota  dal  titolo:  «Struttura  del 
Guscio  dei  Generi  Gripphus  e  Terebratula  (Terebratuloidea,  Brachiopoda)  »; 

d)  il  Socio  Piscopo  presenta  la  nota  sua  e  di  Diurno,  Cereti-Mazza,  Capello, 
Aliberti,  Cirino,  dal  titolo:  «Derivati  ammidici,  idrossamici  e  idrapidici  di  acidi  ben¬ 
zoici  sostituiti  a  potenziale  attività  biologica»; 

e)  anche  se  fuori  ordine  del  giorno,  l’assemblea,  a  richiesta  del  Presidente, 
acconsente  che  si  aggiunga  una  nota;  pertanto  de  Cunzo  presenta  un  suo  lavoro  in 
collaborazione  con  Della  Ragione  e  Giglio  dal  titolo:  «Schede  per  una  Linea  Palino- 
logica  Italiana». 

Il  Presidente  invita  quindi  il  socio  Milone  a  presentare  quanto  richiesto;  Milone 
dunque  presenta  relazione  verbale  del  1°  Convegno  Nazionale  dell’Associazione  «A. 
Ghigi»  di  recente  istituita.  Egli  pertanto  ringrazia  ed  espone  quanto  segue: 

«Il  volume  dedicato  al  1°  Centenario  della  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli, 
ospita  i  riassunti  delle  relazioni  e  delle  comunicazioni  presentate  al  1°  Convegno 
Nazionale  dell’Associazione  “A.  Ghigi  per  la  Biologia  dei  Vertebrati”.  È  questa  una 
giovane  Associazione  sorta  in  Parma  nel  1979  con  l’intento  di  “promuovere  lo  svi¬ 
luppo  delle  ricerche  italiane  sulla  Biologia  dei  Vertebrati  e  in  particolare  degli 
Uccelli  e  dei  Mammiferi  sostenendo  i  lavori  di  buona  qualità  sia  di  interesse  inter¬ 
nazionale  sia  di  interesse  locale  che  possano  contribuire  alla  migliore  conoscenza 


Processi  verbali  269 


dei  Vertebrati  superiori  e  degli  ecosistemi  di  cui  essi  fanno  parte”  (dallo  Statuto 
dell’Associazione). 

Il  Comitato  Organizzatore  del  Convegno  porge  il  più  vivo  ringraziamento  al  Pre¬ 
sidente,  Prof.  P.  Vittozzi  e  al  Consiglio  Direttivo  della  Società  dei  Naturalisti  in 
Napoli  per  l’ospitalità,  considerandola  il  migliore  auspicio  per  il  futuro  dell’Associa¬ 
zione  “A.  Ghigi ”. 

Comitato  Organizzatore: 

Prof.  Giovanni  Chieffi,  Presidente; 

Prof.  Mario  Milone,  Segretario; 

Dott.  Antonio  Del  Rio; 

Dott.  Maurizio  Fraissinet; 

Dott.  Bruno  Varriale  ». 

In  seguito,  ancora,  il  socio  Abatino  presenta  una  comunicazione  verbale  riguar¬ 
dante  indagini  sul  cancro  effettuate  da  studiosi  presso  l’Istituto  di  ricerca  di  Firenze. 

Il  Segretario:  Teresa  de  Cunzo  II  Presidente:  Pio  Vittozzi 


Riassunti  degli  Atti  del  1°  Convegno  Nazionale  dell’ Associazione 
«A.  Ghigi  per  la  Biologia  dei  Vertebrati» 

Precida,  20-22  settembre  1981 


Attuale  situazione  popolazionistica  dei  mammiferi  selvatici  nell’Italia  centro-meri¬ 
dionale. 

Luigi  Boitani,  Istituto  di  Zoologia,  Università  di  Roma. 

La  profonda  stratificazione  culturale  della  società  italiana  è  particolarmente  evi¬ 
dente  nella  molteplicità  dei  comportamenti  e  degli  atteggiamenti  messi  in  atto  nei 
confronti  delle  varie  specie  di  mammiferi  selvatici;  una  tradizionale  assenza  del 
mondo  scientifico  dallo  studio  di  queste  specie  in  Italia,  ha  poi  favorito  la  mancanza 
della  formazione  di  un  approccio  unico  nei  confronti  di  un  gruppo  che,  pur  conte¬ 
nendo  valori  evidentemente  diversi,  ha  comunque  sempre  una  sua  unitarietà  nell’es¬ 
sere  la  componente  di  maggior  «peso»  del  mondo  selvatico. 

In  questa  breve  relazione  verranno  dapprima  esaminati  i  diversi  interessi  che  di 
volta  in  volta  entrano  in  giuoco  nel  determinare  l’approccio  per  questa  o  quella  spe¬ 
cie  e  nel  condizionarne  poi  la  gestione  e  la  sopravvivenza:  interessi  economici,  spor¬ 
tivi,  estetici,  etici-sentimentali,  ecologici,  sanitari  e  scientifici  si  ritrovano  da  soli  o  in 
diverse  combinazioni  a  determinare  il  destino  e  lo  status  delle  diverse  specie  di 
mammiferi. 

La  trattazione  è  ristretta  alle  sole  specie  di  mammiferi  di  dimensioni  medie  e 
grandi,  con  la  esclusione  quindi  dei  micromammiferi. 

Dall’analisi  degli  interessi  coinvolti  ne  risulta  anche  la  considerazione  per 
quelle  strutture  pubbliche  e  private  che  possiedono  per  legge  o  si  sono  arrogate  il 


270  Processi  verbali 


diritto  di  gestione  dei  mammiferi:  diritto  ormai  quasi  stabilito  dalla  tradizione  anche 
se  del  tutto  irrazionale. 

Queste  premesse  sono  necessarie  a  comprendere  le  cause  dell’attuale  situazione 
popolazionistica  dei  mammiferi  selvatici  e  per  poter  valutare  le  proposte  di  gestione 
che  potranno  essere  formulate. 

La  relazione  si  occuperà  quindi  di  esporre  brevemente  per  tutte  le  specie  di 
mammiferi  selvatici  dell’Italia  centro-meridionale  le  informazioni  oggi  disponibili 
sulla  distribuzione;  la  consistenza;  lo  status  legale  e  di  conservazione;  la  tendenza  di 
popolazione;  i  problemi  di  gestione,  sfruttamento,  controllo  e  conservazione;  lo 
stato  delle  conoscenze  scientifiche  e  le  principali  ricerche  svolte;  le  ricerche  in  atto  e 
quelle  necessarie  o  auspicabili;  gli  interventi  di  gestione  necessarie.  Queste  informa¬ 
zioni  e  la  trattazione  saranno  più  superficiali  e  sommarie  per  le  specie  di  minor 
importanza  o  con  una  problematica  più  ristretta  per  lasciare  spazio  a  quelle  specie  il 
cui  status  e  la  cui  ricerca  sono  più  importanti  alla  loro  stessa  gestione  e  a  quella  di 
tutto  l’ambiente. 

Senza  trarre  alcuna  conclusione  di  sorta,  la  relazione  vuole  fornire  un  quadro 
generale  ed  una  base  per  una  discussione  fattiva  degli  interventi  da  proporre  e  delle 
ricerche,  di  base  e  applicate,  da  stimolare  e  sostenere,  alla  ricerca  possibile  di  una 
priorità  d’azione  nell’interesse  di  tutto  l’ambiente. 


I  determinanti  ambientali  nello  sviluppo  del  comportamento 

F.  Dessi,  Dipartimento  di  Ecologia  dell’Università  della  Calabria;  C.  Lupo;  G. 

Ciampi,  B.  Musi  and  K.  Larsson. 

Hypothalamic  conversion  of  testosterone  (T)  to  estrogens  (E)  appears  to  be 
essential  for  thè  capacity  of  T  to  stimulate  thè  expression  of  male  sexual  behavior 
(see  Larsson,  1979).  It  is  well  established  that  acute  sexual  stimulation  can  change 
T,  LH  and  PRL  plasma  levels  (Kamel  et  al.,  1977),  and  Lupo  et  al.  (1978)  showed 
that  socio-sexual  deprivation  of  male  rats  influences  thè  processes  that  convert  T  to 
E  suggesting  thè  importance  of  social  stimulation  even  for  thè  regulation  of  brain  T 
metabolism.  In  this  communication,  I  will  survey  recent  findings  pertaining  to  fac- 
tors  that  may  account  for  thè  effects  of  socio-sexual  deprivation  on  thè  neuroendo¬ 
crine  activity  of  male  rats. 

To  explore  thè  role  of  pheromonal  cues,  males  housed  in  groups  of  6,  were,  bet- 
ween  weaning  at  21  days  and  60  days  of  age,  exposed  to  soiled  bedding  material  from 
cages  housing  adult  males  or  females.  The  high  rate  of  transformation  of  T  into  E  and 
other  metabolites  of  thè  hypothalamic  tissue,  and  thè  low  plasma  T  and  E  levels  cha- 
racterizing  socially  deprived  males  was  effectively  counteracted  by  exposure  of  thè 
males  to  female  and  male  bedding.  The  action  of  thè  bedding  factor  seems  to  fit  thè 
concept  of  a  priming  pheromone  as  that  concept  is  presently  applied  to  mammals 
(Whitten  and  Champlin,  1973),  and  thè  results  of  this  study  suggest  a  role  of  such  a 
substance  associated  with  adult  rats  in  mediating  thè  modulating  influence  of  social 
stimuli  on  thè  enzymatic  processes  involved  in  thè  hypothalamic  T  metabolism. 

Further  support  of  thè  idea  that  olfaction  is  important  for  thè  regulation  of  thè 
brain  T  metabolism  is  given  by  thè  finding  that  anosmia  induced  by  surgical  des- 
truction  of  thè  olfactory  epithelium  may  interfere  with  these  processes  (Dessì-Ful- 
gheri  et  al.,  1980). 


Processi  verbali  271 


Thus  sexually  experienced  rats  showed  decreased  plasma  T  and  increased 
plasma  DHT  concentrations  following  anosmia.  Furthermore,  thè  relatively  low  aro- 
matase  activity  characteristic  to  thè  intact  experienced  male  was  increased  signifi- 
cantly  in  anosmic  rats. 

To  evaluate  thè  role  of  sexual  activity  itself,  male  rats  were  housed  with  gona- 
dectomized  females,  part  of  which  were  made  receptive  by  hormone  treatment  and 
thus  allowed  heterosexual  activity,  and  part  of  which  were  left  unreceptive.  After 
thè  end  of  this  period,  thè  animals  were  killed.  The  males  that  had  been  living  with 
receptive  females  showed  elevated  plasma  T  and  E  but  no  changes  were  seen  in  thè 
transformation  of  T  to  toher  steroids.  These  obsevations  showing  that  sexual  activity 
itself  influences  plasma  T  and  E  but  not  brain  T  metabolism  suggest  that  thè  altera- 
tion  in  brain  T  metabolism  caused  by  socio-sexual  deprivation  is  not  due  to  absence 
of  heterosexual  activity  but  rather  to  absence  of  olfactory  stimulation. 

In  two  studies  we  adressed  thè  problem  whether  there  exists  a  period  of  heigh- 
tened  sensitivity  to  environmental  influences.  In  thè  first  study,  male  rats  were 
caged  with  females  or  other  males  from  weaning  until  they  were  killed  at  either 
35,45  or  60  days.  Metabolic  changes  in  thè  hypothalamic  T  transformation  related  to 
cohabitation  with  females  were  seen  in  all  age  groups.  This  effect  was  particularly 
marked  in  thè  35-day  group  suggesting  a  heighetened  sensitivity  around  this  age.  In 
a  second  experiment,  thè  period  of  female  exposure  was  limited  to  15  days,  and 
either  included  thè  age  period  of  30-45  or  of  45-60  days.  When  killed  at  70  days, 
males  exposed  to  females  between  45  and  60  but  not  between  30  and  45  days 
showed  elevated  plasma  T.  The  results  obtained  in  this  study  excludes  thè  possibil- 
ity  that  in  adult  rats,  plasma  T  levels  are  elevated  as  a  consequence  of  sociosexual 
stimulation  at  an  early  «  sensitive  »  period,  instead  suggesting  that  such  stimulation, 
when  occurring,  produce  transient  effects. 


/  cicli  riproduttivi  nei  vertebrati 

G.  Chieffi,  I  Cattedra  di  Biologia  e  Zoologia  Generale,  I  Facoltà  di  Medicina  e  Chi¬ 
rurgia,  Università  di  Napoli. 

Uno  dei  fenomeni  biologici  più  interessanti  e  meglio  conosciuti  è  la  ciclicità  dei 
processi  riproduttivi  di  numerose  specie  di  piante  e  animali. 

La  maggior  parte  dei  Vertebrati,  dai  Ciclostomi  ai  Mammiferi,  tendono  a  ripro¬ 
dursi  nei  periodi  deiranno  climaticamente  più  favorevoli.  Numerosi  sono  gli  espe¬ 
dienti  messi  in  atto  per  raggiungere  questo  scopo. 

La  domesticazione  e  talora  la  cattività  hanno  modificato  il  ritmo  riproduttivo  di 
molte  specie,  con  la  conseguente  estensione  dell’attività  riproduttiva  a  ogni  stagione 
dell’anno,  come  nella  specie  umana. 

In  che  modo  i  cicli  riproduttivi  si  sincronizzano  con  le  stagioni  climaticamente 
più  favorevoli?  Dei  fattori  ambientali,  il  fotoperiodo  è  certamente  quello  più  impor¬ 
tante  nell’ influenzare  i  ritmi  riproduttivi,  sebbene  negli  eterotermi  sembra  operare 
insieme  alla  temperatura.  Attraverso  recettori  specifici,  la  cui  localizzazione  in  molti 
casi  è  ancora  sconosciuta,  gli  stimoli  giungono  all’ipotalamo  che  regola,  tramite 
l’ipofisi,  la  maggior  parte  delle  funzioni  riproduttive. 

I  fattori  ambientali  operano  in  stretto  rapporto  con  dei  meccanismi  fisiologici 
endogeni,  anch’essi  di  natura  ciclica,  fissati  ereditariamente,  che  vanno  sotto  il 


272  Processi  verbali 


nome  di  «ritmi  endogeni»,  di  cui  si  ignora  la  localizzazione.  Uno  di  questi  fattori 
endogeni  più  interessanti  è  «la  refrattarietà»,  quel  fenomeno  per  cui  viene  improv¬ 
visamente,  totalmente  sospesa  Fattività  riproduttiva  nonostante  le  condizioni 
ambientali  persistano  favorevoli.  Nonostante  le  numerose  ricerche  finora  compiute 
sono  ancora  sconosciuti  i  meccanismi  che  regolano  tale  fenomeno  di  notevole  inte¬ 
resse  adattativo. 


«Comportamento  aggressivo  in  Uegitglanis  zammaranoi  Gianferrari,  pesce  freatobio 
emoftalmo:  considerazioni  sul  repertorio  comportamentale  esibito  in  esperimenti  di 
laboratorio  ». 

Berti  R.  e  A.  Ercolini,  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  di  Firenze. 

Uegitglanis  zammaranoi  Gianferrari,  claride  anoftalmo  endemico  della  falda 
freatica  somala,  presenta  imponenti  regressioni  di  tipo  morfologico  (estrema  depig¬ 
mentazione;  assenza  di  occhio,  nervo  e  chiasma  ottico;  riduzione  dell’encefalo  «in 
toto»  ed  in  particolare  dei  lobi  ottici;  riduzione  della  vescica  natatoria  e  della 
tiroide),  che  testimoniano  dell’elevato  grado  di  adattamento  alla  vita  ipogea  acqui¬ 
sito.  Il  comportamento  aggressivo  presentato  da  tale  specie,  osservato  dagli  A.A.  nei 
pozzi  di  cattura,  è  stato  studiato  ed  analizzato  in  laboratorio.  Il  repertorio  comporta¬ 
mentale  esibito  nel  corso  degli  esperimenti  condotti  appare  estremamente  ricco  ed 
articolato:  sono  stati  individuati  ben  27  «patterns»  comportamentali,  fra  i  quali 
sono  rappresentati  tutti  quelli  riscontrati,  nel  corso  di  esperimenti  analoghi  effettuati 
da  altri  A.A.,  nel  repertorio  comportamentale  esibito  da  Ictalurus  natalis  Lesueur  e 
da  /.  nebulosus  Lesueur,  pesci  gatto  epigei  americani  sistematicamente  non  troppo 
lontani  da  Uegitglanis.  A  differenza  di  quanto  rilevato  da  altri  A.A.  su  varie  specie  di 
pesci  ipogei,  in  Uegitglanis  le  profonde  regressioni  riscontrate  a  livello  morfologico 
non  appaiono  pertanto  accompagnate  da  corrispondenti  regressioni  sul  piano  com¬ 
portamentale,  per  lo  meno  per  quanto  concerne  il  comportamento  aggressivo.  La 
causa  dell’assenza  di  regressioni  a  questo  livello  è  da  ricercare,  a  parere  degli  A.A., 
nel  probabile  alto  significato  adattativo  rivestito  da  tale  comportamento  nella  biolo¬ 
gia  di  Uegitglanis. 


Effetto  del  5  [5  DHT  e  del  corticosterone  su  alcuni  parametri  riproduttivi  della  quaglia 
giapponese. 

L.  Bottoni,  Istituto  di  Farmacologia,  Università  degli  Studi  di  Milano;  P.  Deviche, 
Laboratoire  de  Biochimie  Générale  et  Comparée,  Université  de  Liège. 

La  quaglia  giapponese  (Coturnix  coturnix  japonica)  è  dotata  di  un  sistema 
riproduttivo  tipicamente  dipendente  dal  fotoperiodo.  È  stato  dimostrato  che,  non 
solo  la  secrezione  degli  ormoni  ipofisari,  ma  anche  il  metabolismo  degli  androgeni 
nell’ipofisi,  nell’ ipotalamo  e  negli  organi  androgeno-dipendenti  (ghiandola  cloacale) 
subiscono  significative  variazioni  in  seguito  alla  fotostimolazione  degli  uccelli. 

Negli  esperimenti  qui  descritti  si  è  voluto  studiare  il  possibile  effetto  del  corti¬ 
costerone  (già  noto  per  certi  effetti  sul  sistema  riproduttivo  degli  uccelli)  e  del  5  3 
diidrotestosterone  (un  metabolita  del  testosterone  generalmente  considerato  inat¬ 
tivo)  sul  alcuni  parametri  riproduttivi  della  quaglia.  Due  gruppi  di  quaglie,  mante- 


Processi  verbali  273 


nute  rispettivamente  in  giorni  brevi  (8  ore  di  luce,  16  ore  di  buio)  e  in  giorni  lunghi 
(8  ore  di  buio,  16  ore  di  luce),  sono  state  trattate  con  corticosterone  e  sono  stati 
quindi  misurati  farea  della  ghiandola  cloacale,  il  peso  dei  testicoli,  i  livelli  plasma¬ 
tici  di  LH  e  P5H,  il  metabolismo  in  vitro  del  testosterone.  Nell’ ipofisi,  l’esposizione 
a  giorni  lunghi  ha  aumentato  la  conversione  del  testosterone  in  metaboliti  5  a- 
ridotti,  ma  non  quella  in  5  (5-ridotti  né  androstenedione.  Il  trattamento  con  cortico¬ 
sterone  ha  causato  un  aumento  della  produzione  dei  metaboliti  5  P-ridotti  e  contem¬ 
poraneamente  una  diminuzione  di  androstenedione  sia  negli  uccelli  fotostimolati 
che  in  quelli  non  fotostimolati.  Inoltre,  negli  uccelli  non  fotostimolati,  il  corticoste¬ 
rone  ha  causato  un  aumento  dei  livelli  plasmatici  di  LH.  Nella  ghiandola  cloacale  il 
corticosterone  ha  causato  un  aumento  della  conversione  del  testosterone  in  adroste- 
nedione  negli  animali  esposti  a  giorni  lunghi  e  una  diminuzione  in  quelli  esposti  a 
giorni  brevi. 

Nell’esperimento  riguardante  il  5  p-diidrotestosterone  è  stata  misurata  farea 
della  ghiandola  cloacale  ed  è  stato  osservato  il  comportamento  sessuale.  I  risultati 
indicano  un  leggero  effetto  del  5  p  DHT  sulla  crescita  della  ghiandola  cloacale  e 
inoltre  un  effetto  di  potenziamento  dell’azione  del  testosterone  sul  comportamento 
sessuale.  Questi  risultati  suggeriscono  che  anche  alcuni  steroidi  non  androgeni  pos¬ 
sono  giocare  un  molo  abbastanza  importante  nel  ciclo  riproduttivo  degli  uccelli. 


Astromenotassia  cronometrica  ed  altri  meccanismi  di  orientamento  alla  bussola  negli 
anfibi:  una  revisione. 

Guido  Chelazzi,  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  di  Firenze. 

Meccanismi  di  orientamento  «alla  bussola»  sono  impiegati  da  varie  specie  di 
Anfibi,  nei  differenti  stadi  ontogenetici:  i)  per  mantenere  una  posizione  ottimale 
nelfecotono  ripario  (orientamento  zonale),  ii)  per  effettuare  movimenti  migratori 
legati  all’ontogenesi  o  alla  vicenda  stagionale,  iii)  con  ogni  probabilità  anche  come 
parte  di  meccanismi  navigazionali  più  complessi  nelle  forme  capaci  di  homing. 

La  capacità  di  orientamento  mediante  il  sole  con  meccanismo  ad  astromenotas¬ 
sia  cronometrica,  scoperta  originariamente  in  Acris  gryllus  (Ferguson,  1963),  è  stata 
successivamente  dimostrata  in  molte  specie  di  Urodeli  ed  Anuri,  tramite  esperi¬ 
menti  in  arene  circolari  o  sfruttando  tecniche  di  condizionamento.  Alcuni  Autori  (ad 
esempio  Ferguson  &  Landreth,  1966  su  Bufo  fowleri )  ritengono  di  aver  messo  in  evi¬ 
denza  un  orientamento  astronomico  basato  anche  sulla  visione  della  luna  o  delle 
stelle,  senza  però  fornire  prove  convincenti. 

Più  documentata  è  la  capacità  di  alcune  specie  di  utilizzare  informazioni  astro¬ 
nomiche  mediate  da  recettori  extraottici.  Le  ricerche  più  compiete  sono  state  con¬ 
dotte  su  Acris  gryllus  (Taylor  &  Ferguson,  1970),  Rana  catesbeiana  (lustri  &  Taylor, 
1976)  ed  Amby stoma  tìgrinum  (Taylor,  1972;  Taylor  &  Adler,  1978).  In  tutti  questi 
casi  sembra  che  l’organo  parietale  posteriore  comprenda  i  principali  recettori  impli¬ 
cati  nella  astromenotassia  extraottica,  ma  è  difficile  stabilire  con  sicurezza  quale 
parte  del  complesso  svolga  l’effettiva  funzione  trasduttiva  o  se  più  parti  siano  tra 
loro  vicarianti. 

Altri  meccanismi  di  orientamento  direzionale  sono  presenti  almeno  in  forme  ad 
ecologia  particolare.  È  il  caso  della  salamandra  troglobia  Eurycea  lucifuga ,  capace  di 
impiegare  il  campo  magnetico  terrestre  per  mantenere  direzioni  preferenziali  (Phi- 


274  Processi  verbali 


lipps,  1977).  Altre  specie,  come  Rana  catesbeiana  e  Notophtalmus  viridescens  (Taylor 
&  Auburn,  1978)  si  orientano  utilizzando  il  quadro  di  polarizzazione  luminosa  della 
volta  celeste.  Anche  la  geotassia  è  utilizzata  per  compiere  movimenti  migratori  da 
parte  di  specie  che  vivono  su  pendìi  accentuati  (Fitzgerald  &  Bider,  1974,  in  Bufo 
americanus). 

Di  particolare  interesse  sono  le  ricerche  sulla  acquisizione  e  variazione  ontoge¬ 
netica  di  una  direzione  preferenziale  di  movimento:  in  varie  specie  si  assiste  ad 
inversioni  delforientamento  direzionale  in  coincidenza  con  la  metamorfosi  o  legate 
alla  periodicità  stagionale. 

Le  indagini  sulforientamento  negli  Anfibi  hanno  fino  ad  oggi  fornito  una  serie 
di  spunti  interessanti  sotto  il  profilo  eco-etologico,  fisiologico,  ontogenetico  e  filoge¬ 
netico.  La  soluzione  dei  numerosi  quesiti  delineati  necessita  di  una  indagine  più 
rigorosa  dal  punto  di  vista  metodologico  e  maggiormente  attenta  ai  risultati  acquisiti 
nello  studio  di  altri  gruppi  di  Vertebrati  ed  anche  di  Invertebrati. 


Molecular  and  bioregulatory  evolution  of  steroid  hormones  in  vertebrates. 

Lorenzo  Colombo  &  Paola  Colombo  Belvedere,  Istituto  di  Biologia  animale,  Univer¬ 
sità  di  Padova,  Via  Loredan  10,  Padova. 

A  salient  feature  of  vertebrate  endocrine  systems  is  their  use  of  steroid  vectors 
for  a  large  share  o  extracellular  information  transfers.  Actually,  thè  progressive 
expansion  of  thè  steroid  signalling  mode  can  be  considered  as  an  intrinsic  trend  in 
vertebrate  evolution. 

The  advanteges  of  steroid  mediation  are  both  semantic  and  operational.  Con- 
trary  to  a  common  belief,  species  specificity  in  steroid  secretions  is  produced  more 
easily  than  in  thè  case  of  protein  and  peptide  hormones. 

Qualitatively,  it  can  rely  not  only  upon  mutational  and  duplicational  changes  in 
thè  structural  genes  coding  for  steroid-biosynthetic  enzymes  (divergent  and  dicho- 
tomic  evolution)  but  also,  and  especially,  upon  changes  in  thè  regulatory  portion  of 
thè  genome  controlling  thè  expression  of  thè  structural  genes  among  steroidogenic 
endocrines  (combinatory  evolution).  While  differences  in  structural  genes  between 
species  are  related  to  their  phylogenetic  distance,  differences  in  gene  expression  for 
steroidogenic  enzymes  are  not  or  scarcely  so. 

Quantitatively,  further  variability  is  assured  by:  1)  modifications  of  thè  balance 
between  interlocking  pathways  in  thè  steroidbiosynthetic  network  (even  as  a  direct 
response  to  environmental  temperature);  2)  equilibrium  shifts  in  redox  reactions 
catalyzed  by  hydroxysteroid  dehydrogenases  and  coupling  active  with  less  active 
molecular  forms  (progesterone/20  a  or  (3-dihydroprogesterone;  corticosterone/ 11- 
dehydrocorticosterone;  cortisol/ cortisone;  testosterone/androstenedione;  estradiol- 
17  3/estrone);  3)  release  of  steroids  as  phohormones  or  conjugates  to  be  activated 
peripherally;  4)  utilization  of  endogenous  v.  exogenous  precursors  such  as  choleste- 
rol.  Thus,  thè  steroid-biosynthetic  apparatus  appears  to  be  flexible  enough  to  rapidly 
meet  changing  needs  for  adaptive  evolution. 

As  to  thè  steroid  bioregulatory  function,  thè  following  organizational  strategies 
can  be  recognized  during  vertebrate  phylogenesis:  1)  concentration  of  steroid  hor- 
monogenesis  in  defined  glands  (gonads,  adrenal  and,  to  a  lesser  extent,  placenta) 
whereas  a  more  dispersed  arrangement  is  postulated  in  deuterostome  invertebrates 


Processi  verbali  275 


and,  possibly,  cyclostomes;  2)  sexual  dìfferentiation  of  gonadal  steroid  biosynthesis 
after  thè  ermergence  of  thè  gnathostomes;  3)  progressive  elongation  of  thè  commu- 
nication  channel  travelled  by  gonadal  steroids  from  thè  steroid-secreting  to  thè  ste- 
roid-responsive  sites  with  a  sequential  recruitment  for  control  of  germinai,  somatic 
and  pheromonal  targets,  in  this  order;  4)  steroid  diffusibility  opposed  in  thè  internai 
milieu  by  circulating  proteins  with  high  binding  affinity  and  favored  in  thè  external 
environment  by  thè  high  volatility  or  water-solubility  of  steroid  pheromones;  5) 
temperai  modulation  of  target  response  through  thè  adoption  of.  either  nonnuclear 
or  nuclear  mechanisms  of  steroid  action  to  induce  effects  with  either  short  or  long 
latency  and  duration. 

In  conclusion,  considering  thè  versatility,  dependability  and  low  energy  demand 
of  a  communication  System  based  on  steroid  messengers,  it  is  not  surprising  that 
thè  vertebrates  are  relying  on  sucfa  a  System  for  both  individuai  survival  and  species 
perpetuation. 


La  conoscenza  delia  storia  naturale  dei  roditori  nella  pianificazione  sul  territorio  di 
interventi  finalizzati  al  controllo  igienico-sanìtario  delle  infrastrutture  civili. 

Mauro  Cristaldi,  Istituto  di  Anatomia  Comparata  «G.B.  Grassi»,  Roma;  Anna  Di 
Rienzo,  Ospedale  Generale  Regionale  «S.  Eugenio»,  Roma;  Daniele  Giombi,  Isti¬ 
tuto  di  Costruzioni  Idrauliche  della  Facoltà  di  Ingegneria,  Roma. 

Vengono  illustrati  i  criteri  orientativi  per  la  conoscenza  della  biologia  dei  Rodi¬ 
tori  infestanti  finalizzata  agli  interventi  nell’ impiantistica  delle  infrastrutture  civili, 
con  particolare  riferimento  alle  condizioni  degli  impianti  di  smaltimento  dei  rifiuti. 

Vengono,  pertanto,  tracciati  alcuni  riferimenti  alla  storia  evolutiva  di  alcune 
specie  murine  in  rapporto  alle  loro  abitudini  commensali  con  la  specie  umana. 

Sono  infine  illustrati  i  criteri  per  l’impiego  dei  Roditori  quali  indicatori  biologici 
ai  fini  del  controllo  mutagenetico  dei  sistemi  territoriali  tramite  monitoraggi 
ambientali  di  semplice  gestione  decentrata. 


Segregazione  ambientale  e  relative  variazioni  stagionali  nella  famiglia  dei  Silvidi 
(CI.  AvesJ  nell’ìsola  dì  Vivara  (Golfo  di  Napoli). 

de  Filippo  G.,  Coppola  D.,  Fraissinet  M.,  Mastronardi  D  ,  Istituto  e  Museo  di  Zoolo¬ 
gia,  Via  Mezzocannone  8,  80137  Napoli. 

Sono  state  studiate  le  preferenze  ambientali  in  10  specie  della  famiglia  dei  Sil¬ 
vidi  (, Sylvia  atri  capì  Ila,  S.  borin,  S.  canti  Hans,  S.  communi  s,  S.  melanocephala ,  Phyllo - 
scopus  co  Uy  luta,  P.  sibiìatrix ,  P.  trochilus ,  Hyppolais  icterina )  sull’isola  di  Vivara. 

Sono  stati  identificati  5  habitats  (macchia  bassa,  macchia  alta,  olivete,  bosco  di 
roverella,  ambiente  antropico)  nei  quali  le  specie  considerate  contraggono  rapporti 
interspecifici  di  tipo  competitivo  nell’alimentazione. 

Per  ogni  specie  è  stato  calcolato  l’indice  di  diversità  ecologica  (Power,  1971)  in 
due  differenti  periodi:  migrazione  (marzo-aprile-maggio)  e  post-migrazione  (giugno- 
luglio). 

I  Phylloscopus  sono  specie  altamente  selettive,  mentre  vengono  considerate 
poco  selettive  la  Sylvia  melanocephala  e  la  S.  atrìcapilla.  Queste  due  specie  (le 


276  Processi  verbali 


uniche  nidificanti  e  presenti  nel  periodo  post-migratorio  con  una  sufficiente  consi¬ 
stenza  numerica)  mostrano  una  maggiore  segregazione  ambientale  nel  secondo 
periodo.  Dall’analisi  delle  preferenze  di  habitat  nelle  varie  specie  si  ricava  che  l’au¬ 
mento  della  segregazione  ambientale  in  queste  due  Sylvia  è  da  porre  in  relazione 
con  gli  habitats  abbandonati  dai  Silvidi  migratori. 

Infine  uno  studio  effettuato  nell’ambito  di  ogni  habitat,  sulle  preferenze  per 
zone  a  diversa  densità  vegetazionale  (Cody  e  Walter,  1976)  ha  evidenziato  come  tra 
le  due  Sylvia  nidificanti  non  vi  sia  competizione  alimentare,  pur  frequentando  gli 
stessi  habitats,  poiché  esse  si  dispongono  in  zone  (sotto-habitat)  a  diversa  densità 
vegetazionale. 


Identificazione  di  alcune  componenti  lipidiche  del  corpo  giallo  e  dell’ ovario  in  femmine 
di  Rana  esculenta  nel  corso  dell’anno. 

L.  Di  Matteo,  Istituto  di  Zoologia,  Università  di  Napoli. 

Ricerche  sull’importanza  esercitata  dal  corpo  giallo  degli  Anfibi  nella  fisiologia 
della  gonade  hanno  messo  in  evidenza  il  ruolo  svolto  dal  contenuto  lipidico.  In  fem¬ 
mine  di  Rana  esculenta  è  stato  studiato  il  contenuto  lipidico  del  corpo  giallo, 
dell’ovario  e  del  plasma  mediante  tecniche  di  cromatografia  su  strato  sottile,  nel 
corso  dell’anno.  I  periodi  in  cui  si  è  operato  rappresentano  momenti  critici  della 
fisiologia  della  riproduzione  in  questi  animali:  marzo-maggio  (periodo  ovulatorio), 
luglio-settembre  (periodo  di  ripresa),  novembre-gennaio  (periodo  di  stasi).  Le  classi 
lipidiche  identificate  nel  corpo  giallo  e  nell’ovario  si  diversificano  nei  tre  periodi.  In 
particolare  possiamo  notare  la  presenza  di  aldeidi  ed  esteri  di  acidi  grassi,  nel  corpo 
giallo  e  nell’ovario,  solo  nei  mesi  primaverili.  Questi  composti  si  trovano  nel  plasma 
a  partire  dal  tardo  inverno.  Infine,  aldeidi  ed  esteri  degli  acidi  grassi  sono  stati  iden¬ 
tificati  anche  in  escreti  urinari  di  femmine  del  periodo  ovulatorio  o  di  femmine 
mantenute,  durante  i  mesi  invernali,  a  temperature  primaverili,  come  pure 
nell’ urina  di  maschi  trattati  con  estradiolo. 


Prime  note  sull’ecologia  e  sul  flusso  migratorio  dell’assiolo  fOtus  scops)  a  Vivara 
(Napoli). 

M.  Fraissinet,  A.  Del  Rio,  M.  Kalby  e  R.  D’Anselmo,  Istituto  e  Museo  di  Zoologia, 
Via  Mezzocannone  8,  80134  Napoli. 

Gli  A.A.  nel  corso  delle  loro  ricerche  all’isola  di  Vivara  hanno  riscontrato 
alcune  variazioni  sull’ecologia,  la  distribuzione  e  il  flusso  migratorio  dell’assiolo 
(Otus  scops),  rispetto  a  quanto  riportato  in  letteratura  (Moltoni,  1967-68). 

Hanno  infatti  constatato,  sulla  base  delle  catture  e  delle  osservazioni  effettuate 
negli  ultimi  tre  anni,  una  presenza  della  specie  sull’isola  non  solo  di  passo,  ma 
anche  di  tipo  stanziale. 

L’analisi  particolareggiata  delle  ricatture  ha  permesso  di  affermare  che  gli  indi¬ 
vidui  svernanti  non  coincidono  con  quelli  estivanti.  Fra  questi  ultimi  esiste  almeno 
una  coppia  che  da  un  paio  di  anni  sembrerebbe  nidificare  su  Vivara.  Tali  individui 
manifestano  infatti  nel  periodo  della  riproduzione  un  tipico  atteggiamento  territo- 


Processi  verbali  277 


riale  e,  nello  stesso  tempo,  riportano  valori  ornitometrici  che  possono  essere  corre¬ 
lati  alla  deposizione  di  uova. 

Si  è  notato  altresì  un  aumento  negli  ultimi  anni  degli  individui  migratori.  Il 
passo  primaverile  si  attua  nei  mesi  di  marzo  e  aprile,  quello  autunnale  nei  mesi  di 
ottobre  e  novembre. 

È  stata  elaborata,  infine,  una  tabella  delle  medie  ornitometriche  principali:  essa 
ha  dimostrato  una  sostanziale  convergenza  con  le  medie  riportate  nella  letteratura 
nazionale. 


Analisi  dei  fattori  determinanti  la  struttura  sociale  dei  primati:  studio  di  un  gruppo  di 
Macache  nemestrine  (Macaco  nemestrina). 

Giacoma  Cristina,  Istituto  di  Anatomia  Comparata  di  Torino,  V.  Giolitti  34,  Torino. 

Il  gruppo,  costituito  da  sei  femmine  di  5  anni,  è  stato  osservato  in  3  diverse 
situazioni: 

a)  alloggiato  in  un  recinto  di  circa  250  m2. 

b)  alloggiato  in  una  gabbia  di  14  m2  x  h  =  3  m,  dopo  l’introduzione  di  un 
maschio  adulto. 

c)  alloggiato  nella  stessa  gabbia  di  b),  senza  il  maschio  adulto  e  dopo  la  nascita 
di  2  maschi. 

I  parametri  comportamentali  utilizzati  sono:  spostamento,  minaccia,  ostilità, 
sottomissione  ricevuta,  monta,  grooming,  competizione  per  il  cibo.  L’analisi  tramite 
matrici  a  due  entrate  di  tutti  i  parametri  eccetto  il  grooming,  se  considerati  direzio¬ 
nalmente,  evidenziano  resistenza  di  un  solo  ordine  gerarchico  di  tipo  lineare.  In 
prima  analisi  il  grooming  appariva  caratterizzato  essenzialmente  da  un  principio  di 
reciprocità. 

L’analisi  attuata  mediante  la  suddivisione  in  sottogruppi  formati  da  femmine  di 
a-alto  rango  /  co-basso  rango  evidenzia  come  il  grooming,  e  l’attenzione  sociale  in 
genere,  sia  più  frequente  all’interno  di  ogni  sottogruppo  e  come  il  maschio  adulto, 
che  assume  la  leadership,  interagisca  preferenzialmente  con  a.  L’introduzione  del 
maschio  comporta  inoltre  una  diminuzione  della  frequenza  delle  interazioni  aggres¬ 
sive  all’interno  di  co  ed  un  aumento  in  a.  Lo  stesso  tipo  di  analisi,  fatto  per  sotto¬ 
gruppi  distinti  in  femmine  non  gravide,  femmine  gravide,  femmine  con  neonato  ha 
dato  risultati  meno  significativi. 

L’analisi  dell’etogramma  rivela  una  netta  diminuzione  della  frequenza  degli 
spostamenti  nelle  situazioni  b/c  rispetto  ad  a  e  la  riduzione  quasi  totale  delle  monte 
con  la  nascita  dei  piccoli. 


Variazioni  del  titolo  di  vitellogenina  durante  il  ciclo  riproduttivo  di  Rana  esculenta. 
Giorgi  F.,  Istituto  di  Istologia  ed  Embriologia,  Università  di  Pisa;  Gobbetti  A.,  Pol- 
zonetti-Magni  A.,  Istituto  di  Zoologia  ed  Anatomia  Comparata,  Università  di  Came¬ 
rino. 


Durante  il  ciclo  riproduttivo  di  Rana  esculenta  sono  state  messe  in  evidenza 
modificazioni  del  peso  dell’ovario,  dell’ovidutto  e  degli  steroidi  sessuali  plasmatici. 


278  Processi  verbali 


Tali  modificazioni  sono  probabilmente  controllate  anche  da  fattori  ambientali  quali 
temperatura,  fotoperiodo  e  disponibilità  di  cibo.  Dal  momento  che  uno  dei  para¬ 
metri  più  caratteristici  dell’accrescimento  ovarico  è  rappresentato  dall’accumulo  di 
vitello,  abbiamo  ritenuto  opportuno  analizzare  questo  processo  attraverso  la  deter¬ 
minazione  del  titolo  della  vitellogenina  (VTG)  in  femmina  catturate  in  diverse  loca¬ 
lità. 

La  VTG  purificata  secondo  il  metodo  di  Wiley  e  Wallace,  1978  è  stata  impiegata 
per  la  preparazione  di  un  antisiero  monospecifico;  il  titolo  ematico  di  VTG  è  stato 
quindi  determinato  mediante  la  tecnica  di  immunoelettroforesi  quantitativa. 

I  risultati  indicano  che  la  VTG  di  Rana  esculenta  è  strutturalmente  simile  a 
quella  di  altri  Anfibi  esaminati.  Nelle  tre  popolazioni  onsiderate  il  titolo  della 
VTG  segue  variazioni  stagionali  ed  il  suo  aumento  precede  quello  del  peso  ova¬ 
rico.  La  stretta  correlazione  tra  l’aumento  del  peso  ovarico  e  il  livello  ematico  di 
VTG  ben  si  evidenzia  nelle  diversità  del  ciclo  dipendenti  dalle  condizioni  ambien¬ 
tali. 


Alcuni  aspetti  della  biologia  e  del  comportamento  di  Erinaceus  europaeus  L.  1758 
(Insectivora).  A)  Periodo  attivo. 

G.  Gustato,  P.  Pedata  e  S.  del  Gaudio,  Istituto  di  Zoologia,  Napoli. 

Dalle  osservazioni  condotte  su  4  esemplari  di  E.  europaeus  tenuti  in  stabulario  è 
risultato  che  il  ciclo  di  attività  di  questo  mammifero  ibernante  nell’arco  dei  12  mesi 
si  articola  in  tre  periodi:  Periodo  attivo,  Periodo  di  preparazione,  Periodo  sensibile. 
Questi  sono  caratterizzati  dai  valori  dei  parametri:  temperatura  corporea  (Tc),  ritmo 
respiratorio  (Rr),  ritmo  cardiaco  (Re),  oltre  che  da  differenti  achemi  comportamen¬ 
tali. 

L’esame  del  comportamento  ha  evidenziato  che  Erinaceus  europaeus  alla  nostra 
latitudine  (41°  N)  è  attivo  nel  periodo  compreso  tra  marzo-aprile  e  settembre- 
ottobre.  Durante  tale  intervallo  di  tempo  la  Tc  varia  tra  i  30°C  ed  i  35°C,  il  Re  tra  i 
160  battiti/ 1'  e  gli  80  battiti/ T  ed  il  Rr  tra  i  10  atti/ 1'  ed  i  40  atti/l'. 

Gli  animali,  che  generalmente  dormono  durante  le  ore  diurne  possono,  tuttavia, 
esibire  nelle  stesse  ore,  se  sollecitati  dallo  sperimentatore,  un  certo  comportamento 
esplorativo.  Si  «appallottolano»  solo  nel  momento  in  cui  li  si  prende  per  poi  rilas¬ 
sarsi  gradualmente  e  con  una  certa  rapidità,  consentendo  di  effettuare  le  misura¬ 
zioni  ed  osservarne  il  comportamento. 

Non  esitano  a  prendere  dalle  mani  dello  sperimentatore  l’alimento  costituito  da 
pietanze  caratterizzanti  la  nostra  dieta. 

Solo  durante  il  Periodo  attivo  E.  europaeus ,  a  contatto  con  particolari  sostanze, 
dopo  averle  annusate,  le  lecca  o  le  mastica  producendo,  così,  una  saliva  schiumosa 
di  cui,  poi,  si  cosparge  il  dorso  con  la  lingua,  esibendo  «l’autosputo». 

Stimolando  gli  animali  con  sostanze  organiche  ed  inorganiche  sia  solide  che 
liquide,  abbiamo  provocato  sperimentalmente  questo  comportamento  che  può  es¬ 
sere  anche  conseguente  a  nuove  situazioni  come  il  cambiamento  di  ambiente  e  rin¬ 
contro  o  la  lotta  con  un  nuovo  conspecifico. 


Processi  verbali  279 


Alcuni  aspetti  della  biologia  e  del  comportamento  di  Erinaceus  europaeus  L.  1758 
(Insectivora).  B)  Periodo  di  preparazione  e  Periodo  sensibile. 

G.  Gustato,  P.  Pedata  e  S.  del  Gaudio. 

Le  osservazioni  condotte  hanno  evidenziato  che  alla  nostra  latitudine  (41°  N), 
E.  europaeus  manifesta  il  fenomeno  di  vita  latente  durante  il  periodo  compreso  tra 
ottobre-novembre  e  marzo-aprile  -  Periodo  sensibile  -. 

Inoltre,  all’ approssimarsi  dell’autunno,  si  riscontrano  negli  animali  alcuni  cam¬ 
biamenti  morfofisiologici  che  consentono,  così,  di  localizzare  anche  il  Periodo  ài 
preparazione.  Durante  quest’ultimo,  gli  animali  mostrano  un  netto  infoltimento  del 
pelo  ed  una  spiccata  «irritabilità»;  inoltre,  per  tutti  gli  esemplari  in  osservazione,  si 
è  registrato  un  decremento  del  peso  tra  il  7,9%  ed  il  4,3%  negli  ultimi  15  giorni  pre¬ 
cedenti  la  prima  ipotermia. 

Durante  il  Periodo  sensibile  l’animale  manifesta  più  volte  l’ipotermia  attraver¬ 
sando  ripetutamente  una  serie  di  stadi,  vincolati  come  successione  ma  privi  di  anda¬ 
mento  ciclico: 

entrata  in  ipotermia  -  Questa  fase  dura  all’incirca  3(f  ed  è  caratterizzata  dalla 
riduzione  graduale  della  temperatura  corporea  (Tc),  ritmo  respiratorio  (Rr),  ritmo 
cardiaco  (Re). 

nel  64%  dei  casi  il  fenomeno  si  è  verificato  contemporaneamente  per  2,  3  o  4 
esemplari  ed  in  gennaio  per  ben  tre  volte  l’entrata  in  ipotermia  è  stata  simultanea 
per  4  animali; 

ipotermia  -  Durante  questo  stadio,  che  può  durare  da  alcune  ore  ad  un  paio  di 
settimane,  l’animale  non  reagisce  ad  alcun  rumore.  La  Tc  si  mantiene  tra  i  0°C  ed  i 
2 1°C,  oscillando  in  rapporto  alle  variazioni  della  temperatura  ambientale  ed  il  riccio 
compie  un  certo  numero  di  atti  respiratori  intervallati  da  pariodi  di  apparente  apnea 
lunghi  da  T  a  30'. 

In  ottobre,  il  numero  dei  giorni  trascorsi  in  ipotermia  è  stato  il  più  basso;  il  più 
alto,  invece,  si  è  registrato  in  gennaio; 

uscita  dall’ipotermia  -  Questa  fase,  che  dura  all’incirca  9 (f,  è  caratterizzata 
dall’innalzamento  graduale  della  Tc  accompagnata  da  tremori  che  testimonierebbero 
la  presenza  di  termogenesi  con  brividi. 

Nel  47%  dei  casi  il  fenomeno  si  è  verificato  contemporaneamente  per  2,  3  o  4 
esemplari  ed  a  marzo  si  è  riscontrato  il  massimo  delle  coincidenze  per  il  maggior 
numero  di  esemplari; 

normotermia  -  Durante  questo  stadio  il  valore  dei  parametri  Tc,  Rr,  Re  ed  il 
comportamento  degli  animali  concordano  con  quanto  rilevato  ed  osservato  durante 
il  Periodo  attivo,  ad  eccezione  dell’« autosputo»  mai  osservato  in  questa  fase. 


Effetto  del  fotoperiodo  su  alcuni  enzimi  della  prostata  del  criceto  siriano  (Mesocricetus 
auratus). 

Valeria  Lucini  e  Renato  Massa,  Istituto  di  Farmacologia,  Università  degli  Studi  di 
Milano,  Via  Vanvitelli  32,  Milano. 

Il  criceto  siriano  è  noto  come  mammifero  tipicamente  fotoperiodico.  La  sua 
maturazione  sessuale  si  verifica  più  rapidamente  in  «giorni  lunghi»  e,  in  queste 


280  Processi  verbali 


condizioni,  i  livelli  plasmatici  degli  ormoni  gonadotropi  si  innalzano  e  inizia  la  pro¬ 
duzione  di  testosterone  da  parte  delle  cellule  di  Leydig.  È  noto  che  nella  prostata 
del  ratto,  cane  e  uomo,  il  testosterone  viene  convertito  in  vari  metaboliti  attivi.  Nel 
caso  della  prostata  di  ratto  è  stato  anche  dimostrato  che  la  conversione  è  influenzata 
dalla  castrazione  e  dal  trattamento  con  steroidi  ormonali. 

Il  metabolismo  «in  vitro»  del  testosterone  è  stato  ora  studiato  nella  prostata  di 
criceti  siriani  intatti  e  castrati  mantenuti  rispettivamente  in  «giorni  brevi»  (8  ore  di 
luce  e  16  di  buio,  8L  16D)  e  in  «giorni  lunghi»  (16L  8D). 

Sono  stati  identificati  cinque  diversi  metaboliti:  androstenedione,  5  a-diidrote- 
stosterone,  5  a-androstane-3  a,  17  p  diolo  (5  a-3  a-diolo),  5  a-androstane-3,17-dione  e 
5  p-androstane-3  a,  17  (3  diolo  (5  3-3  a-diolo). 

Negli  animali  intatti  mantenuti  in  «giorni  brevi»,  i  principali  metaboliti  formati 
sono  il  5  a-diidrotestosterone  (5  a-DHT)  (7,7%),  5  a-3  a-diolo  (6,5%)  e  androstene¬ 
dione  (6,2%).  Molto  più  bassa  è  la  conversione  a  5  a-androstane-3, 17-dione  (l,2%)e  a 
5  3-3  a-diolo  (0,3%). 

In  «giorni  lunghi»  si  ha  un  fortissimo  aumento  della  conversione  in  5 a-DHT 
(37,8%)  e  una  netta  diminuzione  di  quella  in  androstenedione  (2,4%);  non  si  hanno, 
invece,  variazioni  per  gli  altri  metaboliti. 

Negli  animali  castrati  e  mantenuti  in  «giorni  brevi»  si  nota,  rispetto  ai  controlli 
intatti,  una  netta  diminuzione  sia  dell’androstenedione  (4,2%),  sia  di  tutti  i  Sa¬ 
ridotti  (5  a  DHT:  4,5%;  5  a-3  a-diolo:  3,8%;  5  a-androstane-3, 17-dione:  0.6%). 

Si  ha  invece  un  modesto  aumento  della  conversione  in  5  3-3  a-diolo.  Castrando 
gli  animali  mantenuti  in  «giorni  lunghi»  si  nota,  rispetto  ai  controlli  intatti,  una 
diminuzione  di  5  a-DHT  (13,2%)  e  un  netto  aumento  di  5  a-3  a-diolo  (18,9%).  Varia¬ 
zioni  minori  si  hanno  anche  per  gli  altri  metaboliti. 

Questi  risultati  indicano  che  il  metabolismo  degli  androgeni  nella  prostata  del 
criceto  siriano  dipende  dal  fotoperiodo  e  dalla  presenza  di  steroidi  ormonali  nel 
sangue. 


Immobilità  indotta  in  Triturus  cristatus  carnifex;  aspetti  comportamentali  e  ormonali. 
Concetta  Lupo,  Istituto  di  Zoologia  e  Anatomia  Comparata,  Università  di  Messina; 
Graziano  Paluffi,  Istituto  di  Fisiologia  Umana,  Università  di  Siena. 

L’immobilità  negli  animali  è  stata  osservata  in  natura  come  reazione  alla  pre¬ 
senza  di  un  predatore,  sperimentalmente  è  stata  indotta  con  numerosi  metodi 
(inversione,  pressione,  stimoli  visivi  o  sonori).  Nel  nostro  laboratorio  abbiamo  usato 
la  pressione  cutanea  (applicazione  di  fermagli)  per  indurre  f  immobilità  nel  coniglio. 
Modificando  leggermente  il  metodo  per  il  tritone  abbiamo  usato  dei  piccoli  morsetti 
al  posto  dei  fermagli  e  li  abbiamo  applicati  alla  parte  basale  della  coda. 

Esemplari  di  Triturus  cristatus  carnifex  (9  maschi  e  6  femmine)  del  peso  medio 
di  7,4  gr.,  catturati  nel  periodo  riproduttivo,  sono  stati  sottoposti  a  3  sessioni  di 
immobilità  a  iniziare  da  2  giorni  dopo  la  cattura  con  intervallo  di  3-4  giorni  tra  una 
sessione  e  l’altra.  In  seguito  alla  applicazione  del  morsetto  l’animale  rimaneva 
immobile  o  immediatamente  o  dopo  una  serie  di  movimenti:  come  durata  dell’im¬ 
mobilità  si  considerava  l’intervallo  di  tempo  tra  l’inizio  deH’immobilità  e  il  primo 
movimento  attivo  significativo.  Tale  durata  variava  da  individuo  a  individuo  e  anche 


Processi  verbali  281 


nello  stesso  individuo  tra  le  varie  sessioni  (media  di  tutti  gli  episodi  =  678  ±  370 
sec.).  Nel  gruppo  dei  maschi  abbiamo  osservato  che  3  su  9  erano  poco  suscettibili, 
presentavano  cioè  un’immobilità  molto  breve  (130  +  45)  significativamente  più 
bassa  degli  altri  6  (866  +  90;  t  Test  p  <  0.001).  Le  femmine  erano  tutte  suscettibili 
(759  ±  332)  e  avevano  un  tempo  di  latenza  significativamente  più  basso  dei  maschi 
(Mann-Whitney  U  Test  p  <  0.01);  nella  seconda  sessione  di  immobilità  le  femmine 
erano  inoltre  significativamente  più  suscettibili  dei  maschi  (M.W.  U  Test  p  <  0.02). 

A  12  giorni  dalla  cattura  gli  animali  sono  stati  sacrificati  dopo  3  minuti  di  ane¬ 
stesia  con  etere.  È  stato  prelevato  il  cervello  e  il  sague.  Sul  plasma  sono  stati  deter¬ 
minati  testosterone  ed  estradiolo  per  radioimmunodosaggio,  sul  cervello  è  stato  stu¬ 
diato  il  metabolismo  in  vitro  del  testosterone.  Il  testosterone  piasmatico  e  il  rapporto 
testosterone/estradiolo  sono  risultati  significativamente  più  alti  negli  animali  insu¬ 
scettibili  rispetto  ai  suscettibili  (M.W.  U  Test  p  <  0.05).  L’aromatizzazione  nel  cer¬ 
vello  (trasformazione  del  testosterone  in  estrogeni)  è  risultata  maggiore  nelle  fem¬ 
mine,  mentre  il  metabolismo  totale  è  maggiore  nei  maschi  (M.W.  U  Test  p  <  0.05). 
Il  rapporto  testosterone/estradiolo  nel  plasma  è  risultato  correlato  direttamente  col 
tempo  di  latenza  medio  (r  =  0.58  n  =  15  p  <  0.02)  e  inversamente  con  la  durata 
delfimmobilità  (r  =  -0.53  n  =  15  p  <  0.05),  inoltre  nelle  femmine  Faromatizza- 
zione  è  risultata  direttamente  correlata  con  la  durata  dell’immobilità  (r  =  0.88  n  =  6 
p  <  0.05). 

Questi  dati  suggeriscono  che  il  comportamento  del  tritone  nell’immobilità  può 
essere  prevedibile  in  base  a  certi  parametri  endocrinologici. 


Primi  dati  sul  controllo  della  riproduzione  stagionale  e  del  comportamento  del  frin¬ 
guello  (Fr ingill a  coelebs). 

Renato  Massa  e  Stefano  Cervini,  Istituto  di  Farmacologia,  Università  degli  Studi  di 
Milano. 

Il  ciclo  riproduttivo  del  fringuello  è  legato  a  variazioni  stagionali  e,  in  partico¬ 
lare,  dipende  dal  fotoperiodo:  in  «giorni  lunghi»,  gli  uccelli  sviluppano  le  proprie 
gonadi  e  i  maschi  iniziano  a  cantare. 

Gli  esperimenti  qui  descritti  sono  stati  effettuati  per 

a)  misurare  le  variazioni  della  concentrazione  di  ormone  luteinizzante  nel  san¬ 
gue  in  rapporto  al  fotoperiodo; 

b)  accertare  se  il  fotoperiodo,  oltre  che  sull’attività  riproduttiva,  abbia  anche 
una  influenza  sulle  attività  di  mantenimento. 

Cinquantasei  fringuelli  maschi  catturati  in  ottobre  sono  stati  ingabbiati  singolar¬ 
mente  e,  a  partire  dal  mese  di  gennaio,  divisi  in  due  gruppi:  16  uccelli  sono  rimasti 
in  «fotoperiodo  naturale»  e  altri  40  sono  stati  trasferiti  in  un  ambiente  a  «giorni 
brevi»  (8L  16D).  Gli  uccelli  sono  stati  poi  ulteriormente  suddivisi  in  7  gruppi  da  8 
(2  in  fotoperiodo  naturale  e  5  in  8L  16D).  Due  gruppi  (uno  in  fotoperiodo  naturale  e 
uno  in  8L  16D)  hanno  subito,  ogni  due  settimane,  un  prelievo  di  sangue;  gli  altri  5 
gruppi  (uno  in  fotoperiodo  naturale  e  4  in  8L  16D)  sono  stati  utilizzati  per  un  test 
comportamentale  sulla  motilità. 

Dai  dosaggi  dell’ormone  luteinizzante,  effettuati  con  un  metodo  radioimmuno- 
logico,  è  risultato  che  le  concentrazioni  dell’ormone  negli  uccelli  ingabbiati  si  innal¬ 
zano  da  3  a  4  volte  dal  21  aprile  al  4  maggio  e  cadono  rapidamente  nella  seconda 


282  Processi  verbali 


metà  di  maggio.  Nessun  aumento  si  riscontra  invece,  nello  stesso  periodo,  negli 
uccelli  mantenuti  in  8L  16D. 

Il  test  della  motilità  è  stato  effettuato  per  quattro  volte,  dalla  fine  di  aprile  alla 
fine  di  maggio  su  (a)  un  gruppo  di  uccelli  in  fotoperiodo  naturale,  (b)  un  gruppo  di 
8L  16D,  (c)  8L  16D  +  testosterone,  (d)  8L  16D  +  5  a-diidrotestosterone,  (e)  8L  16D 
+  androstenedione.  La  motilità  dei  fringuelli  in  8L  16D  non  è  variata  nel  periodo 
preso  in  esame;  si  è  avuto  invece  un  netto  aumento  e  una  successiva  diminuzione 
della  motilità  degli  uccelli  in  fotoperiodo  naturale.  L’ androstenedione  e  il  5  a-diidro¬ 
testosterone  (ma  non  il  testosterone)  hanno  provocato  pure  un  transitorio  aumento 
della  motilità.  Questi  risultati  suggeriscono  che  il  fotoperiodo  non  influenza  soltanto 
l’apparato  riproduttore  del  fringuello,  ma  anche  certi  comportamenti  di  manteni¬ 
mento.  Mediatori  di  tale  effetto  potrebbero  essere  alcuni  steroidi  ormonali. 


Lo  studio  dell’ organizzazione  sociale  dei  primati. 

Patrizia  Messeri,  Centro  di  Studio  per  la  Faunistica  ed  Ecologia  Tropicali,  CNR,  Via 
Romana  17,  Firenze. 

Il  crescente  interesse  per  lo  studio  del  comportamento  sociale  dei  Primati  ha 
recentemente  consentito  di  raccogliere  una  grande  quantità  di  notizie,  che  rivelano 
la  complessità  delle  relazioni  e  delle  organizzazioni  sociali  di  questi  animali,  sia  allo 
stato  libero  sia  in  cattività.  Di  conseguenza  si  sono  andati  affinando  gli  schemi  con¬ 
cettuali  e  pratici  con  cui  sistematizzare  la  ricchezza  delle  informazioni. 

In  questa  sede  prenderemo  in  esame  le  metodologie  connesse  con  lo  studio  dei 
più  evidenti  aspetti  del  comportamento  sociale  dei  Primati  non-umani:  gerarchie 
sociali,  matrici  sociometriche,  sociogrammi,  relazioni  spaziali,  schemi  di  attrazione- 
repulsione,  analisi  multivariate  dei  repertori  sociali.  Si  noterà  come  questi  metodi  e 
questi  concetti,  in  gran  parte  derivati  dalle  scienze  sociali  umane,  anche  se  raffinati 
e  complessi,  spesso  si  rivelino  strumenti  puramente  descrittivi,  la  cui  utilità  dipende 
dalla  possibilità  di  confrontare  i  fatti  così  ordinati  con  una  teoria  adeguata  a  fornirne 
una  spiegazione  causale  o  funzionale.  Prenderemo  dunque  in  esame  alcuni  esempi 
di  come  tali  concetti  siano  stati  utilmente  messi  a  confronto  con  teorie  specifiche 
sviluppatesi  negli  ultimissimi  anni. 


Gli  Osservatori  ornitologici  delle  Prealpi  lombarde. 

Giuseppe  Micali  e  Vittorio  Vigorita,  Associazione  «Alessandro  Ghigi»  per  la  Biolo¬ 
gia  dei  Vertebrati. 

Gli  «  Osservatori  ornitologici  regionali  »  della  Lombardia  sono  stati  istituiti  con 
legge  31  luglio  1978,  n.  47. 

Gli  impianti  attualmente  utilizzati  come  Osservatori  sono  14  «roccoli»  e  «bre¬ 
sciane»  adibiti,  nel  passato,  a  scopo  venatorio.  Su  cinque  di  questi  impianti,  il 
nostro  gruppo  di  lavoro  sta  attualmente  ponendo  in  atto  nuovi  criteri  di  gestione  che 
dovrebbero  stimolare  la  piena  attuazione  della  legge  n.  47  (sviluppo  dello  studio 
della  biologia  degli  uccelli).  Tali  criteri  di  gestione  si  possono  così  riassumere: 

1)  Standardizzazione  dei  sistemi  di  cattura. 

2)  Misure  biometriche  per  tutti  gli  uccelli  catturati. 


Processi  verbali  283 


3)  Registrazione  giornaliera  di  «Osservazioni  sul  campo». 

4)  Introduzione  di  un  sistema  integrato  di  registrazione  dei  dati:  Registro  gior¬ 
naliero,  censimento  giornaliero,  registro  delle  migrazioni,  registro  di  inanellamento, 
schede,  note  speciali. 

5)  Pubblicazione  annuale  di  un  rapporto  del  lavoro  di  ciascun  Osservatorio. 

6)  Messa  a  punto  di  nuove  proposte  legislative  per  la  futura  gestione. 
Entro  la  fine  del  1982,  gli  Osservatori  ornitologici  delle  Prealpi  lombarde 

dovrebbero  risultare  in  grado  di  assolvere  i  seguenti  compiti: 

a)  Garantire  un  moderno  servizio  di  registrazione  di  dati  ad  uso  del  sistema 
FURINO. 

b)  Collaborare  a  progetti  di  ricerca  nazionali  e  internazionali. 

c)  Promuovere  la  formazione  di  nuovo  personale  specializzato  attraverso  corsi, 
«stages»,  settimane  di  studio  etc. 

d)  Collaborare  con  l’Amministrazione  regionale  per  la  pianificazione  della  atti¬ 
vità  venatoria  nella  Regione. 


Possibili  analogie  tra  il  corpo  giallo  degli  Anfìbi  e  il  tessuto  adiposo  periepididimale 
dei  Mammiferi  nel  controllo  della  fisiologia  testicolare. 

M.  Milone  e  G.  Chieffi,  Istituto  e  Museo  di  Zoologia  e  I  Cattedra  di  Biologia  Gene¬ 
rale,  Università  di  Napoli. 

Il  corpo  giallo  (c.g.)  degli  Anfibi  è  una  struttura  adiposa,  disposta  cefalicamente 
alle  gonadi.  Esso  deriva  dalla  trasformazione  dei  primi  gonomeri.  La  sua  asporta¬ 
zione  provoca  l’atrofia  delle  gonadi  (Chieffi  et  al.,  1978).  Organi  simili  sono  stati 
osservati  negli  altri  Vertebrati.  Nei  Mammiferi  esiste  un  tessuto  adiposo  periepididi¬ 
male  (t.p.e.).  Ricerche  sperimentali  sembrano  indicare  che  il  c.g.  degli  Anfibi  e  il 
t.p.e.  dei  Mammiferi  svolgano  una  funzione  analoga  nel  controllo  della  fertilità. 

I  trigliceridi,  gli  steroli,  i  fosfolipidi  (o  loro  metaboliti)  sembrano  essere  le  classi 
lipidiche  maggiormente  interessate.  A  livello  proteico  risultano  finora  coinvolti  in 
tale  controllo  enzimi  quali  la  malto-deidrogenasi  e  la  glucosio-6-fosfato-deidroge- 
nasi. 


Ricerche  preliminari  sulla  popolazione  di  Podarcis  sicula  sicula  Raf  dell’isola  di 

Vivara  (Procida). 

Picariello  O.,  De  Simone  G.,  Istituto  e  Museo  di  Zoologia,  Università  di  Napoli. 

Sull’isola  di  Vivara  vive  una  sottospecie  di  Podarcis  sicula  che  è  peraltro  diffusa 
in  Italia  Meridionale.  Poiché  trattasi  di  popolazione  insulare  è  probabile  che  l’isola¬ 
mento  abbia  portato  all’affermazione  di  caratteristiche  morfologiche  particolari.  Per 
accertare  la  validità  di  questa  ipotesi,  esemplari  di  lucertola  di  Vivara  sono  stati  con¬ 
frontati,  da  un  punto  di  vista  tassonomico,  con  la  stessa  sottospecie  di  altre  tre  zone 
della  Campania:  Acerra,  Scafati,  Avellino. 

Le  lepidosi  non  mostrano  sostanziali  differenze  statisticamente  valide.  Il  feno¬ 
tipo  «concolor»,  caratterizzato  dall’assenza  di  striature  e  bandeggiature,  invece,  è 
presente  solo  su  Vivara  con  media  del  20%. 


284  Processi  verbali 


Mediante  tecniche  di  cattura-ricattura  si  è  stabilito  che  la  densità  di  popolazione 
a  Vivara  è  di  circa  3000  esemplari  per  ettaro,  mentre  nelle  altre  tre  zone  della  Cam¬ 
pania  è  molto  minore. 

La  sex-ratio  a  Vivara,  inoltre  è  1.8,  cioè  fortemente  spostata  verso  il  sesso 
maschile,  mentre  nelle  altre  tre  zone  ci  si  avvicina  molto  alla  ratio  teorica. 

L’incremento  in  peso  e  lunghezza  nei  due  sessi  presenta  un’ascesa  dalla  prima¬ 
vera  all’autunno  con  successiva  stasi  nel  periodo  invernale.  L’incremento  in  lun¬ 
ghezza  e  in  peso  è  molto  più  marcato  negli  individui  subadulti  (2-5  g)  rispetto  agli 
adulti  in  entrambi  i  sessi,  ma  con  particolare  riferimento  ai  maschi.  Allorché  il 
maschio  raggiunge  il  peso  di  12-14  g  il  suo  ritmo  si  rallenta  intorno  ai  7-8  g.  I 
maschi  subadulti  hanno  una  crescita  in  lunghezza  nettamente  superiore  al  loro 
aumento  in  peso,  che  si  mantiene  sostanzialmente  simile  nelle  due  classi  di  età. 

L’attività  giornaliera  è  direttamente  proporzionale  all’interazione  fotoperiodo- 
temperatura,  con  un  massimo  durante  il  mese  di  giugno. 

Podarcis  s.  sicula  effettua  a  Vivara  due  deposizioni  all’anno  (aprile,  giugno)  con 
una  media  di  due  uova  per  volta. 

Circa  il  42%  della  popolazione  di  Vivara  è  infestato  da  Acari  mentre  nelle  altre 
zone  campane  da  noi  esaminate  tale  percentuale  si  riduce  nettamente. 

Dai  dati  di  incremento  in  lunghezza  delle  code  si  osserva  che  durante  il  periodo 
invernale  la  crescita  di  tale  organo  è  ridotta.  Il  ritmo  di  crescita  della  coda  intatta  è 
di  circa  30  mm  all’anno  negli  individui  subadulti  di  entrambi  i  sessi. 


Ambiente  e  processi  riproduttivi  negli  Anfibi  anuri.  Livelli  plasmatici  degli  ormoni  ses¬ 
suali  e  ciclo  delle  gonadi  in  Rana  esculenta,  vivente  nel  laghetto  di  Colfiorito  (Marche, 
900  metri  sul  livello  del  mare). 

Alberta  Polzonetti-Magni,  Anna  Gobetti,  Istituto  di  Zoologia  e  Anatomia  Compa¬ 
rata,  Università  di  Camerino;  Virgilio  Botte,  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  di 
Napoli. 

Nell’anfibio  anuro  Rana  esculenta  le  differenze  climatiche  legate  alla  latitudine 
o  all’altitudine  si  riflettono  sulla  lunghezza  delle  varie  fasi  del  ciclo  riproduttivo.  In 
pianura  (ad  es.  Lago  di  Lesina)  la  precocità  della  primavera  comporta  le  prime  depo¬ 
sizioni  di  uova  in  marzo  mentre  l’autunno  mite  permette  un  più  lento  periodo  di 
recupero.  Non  così  in  montagna  dove  la  brevità  della  primavera  e  dell’estate  confi¬ 
nano  le  deposizioni  a  pochi  giorni  in  aprile-maggio  ed  impongono  un  rapido  periodo 
di  recupero  (terminato  entro  l’autunno).  Queste  ultime  condizioni  si  evidenziano 
bene  in  una  piccola  popolazione  di  rane  viventi  ai  margini  del  laghetto  di  Colfiorito 
(Foligno,  Marche)  posto  a  900  metri  sul  livello  del  mare. 

In  questi  anfibi  le  modificazioni  dei  livelli  ematici  dell’estradiolo  e  del  progeste¬ 
rone  nel  corso  dell’anno  sono  simili  a  quelli  osservati  in  esemplari  della  stessa  specie 
viventi  in  zone  climaticamente  differenti,  ma  non  mancano  di  offrire  aspetti  peculiari. 

Entrambi  gli  ormoni  aumentano  in  correlazione  con  la  ripresa  della  gonade  e 
dell’ovidutto  in  autunno,  convalidando  l’ipotesi  che  essi  (specialmente  l’estradiolo) 
siano  implicati  nella  regolazione  del  periodo  di  recupero.  I  livelli  ormonali  sono 
ancora  alti  in  marzo,  alcune  settimane  prima  della  deposizione,  ma  stranamente 
diminuiscono  nel  corso  di  quest’ultima  fase.  Nostre  osservazioni  preliminari,  però, 
lasciano  supporre  che  significative  variazioni,  soprattutto  del  livello  degli  estrogeni, 


Processi  verbali  285 


avvengano  in  concomitanza  con  le  fasi  terminali  dell’accrescimento  degli  ovociti, 
forse  poco  apprezzabili  con  il  semplice  peso  della  gonade.  In  questo  periodo,  perciò, 
il  peso  della  gonade  ha  scarsa  importanza  come  valore  di  riferimento  dello  stato  di 
sviluppo  dell’organo. 

Mai  osservato  in  precedenza  è  un  rapido  e  temporaneo  incremento  di  entrambi 
gli  ormoni  (soprattutto  dell’estradiolo)  nel  periodo  postriproduttivo  quando  gli 
organi  bersaglio  (ovidutto  e  fegato  come  produttore  di  vitellogenina)  sono  del  tutto 
silenti.  Se  convalidato,  questo  fenomeno  potrebbe  prospettare  l’intervento  della 
gonade  nel  blocco  dei  processi  riproduttivi  in  estate  quando  le  condizioni  climatiche 
appaiono  ancora  favorevoli.  Questa  funzione  che  potrebbe  essere  esercitata 
mediante  feed-back  negativo  sull’asse  ipotalamo-ipofisario  e/o  con  un’inibizione 
diretta  sugli  organi  bersaglio,  ha  una  certa  rilevanza  ecologica  in  quanto  impedisce 
la  presenza  di  larve  o  di  animali  neometamorfosati  in  epoche  prospetticamente  poco 
favorevoli  (autunno). 


Indagine  preliminare  sulla  migrazione  del  Fringuello  (Fringilla  coelebs,  L.)  in  Italia. 
Gloria  Savigni,  Borsista  presso  Istituto  Biologia  Selvaggina;  Ozzano  Emilia. 
Renato  Massa,  Istituto  di  Farmacologia  dell’Università  di  Milano. 


Il  Fringuello  {Fringilla  coelebs ,  F.),  oltre  a  nidificare  in  tutta  Italia,  è  un  tipico 
migratore  a  doppio  passo.  Numerosi  esemplari  ne  vengono  catturati  soprattutto  tra 
settembre  e  novembre,  nei  vari  punti  di  inanellamento  distribuiti  nel  nostro  Paese. 
Allo  scopo  di  verificare  quali  siano  le  principali  zone  dei  Fringuelli  che  giungono  in 
Italia,  sono  state  prese  in  considerazione  le  schede  relative  a  182  esemplari  di  Frin¬ 
gilla  coelebs  inanellati  all’estero  e  ripresi  in  Italia  tra  il  1970  e  il  1979.  È  stato  con¬ 
statato  che  le  principali  località  di  provenienza  di  questi  uccelli  sono:  Mosca  (40 
riprese),  Praga  (39  riprese),  Sempach  (33  riprese).  Altre  località  di  provenienza  sono 
risultate:  Helsinki  (Finlandia),  Lituania  (U.S.S.R.),  Varsavia  (Polonia),  Budapest 
(Ungheria),  Praga  (Cecoslovacchia),  Zagabria  e  Lubiana  (Iugoslavia),  Radolfzell 
(BDR),  Helgoland  (BDR),  Hiddensee  (DDR),  Arnhem  (Olanda),  Bruxelles  (Belgio)  e 
Parigi  (Francia). 

La  rappresentazione  grafica  della  distribuzione  delle  catture  nei  vari  mesi 
dell’anno  relative  ai  Fringuelli  inanellati  in  ciascun  Osservatorio  straniero  ha  per¬ 
messo  di  mettere  in  evidenza  due  picchi  nettamente  distinti,  il  primo  con  un 
massimo  nel  mese  di  settembre,  relativo  agli  Osservatori  di  Mosca  e  Praga,  il 
secondo  con  un  massimo  relativo  al  mese  di  ottobre  riguardante  l’Osservatorio  di 
Sempach. 

Analizzando  le  riprese  avvenute  entro  un  periodo  non  superiore  ai  180 
giorni,  è  risultato  che  le  aree  Euring  italiane  interessate  sono  la  n.  30  (Area  al¬ 
pina),  n.  31  (Po),  n.  32  (Nord  Tirreno),  n.  33  (Nord  Adriatico)  e  n.  34  (Sud  Tir¬ 
reno).  Dalla  distribuzione  delle  catture  nelle  diverse  aree  Euring  risultano  confer¬ 
mati  due  punti  di  passaggio,  uno  rappresentato  dai  valichi  alpini,  un  altro  dalla  costa 
nord-adriatica. 

La  distribuzione  bimodale  del  passo  del  Fringuello  risulta  anche  confermata  dai 
dati  quantitativi  sulle  catture  nei  punti  di  inanellamento  della  Lombardia. 


286  Processi  verbali 


Alcune  considerazioni  sull’ ecologia  del  Merlo  in  tre  ambienti  tipo  urbano ,  suburbano, 
a  macchia  mediterranea  insulare ,  della  costa  napoletana, 

L.  Scala,  S.  Gfainis,  G.  Rinaldi,  Istituto  e  Museo  di  Zoologia,  Università  di  Napoli. 

Gli  A. A,  hanno  studiato  il  flusso  annuale  di  maschi,  femmine  e  immaturi  di 
Turdus  merula  unitamente  ad  alcuni  aspetti  di  comportamento  alimentare  e  territo¬ 
riale  in  tre  aree  con  differenti  caratteristiche  ecologiche  e  antropiche.  Quale 
ambiente  urbano  si  è  scelto  un  giardino  alberato  piuttosto  antropizzato;  l’ambiente 
suburbano  è  rappresentato  da  un’area  in  periferia  coltivata  a  ortaggi  e  agrumeti; 
farea  a  macchia  mediterranea  è  stata  individuata  nell’isola  di  Vivara. 

In  tutti  gli  ambienti  l’analisi  dei  diagrammi  di  flusso  fa  supporre  la  presenza  di 
una  popolazione  nidificante  cui  si  sovrappone  un  fenomeno  migratorio.  I  tre  flussi 
comunque  seguono  nel  corso  dell’anno  andamenti  differenti.  Nelle  tre  aree  sono 
probabili  almeno  due  covate.  Il  comportamento  alimentare  è  funzione  di  una  diffe¬ 
rente  stratificazione  verticale  e  di  una  diversa  superficie  territoriale. 


Osservazioni  preliminari  sul  comportamento  alimentare ,  morfologico  e  biochimico ,  nel 
pettirosso. 

B.  Varriale  e  R.  Mineo,  Istituto  e  Museo  di  Zoologia,  Università  di  Napoli,  Napoli. 

Nel  quadro  delle  nostre  ricerche  in  campo  aperto,  finalizzate,  allo  studio  della 
biologia  della  riproduzione  nei  vertebrati,  descriviamo  alcune  osservazioni  prelimi¬ 
nari  sul  comportamento  alimentare  e  su  alcuni  parametri  relativi  in  una  specie  orni- 
tica  tipo  quale  il  pettirosso  ( Erithacus  rubecola  rubecola). 

Lo  studio  è  stato  svolto  sull’isola  di  Vivara  nei  mesi  autunnali,  periodo  in  cui  si 
osserva  un  elevato  afflusso  di  individui  solitamente  svernanti.  Le  popolazioni 
dell’isola  mostrano  un  comportamento  alimentare  differente  a  seconda  della  regione 
considerata.  Ove  esiste  una  maggiore  ricchezza  di  cibo,  non  si  nota  alcun  comporta¬ 
mento  territoriale  degli  individui;  viene  però  rispettata,  a  livello  di  posatoi,  una 
distanza  minima.  Una  territorialità  viene  riscontrata,  anche  sul  suolo,  in  regioni  adi¬ 
bite  a  temporanea  residenza.  Il  pettirosso  si  nutre  durante  tutto  il  giorno  prevalente¬ 
mente  a  terra,  raramente  su  rami  bassi,  mai  su  quelli  alti  della  macchia  mediterra¬ 
nea  esistente. 

L’esame  del  contenuto  stomacale  ha  messo  in  evidenza  una  alimentazione  di 
tipo  vegetale  percentualmente  elevata  (circa  il  70%),  rispetto  a  quella  animale.  Tra  il 
materiale  vegetale  si  riscontrano  particolarmente  semi  e  bacche;  tra  quello  animale 
sono  stati  ritrovati  principalmente  Insetti  (Form iddi  e  Ditteri).  A  livello  intestinale 
aumenta  del  20%  il  ritrovamento  di  materiale  vegetale.  Sono  stati  effettuati,  inoltre, 
i  dosaggi  dei  possibili  targets  ematici  del  metabolismo  di  base  di  questi  individui. 
Non  si  notano  differenze  nelle  varie  regioni  considerate  per  quanto  riguarda  il  con¬ 
tenuto  proteico  e  di  azoto.  I  lipidi,  invece,  e  in  particolare  il  colesterolo  e  i  triglice- 
ridi,  mostrano  dei  valori  abbastanza  singolari  ma  che  comunque  sembrano  coinci¬ 
dere  col  tipo  di  zonazione  da  noi  adottato.  Infatti,  nelle  regioni  alimentarmente  più 
ricche  si  osserva  un  tenore  più  basso  sia  in  colesterolo  che  in  trigliceridi,  mentre  in 
quelle  residenziali  il  titolo  di  questi  metaboliti  tende  ad  essere  significativemente 
più  elevato. 


ELENCO  DEI  SOCI  AL  31  DICEMBRE  1981 

con  la  data  di  ammissione 


SOCI  BENEMERITI 


1)  31-12-922 

2)  29-  4-923 

3)  16-  3-924 

4)  2-  5-931 

5)  2-  5-931 


Palombi  Arturo  -  Via  Carducci,  19  -  80121  Napoli. 

Torelli  Beatrice  -  Via  Bracciano,  2  -  Roma. 

Viggiani  Gioacchino  -  Via  Posillipo,  281  -  80123  Napoli. 
Montalenti  Giuseppe  -  Istituto  di  Genetica  -  Città  Universitaria  - 
00185  Roma. 

Parenzan  Pietro  -  Stazione  di  Biologia  Marina  -  Porto  Cesareo 
(Lecce). 


1)  26-  2-971 

2)  28-  3-963 

3)  29-12-976 

4)  29-12-974 

5)  23-12-975 

6)  26-  7-975 

7)  7-  2-938 

8)  25-  6-976 

9)  30-  1-981 

10)  29-10-971 

11)  27-  6-980 

12)  30-  1-959 

13)  23-12-975 

14)  27-  6-980 


SOCI  ORDINARI 

Abatino  Elio  -  C.N.R.  -  Centro  di  Microscopia  elettronica  I.  M.  - 
Piazza  Barsanti  e  Matteucci  -  80125  Napoli. 

Abignente  Enrico  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Accordi  Giovanni  -  Via  Grossi  Gondi,  46  -  Roma. 

Amodeo  Giovanni  -  Via  Fava,  33  -  80014  Nocera  Inferiore. 
Anastasio  Antonio  -  Via  M.  Piscitelli,  29  -  Napoli. 

And  ilo  ro  Filippo  -  Campo  Sperimentale  Contrada  «Bettina»  - 
89013  Gioia  Tauro. 

Antonucci  Achille  -  Via  Girolamo  Santacroce,  19/c  -  80129 
Napoli. 

Aprile  Francesco  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università 
di  Napoli  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 
Arcamone  Nadia  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via  Mez¬ 
zocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Ariani  Antonio  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via  Mezzo¬ 
cannone,  8  -  80134  Napoli. 

Ascione  Aniello  -  Via  s.  Michele,  76  -  Ponticelli  (Napoli). 
Badolato  Franco  -  Via  Pantelleria,  3  -  Roma. 

Balsamo  Giuseppe  -  Istituto  di  Biologia  Generale  e  Genetica 
dell’Università  -  Via  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 
Barahona  Fernàndez  Enrique  -  Estación  Experimental  del  Zaidin 
C.S.I.C.  -  Professor  Albareda,  1  -  Granada  (Spagna). 


288  Elenco  dei  soci 


15)  25-  6-976 

16)  27-  3-964 

17)  27-  6-980 

18)  31-  5-968 

19)  22-12-981 

20)  22-12-981 

21)  27-  6-975 

22)  26-  5-972 

23)  30-  1-959 

24)  30-11-973 

25)  31-  5-968 

26)  30-12-960 

27)  3-12-971 

28)  28-  2-969 

29)  26-  5-972 

30)  20-12-974 

31)  27-  6-980 

32)  27-  3-964 

33)  21-12-979 

34)  23-12-975 

35)  23-12-975 

36)  30-  1-981 

37)  31-  3-972 

38)  28-12-951 

39)  29-10-971 

40)  27-  4-973 

41)  30-12-962 

42)  21-12-979 

43)  27-  3-964 

44)  29-10-971 


Barattolo  Filippo  -  Corso  Italia,  11  -  04024  Gaeta. 

Barbera  Carmela  -  Istituto  di  Palentologia  delPUniversità  -  Largo 
S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Barone  Guido  -  Via  Gemito,  70  -  Napoli. 

Battaglimi  Pietro  -  Istituto  di  Zoologia  delPUniversità  -  Via  Mez¬ 
zocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Serrino  Giovanna  -  Via  Plinio  il  Vecchio,  75  -  Castellammare  di 
Stabia. 

Billwiller  Arnoldo  -  Piazza  Cavour,  146  -  Napoli. 

Biondi  Augusto  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e  Tossicologica 
-  Via  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134  Napoli. 

Boenzi  Federico  -  Via  Lucano,  122,  75120  Matera. 

Boisio  Maria  Luisa  -  Distacco  Piazza  Marsala,  3/6  -  16122  Genova. 
Bolognese  Bianca  -  Via  Posillipo,  47/ A  -  80123  Napoli. 
Bonardi  Glauco  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  delPUniversità  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Bonasia  Vito  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  delPUniversità  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Boni  Maria  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  delPUniversità  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Borgia  Giulio  Cesare  -  Geologo  -  Via  Luigi  Guercio,  145  -  84100 
Salerno. 

Botte  Virgilio  -  II  Cattedra  di  Anatomia  Comparata  delPUniver¬ 
sità  -  Via  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Bova-Conti  Marcello  -  Piazza  s.  Giovanni  Bosco,  1/8  -  90143 
Palermo. 

Boza  Lopez  Julio  -  Estación  Experimental  del  Zaidin  G.S.I.C.  - 
Profesor  Albareda,  1  -  Granada  (Spagna). 

Brancaccio  Ludovico  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  delPUni¬ 
versità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Buccino  Gerardo  -  Via  C.  Rossi,  13  -  84043  Agropoli. 
Buretta  Paolo  -  Corso  Garibaldi,  142d  -  84100  Salerno. 
Cagliozzi  Anna  -  Istituto  di  Zoologia  delPUniversità  -  Via  Mezzo¬ 
cannone,  8  -  80134  Napoli. 

C  alien  do  Maria  Filomena  -  Istituto  di  Zoologia  delPUniversità  - 
Via  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Cannavale  Giuseppe  -  Via  Madonna  di  Fatima,  98  -  84100 
Salerno. 

Capaldo  Pasquale  -  Traversa  Giacinto  Gigante,  36  -  80128  Napoli. 
Capasso  Giuseppe  -  Via  S.  Eustacchio,  51  -  84100  Salerno. 
Capolongq  Domenico  -  Via  Roma,  8  -  30030  Roccarainola 
(Napoli). 

Capone  Antonio  -  Via  Cilea,  136  -  80127  Napoli. 

Cappello  Brunella  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e  Tossicolo¬ 
gica  -  Via  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134  Napoli. 

Caputo  Giuseppe  -  Istituto  di  Botanica  -  Via  Foria,  223  -  80139 
Napoli. 

Cà pannante  Gabriele  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  delPUni¬ 
versità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 


Elenco  dei  soci  289 


45)  31-  5-968 

46)  28-12-940 

47)  23-12-975 

48)  24-  6-977 

49)  23-12-975 

50)  3-12-971 

51)  22-12-981 

52)  28-12-969 

53)  23-12-975 

54)  23-12-975 

55)  28-  2-969 

56)  29-10-971 

57)  31-  5-968 

58)  26-  5-972 

59)  27-  1-978 

60)  31-  5-968 

61)  21-  5-968 

62)  24-  6-977 

63)  28-  2-969 

64)  28-12-949 

65)  28-12-932 

66)  27-  6-975 

67)  28-  3-963 

68)  26-  1-949 

69)  22-12-981 

70)  29-11-974 

71)  29-10-971 

72)  30-  1-959 

73)  27-  6-973 

74)  29-12-961 

75)  31-  5-968 


Carrara  Eugenio  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  delPUniversità  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Casertano  Lorenzo  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofìsica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Castaldo  Chiara  -  Via  Ugo  Niutta,  22  -  80128  Napoli. 
Castellano  Giovanna  -  Corso  Vittorio  Emanuele,  175  -  80121 
Napoli. 

Castellano  Maria  Cristina  -  Via  Manzoni,  63  -  80123  Napoli. 
Catalano  Raimondo  -  Istituto  di  Geologia  dell’Università  -  Via 
Tukory,  131  -  90134  Palermo. 

Catalano  Virgilio  -  C.so  Vitt.  Emanuele,  539  -  Napoli. 
Catenacci  Vincenzo  -  Geologo  -  Via  A.  Regolo,  12/d  -  00192 
Roma. 

Ceccoli  Annamaria  -  Via  Piscicelli,  29  -  Napoli. 

Celico  Pietro  -  Piazza  Pilastri,  17  -  80125  Napoli. 
Chiaromonte  Ferdinando  -  Parco  Grifeo,  38  -  80121  Napoli. 
Chieffi  Giovanni  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via  Mez¬ 
zocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Ciaranfi  Neri  -  Parco  Domingo,  scala  j  -  Via  C.  Rosalba,  46  F  - 
70124  Bari. 

Ciardiello  Valle  Anna  Maria  -  Via  Caldieri,  147  -  80128  Napoli. 
Cimino  Antonio  -  Via  Carmelo  Trasselli,  9  -  90129  Palermo. 
Cippitelli  Giuseppe  -  Via  Morandi,  13  -  20097  S.  Donato  Mila¬ 
nese. 

Cocco  Ennio  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Corniello  Alfonso  -  Corso  Umberto,  98  -  81012  Alvignano 
(Caserta). 

Corrado  Gennaro  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofìsica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Cotecchia  Vincenzo  -  Corso  Alcide  De  Gasperi,  384  -  Bari. 
Co  vello  Mario  -  Parco  Grifeo,  38  -  Napoli. 

Cozzolino  Angela  -  Via  Garibaldi,  9  -  Tufino  (Napoli). 
Crescenti  Uberto  -  Via  Gioberti,  44  -  65100  Pescara. 
Cucuzza  Silvestri  Salvatore  -  Casella  Postale  345  -  95100  Catania. 
Cuneo  Franco  -  Viale  Kennedy,  70  -  Giardino  zoologico  -  80125 
Napoli. 

D’Alessandro  Assunta  -  Via  G.  Grande,  12  -  Lecce. 

Damiani  Alfonso  Vittorio  -  Lungotevere  Meliini,  30  -  00193  Roma. 
D’Argenio  Bruno  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Dazzaro  Luigi  -  Istituto  di  Geologia  e  Paleontologia  -  Palazzo 
Ateneo  -  80121  Bari. 

De  Castro  Piero  -  Istituto  di  Paleontologia  dell’Università  -  Largo 
S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

De  Castro  Coppa  Maria  Grazia  -  Istituto  di  Paleontologia  del¬ 
l’Università  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 


290  Elenco  dei  soci 


76)  30-  1-959 

77)  30-  1-959 

78)  20-  1-932 

79)  3-12-971 

80)  22-12-981 

81)  22-12-981 

82)  22-12-981 

83)  31-  5-968 

84)  29-11-974 

85)  28-  6-975 

86)  27-  1-978 

87)  31-  5-968 

88)  25-  6-976 

89)  26-  2-971 

90)  25-  6-976 

91)  29-10-971 

92)  27-  6-975 

93)  25-  6-976 

94)  27-  3-964 

95)  20-12-960 

96)  21-12-979 

97)  27-  6-975 

98)  22-12-981 

99)  20-12-974 

100)  29-10-971 

101)  22-12-981 

102)  21-12-979 

103)  27-  6-973 

104)  28-  2-969 

105)  27-  6-980 


106)  30-  1-981 

107)  21-12-979 

108)  30-  1-981 


De  Cunzo  Teresa  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofìsica  delPUniver- 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

De  Leo  Teodoro  -  Istituto  di  Fisiologia  Generale  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

De  Lerma  Baldassarre  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via 
Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Delfino  Vincenza  -  Via  Pietro  Castellino,  88  -  80131  Napoli. 
Del  Gaudio  Silvana  -  Via  Giuseppe  Orsi,  50  -  Napoli. 
Della  Ragione  Salvatore  -  Via  Cerillo,  57  -  80070  Bacoli. 
Del  Rio  Antonio  -  Via  Floriano  del  Secolo,  4  -  Napoli. 

De  Medici  Giovanni  Battista  -  Via  Beisito,  13  -  80123  Napoli. 
De  Miranda  Renato  -  Via  Chiatamone,  60/B  -  80123  Napoli. 
D’Erricq  Francesco  Paolo  -  Istituto  di  Entomologia  Agraria  - 
Facoltà  di  Agraria  dell’Università  -  Portici  (Napoli). 

De  Riggi  Angelo  -  Via  Cavour,  2  -  80133  Cicciano  (Napoli). 
De  Riso  Roberto  -  Istituto  di  Geologia  Applicata  dell’Università. 
De  Rosa  Ciro  -  Via  Costantinopoli,  25  -  Aversa. 

De  Simone  Bruno  -  Parco  Comola  Ricci,  120/c  -  80122  Napoli. 
De  Simone  Francesco  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e  Tossi¬ 
cologica  -  Via  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134  Napoli. 

De  Stasio  Laura  Maria  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofìsica  del¬ 
l’Università  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

De  Vivo  Benedetto  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Di  Benga  Felice  -  Calata  S.  Francesco,  12/B  -  80127  Napoli. 
De  Girolamo  Pio  -  Istituto  di  Mineralogia  dell’Università  -  Via 
Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Di  Leo  Lucia  -  Via  Lepanto,  21  -  80125  Napoli. 

Di  Luise  Giancarlo  -  Via  Carlo  Ravizza,  7/ A  -  20100  Milano. 
Di  Maio  Ferdinando  -  Via  G.  Poli,  70  -  Portici  (Napoli). 

Di  Matteo  Loredana  -  Via  Consalvo,  138  -  Napoli. 

Dini  Antonio  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e  Tossicologica  - 
Via  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134  Napoli. 

Di  Nocera  Silvio  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofìsica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Di  Stefano  Piero  -  Via  Tricomi,  16  -  Palermo. 

Diurno  Maria  Vittoria  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e  Tossi¬ 
cologica  -  Via  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134  Napoli. 

Esposito  Vincenzo  -  Via  Bonito,  27/c  -  80129  Napoli. 
Fantetti  Vincenzo  -  Via  Napoli,  107  -  71016  S.  Severo  (Foggia). 
Fenoll  Hach-Ali  Purificación  -  Departamento  de  Cristalografìa  y 
Mineralogia  -  Facultad  de  Ciencias  -  Universidad  de  Granada 
(Spagna). 

Ferrara  Lydia  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e  Tossicologica 
dell’Università  -  Via  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134  Napoli. 
Ferreri  Vittoria  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Ferro  Raffaele  -  Via  Diano,  27  -  80078  Pozzuoli. 


Elenco  dei  soci  291 


109)  29-10-971 

110)  26-  6-976 

111)  27-  6-980 

112)  29-12-961 

113)  21-12-979 

114)  24-  6-977 

115)  21-  5-968 

116)  28-  2-969 

117)  23-12-975 

118)  18-12-959 

119)  22-12-981 

120)  23-12-975 

121)  28-12-951 

122)  3-10-971 

123)  30-12-960 

124)  22-12-981 

125)  15-12-978 

126)  31-  3-972 

127)  15-12-978 

128)  31-  3-972 

129)  26-  2-971 

130)  21-  5-968 

131)  27-  6-980 

132)  31-  3-972 

133)  30-12-936 

134)  28-  1-972 

135)  27-  4-973 

136)  26-  5-972 

137)  26-  1-973 


Fimiani  Pellegrino  -  Istituto  di  Entomologia  agraria  -  Facoltà  di 
Agraria  -  80055  Portici. 

Fin  amore  Ester  -  Via  Posillipo,  239  -  80123  Napoli. 

Fiorito  Graziano  -  Via  G.  Gigante,  39  -  Napoli. 

Fondi  Mario  -  Istituto  Geografia  dell’Università  -  Largo  S.  Mar¬ 
cellino,  10  -  80138  Napoli. 

Forgione  Pasquale  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e  Tossico- 
logica  -  Via  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134  Napoli. 

Forlani  Marcello  -  Via  Libertà,  218/bis  -  80055  Portici. 

Fon  Lidia  -  Istituto  di  Fisiologia  Generale  dell’Università  -  Via 
Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Franciosa  Nicola  -  Istituto  di  Edilizia  -  Facoltà  di  Architettura  - 
Via  Monteoliveto,  3  -  80134  Napoli. 

Franco  Anna  Rita  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via 
Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Franco  Enrico  -  Istituto  di  Mineralogia  dell’Università  -  Via 
Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Frassinet  Maurizio  -  Via  Recanati,  51  -  S.  Giorgio  a  Cremano. 
G alassi  Leone  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via  Mezzo¬ 
cannone,  8  -  80134  Napoli. 

Galgano  Mario  -  Istituto  di  Antropologia  dell’Università  -  Via 
Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Galiano  Giovanni  -  Viale  Mellusi,  40/ c  -  82100  Benevento. 
Gianfrani  Alfonso  -  S.  Giacomo  dei  Capri,  41  -  Parco  Pica  - 
Napoli. 

Giglio  Francesca  -  Via  S.  Maria  Apparente,  4  -  80132  Napoli. 
Gioffrè  Domenico  -  Istituto  di  Coltivazioni  Alboree  -  Facoltà  di 
Agraria  -  Portici  (Napoli). 

Giunta  Giuseppe  -  Via  Passaggio  dei  Poeti,  22  -  Palermo. 
Guadagno  Francesco  Maria  -  Via  Tasso,  305  -  Napoli. 
Guglielmotti  Eugenio  -  Via  G.  Seripando,  14  -  Salerno. 
Gustato  Gerardo  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via  Mez¬ 
zocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Honsel  Edmondo  -  Istituto  di  Botanica  -  Via  Valerino  -  34100 
Trieste. 

Huertas  Garcia  Francisco  -  Estación  Experimental  del  Zaidin  - 
C.S.I.C.  -  Profesor  Albareda,  1  -  Granada  (Spagna). 

Ioni  Lamberto  -  Via  Luca  Giordano,  6  -  80127  Napoli. 
Ippolito  Felice  -  Istituto  di  Geologia  -  Città  Universitaria  - 
Roma. 

Istituto  di  Geologia  e  Paleontologia  dell’Università  -  Palazzo  Ate¬ 
neo-  70121  Bari. 

Istituto  di  Geologia,  Paleontologia  e  Geografia  Fisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Via  Trentino,  51  -  09100  Cagliari. 

Istituto  di  Geologia  e  Geofìsica  dell’Università  -  Largo  S.  Marcel¬ 
lino,  10  -  80138  Napoli. 

Istituto  di  Paleontologia  dell’Università  -  Largo  S.  Marcellino,  10  - 
80138  Napoli. 


292  Elenco  dei  soci 


138)  30-  1-981 

139)  6-  2-939 

140)  14-  6-945 

141)  27-  1-956 

142)  30-  1-981 

143)  29-10-971 

144)  20-12-974 

145)  29-10-971 

146)  28-  2-969 

147)  29-10-971 

148)  27-  6-973 

149)  29-10-971 

150)  15-12-978 

151)  22-12-981 

152)  31-  3-972 

153)  27-  6-980 

154)  27-  6-980 

155)  22-12-981 

156)  26-  5-971 

157)  22-12-981 

158)  22-  2-963 

159)  26-  4-974 

160)  27-  1-956 

161)  20-10-971 

162)  25-  6-976 

163)  23-12-975 

164)  27-  4-973 

165)  30-11-973 

166)  30-  1-981 


167)  22-12-981 

168)  29-10-971 


Istituto  di  Scienze  della  Terra  -  Viale  Ungheria,  43  -  Udine. 
Jovene  Francesco  -  Via  Acquedotto,  107  -  80070  Ischia  (Napoli). 
La  Greca  Marcello  -  Istituto  di  Biologia  animale  dell’Università  - 
Via  Androne,  81  -  95124  Catania. 

Lambertini  Diana  -  Istituto  di  Chimica  Industriale  delPUniversità  - 
Piazzale  Tecchio  -  80125  Napoli. 

Lambiase  Salvatore  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Landi  Aldo  -  Via  Tito  Angelini,  25  -  80129  Napoli. 

Landi  Ernesto  -  Piazza  Carità,  6  -  80134  Napoli. 

Lapegna  Ulisse  -  Via  G.  Bonito,  27/E  -  80134  Napoli. 
Lapegna  Tavernier  Amalia  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica 
dell’Università  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

La  Rotonda  Maria  Immacolata  -  Corso  Garibaldi,  129  -  80055 
Portici. 

Laureti  Lamberto  -  Via  Nievo,  84  -  80122  Napoli. 

Lavorato  Giovanni  -  Via  S.  Matteo,  5  -  84090  Montecorvino 
Pugliano  (Salerno). 

Lazzari  Silvestro  -  Via  mantova  32/6  -  85100  Potenza. 

Leuci  Giuseppe  Istituto  di  Paleontologia  -  Napoli. 

Liguori  Vincenzo  -  Istituto  di  Geologia  -  Via  Tukory,  131  -  90134 
Palermo. 

Linares  Gonzalez  José  -  Estación  Experimental  del  Zaidin 
C.S.I.C.  -  Profesor  Albareda,  1  -  Granada  (Spagna). 

Lopez  Aguayo  Francisco  -  Departamento  de  Geologia  y  Geoqui- 
mica  -  Facultad  de  Ciencias  -  Universidad  de  Valladolid  (Spagna). 
Lopez  Gorge  -  Via  Puente  verde,  2  -  Granada  (Espana). 
Lucini  Paolo  -  Via  Cammarano,  19  -  80129  Napoli. 

Luraschi  Elena  -  Via  Tasso,  480  -  Parco  Materazzo,  80123  - 
Napoli. 

Maccagno  Angiola  Maria  -  Piazza  Zama,  19  -  Roma. 
Maglione  Costantino  -  Via  Cilea,  280  -  80127  Napoli. 
Mancini  Fiorenzo  -  Via  Gino  Capponi,  18  -  50121  Firenze. 
Manna  Fedele  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Manzo  Sergio  -  Via  Terracina,  368  -  80125  Napoli. 

Marmo  Francesco  -  Istituto  di  Biologia  Generale  e  Genetica 
dell’Università  di  Napoli  -  Via  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 
Maxia  Carmelo  -  Istituto  di  Geologia,  Paleontologia  e  Geografia 
fisica  -  Via  Trentino,  51  -  09100  Cagliari. 

Matteucig  Giorgio  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Facoltà 
di  Scienze  -  Via  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Mazza  Cereti  Maria  Teresa  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e 
Tossicologica  dell’Università  -  Via  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134 
Napoli. 

Mazzarella  Adriano  -  Via  Petrarca,  119  -  Napoli. 

Merenda  Luigi  -  C.N.R.  -  IRPI  -  87030  Castiglione  Scalo 
(Cosenza). 


Elenco  dei  soci  293 


169)  31-  3-972 

170)  22-12-981 

171)  29-10-971 

172)  28-12-949 

173)  27-  1-978 

174)  27-  1-978 

175)  7-  2-938 

176)  27-11-947 

177)  30-12-960 

178)  22-12-976 

179)  26-  6-976 

180)  30-  1-981 

181)  27-  1-978 

182)  31-  5-968 

183)  27-11-947 

184)  24-  6-977 

185)  26-  1-949 

186)  25-  6-976 

187)  27-  4-973 

188)  30-12-960 

189)  25-  6-976 

190)  27-11-947 

191)  27-  6-980 

192)  29-10-971 

193)  30-12-960 

194)  30-12-960 

195)  29-  3-963 


Meucci  Nardella  Anna  Maria  -  Via  Domenico  fontana,  95  - 
80128  Napoli. 

Mezzacapo  Vincenzo  -  Via  G.B.  Novelli,  34  -  Marcianise. 
Micieli  De  Biase  Leandro  -  Istituto  di  Entomologia  agraria  - 
Facoltà  di  Agraria  -  80055  Portici. 

Migliorini  Elio  -  Via  Vitelleschi,  26  -  00193  Roma. 

Milito  Pagliara  Severina  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  - 
Facoltà  di  Scienze  -  Via  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 
Milone  Mario  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Facoltà  di 
Scienze  -  Via  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 
Moncharmont  Ugo  -  Via  A.  Falcone,  88  -  80127  Napoli. 
Moncharmont  Zei  Maria  -  Istituto  di  Paleontologia  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Montagna  Raffaele  -  Via  Domenico  Cimarosa,  2/A  -  Napoli. 
Moretti  Aldo  -  Istituto  di  Botanica  -  Via  Foria,  223  -  80139 
Napoli. 

Morrica  Schirru  Patrizia  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e 
Tossicologia  dell’Università  -  Via  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134 
Napoli. 

Mustacchi  Silvia  -  Via  Mariano  d’Ayala,  6  -  Napoli. 

Muzzo  Carlo  -  Via  Amendola,  2  -  81055  S.  Maria  Capua  Vetere 
(Caserta). 

Napoleone  Giovanni  -  Istituto  di  Geologia  -  Università  di 
Firenze. 

Napoletano  Aldo  -  Via  Rodolfo  Falvo,  20  -  20127  Napoli. 
Nicoletto  Pier  Giorgio  -  Via  Fuori  Porta  Napoli  -  81043  Capua. 
Nicotera  Pasquale  -  Istituto  di  Geologia  Applicata  -  Facoltà  di 
Ingegneria  -  Piazzale  Tecchio  -  80125  Napoli. 

Nicotina  Mariano  -  Istituto  di  Entomologia  Agraria  -  Facoltà  di 
Agraria  -  Portici. 

Nota  D’Elogio  Ernesto  -  Parco  Mergellina,  3  -  80122  Napoli. 
Oliveri  del  Castello  Alessandro  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofì¬ 
sica  dell’Università  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 
Orio  Franco  -  Via  G.  De  Jacobis,  3  -  Salerno. 

Orrù  Antonietta  -  Via  Monte  Pollino,  2  -  Quartiere  Montesacro  - 
Roma. 

Ortega  Huertas  Miguel  -  Departamento  de  Cristalografìa  y 
Mineralogia  -  Facultad  de  Ciencias  -  Universidad  de  Granada 
(Spagna). 

Ortolani  Francesco  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Uni¬ 
versità  di  Napoli. 

Pagella  Maria  Luisa  -  Via  Girolamo  Santacroce,  5  -  80129 

Napoli. 

Palmentola  Giovanni  -  Istituto  di  Geologia  e  Paleontologia 
dell’Università  -  Palazzo  Ateneo  -  70121  Bari. 

Palumbo  Antonino  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 


294  Elenco  dei  soci 


196)  28-  2-969 

197)  30-12-960 

198)  29-10-971 

199)  24-  6-977 

200)  22-12-981 

201)  22-12-976 

202)  27-12-957 

203)  29-12-961 

204)  31-  1-951 

205)  27-  6-980 

206)  29-10-971 

207)  28-12-951 

208)  27-  4-973 

209)  31-  5-968 

210)  29-10-971 

211)  18-12-959 

212)  21-12-979 

213)  27-  6-980 

214)  29-10-971 

215)  21-12-979 

216)  28-12-956 

217)  30-12-960 

218)  28-12-969 

219)  20-12-974 

220)  27-  3-964 

221)  21-12-970 

222)  31-  5-968 

223)  28-12-949 

224)  3-12-971 

225)  27-  6-980 


Paoletti  Alfredo  -  Istituto  d’igiene  -  Facoltà  di  Scienze  -  Via 
Mezzocannone,  16  -  80134  Napoli. 

Parenzan  Paolo  -  Via  Roma,  12  -  74100  Taranto. 

Parisi  Giovanni  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via  Mez¬ 
zocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Pasquarella  Carmelo  -  Via  4  Orologi,  29/A  -  Ercolano. 
Pedata  Patrizia  -  Via  Nuova  S.  Rocco,  73  -  Napoli. 
Pellecchia  Maria  -  Via  Francesco  Saverio  Correrà,  222  -  Napoli. 
Pericoli  Sergio  -  Via  del  Porto,  151  -  47033  Cattolica  (Forlì). 
Pescatore  Tullio  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Pescione  Messina  Adelia  -  Via  Fleming,  89  -  00196  Roma. 
Picariello  Orfeo  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Facoltà 
di  Scienze  -  Via  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Piciocchi  Alfonso  -  Parco  Comola  Ricci,  9  -  80122  Napoli. 
Pierantoni  Angiolo  -  Galleria  Umberto  I,  27  -  80132  Napoli. 
Pierattini  Donatella  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Uni¬ 
versità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Pieri  Piero  -  Istituto  di  Geologia  e  Paleontologia  -  Palazzo  Ateneo  - 
70121  Bari. 

Pinna  Eros  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Piscopo  Eugenio  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Placella  Bianca  -  Corso  Umberto,  35  -  80138  Napoli. 
Pozzuoli  Antonio  -  Istituto  di  Mineralogia  dell’Università  - 
Facoltà  di  Scienze  -  Via  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 
Priore  Rosa  -  Istituto  di  Entomologia  agraria  -  Facoltà  di  Agraria  - 
80055  Portici. 

Pugliese  Pasquale  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  dell’Uni¬ 
versità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 
Quagliariello  Teresa  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Uni¬ 
versità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Radina  Bruno  -  Istituto  di  Geologia  dell’Università  -  70121  Bari. 
Radoicic  Raika  -  Juli,  7,  38  -  Belgrado. 

Ramundo  Eliseo  -  Via  Cesare  Rossaroll,  174  -  80139  Napoli. 
Rapolla  Antonio  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Righetti  Francesco  -  Istituto  di  Zootecnica  -  Via  F.  Delpino,  1  - 
80137  Napoli. 

Richetti  Giustino  -  Istituto  di  Geologia  dell’Università  -  70121 
Bari. 

Rippa  Anna  -  Piazzetta  Marconiglio,  4  -  80141  Napoli. 

Roda  Cesare  -  Istituto  di  Scienze  della  Terra  -  Viale  Ungheria  - 
Udine. 

Rodriguez  Gallego  Manuel  -  Departamento  de  Cristalografìa  y 
Mineralogia  -  Facultad  de  Ciencias  -  Universidad  de  Granada 
(Spagna). 


Elenco  dei  soci  295 


226)  27-  3-964 

227)  22-12-981 

228)  27-  6-975 

229)  15-12-978 

230)  27-11-947 

231)  22-12-981 

232)  30-  1-981 

233)  30-  1-981 

234)  29-10-971 

235)  27-  1-978 

236)  31-  5-968 

237)  3-12-971 

238)  28-  3-963 

239)  20-12-974 

240)  30-12-941 

241)  29-10-971 

242)  30-11-973 

243)  27-  3-964 

244)  27-  3-964 

245)  25-  6-967 

246)  15-12-978 

247)  31-  1-951 

248)  21-12-979 

249)  28-  3-963 

250)  29-10-971 

251)  31-  1-951 

252)  30-12-960 

253)  23-12-975 

254)  26-  5-972 

255)  31-  5-968 


Rodriguez  Antonio  -  Via  Pietro  Castellino,  179  -  80131  Napoli. 
Rossi  Fortunato  -  Via  Montedonzelli,  48/d  -  Napoli. 

Rosso  Andrea  -  Via  Ferrara,  14  -  Caserta. 

Rotondo  Antonio  -  Istituto  di  Coltivazioni  Arboree  -  Facoltà  di 
Agraria  -  Portici  (Napoli). 

Ruffo  Sandro  -  Lungadige  Porta  Vittoria,  9  -  37100  Verona. 
Russo  Antonio  -  Viale  Muratori,  225  -  Modena. 

Russo  Giovanni  -  Via  Galatina  -  III  trav.  -  S.  Maria  Capua  Vetere. 
Russo  Luigi  -  Via  Cilea,  171  -  Napoli. 

Russo  Luigi  Filippo  -  Istituto  di  Entomologia  agraria  -  Facoltà  di 
Agraria  -  80055  Portici. 

Salvati  Gerardo  -  Via  Pisa,  1  -  85100  Pisa. 

Sarpi  Ernesto  -  Via  S.  Aspreno,  13  -  80133  Napoli. 

Sartori  Samuele  -  Istituto  di  Geologia  -  Via  Zamboni,  63-67  - 
40127  Bologna. 

Scandone  Paolo  -  Istituto  di  Geologia  e  Paleontologia  -  Univer¬ 
sità  di  Pisa. 

Scaramella  Domenico  -  Istituto  di  Entomologia  Agraria  - 
Facoltà  di  Agraria  -  Portici. 

Scherillo  Antonio  -  Istituto  di  Mineralogia  dell’Università  -  Via 
Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Schettino  Oreste  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Scipparella  Sergio  -  Centro  di  Calcolo  Elettronico  Interfacoltà  - 
Pad.  17  -  Mostra  d’Oltremare  -  Napoli. 

Scorziello  Raffaele  -  Istituto  di  Paleontologia  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Scotto  Di  Carlo  Bruno  -  Stazione  Zoologica  -  Villa  Comunale  - 
80121  Napoli. 

Senatore  Felice  -  Via  Balziro  -  Traversa  Bottiglieri,  17  -  Salerno. 
Serra  Virginia  -  Dipartimento  di  Biologia  Cellulare  -  Università  - 
Arcavacata  Rende  (Cosenza). 

Sersale  Riccardo  -  Istituto  di  Chimica  Applicata  -  Facoltà  di 
Ingegneria  -  80125  Napoli. 

Sgarrella  Franca  -  Via  Cilea,  250  -  80127  Napoli. 

Sgrosso  Italo  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Simone  Lucia  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Sinno  Renato  -  Via  Scudillo,  20  bis  -  Napoli. 

Sorrentino  Pappalardo  Albino  -  Via  S.  Giovanni  Bosco  -  33028 
Tolmezzo. 

Spagnuolo  Gabriella  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via 
Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Speranza  Antonio  -  Via  Tommaso  Caravita,  29  -  80134  Napoli. 
Stanzione  Damiano  -  Via  Nicolardi  (Parco  Arcadia,  is.  5)  -  80131 
Napoli. 


296  Elenco  dei  soci 


256) 

257) 

258) 

259) 

260) 
261) 
262) 

263) 

264) 

265) 

266) 

267) 

268) 

269) 

270) 

271) 

272) 

273) 

274) 

275) 

276) 

277) 


27-  6-975  Steri  Stefano  -  Istituto  di  Matematica  dell’Università  -  Via  Mez¬ 
zocannone,  8  -  80134  Napoli. 

31-  5-968  Taddei  Roberto  -  Orto  Botanico  -  Via  Foria,  223  -  80139  Napoli. 

31-  5-968  Taddei  Ruggiero  Emma  -  Istituto  di  Paleontologia  dell’Univer¬ 

sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

26-  3-942  Tarsia  in  Curia  Isabella  -  Corso  Umberto  I,  106  -  80138  Napoli. 

22-12-981  Tartaglione  Anna  Maria  -  Via  S.  Donato,  20  -  Caserta  -  Sala. 

22-12-981  Tartaglione  Elio  -  Via  G.  Santacroce,  3  -  Napoli. 

31-  5-968  Torre  Mario  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

29-12-961  Torre  Zamparelli  Valeria  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica 
dell’Università  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

27-  1-978  Tramutoli  Mariano  -  Largo  Aurelio  Saffi,  11  -  8500  Potenza. 

19- 10-971  Tremblay  Ermenegildo  -  Istituto  di  Entomologia  agraria  -  Facoltà 

di  Agraria  -  80055  Portici. 

20- 12-974  Vacatello  Michele  -  Istituto  Chimico  -  Via  Mezzocannone,  4  - 

80134  Napoli. 

15-12-978  Valentini  Giovanni  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

29- 12-961  Vallario  Antonio  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofìsica  dell’Univer¬ 

sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

30-  1-981  Varriale  Bruno  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via  Mez¬ 

zocannone,  8  -  80134  Napoli. 

25-  6-976  Verniani  Franco  -  Istituto  di  Fisica  «A.  Righi»  -  Università  -  Via 

Irnerio  -  40126  Bologna. 

29- 10-971  Viggiani  Gennaro  -  Istituto  di  Entomologia  agraria  -  Facoltà  di 

Agraria  -  80055  Portici. 

21- 12-979  Villanis  Gabriella  -  Via  Gugliemo  Sanfelice,  24  -  80134  Napoli. 

27-  1-978  Villari  Anna  -  Via  Nausan,  36  -  80121  Napoli. 

31-  3-972  Vitagliano  Paolo  Augusto  -  Via  S.  Giacomo  dei  Capri,  125  - 

Palazzo  Seca  -  80128  Napoli. 

30- 12-960  Vitagliano  Vincenzo  -  Via  A.  Manzoni,  30  -  80123  Napoli. 

26-  1-949  Vittozzi  Pio  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  - 

Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

25-  6-976  Zampino  Carlo  -  Via  S.  Baratta  -  Salerno. 


Elenco  dei  periodici  ricevuti  in  cambio  del  Bollettino 
della  Società  dei  Naturalisti 


1)  Acta  Borealia.  Serie  scientia.  Tromso-Oslo. 

2)  Acta  Botania  Fennica.  Helsinki. 

3)  Acta  Entomoligica  Fennica.  Helsinki. 

4)  Actba  Faunistica  Entomoligica  Musei  Nationalis  Pragae  (Sbornik  Faunistikych 
Praci...).  Praha. 

5)  Acta  Facultatis  rerum  naturalium  Universitatis  Comeniane.  Ser.  Anthropologia. 
Botanica.  Chimica.  Mathematica.  Physica.  Physiologia  plantarum.  Zoologia. 
Bratislava. 

6)  Acta  Geologica  et  geographica  Universitatis  Comenianae.  Bratislava. 

7)  Acta  Palaentologica  Sinica.  Nanking  (China). 

8)  Acta  Societatis  Botanicorum  Poloniae.  Warszawa. 

9)  Acta  Societatis  prò  fauna  et  flora  fennica.  Helsinki. 

10)  Acta  Universitatis  Lundensis.  Lund. 

11)  Acta  Zoologica  Fennica.  Helsinki. 

12)  Allan  Hancock  Monographs.  Los  Angeles. 

13)  Anales  del  Instituto  de  biologia.  Universidad  Nac.  de  México.  Mexico. 

14)  Anales  del  Instituto  Botanico  a.  J.  Cavanilles.  Madrid. 

15)  Anales  de  Sociedad  Cientifica  Argentina,  Buenos  Aires. 

16)  Animalia  Fennica.  Helsinki. 

17)  Annalen  der  K.  K.  Naturhistorischen  (Hof-)  Museum.  Wien. 

18)  Annales  Botanici  Fennici.  Helsinki. 

19)  Annales  Entomologici  Fennici  (Soumen  Hyonteistieteellinen  Alika  Kauskirija). 
Helsinki. 

20)  Annales  Musei  Goulandris.  Contributiones  ad  historiam  naturalem  Greciae  et 
Regionis  Mediterraneae  a  Museo  Goulandris  historiae  naturalis  editae.  Kifisia 

(Atene). 

21)  Annales  de  la  Sociètè  Royale  Zoologique  de  Belgique.  Bruxelles. 

22)  Annales  historico-naturales  Musei  Nationalis  Hungarici.  Budapest. 

23)  Annales  Universitatis  Mariae  Curie  Slodowska.  Sectio  B:  geographia,  geologia, 
mineralogia  et  petrographia.  Sectio  C:  Biologia.  Lublin. 

24)  Annales  Zoologici  Fennici.  Helsinki. 

25)  Annali  della  Facoltà  Agraria.  Università  Cattolica  del  Sacro  Cuore.  Piacenza. 

26)  Annali  della  Facoltà  di  Scienze  Agrarie  dell’Università  degli  Studi  di  Napoli. 

Portici. 

27)  Annali  del  Museo  Civico  di  storia  naturale  «G.  Doria»  di  Genova.  Genova. 

28)  Annali  dell’Università  degli  Studi  de  L’Aquila.  L’Aquila. 

29)  Annals  of  thè  Missouri  Botanical  Garden.  St.  Louis. 


298  Elenco  dei  periodici  ricevuti  in  cambio  del  Bollettino 


30)  Annuario  della  Accademia  delle  Scienze  dell’Istituto  di  Bologna.  Classe  di 
scienze  fisiche.  Bologna. 

31)  annuario  della  Accademia  delle  Scienze  di  Torino.  Torino. 

32)  Annuario  delle  Biblioteche  italiane.  Minestero  Pubbl.  Istr.  Roma. 

33)  Annuario  dell’Istituto  e  Museo  di  Zoologia  dell’Università  di  Napoli.  Napoli. 

34)  Annuario  del  Ministero  della  P.  I.  Roma. 

35)  Annuario  de  Sociedad  Broteriana...  Coimbra. 

36)  Archiv  de  Fruende  der  naturgeschichte  in  Mecklenburg.  Rostock. 

37)  Archivio  di  oceanografia  e  limnologia.  Roma. 

38)  Archivio  per  l’antropologia  e  la  etnologia.  Firenze. 

39)  Arkiv  for  Botanik.  Uppsala-Stockholm. 

40)  Archiv  for  Zoology.  Stockholm. 

41)  Arxius  de  la  Sección  de  Ciencias.  Barcelona. 

42)  Astarte.  Tromso  Museum  Zoological  Department.  Tromso. 

43)  Atti  dell’Accademia  Ligure  di  Scienze  e  Lettere.  Genova. 

44)  Atti  dell’Accademia  Gioenia  di  scienze  naturali  di  Catania.  Catania. 

45)  Atti  dell’Accademia  delle  Scienze  dell’Istituto  di  Bologna.  Rendiconti.  Classe  di 
scienze  fisiche.  Bologna. 

46)  Atti  della  R.  Accademia  delle  Scienze  di  Torino.  Atti.  Atti  Generali  e  Verbali 
delle  Classi  riunite.  Torino. 

47)  Atti  dell’Accademia  di  Scienze  Mediche  di  Ferrara.  Ferrara. 

48)  Atti  dell’Accademia  delle  Scienze  Fisiche  e  Matematiche  della  Società  Nazio¬ 
nale  Scienze  Lettere  ed  Arti.  Napoli. 

49)  Atti  dell’Accademia  Pontaniana.  Napoli. 

50)  Atti  dell’Accademia  Properziana  del  Subasio.  Assisi. 

51)  Atti  dell’Istituto  Botanico  della  R.  Università,  r.  Laboratorio  Crittogamico. 
Pavia. 

52)  Atti  dell’Istituto  di  Geologia  dell’Università  di  Genova.  Genova. 

53)  Atti  del  Museo  Civico  di  Storia  Naturale  di  Trieste.  Trieste -Udine. 

54)  Atti  della  Società  dei  Naturalisti  e  Matematici.  Modena. 

55)  Atti  della  Società  italiana  di  scienze  naturali  e  del  Museo  Civico  di  Storia  natu¬ 
rale  di  Milano.  Milano. 

56)  Atti  della  Società  Peloritana  di  Scienze  fìsiche  e  matematiche.  Messina. 

57)  Atti  della  Società  Speleologica  Italiana.  Alessandria. 

58)  Atti  della  Società  Toscana  di  scienze  naturali,  residente  in  Pisa. 

59)  Atti  e  memorie  dell’Accademia  di  agricoltura,  scienze,  lettere  ed  arti.  Verona. 

60)  Atti  e  rendiconti  dell’Accademia  di  Scienze  lettere  ed  arti  degli  Zelanti  (e  dei 
PP.  dello  Studio).  Vedi  Memorie  e  Rendiconti. 

61)  Berich  der  Oberhessischen  Gesellschaft  fur  Natur-und  Keilkund...  Giessen. 

62)  Biblioteca  Statale  di  Cremona  -  «Bollettino  della  Società  Medico  Chirurgica  e 
degli  Ospedali  -  Provincia  di  Cremona». 

63)  Biological  Bulletin  published  by  Marine  Biological  Laboratory.  Lancaster. 

64)  Biological  Review  of  thè  Cambridge  Philosophical  Society.  Cambridge. 

65)  Boletin  de  Sociedade  Broteriana.  Coimbra. 

66)  Boletin  de  la  Sociedad  Espanola  de  historia  naturai.  Madrid. 

67)  Bollettino  del  Laboratorio  di  Entomologia  agraria  «Filippo  Silvestri».  Portici. 

68)  Bollettino  dell’Istituto  Botanico  dell’Università  di  Catania. 

69)  Bollettino  dell’Istituto  di  Entomologia  della  R.  Università  di  Bologna. 


Elenco  dei  periodici  ricevuti  in  cambio  del  Bollettino  299 


70) 

71) 

72) 

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90) 

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92) 

93) 

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99) 

100) 

101) 

102) 

103) 

104) 

105) 

106) 

107) 

108) 

109) 

110) 
111) 


Bollettino  dell’Istituto  e  Museo  di  Zoologia  dell’Università  di  Torino. 
Bollettino  dei  Musei  e  degli  Istituti  Biologici  dell’Università  di  Genova. 
Bollettino  del  Museo  Civico  di  Storia  naturale  di  Venezia. 

Bollettino  del  Museo  Civico  di  Storia  naturale  di  Verona. 

Bollettino  del  Servizio  Geologico  d’Italia.  Roma. 

Bollettino  della  Società  Adriatica  di  Scienze.  Trieste. 

Bollettino  della  Società  Entomologica  Italiana.  Firenze. 

Bollettino  della  Società  Geografica  Italiana.  Roma. 

Bollettino  della  Società  Italiana  di  Biologia  sperimentale.  Napoli. 
Bollettino  di  zoologia  agraria  e  di  bachicoltura.  Milano. 

Bollettino  Società  Sarda  di  Scienze  Naturali.  Sassari. 

Bulletin  de  l’Institut  de  Geologie  du  Bassin  d’Aquitaine.  Talence. 
Bulletin  of  thè  British  Museum.  Naturai  History.  London. 

Bulletin  of  thè  Entomological  Society  of  Egypt  (U.A.R.).  Cairo. 

Bulletin  of  Geological  Institute.  Ser.  Petroleum  and  coal  geology.  Ser.  Paleon- 
tology.  Sofia. 

Bulletin  of  thè  Geological  Institution  of  thè  University  of  Uppsala. 
Bulletin  of  thè  Illinois  State  Natura  History  Survey.  Urbana. 

Bulletin  de  l’Institut  Royal  des  Sciences  naturelles  de  Belgique.  Biologie  Ento¬ 
mologie.  Bruxelles. 

Bulletin  de  la  Societé  Entomologique  d’Egypte.  Le  Caire. 

Bulletin  de  la  Societé  des  Sciences  naturelles  de  l’Ouest  de  la  France.  Nantes. 
Bollettino  dell’Orto  Botanico  di  Napoli.  Vedi  Delpinoa. 

Casopis  Ceské  Cek...  (Acta  Societatis  Entomologicae  Bohemiae).  Praha. 
Cheapeake  Science.  A  regional  Journal  of  Research  and  Progress  on  naturai 
resources.  Solomons. 

Ciencia  biologica  (1  Biologia,  2  Ecologia).  Dep.  de  Zoologia  Universidade  de 
Coimbra. 

Colloquis.  Sociedad  Catalana  de  Biologia... 

Commentari  dell’Ateneo  di  Brescia. 

Decheniana.  Bonn. 

Decheniana.  Beihefte.  Bonn. 

Delpinoa.  Nuova  serie  del  Bollettino  dell’Orto  Botanico  di  Napoli. 
Doriana.  Supplemento  agli  Annali  del  Museo  Civico  di  Storia  naturale  «G. 
Doria».  Genova. 

Ekologia  Polska.  Warszawa. 

Endeavour.  Rassegna  del  progresso  scientifico... 

Entomologische  Arbeiten  aus  dem  Museum  G.  Frey.  Munchen. 
Entomologisk  Tidckrift  ut  given  av  Entomologiska  Foreningen  i  Stockholm. 
Journal  entomol  publé  par  la  Société  Entomol.  Stockholm. 

Fauna  Fennica.  Helsingfors. 

Flora  Fennica.  Helsinki. 

Fragmenta  Entomologica.  Roma. 

Geoloski  Viesnik.  Zagreb. 

Giornale  botanico  italiano.  Firenze. 

Gorteria  Riyksherbarium.  Leiden. 

Illinois  biological  monographs.  Urbana. 

Il  Naturalista  Siciliano.  Palermo. 


300  Elenco  dei  periodici  ricevuti  in  cambio  del  Bollettino 


112)  Journal  of  thè  Marina  Biological  Association.  Cambridge. 

113)  Leopoldina.  Mitteilungen  der  Deutschen  Akademie  der  Naturgoscher  Leopol¬ 
dina.  Halle/Salle. 

114)  Madoqua.  Scientific  papers  of  thè  Namib  Desert  Research  Station  Wetenska- 
plike... 

115)  Man.  The  Journal  of  thè  Royal  Anthropological  Institute.  London. 

116)  Marine  studies  of  San  Pedro  Bay. 

117)  Mediterranea.  Departamento  de  Biologia.  Alicante. 

118)  Memoranda  Societatis  prò  Fauna  et  Flora  Fennica.  Helsinki. 

119)  Memorias  de  Sociedad  Broteriana.  Coimbra. 

120)  Memorie  e  rendiconti  dell’Accademia  di  Scienze,  lettere  e  belle  arti  degli 
Zelandi  e  dei  Dafnici  di  Acireale. 

121)  Memorie  fuori  serie  del  Museo  Civico  di  Storia  naturale  di  Verona. 

122)  Memorie  del  Museo  Civico  di  Storia  naturale  di  Verona. 

123)  Memorie  del  Museo  Tridentino  di  Scienze  naturali.  Trento. 

124)  Memorie  e  note  dell’Istituto  di  Geologia  applicata  dell’Università  di  Napoli. 

125)  Memorie  della  Società  Entomologica  Italiana  Supplemento  al  Bollettino  della 
Società  Entomologica  It.  Genova. 

126)  Mitteilungen  aus  dem  Hamburgischen  Zoologischen  Institut  und  Museum. 
Hamburg. 

127)  Mitteilungen  der  Bayerischen  Staatssammlung  fiir  Paleontologie  und  histor. 
Geologie.  Monaco. 

128)  Monographiae  Botanicae.  Warszawa. 

129)  Natura.  Rivista  di  scienze  naturali.  Milano. 

130)  Natura  bresciana.  Brescia. 

131)  Note  fitopatologiche  per  la  Sardegna.  Sassari. 

132)  Notiziario  del  Circolo  Speleologico  Romano.  Roma. 

133)  Nova  Acta  Leopoldina.  Leipzig. 

134)  Novos  Taxa  Entomologicos...  Lourenqo  Marques. 

135)  Ohio  (The)  Journal  of  Science.  Columbus. 

136)  Periodico  di  mineralogia.  Roma. 

137)  Pescaport.  Genova. 

138)  Proceedings  of  K.  Nederlands  Akademie  van  Wetenschappen.  Ser.  Physical 
Sciences.  Ser.  Biological  und  medicai  Sciences.  Amsterdam. 

139)  Proceeding  of  thè  Nova  Scotian  Institute  of  Sciences.  Halifax. 

140)  (Publications)  United  States  Geological  Survey.  Department  of  thè  Interior. 

Washington. 

a)  Abstracts  of  North  American  geology; 

b )  Bulletin; 

c)  Earthquake  information  bulletin; 

d)  Geophysical; 

e)  Journal  of  Research; 

f)  Professional  paper; 

g )  Tecniques; 

h)  Topographic; 

/)  Water  supply  paper. 

141)  Pubblicazioni  dell’Istituto  di  Botanica  dell’Università  di  Catania. 

142)  Pubblicazioni  della  Stazione  Zoologica  di  Napoli. 


Elenco  dei  periodici  ricevuti  in  cambio  del  Bollettino  301 


143)  Publicaciones  del  Centro  Pirenaico  de  Biologia  Experimental.  Barcelona,  poi 
Jaca. 

144)  Publicaciones  de  Departamento  de  Zoologia.  Universidad  de  Barcelona. 

145)  Publicafoes  de  Instituto  de  Zoologia  «Dr.  Augusto  Nobre».  Porto,  poi 

COIMBRA. 

146)  Quaderni  dell’Istituto  Botanico  delPUniversità.  Laboratorio  Crittogamico. 
Pavia. 

147)  Redia.  Giornale  di  zoologia  (già  Redia.  Giornale  di  Entomologia).  Firenze. 

148)  Rendiconti  dell’Istituto  Lombardo...  Milano. 

149)  Rendiconto  dell’Accademia  delle  Scienze  fisiche  e  matematiche  della  Società 
di  Scienze  Lettere  e  Arti.  Napoli. 

150)  Report  on  scientifìc  activities...  Warszawa. 

151)  Revista  de  Entomologia  de  Mofambique.  Lauren^o  Marquez. 

152)  Revista  de  la  Sociedad  Cientifica  del  Paraguay.  Asuncion. 

153)  Ricerche,  Contributi  e  Memorie  del  Centro  di  Studi  su  l’Isola  d’Ischia  -  Biblio¬ 
teca  Antoniana.  Ischia  Ponte. 

154)  Risveglio  del  Molise  e  del  Mezzogiorno. 

155)  Riviera  scientifìque.  Bulletin  de  l’Association  des  Naturalistes  de  Nice  et  des 
Alpes  Maritime.  Nice. 

156)  Rivista  di  Biologia  normale  e  patologica.  Messina. 

157)  Rozpravi  Ceske  Akademie  véd  a  Umeni.  Praze. 

158)  Sbornik  Slovenskeho  Nardneo  Muzea...  Bratislava. 

159)  Scripta  Facultatis  Scientiarum  naturalium.  Universitatis  Purkynianae  Brunen- 
sis.  Brne. 

160)  Selezione  veterinaria...  Brescia. 

161)  Senckenbergischen  Naturforschenden  Gesellschaft.  Helsinki. 

162)  Smithsonian  Year.  Washington. 

163)  Sottoterra.  Bollettino  informativo  del  Gruppo  Speleologico  Bolognese  C.A.I.  e 
dello  Speleo  Club  di  Bologna  E.N.A.L.  Bologna. 

164)  Spisy  Prirodovedecke  Fakulty  University  J.  E.  Purkiné,  Brno. 

165)  Struktur  und  Mitgliederbestand.  Deutsche  Akademie  der  Naturforscher  Leo¬ 
poldina  su  Halle/Saale. 

166)  Studi  geologici  Camerati.  Camerino. 

167)  Studi  Sassaresi.  Sassari. 

168)  Studi  trentini  di  scienze  naturali.  Sez.  A.  Abiologica.  Sez.  B.  Biologia.  Trento. 

169)  Thalassia  Jonica.  Istituto  Sperimentale  Talassografico.  Taranto. 

170)  Thalassia  salentina.  Stazione  Biologica  Marina  di  Salento.  Porto  Cesareo. 

171)  Trabajos  del  Departamento  de  Botanica  y  Fisiologia  vegetale.  Madrid. 

172)  Transactions  of  thè  Wisconsin  Academy  of  Sciences  arts  and  letters.  Madison. 

173)  Travaux  biologique  de  l’Institut  J.  B.  Carnoy.  Louvain. 

174)  Travaux  sur  le  géologie  de  Bulgarie.  Trudove  Varhu...  Sofia. 

175)  University  of  California  publications  in  geological  Sciences... 

176)  Verhandlungen  der  K.  K.  Zoologisch  -  botanischen  Gesellschaft.  Wien. 

177)  Vesnik  Zavod  za  Geoloska  j  Geofizicka  Intrazivanija.  Serie  A  Geologija.  Serie 
B  Hidrogeologia.  Serie  C  Geofìzicka.  Beograd. 


302  Elenco  dei  periodici  ricevuti  in  cambio  del  Bollettino 


Recensioni 


1)  Centre  de  Documentation  du  C.N.R.S.  -  26,  Rue  Boyer,  75971  -  Paris  Cedex  20. 

2)  Library  Chemical  Abstracts  Service  -  P.O.  Box  3012  -  Columbus,  Ohio  43210. 

3)  Libri  e  Riviste  d’Italia  -  Ministero  per  i  Beni  Culturali  e  Ambientali  -  Divisione 
Editoria  -  Roma. 

4)  Literature  Resources  Department  Biosciences  Information  Service.  2100  Arch 
Street  -  Philadelphia,  Pennsylvania  -  19103  U.S.A. 


INDICE 


In  memoria  di  Giuseppe  Imbo  . . . . .  pag.  3 

Cozzi  B.,  De  Castro-Coppa  M.  G.  -  Rapporto  preliminare  sui  forami- 

niferi  della  carota  2V  (Placers  78/2)  (Sardegna  sud-orientale)  »  15 

Nicotina  M.,  Paino  G.,  Scala  G.  -  Su  una  rara  malformazione  cranio¬ 
facciale  nella  specie  suina  . »  29 

Celico  P.,  Russo  D.  -  Studi  idrogeologici  sulla  Piana  del  Dragone 

(Avellino)  . »  37 

Gustato  G.,  Pedata  P.,  del  Gaudio  S.  -  Primi  dati  sulla  biologia  e  sul 

comportamento  di  Erinaceus  europaeus  L.  1758  (Insectivora)  .  »  51 

Varriale  B.,  Milone  M.,  Chieffi  G.  -  Effetto  della  castrazione  e  del 
di  idrotestosterone  (DHT)  sulla  malato-deidrogenasi  ipotalamica 

nel  topo  maschio  . »  65 

Pinna  E.,  Giannessi  G.  -  Primo  tentativo  di  ricostruzione  della  morfo¬ 
logia  del  basamento  rigido  umbro-marchigiano  tra  il  L.  Trasimeno 

e  la  dorsale  M.  Nerone  -  M.  Catria  . »  73 

Adi  letta  G.,  Mazzarella  A.,  Palumbo  A.,  Vittozzi  P.  -  Short-range 

forecasting  of  INPUTS  required  by  diffusive  models  . .  »  83 

De  Castro  P.  -  Cisalveolina  fraasi  (Gumbel)  Reichel,  Foraminiferida: 

diffusione  geografica  e  problemi  stratigrafici  . . .  »  99 

Di  Nocera  S.,  Ortolani  F.,  Torre  M.,  Russo  B.  -  Evoluzione  sedi¬ 
mentaria  e  cenni  di  paleogeografia  del  tortoniano-messiniano  del- 

ITrpinia  occidentale  . . »  131 

Piscopo  E.,  Diurno  M.V.,  Cappello  B.,  Cereti  Mazza  M.T.,  Aliberti 
F.,  Cirino  G.  -  Derivati  ammidici,  idrossamici  e  idrazidici  di  acidi 

benzoici  sostituiti,  a  potenziale  attività  biologica  . .  »  167 

Taddei  Ruggiero  E.  -  Struttura  del  guscio  dei  Generi  Gryphus  e  Tere- 

bratula  (Terebratulidae,  Brachiopoda)  . »  177 

Battaglini  P.,  Arcamone  N.  -  Influenza  delle  alterazioni  ambientali 
naturali  sulla  fauna  fluviale  del  torrente  «Bagni»  (Valle  d’ Ansante  - 

AV)  . »  203 

Battaglini  P.,  Carbone  A.  -  La  fauna  del  suolo  di  un  terreno  a  condi¬ 
zioni  ecologiche  limiti  (Valle  di  Ansante,  Avellino,  Campania)  »  217 

Battaglini  P.,  Valentino  M.  G.  -  Aspetti  ecologici  di  un  fiume 

urbano  ad  alta  alterazione  ambientale  (Fiume  Sebeto)  .  »  233 

Processi  verbali  delle  tornate  e  delle  assemblee  generali  ........  »  261 

Elenco  dei  soci  al  31  dicembre  1981  »  287 

Elenco  dei  periodici  ricevuti  in  cambio  del  Bollettino  della  Società  dei 

Naturalisti  . . »  297 


TERMINATO  DI  STAMPARE  OGGI 
XXXI  DICEMBRE  MCMLXXXII  NELLE 
OFFICINE  GRAFICHE  NAPOLETANE 
«FRANCESCO  GIANNINI  &  FIGLI» 


Direttore  responsabile:  Prof.  MICHELE  FUIANO 


Autorizzazione  della  Cancelleria  del  Tribunale  di  Napoli  -  n.  B  649  del  29-11-1960 


Art.  14.  —  Nel  dattiloscritto,  si  raccomanda  di  indicare  con  doppia  sottolineatura 
(maiuscoletto)  i  nomi  degli  Autori  e  con  la  sottolineatura  semplice  (corsivo)  i  titoli  dei 
periodici  nella  bibliografia,  i  nomi  scientifici  latini  ed  i  termini  stranieri. 

Art.  15.  —  Le  illustrazioni  che  corredano  il  testo  saranno  accompagnate  da  brevi 
esaurienti  didascalie  nelle  stessa  lingua  del  testo. 

Art.  16.  —  Dato  il  tipo  di  carta  adottato  per  la  stampa  del  Bollettino  la  maggior 
parte  delle  figure  andranno  inserite  come  tali  nel  testo,  con  numerazione  progressiva. 
Al  termine  del  testo,  in  continuità  con  rimpaginazione  precedente,  potranno  essere  in¬ 
serite  delle  tavole  contrassegnate  da  numeri  romani  progressivi,  fermo  restando  che  le 
dimensioni  —  inclusa  la  didascalia  —  non  oltrepassino  quelle  del  formato  standard  di 
cm  11  x  18.  È  consigliabile  che  gli  originali  per  le  illustrazioni  siano  di  dimensioni  su¬ 
periori  a  quelle  definitive  (1  !4  o  2  volte  quelle  definitive).  Salvo  indicazioni  contraria, 
le  illustrazioni  saranno  riprodotte  in  modo  da  utilizzare  al  massimo  il  formato  standard 
e,  in  ogni  caso,  in  conformità  con  il  parere  espresso  in  merito  dal  Redattore. 

Art.  17.  —  Le  tabelle  andranno  contrassegnate  con  una  numerazione  indipendente  e 
progressiva.  Per  eventuali  tabelle  con  dati  numerici  o  elenchi  di  nomi  con  segni  o  grafici 
è  consigliabile  preparare  un  originale  ad  inchiostro  di  china  o  dattiloscritto  da  cui  possa 
essere  ricavato  uno  zinco.  Salvo  casi  di  impossibilità,  dette  tabelle  non  dovranno 
superare  le  dimensioni  di  cm  11  x  18. 

Art.  18.  —  Le  note  a  piè  pagine  devono  portare  una  numerazione  indipendente  e 
progressiva  dall'inizio  del  lavoro.  Nel  dattiloscritto  esse  vanno  presentate  a  parte,  tutte 
riunite  in  successione  e  numerate. 

Art.  19.  —  La  bibliografia  sarà  raccolta  alla  fine  del  testo  e  dovrà  comprendere  solo 
i  lavori  effettivamente  citati  nel  testo  stesso,  in  una  delle  forme  seguenti  Gray  (1824); 
(Gray,  1824);  (Gray,  1824:  73);  va  pertanto  esclusa  una  numerazione  progressiva  dei  ri¬ 
ferimenti  bibliografici. 

Nell'elenco  alfabetico  degli  Autori  il  cognome  dovrà  essere  riportato  prescindendo 
dai  prefissi  di  casato  (p.  es.  de,  von  ecc.)  che,  se  presenti  saranno  indicati  subito  dopo 
il  nome.  Se  di  uno  stesso  Autore  vengono  citati  più  lavori,  questi  saranno  elencati  cro¬ 
nologicamente  facendo  seguire  alla  data  di  pubblicazione,  nell'ordine,  le  lettere  a,  b,  c. 
ecc.  Le  stesse  lettere  dovranno  essere  riportate  nelle  citazioni  nel  testo.  Per  lavori  pub¬ 
blicati  da  più  Autori,  tutti  gli  Autori  dovranno  essere  riportati  in  Bibliografia,  mentre 
nel  testo  —  qualora  gli  Autori  siano  tre  o  più  —  si  riporterà  solo  il  primo  con  l'aggiunta 
di  et  al. 

Al  cognome  dell’Autore  o  degli  Autori  seguiranno,  dopo  una  virgola,  l'iniziale  o  le 
iniziali  del  nome,  quindi  la  data  di  pubblicazione  del  lavoro,  tra  parentesi,  e  punto. 

Il  titolo  del  lavoro  dovrà  essere  riportato  per  esteso,  sottolineando  le  eventuali  pa¬ 
role  in  corsivo. 

I  titoli  dei  periodici  dovranno  essere  riportati  in  corsivo  (sottolineatura  semplice) 
ed  abbreviati  attenendosi  alla  Word  List  of  Scientific  Periodicals,  IV  Ed.  (1963-65).  Il 
numero  del  volume  sarà  sottolineato  con  una  linea  semplice  ed  una  ondulata  onde  sia 
riprodotto  in  grassetto;  esso  sarà  eventualmente  preceduto,  tra  parentesi,  dal  numero 
della  serie  e  seguito,  pure  tra  parentesi,  da  qullo  del  fascicolo;  quindi  due  punti  e  indi¬ 
cazione  della  prima  e  dell'ultima  pagina  dell'articolo.  Qualora  il  periodico  sia  articolato 
in  numeri,  questi  saranno  indicati  col  simbolo  N°;  analogamente  la  parte  si  indicherà 
con  P.,  la  sezione  con  Sez.,  il  supplemento  con  Suppl.  una  nuova  serie  con  N.  Ser.,  una 
edizione  con  Ed.  In  ogni  altro  caso  il  riferimento  dovrà  essere  riportato  per  esteso  (per 
es.  nella  citazione  di  una  tesi,  di  un  simposio  ecc.). 

Per  i  lavori  non  pubblicati  su  periodici  si  indicheranno  dopo  il  titolo,  nell’ordine, 
l'Editore  e  la  relativa  Città;  quindi  dopo  il  punto,  il  numero  complessivo  delle  pagine 
(pp-),  le  eventuali  figure  (figg.),  tavole  (tavv.) ,  e  tabelle  (tabb.). 

Gli  esempi  seguenti  potranno  servire  da  guida  per  la  compilazione  della  bibliografia: 
Aist,  S.  &  Riggs,  R.  D.  (1960).  Amino  acids  from  Heterodera  glycines.  J.  Nematol.  1: 
254-259. 

Goodey,  J.  B.  (1963),  Soil  and  freshwater  Nematodes.  Methuen  and  Co.,  London,  XV  + 
544  pp.,  298  figg. 

Art.  20.  —  Di  eventuali  errori  e/o  omissioni  nella  compilazione  della  Bibliografia 
sono  responsabili  gli  Autori  delle  note. 


ISSN  0366-2047 


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BOLLETTINO  DELLA 
SOCIETÀ  DEI  NATURALISTI 


IN  NAPOLI 


VOLUME  XCI  -  1982 


GIANNINI  EDITORE 
NAPOLI  1984 


NORME  PER  LA  STAMPA  DI  NOTE  NEL  BOLLETTINO  DELLA  SOCIETÀ 
DEI  NATURALISTI  DI  NAPOLI 


Art.  1.  —  La  stampa  delle  note  è  subordinata  all’approvazione  da  parte  del  Comitato 
di  Redazione  che  è  costituito  dal  Presidente  del  Consiglio  direttivo,  dai  quattro  Consiglieri 
e  dal  Redattore  delle  Pubblicazioni.  Il  Comitato  di  Redazione  qualora  lo  giudichi  necessa¬ 
rio  ha  facoltà  di  chiedere  il  parere  consultivo  di  altri,  anche  non  soci. 

Art.  2.  —  I  testi  delle  note  devono  essere  consegnati  al  Redattore,  dattiloscritti  in  tri¬ 
plice  copia,  nella  stessa  tornata  o  assemblea  in  cui  vengono  comunicati.  Per  gli  allegati 
(figure,  tavole,  carte  ecc.)  si  richiede  la  consegna,  oltre  che  degli  originali  destinati  alla 
Tipografia,  di  una  copia  eliografica  di  tutti  i  disegni  a  china  e  di  una  seconda  serie  di 
stampa  per  tutte  le  fotografìe,  con  l’indicazione  su  ciascuna  di  esse  della  figura  cui  si  rife¬ 
risce  e  del  simbolo  (numero  o  lettera)  che  ne  indica  la  posizione  nella  figura  stessa.  Per  le 
diapositive  a  colori  potrà  essere  fornita,  in  luogo  di  una  seconda  copia,  una  stampa  a  colori 
nel  formato  minimo  di  cm  10x15. 

Art.  3.  —  Ogni  anno  i  soci  hanno  diritto  a  10  pagine  di  stampa,  gratuite,  o  al  loro 
equivalente,  oltre  a  50  estratti  senza  copertina.  Tale  diritto  non  è  cedibile  né  cumulabile. 

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per  la  stampa  nel  Bollettino  e  per  gli  estratti,  questi  lo  comunicherà  all’Autore  per  la  parte 
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Art.  5.  —  L’Autore  restituirà  con  le  prime  bozze,  gli  originali  ed  il  preventivo  di 
spesa  per  la  stampa,  sottoscritto  per  conferma  ed  accettazione,  indicando  il  numero  di 
estratti  a  pagamento  desiderati,  l’indirizzo  a  cui  dovrà  essere  fatta  la  spedizione  e  l’intesta¬ 
zione  della  fattura  relativa  alle  spese  di  stampa  del  periodico  e  degli  estratti.  Nel  caso  che 
l’ordine  provenga  da  un  Istituto  Universitario  o  da  altro  Ente,  l’ordine  deve  essere  sotto- 
scritto  dal  Direttore. 

Art.  6.  —  Modifiche  ed  aggiunte  apportate  agli  originali  nel  corso  della  correzione 
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richiedono  la  ricomposizione  di  lunghi  tratti  del  testo  o  spostamenti  nelfimpaginazionè. 
Tali  spese  saranno  addebitate  all’Autore. 

Art.  7.  —  Le  bozze  devono  essere  restituite  al  Redattore  entro  15  giorni.  Il  ritardo 
comporta  lo  spostamento  della  nota  relativa  nell’ordine  di  stampa  sul  Bollettino;  per 
questo  motivo  la  numerazione  delle  pagine  sarà  provvisoria  anche  nelle  ultime  bozze  e 
quella  definitiva  sarà  apposta  su  esse  a  cura  e  sotto  la  responsabilità  della  Tipografia. 

Art.  8.  —  A  cura  del  Redattore,  in  calce  ad  ogni  lavoro  sarà  indicata  la  data  di  accet¬ 
tazione  da  parte  della  Rivista. 

Art.  9.  —  Al  fine  di  facilitare  il  computo  dell’estensione  della  composizione  tipogra¬ 
fica  dei  lavori  è  necessario  che  il  testo  venga  presentato  dattiloscritto  in  cartelle  di  25  righe, 
ciascuna  con  60  battute. 

Art.  10.  —  L’Autore  indicherà  in  calce  al  dattiloscritto  l’Istituto  o  l’Ente  presso  cui  il 
lavoro  è  stato  compiuto  e  l’eventuale  Ente  finanziatore  della  stampa  e  delle  ricerche. 

Art.  11.  —  Le  note  saranno  accompagnate  da  due  riassunti,  da  cui  si  possa  ricavare 
chiaramente  parte  sostanziale  del  lavoro.  Uno  dei  due  riassunti  sarà  in  italiano  e  l’altro,  più 
ampio  ed  esauriente,  preferibilmente  in  inglese. 

Art.  12.  —  Vengono  ammesse  alla  pubblicazione  sul  Bollettino  anche  Note  d’Autori 
non  soci,  purché  presentate  da  due  soci  e  preventivamente  sottoposte  per  l’approvazione  al 
Comitato  di  Redazione.  La  stampa  di  tali  Note  sarà  a  totale  carico  degli  Autori. 

Art.  13.  —  I  caratteri  disponibili  per  la  stampa  sono  i  seguenti:  maiuscolo  -- 

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avanzare  proposte  mediante  le  sottolineature  convenzionali  prima  riportate.  La  scelta  defi¬ 
nitiva  dei  caratteri  è  di  competenza  del  Redattore. 


ISSN  0366  -  2047 


BOLLETTINO  DELLA 
SOCIETÀ  DEI  NATURALISTI 
IN  NAPOLI 


GIANNINI  EDITORE 
NAPOLI  1984 


SOCIETÀ  DEI  NATURALISTI  IN  NAPOLI 

VIA  MEZZOCANNONE,  8 


CONSIGLIO  DIRETTIVO 
BIENNIO  1981-82 


Prof.  Pio  Vittozzi 
Prof.  Aldo  Napoletano 
Prof.  Teresa  de  Cunzq 
Doti.  Filippo  Barattolo 
Prof.  Eugenio  Piscopo 
Prof.  Gabriele  Carannanie 
Dott.  Giorgio  Matxeucig 
Prof.  Pietro  Battàglini 
Prof.  Giuseppe  Caputo 
Prof.  Gennaro  Corrado 
Prof.  Mario  Torre 


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Vice-Presidente 

Segretario 

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Hanno  contribuito  alla  stampa  di  questo  volume: 

La  Presidenza  del  Consiglio  dei  Ministri  -  Ente  Nazionale  Cellulosa  e  Carta 
Il  Ministero  per  i  beni  culturali  ed  ambientali 
La  Regione  Campania 
L’Università  di  Napoli 


COMITATO  DI  REDAZIONE  DELLE  PUBBLICAZIONI 

È  costituito  dal  Presidente,  dal  Redattore  delle  pubblicazioni  e  dai  quattro 
Consiglieri,  ma  si  awale,  quando  lo  ritiene  più  opportuno,  della  consulenza  scien¬ 
tifica  di  particolari  competenti  italiani  o  stranieri. 

In  particolare  a  questo  numero  hanno  collaborato:  Antonio  Ariani,  Augusto 
Azzaroli,  Romualdo  Caputo,  Massimo  Civita,  Brano  D’Argenìo,  Iginio  Dìeni,  Vittorio 
D’Uva,  Claudio  Èva,  Giuseppe  Liaci,  Angiola  Maria  Maccagno,  Alfredo  Paoletti,  Gio¬ 
vanni  Parisi,  Antonio  Praturlon,  Giuliano  Ruggieri,  Antonio  Vallano,  Letterio  Villari. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 
voi  91,  1982 ,  pp.  3-19,  lav.  1 


Le  biocenosi  bentoniche  del  lago  Fusaro 

li  -  Malacofauna 

Nota  dei  soci  Raffaele  Ferro1  e  Giovanni  Fulvio  Russo2 

(Tornata  del  27  febbraio  1981) 


Riassunto.  —  Si  fornisce  un  elenco  sistematico  dei  Molluschi  presenti  nel  lago 
Fusaro  (laguna  salmastra  presso  Napoli);  considerazioni  sull’ecologia  e  la  distribu¬ 
zione  di  ciascuna  specie  permettono  di  individuare  due  componenti  del  popola¬ 
mento,  cioè  uno  lagunare  permanente  ed  un  altro  occasionale. 

Abstract,  —  A  sistematic  lisi:  of  Mollusks  from  Fusaro  lake  (a  brackish-water 
lagoon  near  Naples)  is  given;  considerations  on  thè  ecology  and  distribution  of  each 
species  lead  to  individualize  two  components  of  thè  population,  namely  a  pei  ma¬ 
ne  tu:  brackish-water  fauna  and  an  occasionai  one. 


Introduzione 

Oggetto  della  ricerca  è  stato  lo  studio  del  popolamento  a  Molluschi 
presente  nel  lago  Fusaro.  Sulla  base  dei  dati  ottenuti  dai  prelievi  e  delle 
indagini  riguardanti  l’ecologia  del  lago  (Russo  e  Ferro,  1980),  si  è  cercato 
di  individuare  le  specie  meglio  adattate  e  più  diffuse  in  esso,  quelle  pre¬ 
senti  con  una  popolazione  stabile  e,  infine,  quando  è  stato  possibile,  si  è 
cercato  di  individuare  l’andamento  stagionale  delle  popolazioni. 

Lo  studio  dell’ecologia  e  della  faunistica  del  lago  Fusaro  rientra  in 
quello  più  generale  delle  lagune  salmastre,  ambienti  di  transizione  tra 
mare  ed  acque  dolci,  con  caratteristiche  ecologiche  peculiari.  Tali  ecotoni 
sono  ambienti  molto  produttivi,  a  cui  l’uomo  ha  sempre  rivolto  una  parti¬ 
colare  attenzione  al  fine  di  sfruttarne  le  risorse;  ma  lo  sfruttamento  può 
essere  razionale  solo  a  partire  da  un’adeguata  conoscenza  dei  parametri 

1  Gruppo  Malacologico  Campano,  sezione  locale  della  Società  Italiana  di  Mala- 
cologia  -  Via  Aniello  Falcone,  Napoli. 

2  Stazione  Zoologica  di  Napoli,  Laboratorio  di  Ecologia  del  Benthos,  P.ta  San 
Pietro,  Ischia  Porto  (Napoli). 


4  R.  Ferro  e  G.F.  Russo 


ambientali,  delle  loro  oscillazioni  e  dell’effetto  che  hanno  sulle  popolazioni 
presenti. 

Da  questo  punto  di  vista,  lo  studio  dei  Molluschi  del  lago  Fusaro  riveste 
particolare  interesse  per  il  loro  ruolo  rilevante  nelle  reti  alimentari,  per  la 
notevole  frazione  di  biomassa  da  essi  costituita  e  per  la  loro  importanza 
economica,  in  quanto  fanno  parte  di  catene  alimentari  che  giungono  al 
pesce  bianco  e  sono  essi  stessi  oggetto  di  allevamento  e  commercio. 

Il  lago  Fusaro,  come  le  altre  lagune  salmastre,  risente  di  notevoli  stress 
ambientali,  dovuti  alle  grandi  e  brusche  oscillazioni  dei  parametri  idrolo¬ 
gici  (temperatura,  salinità,  ossigenazione,  contenuto  di  nutrienti,  ecc.).  Tale 
situazione  permette  la  vita  a  poche  specie  ad  ampia  valenza  ecologica, 
organizzate  in  reti  trofiche  estremamente  semplici.  Fauna  e  flora  sono  pre¬ 
senti  quindi  con  poche  specie  stabili,  ognuna  rappresentata  da  molti  indivi¬ 
dui,  essendo  il  substrato  trofico  abbondante  e  la  competizione  interspeci¬ 
fica  ridotta. 

Il  popolamento  a  Molluschi  rispecchia  questo  stato  di  cose:  esso  è 
costituito  da  poche  specie  stabili,  diversamente  distribuite  nei  vari  livelli 
della  rete  trofica,  con  popolazioni  numerose.  Durante  tutto  l’anno  si  osser¬ 
vano  comunque  variazioni  rilevanti  nel  numero  di  individui  e  nel  rapporto 
adulti/giovani  di  ciascuna  popolazione. 

Per  alcune  specie  si  assiste  inoltre  al  fenomeno  della  notevole  amplifi¬ 
cazione  della  variabilità  fenotipica;  anche  questo  è  un  fenomeno  che  si 
riscontra  in  ambienti  nei  quali  le  poche  specie  presenti  occupano  nicchie 
più  ampie  («realized  niche»  sensu  Hutchinson,  1958),  essendoci  scarsa 
competizione  interspecifica  (Ferro  e  Russo,  1981). 

Il  Fusaro  è  un  ambiente  dal  trofismo  molto  elevato,  con  imponenti  fio¬ 
riture  del  placton  e  abbondanza  di  detrito  organico;  la  verifica  di  ciò  si  ha 
nel  constatare  che  gran  parte  delle  specie  di  Molluschi  sono  fìltratrici  o 
detrivore;  ad  esse  è  collegata  la  presenza  delle  poche  specie  predatrici. 

Nell’ambito  delle  tre  associazioni  faunistiche  osservate  nel  lago  Fusaro 
(Russo  e  Ferro,  1980),  in  quella  insediata  sul  fondo  i  Molluschi  costitui¬ 
scono  la  maggior  parte  della  biomassa,  in  quella  a  Balani  e  Mitilidi  ne  sono 
una  parte  cospicua;  in  quella  a  Serpulidi  la  biomassa  dei  Molluschi  è  note¬ 
volmente  ridotta,  ma  pur  sempre  rilevante. 

Per  quanto  riguarda  l’andamento  stagionale  del  numero  di  individui 
delle  singole  popolazioni,  sono  state  riscontrate  due  tendenze:  le  specie  di 
Molluschi  meglio  adattate,  e  perciò  più  abbondanti,  hanno  massimi  nelle 
stagioni  estreme;  le  altre  specie  hanno  invece  i  loro  massimi  nelle  stagioni 
intermedie.  Questo  probabilmente  si  verifica  perché  il  sopraggiungere  di 
condizioni  più  limitanti  favorisce  le  specie  meglio  adattate. 


Le  biocenosi  bentoniche  del  lago  Fusaro  5 


Nel  giudicare  l’importanza  di  una  specie  per  l’economia  lacustre, 
abbiamo  ritenuto  indice  principale  non  tanto  la  sua  presenza  costante  o  la 
sua  riproduzione  nel  lago,  quanto  la  frazione  di  biomassa  costituita  sul 
totale  dell’intero  popolamento,  secondo  un  criterio  dimensionale  oltre  che 
numerico. 

Elenco  sistematico  dei  molluschi  del  lago  Fusaro 

La  nomenclatura  è  secondo  Piani  (1980). 

La  legenda  dei  simboli  adottati  è  la  seguente: 

**  =  Specie  di  cui  sono  stati  trovati  individui  viventi  numerosi  o  comun¬ 
que  descrivibili  come  popolazioni. 

*  =  Specie  di  cui  sono  stati  trovati  individui  viventi,  ma  in  numero  scarso 
e  occasionalmente. 

=  Specie  di  cui  sono  state  trovate  solo  conchiglie. 


CLASSE  GASTEROPODI 


Sottoclasse  Prosobranchi 


Ordine  Archeogasteropodi 


Famiglia 


Fissurellidi 


Fissurella  nubecula  (Linneo,  1758) 


Patellidi 

Trochidi 


Diodora  graeca  (Linneo,  1758) 
**  Patella  caerulea  Linneo,  1758 


**  Gibbuta  adansoni  (Payeaudèau,  1826) 


Gibbuta  varia  (Linneo,  1758) 

Monodonta  turbinata  (Born,  1780) 


Ordine  Mesogasteropodi 


Famiglia 


Littorinidi 


**  Littorina  neritoides  (Linneo,  1758) 
Hydrobia  cornea  (Risso,  1826) 


Peringia  elongata  (Philippi,  1836) 


Rissoidi 


**  Turboella  lineolata  (Michaud,  1832). 


Turritellidi 


Rissoa  oblonga  De  smare  st,  1814 
Turrite! la  communis  Risso,  1826 


6  R.  Ferro  e  G.F.  Russo 


Ceritidi 

Epitonidi 

Aporraidi 

Naticidi 

Cassidi 


Cerithìum  vulgatum  (Bruguiere,  1792) 
Bittium  reticulatum  (Da  Costa,  1778) 
Epitonium  lamellosum  (Lamarck,  1822) 
Aporrhais  pespelecani  (Linneo,  1758) 
Neverita  josephinia  (Risso,  1826) 
Cassidaria  echinophora  (Linneo,  1758) 


Ordine  Neggasteropodi 


Famiglia 

Muricidi 


Buccinidi 

Nassaridi 


Fasciolaridi 

Marginellidi 

Conidi 


Bolinus  hrandaris  (Linneo,  1758) 
Phyllonotus  trunculus  (Linneo,  1758) 
Ocinebrina  edwardsi  (Payradeau,  1826) 
Thais  haemastoma  (Linneo,  1758) 

**  Pisania  striata  (Gmelin  in  L.,  1797) 
Cantharus  dorbignyi  (Payradeau,  1826) 
Nassarius  corniculus  (Olivi,  1792) 
Nassarius  cuvierii  (Payraudeau,  1826) 
Nassarius  mutabilis  (Linneo,  1758) 
Cyclope  neritea  (Linneo,  1758) 

Hinia  reticulata  (Linneo,  1758) 

Hinia  incrassata  (Strom,  1768) 

Fusinus  syracusanus  (Linneo,  1758) 
Gibberula  miliaria  (Linneo,  1758) 

Conus  ventricosus  (Gmelin  in  L.,  1791) 


Sottoclasse  Opistobranchi 

Famiglia 

Piramidellidi 

Bullidi 

Atiidi 


Odostomia  rissoides  (Hanley,  1844) 
Bulla  striata  (Bruguiere,  1789) 
Haminoea  hydatis  (Linneo,  1758) 


Sottoclasse  Polmonatt 

Famiglia 

Elicòidi  **  Ovatella  myosotis  (Draparnaud,  1801) 


Le  biocenosi  bentoniche  del  lago  Fusaro  7 


CLASSE  BIVALVI 


Sottoclasse  Tassodonti 

Famiglia 

Arcidi 

* 

Glicimeridi 

Sottoclasse  Disodonti 

Famiglia 


Arca  noe  Linneo,  1758 
Bar  balia  barbata  (Linneo,  1758) 
Siriarca  lactea  (Linneo,  1758) 
Glycymeris  insubricus  (Brocchi,  1814) 


Mitilidi 


Pectinidi 

Spondilidi 

Timidi 

Anomidi 

Ostreidi 


**  Mytilus  galloprovincialis  Lamarck,  1819 

**  Mytilaster  minimus  (Poli,  1795) 

**  Mytilaster  lineatus  (Gmelin,  1790) 

Modiolus  barbatus  (Linneo,  158) 
Musculus  subp ictus  (Cantraine,  1835) 
Lithophaga  lithophaga  (Linneo,  1758) 
Chlamys  varia  (Linneo,  1758) 
Aequipecten  opercularis  (Linneo,  1758) 
Spondylus  gaederopus  Linneo,  1758 
Lima  infiala  (Chemnitz,  1784) 

*  Anomia  ephippium  Linneo,  1758 

**  Ostrea  edulis  Linneo,  1758 


Sottoclasse  Desmodonti 


Famiglia 

Solenidi 

Tellinidi 


Donacidi 


Scrobicularidi 


Solen  marginatus  Pennant,  1777 
Ensis  minor  (Chenu,  1843) 

Tellina  nitida  Poli,  1795 
Tellina  planata  Linneo,  1758 
Macoma  cumana  (Costa,  1829) 

Tellina  tennis  Da  Costa,  1778 
G astrana  fragilis  (Linneo,  1758) 

Donax  trunculus  Linneo,  1758 
Donax  venustus  Poli,  1795 
Donax  semistriatus  Poli,  1795 
Scrobicularia  rubiginosa  (Poli  in  Scacchi,  1836) 


8  R .  Ferro  e  G.F.  Russo 


Sottoclasse  Eterodonti 


Famiglia 

Lucinidi 

Camidi 

Cardidi 

Veneridi 


Petricolidi 


Loripes  lacteus  (Linneo,  1758) 

*  Chama  gryphoides  (Linneo,  1758) 

**  Cerastoderma  glaucum  (Bruguiere,  1789) 
Parvicardium  exiguum  (Gmelin,  1790) 

**  Tapes  decussatus  (Linneo,  1758) 

**  Venerupis  aurea  (Gmelin,  1791) 

Venerupis  geographica  (Chemnite,  1784) 
Dosinia  lupinus  (Linneo,  1758) 

Chamelea  gallina  (Linneo,  1758) 

Notirus  irus  (Linneo,  1758) 

**  Petricola  lithophaga  (Retzius,  1786) 


Specie  indicative  del  metabolismo  lacustre 

Per  tali  specie,  appartenenti  a  diversi  livelli  della  catena  alimentare,  è 
stato  possibile  seguire  l’andamento  stagionale  delle  popolazioni;  i  grafici 
relativi  sono  già  stati  pubblicati,  (Russo  e  Ferro,  1980),  così  come  le  illu¬ 
strazioni  fotografiche  (Ferro  e  Russo,  1981), 

Nassarius  corniculus  -  questa  specie  detritivora  è  particolarmente 
abbondante  dove  lo  strato  di  fango  è  maggiore,  probabilmente  perché  è  qui 
che  vi  è  più  disponibilità  di  nutrimento  a  causa  del  maggior  accumulo  di 
sostanza  organica. 

La  sua  popolazione,  pur  mostrando  oscillazioni  stagionali  notevoli,  è 
sempre  costituita  da  un  numero  rilevante  di  individui  (fino  a  1200/mq). 

Le  conchiglie  di  questa  specie  nel  Fusaro  appaiono  particolarmente 
globose  e  pesanti  e  nettamente  distinte  per  morfologia  da  quelle  di  altre 
popolazioni  presenti  in  zone  vicine,  tanto  marine  che  salmastre  (Ferro  e 
Russo,  1981). 

Questa  specie  manifesta  un  minimo  di  individui  nei  prelievi  invernali, 
una  ripresa  in  quelli  primaverili,  un  massimo  in  quelli  estivi  ed  una  rica¬ 
duta  in  quelli  autunnali;  questo  andamento  si  manifesta  in  tutte  le  stazioni 
tranne  che  in  quella  di  Foce  di  Mezza  Ghiaia  in  cui  è  stato  osservato  un 
andamento  opposto  dovuto  forse  alle  caratteristiche  più  marine  che  lacustri 
di  questa  foce. 

Ocinebrina  edwardsi  -  questo  carnivoro  è  particolarmente  comune 

dove  abbondano  i  Mitilidi  di  cui  si  nutre. 

Il  Casino  Reale  è  la  stazione  dove  esiste  la  popolazione  più  rilevante, 
congiuntamente  ad  una  popolazione  notevole  di  Mytìlaster ,  ed  è  qui  che 


Le  biocenosi  bentoniche  del  lago  Fusaro  9 


più  volte  sono  stati  osservati  individui  durante  la  predazione;  la  gran  parte 
delle  conchiglie  vuote  di  Mytilaster  nei  prelievi  presenta  infatti  fori  prodotti 

da  questa  specie. 

Nel  Fusaro  gli  esemplari  raggiungono  dimensioni  notevoli  rispetto  a 
quelli  presenti  in  mare  (fino  a  20  mm.  di  lunghezza). 

Come  già  detto,  la  popolazione  che  è  stato  possibile  studiare  meglio  è 
quella  del  Casino  Reale,  che  presenta  massimi  nei  prelievi  delle  stagioni 
estreme,  particolarmente  in  quelli  estivi,  e  minimi  in  quelli  delle  stagioni 
intermedie;  nelle  altre  stazioni  l’andamento  è  simile,  sempre  con  l’ecce¬ 
zione  della  Foce  di  Mezza  Ghiaia. 

Turboella  lineolata  -  questa  specie  erbivora  è  abbondante  nel  lago,  ma 
si  trova  molto  raramente  nelle  zone  costiere  limitrofe.  Confrontando  i  dati 
morfometrici  delle  conchiglie  di  Turboella  raccolte  con  quelli  di  Verduin 
(1976),  si  è  giunti  alla  conclusione  che  nel  lago  Fusaro  esiste  la  sola  specie 
T.  lineolata  cui  non  si  accompagna,  come  invece  si  era  creduto  (Ferro  e 
Russo,  1981),  T.  sarsi.  In  definitiva  sembra  trattarsi  di  due  morfotipi  di 
un’unica  specie. 

Questa  specie  nel  Fusaro  vive  di  preferenza  su  alghe  Rodoficee  del 
genere  Gracilaria  che  forma  intricate  matasse  trasportate  un  po’  dovunque 
dalle  correnti.  Quando,  durante  l’estate,  si  è  avuta  una  notevole  prolifera¬ 
zione  di  Enteromorpha  compressa ,  anche  sui  suoi  talli  abbondavano  le  Tur¬ 
boella.  In  questa  occasione  è  stato  riempito  un  acquario  con  questa  associa¬ 
zione  e  si  è  assistito,  oltre  che  alla  riproduzione  del  Rissoide,  al  graduale 
disfacimento  delle  alghe  con  formazione  di  fango  simile  a  quello  che 
abbonda  nel  lago. 

Interessante  è  stato  osservare  in  acquario  la  deposizione  delle  uova, 
racchiuse  in  capsule  ©vigere  biancastre,  di  forma  discoidale  del  diametro  di 
circa  mm.  1,5. 

Il  numero  di  individui  ritrovati  nei  prelievi  non  rispecchia  l’entità 
effettiva  del  popolamento.  Le  alghe  su  cui  sono  abbondanti  questi  Rissoidi, 
infatti,  non  crescono  sulle  pareti  su  cui  sono  stati  fatti  i  prelievi,  ma  soprat¬ 
tutto  in  ammassi  sparsi  sul  fondo. 

Questa  specie  sembra  comunque  essere  particolarmente  abbondante 
durante  la  stagione  primaverile,  quando  la  biomassa  aigaie  è  maggiore. 

Haminoea  hydatis  -  è  una  specie  erbivora  (Thompson  e  Brown,  1976) 
ampiamente  diffusa  e  abbondante  nel  lago.  Il  numero  di  individui  raccolti 
nei  prelievi  non  indica  con  precisione  l’effettiva  abbondanza  perché  la 
distribuzione  degli  esemplari  è  irregolare  in  quanto  essi  vivono  soprattutto 
sul  fondo  fangoso  e  sugli  ammassi  di  alghe. 


10  R.  Ferro  e  G.F.  Russo 


Sia  in  acquario  che  in  natura  gli  individui  di  questa  specie  hanno 
deposto  le  uova  in  tutti  i  periodi  dell’anno,  ma  particolarmente  in  prima¬ 
vera,  periodo  in  cui  si  è  registrato  il  massimo  sviluppo  della  popolazione. 
Le  uova  sono  deposte  in  nastri  di  colore  giallastro  avvolti  circolarmente; 
quelle  deposte  in  acquario  non  si  sono  mai  sviluppate. 

Da  un’osservazione  fatta  durante  una  immersione  e  da  numerose 
osservazioni  lungo  le  sponde,  è  apparso  evidente  che  nel  lago  vengono 
deposte  preferenzialmente  entro  i  primi  decimetri  al  di  sotto  della  superfi¬ 
cie  dell’acqua. 

È  questa  la  specie  che  mostra  nel  lago  la  maggiore  variazione  fenotipica 
(Ferro  e  Russo,  1981). 

Petrìcola  lithophaga  (Tav.  I,  fig.  8)  -  questa  specie  filtratrice  vive  di 
solito  in  cavità  scavate  nelle  rocce  calcaree;  è  stata  trovata  nel  Fusaro 
all’interno  delle  concrezioni  formate  dai  tubi  dei  Serpulidi,  che  del  resto 
sono  l’unico  substrato  calcareo  disponibile. 

La  specie  sembra  sensibile  alle  alte  temperature,  infatti  in  estate  sono 
state  trovate  soltanto  conchiglie  vuote,  in  autunno  solo  esemplari  giovani, 
nelle  stagioni  successive  anche  adulti. 

Sembra  improbabile  che  la  riproduzione  avvenga  nel  lago  in  quanto  la 
popolazione  non  è  stabile;  la  presenza  di  tale  specie  è  ciclica  e  stagionale, 
probabilmente  in  seguito  all’insediamento  di  larve  provenienti  dalle  zone 
costiere  limitrofe  e  trasportate  in  laguna  dalle  correnti  di  foce. 


Specie  di  interesse  particolare 

Saranno  considerate  alcune  specie  molto  interessanti  per  la  loro  ecolo¬ 
gia  o  per  la  loro  importanza  economica  di  cui  tuttavia  non  è  stato  possibile 
seguire  l’andamento  stagionale  delle  popolazioni;  la  loro  presenza  nel  lago 
è  comunque  certa. 

Cyclope  neritea  (Tav.  I,  fig.  4)  -  vive  sul  fondo  fangoso  del  lago 
assieme  a  Nassarius  corniculus ,  ma  è  molto  meno  abbondante.  Nel  Fusaro 
è  da  segnalare  la  presenza  esclusiva  di  esemplari  di  colorazione  nera,  una 
forma  presente  anche  in  altre  località. 

Epitonium  lamellosum  (Tav.  I,  fig.  3)  -  nel  corso  degli  ultimi  anni  è 
stato  accertato  che  la  sua  presenza  è  legata  a  quella  di  Anemonia  sulcata 
(Spada,  1979);  sono  state  trovate  alcune  conchiglie  di  questa  specie  nel 
detrito  proveniente  dalla  secca  situata  di  fronte  alla  Foce  di  Mezza  Ghiaia 
in  cui  è  peraltro  presente  una  notevole  popolazione  di  Anemonia  sulcata . 


Le  biocenosi  bentoniche  del  lago  Fusaro  11 


Odostomia  rissoides  (Tav.  I,  fig.  5)  -  di  questa  specie  sono  state  trovate 
solo  alcune  conchiglie  in  qualche  prelievo;  non  si  sa  molto  della  biologia  di 
queste  forme,  parassite  probabilmente  di  Policheti  e  Molluschi  (Fretier  e 
Graham,  1949). 

Ovatella  myosotis  (Tav.  I,  fig.  6)  -  è  noto  che  questo  Polmonato  vive 
nel  piano  mesolitorale  di  lagune  salmastre  (Cesari,  1973);  nel  Fusaro  esiste 
una  popolazione  presso  la  Grotta  dell’Acqua  ove  un  accumulo  di  laterizi  e 
sfratti  di  demolizione  ha  creato  un  ambiente  ideale  per  questa  specie;  su  di 
esso  cresce  una  fitta  vegetazione  aigaie  popolata  da  Turboella  lineolata 
mentre  al  di  sotto  si  trovano  gli  individui  di  Ovatella  myosotis  in  tutti  gli 
stadi  di  accrescimento. 

Lo  studio  delle  popolazioni  di  Mitilidi  è  stato  di  particolare  interesse, 
anche  per  le  implicazioni  storiche  ed  economiche:  è  nota  infatti  la  rino¬ 
manza  assunta  dalle  «  cozze  »  del  Fusaro  come  prodotto  pregiato  e 
richiesto,  sostegno  dell’economia  locale  e  termine  di  paragone,  per  qualità, 
di  questo  prodotto. 

È  stato  accertato  che  il  gran  numero  dei  Mitilidi  presenti  nel  lago  è 
costituito  da  individui  di  Mytilaster  minimus  (90%);  molto  meno  numerosi 
sono  Mytilaster  lineatus  (9%)  e  Mytilus  galloprovincialis  (1%). 

Mytilaster  minimus  (Tav.  I,  fig.  12  a)  -  è  diffuso  lungo  tutti  i  banchina- 
menti,  sia  nel  mesolitorale  che  nell’orizzonte  superiore  dell’infralitorale; 
spesso  la  popolazione  è  tale  da  formare  tappeti  di  individui  strettamente 
addensati  che  ricorprono  il  substrato  solido;  ad  esempio,  nel  prelievo  pri¬ 
maverile  del  Casino  Reale  (su  di  un’area  di  0,5  mq),  sono  stati  ottenuti 
circa  7  litri  di  materiale  costituito  in  massima  parte  da  individui  di  questa 
specie  in  tutti  gli  stadi  di  accrescimento. 

Mytilus  galloprovincialis  (Tav.  I,  fig.  12  b)  -  al  di  fuori  degli  impianti  su 
cui  è  allevato,  non  è  molto  comune  forse  a  causa  di  una  notevole  competi¬ 
zione  con  i  Mytilaster  nei  primi  stadi  di  sviluppo;  probabilmente  la 
«cozza»  coltivata  riesce  a  prosperare  perché  l’allevamento  è  praticato 
anche  in  modo  da  annullare  la  competizione  per  il  substrato  con  qualsiasi 
altra  specie. 

La  produzione  delle  cozze  del  Fusaro  non  ha  attualmente  l’importanza 
che  potrebbe  avere  in  proporzione  all’estensione  e  alle  caratteristiche  del 
lago:  infatti  il  suo  ciclo  vitale,  pur  essendo  breve,  è  ugualmente  disturbato 
dalla  crisi  distrofica  la  cui  durata  aumenta  ogni  anno,  anticipando  l’inizio 
in  primavera  e  ritardando  la  fine  in  autunno  (Carrada,  1973). 


12  R.  Ferro  e  G.F.  Russo 


Ostrea  edulis  (Tav.  I,  fìg.  7)  -  le  ostriche  erano  una  volta  la  produzione 
più  rilevante  del  Fusaro  (Figuier,  1894);  col  regolare  ricorrere  del  feno¬ 
meno  distrofico  però  tale  coltura  divenne  precaria  e  dovette  essere  abban¬ 
donata  richiedendo  tempi  troppo  lunghi  (2  anni). 

Attualmente  si  trovano  ostriche  nei  canali  di  foce,  ma  in  numero 
ridotto  e  dimensioni  altrettanto  modeste;  Tunica  foce  in  cui  esiste  una  vera 
popolazione  è  quella  di  Mezza  Ghiaia  che  è  maggiormente  vivificata  dalle 
acque  marine. 


Altre  specie 

Le  restanti  specie  sono  state  suddivise  in  gruppi  ad  ecologia  simile. 

1)  Pascolatori  di  substrato  solido  sopralitorale: 

Littorìna  neritoides  -  sono  stati  trovati  solo  pochi  esemplari  vivi,  nei 
prelievi  fatti  al  Casino  Reale;  probabilmente  questa  stazione  è  Tunica  a 
presentare  condizioni  di  substrato  e  di  turbolenza  delle  acque  che  permet¬ 
tano  Tinsediamento  di  questa  specie,  tali  condizioni  non  sono  però  ottimali 
a  giudicare  dalle  dimensioni  ridotte  degli  individui  (non  più  di  3  mm). 

2)  Pascolatori  di  substrato  solido  mesolitorale: 

Fissurella  nubecula,  Patella  caerulea,  Monodonta  turbinata  -  dai  dati 
ricavati  sulla  presenza  di  queste  specie  nel  lago  è  stata  constatata  la  quasi 
totale  assenza  di  una  fauna  vagile  mesolitorale  a  Molluschi.  I  pochi  esem¬ 
plari  rinvenuti  sono  di  dimensioni  cospicue  o  addirittura  enormi  (una  con¬ 
chiglia  di  Monodonta  alta  mm.  35,  Tav.  I,  fig.  2);  ciò  fa  escludere  una 
influenza  limitante  dei  fattori  chimico-fìsici;  la  scarsità  di  queste  specie 
potrebbe  essere  dovuta  in  parte  alTinsolita  asperità  del  substrato  che  rende 
il  pascolo  difficoltoso  ma  soprattutto  all’esigua  estensione  della  frangia 
mesolitorale;  i  pochi  esemplari  viventi  di  Patella  caerulea  si  trovano  su 
scogli  dalla  superfìcie  regolare  e  dove  meno  accentuata  è  la  colonizzazione 
da  parte  di  organismi  sessili  (Balanidi,  Mitilidi,  Serpulidi,  ecc.). 


3)  Pascolatori  principalmente  di  substrato  solido  infralitorale: 

Diodora  graeca  -  di  questa  specie  è  stata  trovata  solo  qualche  conchiglia 
nei  prelievi. 


Le  biocenosi  bentoniche  del  lago  Fusaro  13 


Gibbula  adansonì  (Tav.  I,  fig.  1)  -  questa  specie  nel  lago  è  presente 
solo  in  inverno  allorquando  lo  sviluppo  della  popolazione  è  esplosivo;  si 
assiste  anche  ad  una  massiccia  deposizione  di  uova  in  masse  bianchiccie; 
ciononostante  questa  specie  non  sembra  essere  presente  stabilmente  nel 
lago.  Durante  la  stagione  calda  sono  assenti  in  tutte  le  stazioni  individui 
vivi  mentre  in  inverno  si  registra  il  massimo  dello  sviluppo  numerico  della 
popolazione  (si  raggiungono  densità  di  1000  esemplari/mq);  ciò  è  partico¬ 
larmente  evidente  al  Casino  Reale. 

Pur  non  esistendo  una  popolazione  stabile,  fimportanza  di  questa  spe¬ 
cie  è  grande  se  si  considera  che  in  inverno  costituisce  una  frazione  rile¬ 
vante  della  biomassa  dei  Molluschi. 

Gibbula  varia  -  di  questa  specie  è  stata  trovata  solo  qualche  conchiglia 
nel  detrito  raccolto  presso  il  Casone  e  presumibilmente  non  è  presente  sta¬ 
bilmente  nel  lago. 

Rìssoa  oblonga  -  questa  è  una  tra  le  poche  specie  di  Rissoidi  che 
riesce  a  prosperare  nelle  lagune  salmastre,  perché  legata  spesso  ad 
ambienti  eutrofici,  e  che  stranamente  non  è  stata  trovata  vivente  anche  se 
nel  detrito  raccolto  presso  il  Casone  e  in  quello  proveniente  dalla  secca  vi 
erano  molte  conchiglie. 

Hydrobìa  cornea,  Peringia  elongata  -  fhabitat  preferenziale  di  questi 
Idrobidi  è  costituito  proprio  dalle  zone  lagunari;  ciononostante  sono  state 
trovate  solo  alcune  conchiglie  nei  prelievi  e  non  è  stato  possibile  indivi¬ 
duare  delle  popolazioni  di  tali  specie. 

Bittium  reticulatum  -  anche  di  questa  specie  sono  state  trovate  nume¬ 
rose  conchiglie  detrite  ma  nessun  individuo  vivente  nei  prelievi. 

Cerithium  vulgatum  -  è  stato  rinvenuto  un  gran  numero  di  conchiglie 
di  questa  specie  nel  detrito  del  dragaggio  della  secca.  Essa  abbonda  in 
mare  su  fondi  infralitorali  ricchi  di  detriti  vegetali  e  tale  sembra  essere  la 
situazione  del  Fusaro  in  primavera  e  inizio  estate  (Leccese  e  Speziale, 
1967). 

Bulla  striata  -  per  questa  specie  vale  quanto  detto  per  la  precedente 
con  la  quale  spesso  si  trova  associata  in  mare.  Sono  stati  raccolti  alcuni 
esemplari  vivi  nei  prelievi  e  molte  conchiglie  nel  detrito  della  secca. 


14  R.  Ferro  e  G.F.  Russo 


4)  Predatori  principalmente  di  substrato  solido  infralitorale: 

Phillonotus  trunculus  -  pur  essendo  una  specie  dalla  notevole  valenza 
ecologica  non  sembra  esservi  nel  lago  una  popolazione  stabile;  in  alcuni 
periodi  manca  completamente,  in  inverno  invece  è  alquanto  comune. 

Thais  haemastoma  -  non  sono  stati  trovati  individui  vivi  o  conchiglie 
di  questa  specie,  ma  il  rinvenimento  di  numerose  capsule  ovigere  nella 
Foce  di  Mezza  Ghiaia  fa  presumere  l’esistenza  in  essa  di  una  popolazione. 

Pisania  striata  -  la  sua  presenza  sembra  limitata  alla  Foce  Vecchia, 
lato  canale,  ma,  per  l’esiguo  numero  di  esemplari  raccolti,  è  diffìcile  dire  se 
si  tratta  di  una  popolazione  stabile. 

Cantharus  dorbignyi,  Minia  incrassata,  Nassarius  cuvierii,  Fusinus  syra- 
cusanus  -  di  queste  specie  sono  state  trovate  solo  poche  conchiglie  nei 
detriti  del  Casone  e  del  dragaggio  della  secca;  probabilmente  fanno  parte 
della  fauna  del  lago  ma  costituiscono  una  frazione  trascurabile  della  bio¬ 
massa. 

Conus  ventricosus  -  vive  sicuramente  nel  lago,  ove  raggiunge  dimen¬ 
sioni  e  fisionomia  caratteristica  per  la  colorazione  viva  e  la  forma  regolare. 
Sono  stati  raccolti  durante  l’estate  diversi  individui  vivi  nella  Foce  Vecchia; 
anche  le  conchiglie  di  questa  specie  sono  risultate  comuni  nel  detrito  della 

secca. 


5)  Filtratori  di  substrato  solido  infralitorale: 

Striarca  lactea,  Arca  noe ,  Barhatia  barbata,  Musculus  subpictus,  Spondy- 
lus  gaederopus,  Modiolus  barbatus,  Lithophaga  lithophaga,  Lima  inflata, 
Notirus  irus,  Parvicardium  exiguum,  Anomia  ephippium,  Chama  gryphoides  - 
nei  prelievi  su  substrato  solido  e  nel  dragaggio  della  secca  di  fronte  la  Foce 
di  Mezza  Ghiaia  sono  stati  rinvenuti  solo  alcuni  esemplari  viventi  o  conchi¬ 
glie  di  queste  specie.  È  possibile  che  qualcuna  di  esse  sia  limitata  alle  foci 
e  qualche  altra  sia  presente  nel  lago  solo  in  alcuni  periodi  o  anche  per  tutto 
l’anno,  ma  comunque  sempre  con  un  numero  irrilevante  di  individui.  Da 
ciò  risulta  evidente  che  in  ogni  caso  si  tratta  di  specie  che  hanno  impor¬ 
tanza  pressoché  nulla  per  le  reti  trofiche  del  lago,  rappresentando  una  fra¬ 
zione  del  tutto  trascurabile  della  biomassa. 


Le  biocenosi  bentoniche  del  lago  Fusaro  15 


6)  Filtratori  tipici  di  substrato  mobile  lagunare: 

Gastrana  fragilis  (Tav.  I,  fig.  9),  Loripes  lacteus  (Tav.  I,  fig.  10)  -  sono 
state  rinvenute  centinaia  di  conchiglie  di  queste  specie,  ed  anche  alcuni 
individui  viventi,  nel  sedimento  proveniente  dalla  secca  di  Mezza  Ghiaia. 
Sembrano  costituire  una  parte  rilevante  della  popolazione  di  Bivalvi  del 
fondo;  non  si  trovano  nella  zona  di  mare  antistante. 

Scrobicularia  rubiginosa  -  nel  Fusaro  sono  state  trovate  solo  alcune 
conchiglie  prive  di  periostraco  che  potrebbero  appartenere  a  questa  specie. 

Cerastoderma  glaucum  (Tav.  I,  fig.  1 1)  -  questa  specie  ha  una  notevole 
valenza  ecologica  poiché  si  trova  in  mare,  in  acque  salmastre  e  in  acque 
quasi  dolci,  ove  raggiunge  il  massimo  delle  dimensioni  con  conchiglie  for¬ 
temente  rostrate  e  allungate  posteriormente.  Gli  esemplari  del  Fusaro  si 
collocano  per  morfologia  tra  quelli  tipici  di  ambiente  marino  (conchiglie 
piccole  e  tondeggianti)  e  quelli  tipici  di  acque  salmastre,  sia  per  forma  che 
per  dimensioni.  Nelle  raccolte  effettuate  sul  fondo  fangoso  sono  state  tro¬ 
vate  centinaia  di  conchiglie  di  questa  specie:  dovrebbe  perciò  trattarsi  del 
bivalve  si  substrato  mobile  più  abbondante  nel  lago. 

Tapes  decussatus,  Venerupis  aurea  -  sono  state  raccolte  sulla  secca  cen¬ 
tinaia  di  conchiglie  di  queste  specie  ed  alcuni  esemplari  viventi;  prima 
dello  sbancamento  della  secca  vi  erano  raccolti  e  messi  in  commercio. 

7)  Altre  specie  di  substrato  mobile  infralitorale: 

Turritella  communis,  Aporrhais  pespelecani,  Neverita  josephinia,  Cassi¬ 
daria  echinophora,  Bolinus  brandarìs,  Nassarius  mutabilis,  Hinia  reticulata 
(Gasteropodi);  Chlamys  opercularis,  Solen  marginatus,  Ensis  minor ,  Tellina 
nitida ,  Tellina  planata,  Macoma  cumana,  Tellina  tennis,  Donax  trunculus, 
Donax  venustus,  Donax  semistriatus,  Dosinia  lupinus,  Chamelea  gallina 
(Bivalvi)  -  queste  specie  sono  legate  ai  fondi  sabbiosi  o  fangosi  e  sono  tutte 
abbondanti  nella  zona  di  mare  antistante  il  lago;  per  ognuna  sono  state  rinve¬ 
nute  solo  poche  conchiglie  molto  consunte,  tutte  nel  detrito  del  dragaggio 
della  secca,  sembra  pertanto  da  escludere  la  loro  presenza  nel  lago  e  da  sup¬ 
porre  invece  il  trasporto  delle  conchiglie  attraverso  la  Foce  di  Mezza  Ghiaia. 

Conclusioni 

Dai  tempi  di  Costa  (1860)  e  di  Bellini  (1902),  la  situazione  del  popo¬ 
lamento  a  Molluschi  presente  nel  lago  Fusaro  non  sembra  essere  cambiata  per 


16  R.  Ferro  e  G.F.  Russo 


quanto  riguarda  il  numero  ed  il  tipo  di  specie  presenti,  quello  che  è  cambiato 
notevolmente  è  tuttavia  l’andamento  stagionale  del  metabolismo  lacustre  e 
quindi  la  stabilità  in  scala  temporale  delle  popolazioni  di  tali  specie. 

Indice  evidentissimo  di  tale  cambiamento  è  il  verificarsi  periodico  di 
crisi  distrofiche  durante  le  quali  il  lago  è  assolutamente  improduttivo  a 
causa  della  moria  pressoché  totale  della  fiora  e  della  fauna,  quella  malaco- 
logica  inclusa. 

La  comparsa  della  distrofia  e  l’incremento  delle  sue  manifestazioni, 
collegate  ad  una  sempre  maggiore  presenza  antropica  lungo  le  sponde  del 
Fusaro,  hanno  alterato  un  sistema  che  ha  reagito  spostandosi  su  equilibri 
diversi  da  quelli  di  un  secolo  fa  e  sicuramente  più  precari,  tali  da  giustifi¬ 
care  però  solo  in  parte  il  timore  per  la  salute  del  lago:  attualmente  infatti 
è  ancora  possibile  pescare  il  pesce  bianco,  allevare  i  mitili  e  trovare  una 
fauna  relativamente  ricca  e  interessante,  la  qual  cosa  lascia  per  ora  ben 
sperare  in  un  completo  recupero  del  bacino,  senza  interventi  drastici  ed 
eccessivamente  dispendiosi. 

Il  destino  di  questo  specchio  d’acqua  è  in  definitiva  legato  anche  e 
soprattutto  ad  equilibri  di  interessi  socioeconomici  e  politici  più  che  bio¬ 
logici. 


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Le  biocenosi  bentoniche  del  lago  Fusaro  17 


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loro  acque.  Ionica  Editrice,  Taranto,  82  pp.,  22  figg.,  8  taw. 

Piani,  P.  (1980)  -  Catalogo  dei  Molluschi  conchiferi  viventi  nel  Mediterraneo.  Boll. 
Malacologico,  Milano,  16  (5-6):  113-224. 

Russo,  G.  F.  &  Ferro,  R.  (1980)  -  Le  biocenosi  bentoniche  del  lago  Fusaro.  I  - 
Osservazioni  faunistiche.  Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  89:  35-45,  4  figg. 

Spada,  G.  (1979)  -  Biocenosi  delle  Sabbie  grossolane  e  delle  Ghiaie  fini  Battute 
dalle  Onde.  In:  «Guida  pratica  alla  formazione  di  una  raccolta  di  conchiglie 
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Thompson,  T.E.  &  Brown,  G.H.  (1976)  -  British  Opisthobranch  Molluscs.  Synopses 
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Verduin,  A.  (1976)  -  On  thè  systematic  of  recent  Rissoa  of  thè  subgenus  Turboella 
Gray,  1847,  from  thè  Mediterranean  and  European  Atlantic  coasts.  Basteria , 
40:  21-73,  12  figg.,  9  taw.,  2  tabb. 


TAVOLA  I 

MOLLUSCHI  DEL  LAGO  FUSARO 


Gasteropodi 

Fig.  1  -  Gibbula  adansoni  (x  3,5). 

Fig.  2  -  Confronto  tra  un  esemplare  lacustre  «gigante»  (a)  ed  uno  marino  «nor¬ 
male»  (b)  di  Monodonta  turbinata  (x  0,4). 

Fig.  3  -  Epitonium  lamellosum  (x  1,6). 

Fig.  4  -  Cyclope  neritea  (x2,6). 

Fig.  5  -  Odostomia  rissoides  (x  10,0). 

Fig.  6  -  Ovatella  myosotis  (x3,0). 

Bivalvi 

Fig.  7  -  Ostrea  edulis  var.  lamellosa  (0,4). 

Fig.  8  -  Petricola  litophaga  (x  1,3). 

Fig.  9  -  Gastrana  fragilis  (x0,7). 

Fig.  10  -  Loripes  lacteus  (x  2,0). 

Fig.  11  -  Cerastoderma  glaucum  (x  1,0). 

Fig.  12  -  Confronto  tra  un  esemplare  adulto  di  Mytilaster  minimus  (a)  ed  uno  gio¬ 
vane  di  Mytilus  galloprovincialis  (b)  (x  2,0). 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1982  Ferro  R.,  Russo  G.  F.  -  Le  biocenosi  bentoniche 

del  Lago  Fusaro  Tav.  I 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  91,  1982,  pp.  21-31,  tabb.  4 


Studio  comparativo  sull’allevamento 
del  cinghiale  Maremmano 
e  del  cinghiale  dei  Carpazi. 

3.  Rilievi  alla  macellazione  e  alla  sezionatura 

Nota  del  socio  Francesco  Righetti  (*) 
e  di  Beniamino  Ferrara!*),  Ferdinando  Intrieri(*),  Dalia  Richetti(*) 


(Tornata  del  22  dicembre  1981) 


Riassunto.  —  Dopo  avere  accennato  ai  recenti  orientamenti  sulPallevamento 
industriale  del  cinghiale,  considerato  sia  dal  punto  di  vista  venatorio  sia  zootecnico, 
vengono  riferiti  i  risultati  di  prove  di  macellazione  e  di  sezionatura  eseguite  su  6 
maschi  castrati  e  6  femmine  intere  di  cinghiali  di  razza  Maremmana  e  di  altrettanti 
di  razza  dei  Carpazi. 

La  resa  alla  macellazione  e  la  qualità  delle  carcasse  sono  state  nettamente  infe¬ 
riori  nei  Maremmani  rispetto  ai  soggetti  dei  Carpazi. 

Il  rapporto  carne/grasso  è  risultato  sempre  più  elevato  nelle  femmine  che  nei 
maschi,  indipendentemente  dalla  razza  di  appartenenza. 

Summaiy.  -  The  authors  tackes  into  account  thè  recent  views  abouth  thè  indu¬ 
striai  breeding  of  thè  wild  bear,  from  thè  hunting  and  zootecnica!  point  of  view.  The 
a  refers  on  thè  slauthering  of  6  castrated  males  and  6  females,  both  Maremmani  and 
Carpazi. 

The  slautering  results  showed  a  much  lower  carcass  quality  in  thè  Maremmana. 
The  relationship  meat/fat  was  alwais  higher  in  thè  females  than  in  thè  males,  no 
matter  thè  breed  they  belonghed  to. 


Introduzione 

In  Italia,  negli  ultimi  tempi,  molti  allevatori  di  sevaggina  hanno  in¬ 
crementato  la  produzione  di  cinghiali  di  provenienza  rumena,  soprattutto 

(*)  Istituto  di  Zootecnia  della  Facoltà  di  Medicina  Veterinaria  dell’Università  di 
Napoli,  via  F.  Delpino,  1  -  80137  Napoli. 


22  F.  Richetti,  B.  Ferrara,  F.  Intrieri,  D.  Richetti 


in  considerazione  della  prolificità  e  del  precoce  sviluppo  somatico  che 
caratterizzano  tali  soggetti. 

In  linea  di  massima,  gli  ambienti  venatori  si  sono  mostrati  riluttanti 
all’introduzione  di  cinghiali  di  ceppi  esteri  per  il  timore  di  veder  alterato  il 
patrimonio  genetico  del  «brinato  Maremmano»,  che,  particolarmente  dif¬ 
fuso  nelle  regioni  centro-meridionali  (Sardegna  esclusa),  rappresenta  un 
selvatico  ungulato  di  grande  interesse  cinegetico. 

Tuttavia,  l’allevamento  del  cinghiale  dei  Carpazi  si  è  affermato  in  tutta 
l’Italia  continentale  senza  modificare  apparentemente  le  caratteristiche 
somatiche  del  nostro  Maremmano,  grazie  alla  netta  delimitazione  delle 
aree  destinate  a  ciascuna  delle  due  entità  etniche,  proprio  allo  scopo  di 
impedirne  la  promiscuità.  A  quanto  ci  risulta,  anche  la  consistenza  nume¬ 
rica  del  cinghiale  Maremmano  non  ha  subito  contrazioni  e  l’allevamento  di 
ambedue  i  tipi  genetici  manifesta  una  progressiva  tendenza  ad  intensifi¬ 
carsi.  Si  è  consolidata,  infatti,  la  commercializzazione  della  carne  fresca  e 
dei  salumi  di  cinghiale  e  sono  divenuti  più  consistenti  i  ripopolamenti  fau¬ 
nistici  che  gli  Enti  competenti  effettuano  periodicamente  con  cinghialotti 
acquistati  presso  i  centri  di  produzione. 

In  due  note  precedenti  (Richetti  e  Intrieri,  1978a  e  198  lb)  è  stato 
riferito  sui  principali  parametri  produttivi  e  riproduttivi  del  cinghiale 
Maremmano  e  di  quello  dei  Carpazi  ed  è  stata  sottolineata  la  possibilità  di 
conciliare  lo  sfruttamento  dell’attitudine  alla  produzione  della  carne  di 
quest’ultimo  con  la  sua  utilizzazione  in  campo  venatorio. 

Intendiamo  ora  valutare,  in  entrambi  i  tipi  genetici,  la  resa  alla  macel¬ 
lazione,  l’incidenza  dei  singoli  componenti  il  quinto  quarto  alimentare  sul 
peso  vivo,  e  la  qualità  della  carcassa,  con  particolare  riferimento  al  rapporto 
carne/grasso. 


Materiali  e  metodi 

Per  notizie  riguardanti  l’impostazione  della  ricerca  ed  i  rilievi  eseguiti 
in  vivo  sui  cinghiali  in  esperimento  (12  Maremmani  e  12  dei  Carpazi  sud¬ 
divisi  in  6  maschi  castrati  e  6  femmine  intere  per  ciascun  gruppo  etnico, 
sottoposti  tutti  allo  stesso  regime  alimentare,  in  ricoveri  situati  presso  una 
riserva  di  montagna  del  Cosentino)  rimandiamo  alle  note  sopracitate. 

Per  motivi  indipendenti  dalla  nostra  volontà  e  dovuti  soprattutto  a  fat¬ 
tori  ambientali,  i  cinghiali  della  nostra  indagine  (di  peso  diverso,  ma  della 
stessa  età)  sono  stati  macellati  mentre  erano  ancora  in  fase  di  pieno  accre¬ 
scimento.  Ci  riserviamo  di  estendere  le  ricerche  a  cinghiali  di  peso  più  eie- 


Studio  comparativo  sul f allevamento  del  cinghiale ,  ecc.  23 


vate  allorché  ci  sarà  possibile  tenerli  in  esperimento  per  un  •  periodo  di 
tempo  più  lungo. 

Quando  raggiungevano  l’età  prefissata  per  la  macellazione  (15  mesi), 
gli  animali  -  previo  digiuno  di  12  ore  -  venivano  pesati  e  subito  dopo  mat¬ 
tati  secondo  la  tecnica  comunemente  praticata  per  i  suini  domestici  (abbat¬ 
timento  con  pistola  a  proiettile  captìvo,  j ugni  a  zione,  sbollentatola,  asporta¬ 
zione  meccanica  del  manto  setole-peloso,  evìscerazione). 

Si  procedeva,  quindi,  alla  suddivisione  della  carcassa  in  mezzerie,  cia¬ 
scuna  delle  quali  veniva  pesata  a  caldo,  previa  recisione  della  testa  in  corri¬ 
spondenza  dell’articolazione  occipìto-atlantoidea  e  degli  arti  anteriori  e 
posteriori  rispettivamente  all’articolazione  radio-carpica  e  tarso-metatarsica. 

Successivamente,  si  pesavano  testa,  zampetti,  corata 1  e  tubo  digerente 
pieno  e  vuoto.  La  testa,  dopo  il  prelievo  del  cervello,  veniva  destinata,  con 
gola  e  guanciale  in  sito,  alla  preparazione  in  gelatina,  confò  consuetudine 
locale  per  i  suini  macellati  ad  uso  familiare. 

Il  peso  morto  era  dato  dalla  carcassa  «in  canale»,  comprensiva  di 
testa,  zampetti,  reni,  grasso  perirenale  e  pelvico;  quello  vivo  netto  dal  peso 
alla  macellazione,  dedotto  il  contenuto  gastro  enterico  riscontrato  «post 
mortem  ». 

Sulla  mezzena  destra  di  ciascun  soggetto  veniva  rilevata  la  distanza  tra 
il  margine  craniale  della  sinfisi  pubica  ed  il  margine  craniale  della  prima 
costola  toracica,  nonché  lo  spessore  del  lardo  in  tre  punti  diversi  che  corri¬ 
spondevano,  lungo  la  lìnea  mediana  del  dorso,  alla  spalla  (seconda  vertebra 
toracica)  ed  all’ultima  costola;  nella  regione  del  fianco,  al  terzo  medio  del 
gluteo  superficiale. 

Sì  dissezionava  quindi  la  mezzena  nelle  seguenti  parti:  coppa,  spalla, 
costato,  lombata,  prosciutto,  lardo  sottocotenna,  pancetta  e  sugna.  I  primi 
cinque  tagli  venivano  considerati  carnosi,  gli  ultimi  tre  adiposi  ed  il  peso  di 
ciascuno  veniva  riferito  percentualmente  a  quello  della  mezzena  di  cui  si 
calcolava  il  rapporto  carne/grasso. 

Si  prelevavano,  infine,  campioni  di  carne  e  di  grasso  per  le  analisi  chi- 
mico-bromatologiche  e  per  determinare  il  potere  di  ritenzione  idrica  nelle 
masse  muscolari,  di  cui  riferiremo  in  altra  nota. 

Tutti  i  dati  ottenuti  venivano  sottoposti  ad  elaborazione  matematico-stati¬ 
stica  utilizzando  il  «t»  di  Student per  il  confronto  delle  differenze  tra  le  medie. 


1  In  Calabria,  la  corata  di  conghiaie  («campanaro»)  è  costituita  dal  seguente 
complesso  anatomico:  lingua,  faringe,  laringe,  trachea,  polmoni,  cuore,  diaframma, 
fegato,  pancreas  e  milza. 


24  F.  Ri  eh  etti,  B.  Ferrara,  F.  Intrieri,  D.  Richettì 


Risultati  e  discussione 

Nella  tabella  1  sono  riportati  i  dati  medi  relativi  ai  rilievi  effettuati  alla 
macellazione  dei  cinghiali  maschi  (castrati).  Dal  loro  esame  si  evince  che: 

1)  il  peso  alla  macellazione,  il  peso  vivo  netto,  il  peso  della  carcassa, 
la  resa  lorda  e  la  resa  netta  risultano  significativamente  maggiori  nei  cin¬ 
ghiali  dei  Carpazi  (rispettivamente  kg  89,16;  kg  85,91;  kg  70,16;  78,63% 
81,02%  contro  kg  49,10;  kg  47,50;  kg  33,60;  67,95%;  71,01%  nei  Marem¬ 
mani)  con  un  campo  di  variabilità  abbastanza  contenuto  in  entrambi  i  tipi 
genetici; 


TABELLA  1 

Rilievi  sulla  carcassa  dei  12  maschi  (castrati)  dei  due  tipi  genetici  di  cinghiali. 


Tipo  genetico 

VOCE 

gruppo 

)  dei  Carpazi 

gruppo 

Maremmano 

«t»  di 
Student 

x  ± 

a 

c.v.  % 

x  ± 

o 

c.v.  % 

Peso  alla  macellazione,  kg 

89,16 

3,11 

5,7 

49,10 

5,28 

10,7 

*  * 

Peso  morto,  kg 

70,16 

5,18 

7,3 

33,60 

5,48 

16,3 

*  * 

Peso  vivo  netto  (p.v.n.),  kg 

85,91 

4,74 

5,5 

47,50 

4,88 

10,3 

*  * 

Resa  lorda  a  caldo,  % 

78,63 

1,54 

1,9 

67,95 

4,32 

6,3 

sfs  * 

Resa  netta  a  caldo,  % 

81,02 

1,62 

2,0 

71,01 

5,10 

7,1 

*  * 

Testa 

peso,  kg 

7,61 

0,32 

4,2 

4,93 

0,55 

11,2 

*  * 

%  sul  p.v.n. 

8,86 

0,37 

4,2 

10,38 

1,17 

11,2 

*  * 

Corata  e  omento 

peso,  kg 
%  sul  p.v.n. 

4,90 

5,70 

0,38 

0,44 

7,8 

7,8 

3,37 

7,86 

0,30 

0,64 

8,2 

8,2 

*  * 

*  * 

Tubo  digerente 

peso,  kg 
%  sul  p.v.n. 

5,23 

6,09 

0,35 

0,41 

6m7 

6,7 

4,10 

8,63 

0,43 

0,91 

10,5 

10,5 

*  * 

*  * 

Zampetti  e  coda 

peso,  kg 
%  sul  p.v.n. 

1,54 

1,79 

0,11 

0,12 

7,1 

7,1 

1,38 

2,91 

0,12 

0,08 

7,9 

2,7 

* 

* 

Lunghezza  mezzena,  cm 

72,05 

2,07 

2,8 

61,25 

2,04 

3,3 

*  * 

spalla,  mm 

23,50 

3,40 

14,6 

22,80 

7,40 

32,5 

(-) 

Spessore  lardo 

dorso,  mm 

15,60 

2,50 

15,7 

14,60 

4,90 

33,5 

(-) 

fianco,  mm 

18,80 

2,40 

12,7 

17,80 

5,90 

33,1 

(-) 

*  =  P  <  0,05;  *  *  -  P  <  0,01;  (-)  =  P  >  0,05. 


Studio  comparativo  sull’ allevamento  del  cinghiale ,  ecc.  25 


2)  il  peso  della  testa,  della  corata,  del  tubo  digerente  vuoto  e  degli 
zampetti  incide  in  misura  minore  sul  peso  vivo  netto  nei  soggetti  dei  Car¬ 
pazi  (rispettivamente  8,86%;  5,70%;  6,09%;  1,79%  contro  10,38%;  7,86%; 
8,63%;  2,91%  nei  Maremmani),  mentre  il  coefficiente  di  variazione  risulta 
più  elevato  nei  Maremmani)  con  un  indice  di  variabilità  abbastanza  basso 
nell’ambito  di  ciascun  gruppo  etnico; 

4)  per  lo  spessore  del  lardo,  misurato  nei  tre  punti  da  noi  prescelti 
(massimo  alla  spalla,  mìnimo  al  dorso  e  medio  al  fianco)  non  si  rilevano 
differenze  significative  nel  confronto  tra  i  due  gruppi  etnici  e,  nell’ambito 
di  ciascuno  dì  questi,  gli  scostamenti  individuali  sono  appena  apprezzabili. 


TABELLA  2 

Rilievi  sulla  carcassa  delle  12  femmine  (intere)  dei  due  tipi  genetici  di  cinghiale. 


Tipo  genetico 

VOCE 

grappe 

>  dei  Carpazi 

gruppo 

Maremmano 

«  t  »  di 
Student 

x  ± 

o 

c.v.  % 

x  ± 

o 

c.v.  % 

Peso  alla  macellazione,  kg 

78,41 

4,38 

5,5 

46,50 

4,12 

8,8 

*  * 

Peso  morto,  kg 

59,91 

3,99 

6,6 

30,10 

3,42 

11,3 

*  * 

Peso  vìvo  netto  (p.v.n.),  kg 

75,28 

4,20 

5,2 

44,35 

4,12 

8,5 

*  * 

Resa  lorda  a  caldo,  % 

76,37 

1,21 

1,5 

64,61 

1,92 

2,9 

*  * 

Resa  netta  a  caldo,  % 

79,64 

1,31 

1,6 

67,74 

2,26 

3,3 

*  * 

Testa  peS0?  kg 

6,46 

0,33 

4,9 

5,25 

0,43 

8,2 

*  # 

o/o  sul  p.v.n. 

8,43 

0,35 

4,1 

11,84 

0,97 

8,2 

*  * 

Corata  e  omento  peso’  kg 

%  sul  p.v.n. 

4,36 

5,76 

0,42 

0,50 

9.6 

8.7 

3,75 

8,46 

0,30 

0,68 

8,9 

8,0 

* 

*  * 

Tubo  digerente  peso*  kg 

%  sul  p.v.n. 

5,31 

7,06 

0,22 

0,29 

4,1 

4,1 

4,08 

9,21 

0,11 

0,26 

2,8 

2,8 

*  * 

*  * 

Zampetti  e  coda  peso?5 

%  sul  p.v.n. 

1,54 

2,04 

0,08 

0,11 

5,5 

5,5 

1,22 
'  2,74 

0,09 

0,20 

7,6 

7,6 

* 

* 

Lunghezza  mezzena,  cm 

72,83 

2,78 

3,8 

61,66 

2,33 

3,7 

*  * 

spalla,  mm 

16,10 

2,70 

17,2 

15,30 

5,60 

37,0 

H 

Spessore  lardo  dorso,  mm 

10,60 

2,50 

23,4 

10,10 

4,20 

41,4 

(-) 

fianco,  mm 

12,80 

2,40 

19,3 

12,84 

4,77 

37,1 

(-) 

*  =  P  <  0,05;  *  *  =  P  <  0,01;  (-)  =  P  >  0,05, 


26  F.  Richetti,  B.  Ferrara,  F.  Intrieri,  D.  Richetti 


Dalla  tabella  2  si  rileva  che  i  valori  del  peso  alla  macellazione,  della 
carcassa  e  del  peso  vivo  netto,  nonché  della  resa  lorda  e  di  quella  netta, 
risultano  notevolmente  più  elevati  (P  <  0,01)  nelle  femmine  dei  Carpazi 
(rispettivamente  kg  78,41;  kg  59,91;  kg  75,28  e  76,37%;  79,64%  contro  kg 
46,50;  kg  30,10;  kg  44,35  e  64,61%;  67,74%  nelle  Maremmane),  analoga¬ 
mente  a  quanto  constatato  nei  maschi.  Anche  il  peso  della  testa,  della 
corata  e  del  tubo  digerente  incide  sul  peso  vivo  netto  in  misura  notevol¬ 
mente  minore  nelle  femmine  dei  Carpazi  che  nelle  Maremmane,  così  come 
nei  maschi  (rispettivamente  8,43%;  5,66%  7,06%  contro  11,83%;  8,45%; 
9,20%).  Meno  marcata  è  la  differenza  relativa  all’incidenza  degli  zampetti 
(2,04%  contro  2,74%).  Sempre  maggiore  (P  <  0,01),  come  nei  maschi, 
risulta  la  lunghezza  della  carcassa  delle  femmine  dei  Carpazi  (cm  72,05 
contro  cm  61,25).  Priva  di  significatività  statistica  è  la  differenza  di  spes¬ 
sore  del  lardo  nei  tre  punti  indicati  per  i  rilievi  di  calibratura. 

Analogamente  a  quanto  riscontrato  nei  maschi,  sempre  modesto  ri¬ 
sulta  il  grado  di  variabilità  per  ciascuno  dei  suddetti  parametri  in  entrambi 
i  gruppi  etnici. 

I  valori  relativi  alla  sezionatura  ed  alla  distribuzione  dei  tessuti  nella 
mezzena  dei  maschi  (castrati)  sono  riportati  nella  tabella  3  e  mettono  in 
evidenza  quanto  segue: 

a)  nei  cinghiali  dei  Carpazi  la  lombata  ed  il  prosciutto  incidono  sul 
peso  della  mezzena  in  misura  molto  più  elevata  che  nei  Maremmani 
(rispettivamente  16,54%  e  19,43%  contro  8,60%  e  15,57%),  mostrando  valori 
pressocché  simili  a  quelli  che  normalmente  si  riscontrano  nel  suino  leggero 
maschio  castrato  (Mordenti  et  al.,  1968); 

b)  per  contro,  l’incidenza  della  coppa  e  del  costato  nei  Maremmani 
supera  i  valori  dei  corrispondenti  tagli  forniti  dai  soggetti  dei  Carpazi 
(rispettivamente  12,06%  e  8,60%  contro  8,28%  e  5,24%),  mentre  in  quest’ul- 
timi  l’incidenza  della  spalla  risulta  di  poco  più  elevata  rispetto  ai  Marem¬ 
mani  (14,58%  contro  13,63%).  Tali  reperti  lasciano  ritenere  che  il  cinghiale 
Maremmano  è  più  predisposto  di  quello  dei  Carpazi  a  sviluppare  le  masse 
muscolari  delle  regioni  anteriori  del  tronco; 

c)  l’incidenza  del  grasso  perirenale  e  pelvico  risulta  decisamente 
superiore  nei  Maremmani  rispetto  ai  soggetti  dei  Carpazi  (12,72%  contro 
8,81%),  mentre  per  il  lardo  i  valori  si  riducono  sensibilmente  (18,18% 
contro  17,54%)  e  scendono  al  disotto  di  quelli  dell’altro  gruppo  per  quanto 
riguarda  la  pancetta  (8,18%  nei  Maremmani  e  9,35%  nei  soggetti  dei  Car¬ 
pazi); 

d)  il  rapporto  tagli  carnosi/tagli  adiposi  risulta  sempre  a  favore  dei 
soggetti  dei  Carpazi  rispetto  ai  Maremmani  (1,77  contro  1,50). 


Studio  comparativo  sui f allevamento  del  cinghiale ,  ecc .  27 


TABELLA  3 

Distribuzione  dei  tessuti  nella  mezzana  destra  dei  12  maschi  (castrati)  dei  due  tipi 

genetici  di  cinghiale. 


Tipo  genetico 

VOCE 

gruppo  dei  Carpazi 

gruppo  Maremmano 

«  t  »  di 
Student 

x  ±  o 

c.v.  % 

X  ±  0 

c.v.  % 

Mezzena,  kg 

Tagli  carnosi: 

Coppa,  kg 
% 

Spalla,  kg 
% 

Costato,  kg 
% 

Lombata,  kg 
% 

Prosciutto,  kg 
% 

Tutti,  kg 

Tagli  adiposi: 

Lardo  sottocotenna,  kg 
% 

Grasso  pelvico  e 
perirenale,  kg 
% 

Pancetta,  kg 
% 

Tutti,  kg 

Rapporto  tagli  carnosi/ 
tagli  adiposi 


30,16 

1,58 

5,2 

2,49 

0,41 

16,6 

8,29 

1,37 

16,6 

3,96 

0,15 

3,7 

14,58 

1,89 

12,7 

1,57 

0,18 

11,4 

5,24 

0,60 

11,4 

4,96 

0,24 

4,8 

16,54 

0,80 

4,8 

5,83 

0,62 

10,3 

19,43 

2,08 

10,7 

18,83* 

7,96 

5,26 

0,71 

13,5 

17,54 

2,38 

13,5 

2,53 

0,38 

15,0 

8,43 

1,27 

15,1 

2,80 

0,09 

3,2 

9,35 

0,30 

3,2 

10,60 

5,28 

1,775 

13,75 

0,38 

2,7 

1,65 

0,34 

20,5 

12,05 

2,48 

20,5 

*  * 

1,79 

0,09 

5,0 

13,63 

0,66 

5,0 

* 

1,18 

0,10 

0,7 

8,60 

0,75 

8,7 

*  * 

1,18 

0,08 

7,3 

8,60 

0,63 

7,3 

*  * 

2,14 

0,22 

10,4 

15,57 

1,63 

10,4 

*  * 

2,50 

0,39 

15,7 

18,18 

2,87 

15,7 

1,65 

0,02 

3,1 

12,26 

0,30 

2,4 

1,12 

0,08 

7,8 

8,18 

0,64 

7,8 

1,506 


*  =  P  <  0,05;  *  *  =  P  <  0,01. 


28  F  Richetti,  B.  Ferrara,  F.  Intrieri,  D.  Richetti 


TABELLA  4 

Distribuzione  dei  tessuti  nella  mezzena  destra  delle  12  femmine  (intere)  dei  due  tipi 

genetici  di  cinghiale. 


Tipo  genetico 

VOCE 

gruppo 

i  dei  Carpazi 

gruppo 

Maremmano 

«  t  »  di 
Student 

x  ± 

a 

c.v.  % 

x  ± 

o 

c.v.  % 

Mezzena,  kg 

25,80 

0,45 

1,74 

11,81 

0,72 

5,3 

Tagli  carnosi: 

Coppa,  kg 

1,89 

0,15 

4,4 

1,20 

0,27 

23,0 

% 

7,33 

0,61 

8,4 

10,15 

2,34 

23,1 

*  * 

Spalla,  kg 

3,79 

0,16 

4,2 

1,62 

0,18 

11,6 

% 

14,69 

0,62 

4,2 

13,75 

1,60 

11,6 

* 

Costato,  kg 

1,48 

0,10 

6,9 

1,11 

0,18 

16,6 

% 

5,74 

0,40 

6,9 

9,53 

1,75 

18,4 

*  * 

Lombata,  kg 

4,55 

0,16 

3,5 

1,10 

0,10 

9,9 

% 

17,63 

0,62 

3,5 

9,30 

0,92 

9,9 

*  * 

Prosciutto,  kg 

5,39 

0,36 

6,8 

2,06 

0,28 

13,8 

% 

20,89 

1,43 

6,8 

17,48 

2,43 

20,5 

*  * 

Tutti,  kg 

17,10 

7,10 

Tagli  adiposi: 

Lardo  sottocotenna,  kg 

4,34 

0,20 

4,6 

2,23 

0,25 

12,1 

% 

16,82 

0,78 

4,6 

17,90 

2,18 

11,5 

*  * 

Grasso  pelvico  e 
perirenale,  kg 

1,68 

0,15 

9,3 

1,06 

0,06 

5,6 

% 

6,52 

0,60 

9,3 

9,02 

0,51 

5,6 

*  * 

Pancetta,  kg 

2,19 

0,21 

9,5 

1,05 

0,05 

5,1 

% 

8,49 

0,81 

9,6 

8,88 

0,46 

5,2 

(~) 

Tutti,  kg 

8,215 

4,349 

Rapporto  tagli  carnosi/ 
tagli  adiposi 

2,082 

1,634 

*  =  P  <  0,05;  **  =  P  <  0,01;  (-)  =  />>  0,05. 


Studio  comparativo  sull’ allevamento  del  cinghiale,  ecc.  29 


La  tabella  4  riporta  i  valori  ottenuti  alla  sezionatura  della  mezzena 
delle  femmine  e  mette  in  evidenza  una  migliore  distribuzione  delle  masse 
muscolari  nelle  regioni  posteriori  del  tronco  rispetto  a  quelle  anteriori  in 
ambedue  i  gruppi  etnici,  ma  particolarmente  nei  soggetti  dei  Carpazi.  Il 
prosciutto,  infatti,  nelle  femmine  di  questo  gruppo  etnico  incide  in  miura 
sensibilmente  superiore  (20,89%  contro  17,48%)  e  la  lombata  raggiunge 
valori  ancora  più  elevati  (17,63%  contro  9,30%)  in  dipendenza  della  mag¬ 
giore  lunghezza  della  mezzena  del  gruppo  dei  Carpazi  rispetto  a  quello 
Maremmano.  In  quest’ultimo,  l’incidenza  della  coppa  e  del  costato  risulta 
sempre  più  elevata  (10,15%  e  9,53%)  di  quella  dei  corrispondenti  tagli  for¬ 
niti  dall’altro  gruppo  etnico  (7,33%  e  5,74%);  anche  la  percentuale  di  grasso 
risulta  significativamente  più  elevata  che  nelle  femmine  dei  Carpazi  (9,02% 
contro  6,52%),  ma  sensibilmente  inferiore  a  quella  riscontrata,  per 
entrambi  i  tipi  genetici,  nei  maschi,  nei  quali,  per  effetto  della  castrazione, 
si  è  accentuata  la  formazione  di  sugna.  Il  rapporto  tagli  carnosi/tagli  adi¬ 
posi  è  notevolmente  maggiore  nelle  femmine  dei  Carpazi  (2,02  contro  1,63) 
e  risulta  sempre  più  favorevole  che  nei  maschi,  indipendentemente  dal 
gruppo  etnico  di  appartenenza. 


Conclusioni 

I  risultati  della  presente  indagine  dimostrano  che  le  performances  pro¬ 
duttive  dei  cinghiali  dei  Carpazi  risultano  nettamente  migliori  di  quelle  dei 
cinghiali  Maremmani. 

Premettiamo  che  non  disponiamo  di  informazioni  bibliografiche  che 
consentano  riferimenti  a  ricerche  eseguite  in  questo  settore.  Tuttavia, 
volendo  tentare  un  accostamento  con  il  suino  domestico,  potremmo  dire 
che  la  differenza  di  attitudine  alla  produzione  carnea  esistente  tra  i  due  tipi 
genetici  di  cinghiali  da  noi  studiati  risulta  più  accentuata  di  quella  che  nor¬ 
malmente  si  riscontra  tra  alcune  razze  suine  precoci  (. Large  White)  ed 
alcune  nostre  popolazioni  suine  rustiche  come  la  Casertana,  la  Calabrese  e 
la  Cavallina  lucana  (Di  Lella  et  al.,  1979;  Piccolo  et  al.,  1979). 

Inoltre,  le  caratteristiche  della  carcassa  dei  cinghiali  dei  Carpazi  pre¬ 
sentano  punti  in  comune  con  quelle  del  suino  leggero  da  cui,  invece,  il 
Maremmano  si  differenzia  sensibilmente  per  la  scarsa  incidenza  dei  tagli 
magri  ed  in  particolare  di  quelli  più  pregiati.  Infatti,  «l’arista»  (lombata)  ed 
il  prosciutto  del  Maremmano  sono  sempre  di  limitata  pezzatura,  proprio 
perché,  in  corrispondenza  del  tratto  lombo-sacrale  e  della  coscia,  la  ridotta 
impalcatura  scheletrica  riduce  l’area  di  espansione  del  tessuto  muscolare 


30  F.  Richetti,  B.  Ferrara,  F  Intrieri,  D.  Richetti 


rendendo  il  «brinato  maremmano»  tozzo  e  sretto  di  groppa,  come  è  facil¬ 
mente  rilevabile  nell’animale  vivo. 

La  percentuale  di  lardo  e  di  sugna,  nell’ambito  di  ciascun  gruppo 
etnico,  risulta  sempre  più  elevata  nei  maschi  (castrati)  che  nelle  femmine 
(intere),  le  quali  forniscono  carcasse  merceologicamente  superiori  proprio 
perché  dotate  di  minore  quantità  di  grasso  e  di  un  maggiore  sviluppo  delle 
masse  muscolari,  analogamente  a  quanto  si  riscontra  nella  specie  suina 
(Mordenti  et  al,  1968;  Russo,  1975;  di  Lella  et  al,  1977;  Santoro  et  al., 
1980;  Quadri  et  al.,  1981). 

L’ipotesi  che  nel  cinghiale  la  castrazione,  oltre  al  meccanismo  adipo- 
genetico  influenzi  anche  la  struttura  scheletrica  è  avvalorata  dal  fatto  che, 
contrariamente  a  quello  che  è  il  dimorfismo  sessuale  della  specie,  la  mez- 
zena,  nell’ambito  dello  stesso  tipo  genetico,  è  risultata  apprezzabilmente 
più  lunga  nelle  femmine  (intere)  che  nei  maschi  (castrati).  La  castrazione 
del  maschio  prima  del  raggiungimento  della  maturità  sessuale  si  rende, 
però,  necessaria  per  evitare  che  le  carni  assumano  «odore  di  verro».  Nelle 
femmine,  invece,  tale  problema  non  si  pone  perché  le  carni  dei  soggetti 
non  ovariectomizzati,  così  come  costatato  nella  specie  suina  (Di  Lella  et 
al.,  1977;  Santoro  et  al.,  1980;  Quadri  et  al.,  1981),  presentano  proprietà 
organolettiche  apprezzate  dal  consumatore. 

Va  ricordato,  infine,  che  l’allevamento  del  cinghiale,  quando  è  finaliz¬ 
zato  allo  sfruttamento  della  produzione  carnea,  non  può  prescindere  -  dato 
il  lento  sviluppo  somatico  della  specie  -  dalla  oculata  scelta  di  genotipi  con 
ciclo  biologico  il  più  breve  possibile:  la  razza  dei  Carpazi,  a  preferenza 
della  Maremmana,  può  rispondere  molto  meglio  a  tale  requisito. 


BIBLIOGRAFIA 

Di  Lella  T.,  Intieri  F.  e  De  Franciscis  G.,  1977  -  Effetti  deU’ovariectomia  nella  pro¬ 
duzione  del  suino  pesante  ottenuto  mediante  l’impiego  di  un  particolare  piano  di 
razionamento.  «Acta  Med.  Vet.  »,  23  (1-2):  59-73. 

Di  Lella  T.,  Zicarelli  L.,  Piccolo  V.  e  Nizza  A.,  1979  -  L’incrocio  tra  verri  di  tre 
popolazioni  meridionali  e  scrofe  Large  White .  Atti  Conv.  Naz.  «Salvaguardia 
genetica  e  recupero  zootecnico  delle  popolazioni  autoctone  italiane»:  327-337. 

Mordenti  A,  Manfredini  M.,  Monetti  P.  G.,  Barbieri  L.,  Santoro  P.,  1968  -  La 
castrazione  del  suino  maschio .  Risultati  ottenuti  in  soggetti  macellati  al  peso  di  95 
e  di  125  kg.  «Suinicoltura»,  9,  1-16. 

Piccolo  V.,  Zicarelli  L.,  Perrucci  G.  e  Righetti  F.,  1979  -  Impiego  di  diete  ad  ele¬ 
vato  tenore  in  fibra  in  soggetti  di  tre  popolazioni  suine  meridionali  in  via  di  estin¬ 
zione.  Nota  II:  Rilievi  alla  macellazione  ed  alla  sezionatura.  Atti  Conv.  Naz. 
«Salvaguardia  genetica  e  recupero  zootecnico  delle  popolazioni  autoctone  ita¬ 
liane»,  313-323. 


Studio  comparativo  sull’ allevamento  del  cinghiale,  ecc.  31 


Quadri  G.,  Bergonzini  E.,  Zullo  A.,  Cosentino  E.  e  Matassino  D.,  1981  -  Studio 
di  alcuni  tipi  genetici  di  suino  «da  salumifìcio  »  allevati  con  un  piano  alimentare 
«medio».  IV:  Aspetti  quanti-qualitativi  ed  economici  del  prosciutto  stagionato . 
«Suinicoltura»,  5:  21-49. 

Righetti  F.  e  Intrieri  F.,  1978  -  Studio  comparativo  sull’allevamento  del  cinghiale 
Maremmano  e  del  cinghiale  dei  Carpazi.  Nota  1:  indagini  su  alcuni  parametri 
riproduttivi.  «Zoot.  Nutr.  Anim.  »,  4,  443-447. 

Richeth  F.  e  Intrieri  F.,  1981  -  Studio  comparativo  sull’allevamento  del  cinghiale 
Maremmano  e  del  cinghiale  dei  Carpazi.  Nota  2:  Velocità  di  accrescimento  nei 
primi  15  mesi  di  vita.  «Acta  Med.  Vet.  »,  27:  207-215. 

Russo  V.,  1975  -  Ricerche  sulla  utilità  della  castrazione  delle  femmine  per  la  produ¬ 
zione  del  suino  pesante.  «Zoot.  Nutr.  Anim.»,  1 :  199-209. 

Santoro  R,  Mordenti  A.  e  Ricci  BittiF.,  1980  -Ricerche  sulle  caratteristiche  delle  car¬ 
casse  e  delle  carni  del  suino  pesante  da  salumifìcio ,  «Riv.  Zoot.  Vet.»:  177-187. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  91,  1982,  pp.  33-41,  figg.  2,  tab.  1,  tav.  1 


Ulteriore  segnalazione  di  corallofaune 
in  argille  pleistoceniche 
nella  provincia  di  Reggio  Calabria  (*) 

Nota  del  socio  Bianca  Placella  (**) 


(Tornata  del  29  gennaio  1982) 


Riassunto.  —  È  stato  eseguito  uno  studio  su  corallofaune  provenienti  da  cave  di 
argilla  ubicate  nei  pressi  di  Archi,  Vito  superiore  e  Croce  di  Valanidi  in  provincia  di 
Reggio  Calabria,  cui  seguirà  uno  studio  dettagliato  sulla  fauna  associata. 

Una  precedente  raccolta  effettuata  nella  cava  presso  Archi  è  già  stata  studiata  in 
dettaglio  e  le  conclusioni  cui  si  è  giunti  sono  servite  come  base  di  confronto  per 
questo  studio.  Le  specie  rinvenute  risultano  per  la  maggior  parte  simili  tra  loro  e 
confrontabili  con  specie  batiali  attualmente  viventi  nell’Atlantico  e  non  più  presenti 
nel  Mediterraneo;  sono  state  rinvenute,  inoltre,  due  specie  in  precedenza  non  citate 
per  la  zona,  ancora  viventi  nel  Mediterraneo  in  ambiente  circalitorale. 

Summary.  —  Has  been  carried  out  a  study  on  thè  coral  faunae  coming  from  clay 
quarries  located  near  Archi,  Vito  superiore  and  Croce  di  Valanidi  in  thè  Reggio 
Calabria  province,  a  detailed  study  of  thè  whole  fauna  will  be  carried  out  later. 

Another  detailed  study  has  been  carried  out  on  material  collected  previousily  in 
thè  same  quarrie  near  Archi.  The  issues  achieved  bave  been  used  as  base  of  compa- 
rison  for  thè  present  work.  The  species  found  are  mostly  similar  and  comparable 
with  bathial  species  at  present  living  in  thè  Atlantic  ocean  and  not  any  more  present 
in  thè  Mediterranean  sea;  also  two  species,  previously  apparently  unknown  in  thè 
area,  bave  been  found  stili  living  in  thè  Mediterranean  sea  in  circalittoral  environ- 
ment. 


Introduzione 

Nell’ambito  degli  studi  svolti  da  ricercatori  dell’Istituto  di  Paleontolo¬ 
gia  di  Napoli,  tendenti  alla  caratterizzazione  ed  alla  ricostruzione  dei 


(*)  Lavoro  eseguito  con  il  contributo  del  C.N.R. 

(**)  Istituto  di  Paleontologia  dell’Università  di  Napoli. 


34  Bianca  Placella 


depositi  Plio-Pleistocenici  affioranti  sul  versante  tirrenico  della  provincia  di 
Reggio  Calabria,  è  stata  eseguita  una  raccolta  di  coralli  in  cave  di  argille 
azzurre  nella  località  di  Croce  di  Valanidi  (254  III  SE  long  3°  14'  lat.  38°  4'), 
Vito  superiore  (254  III  NE  long  3°  13'  30"  lat  38°  8')  ed  una  ulteriore  ad 
Archi  (254  III  NE  long  3°  13'  lat  38°  8' 30").  (Fig.  1). 


Fig.  1  -  Ubicazione  della  località. 


Infatti  la  corallofauna  di  quest’ ultima  località  è  stata  oggetto  di  un  pre¬ 
cedente  studio  dettagliato  che  costituisce  una  base  di  confronto  con  i 
coralli  esaminati  nel  presente  lavoro. 

Per  quanto  riguarda  la  descrizione  dei  terreni  affioranti  ad  Archi  si 
rimanda  ai  precedenti  lavori  (Flagella  B.,  1978  e  Guadagno  F.  M.  ecc., 
1979). 

La  successione  dei  sedimenti  di  Croce  di  Valanidi  (Fig.  2)  consta,  dal 
basso  verso  l’alto,  di  argille  sabbiose  giallastre  di  spessore  non  precisabile 
che  poggiano,  probabilmente,  su  di  un  substrato,  non  visibile,  costituito 
da  conglomerati  sabbiosi  affioranti  nelle  vicinanze;  seguono  poi  sabbie 


Ulteriore  segnalazione  dì  corallofaune  in  argille  pleistoceniche  35 

limose  con  abbondanti  Terebratulidae  (T.  sciliae  e  Griphus  minor1)  e  sabbie 
gialle  a  stratificazione  incrociata  per  uno  spessore  complessivo  di  circa  8 
metri.  Le  sabbie  passano  poi  ad  argille  grigio-azzurre  marnose,  a  frattura 
concoide,  contenenti  la  corallofauna  raccolta,  di  circa  35  metri  di  spessore. 


Croce  di  Valanidi  Vito  superiore 


A  varie  altezze  si  riconoscono  livelli  più  sabbiosi  spessi  10-20  crii  Verso 
Fallo  le  argille  divengono  più  sabbiose  e  prive  di  coralli.  La  successione 
è  tagliata  in  discordanza  da  un  conglomerato  poligenico  terrazzato.  Gli 
strati  immergono  verso  ovest  con  15°  circa  di  inclinazione.  La  successione 


Le  determinazioni  sono  state  fatte  dalla  prof.  E.  Taddei. 


i 


36  Bianca  Placella 


argillosa  può  essere  attribuibile  ad  età  quaternaria  (Pleistocene)  per  la  pre¬ 
senza  di  Hyalinea  baltica. 

Anche  a  Vito  sup.  (Fig.  2)  la  successione  è  di  età  pleistocenica  ed  è 
costituita  da  argille  grigio-azzurre  a  coralli  di  circa  50  metri  di  spessore,  il 
cui  substrato  non  affiora.  Anche  qui  le  argille  sono  troncate  in  sommità  da 
un  conglomerato  poligenico  terrazzato.  L’immersione  degli  strati  è  verso 
Ovest  con  un’inclinazione  di  15°  circa. 


Composizione  della  corallofauna 

Viene  riportato  l’elenco  delle  specie  determinate  e  la  loro  relativa  fre¬ 
quenza  per  ciascuna  località  (Tab.  1). 

I  coralli  sono  per  lo  più  in  buono  stato  di  conservazione. 


TABELLA  1 

Distribuzione  delle  specie  nelle  tre  località  considerate  (*). 


Archi 

I 

Archi 

II 

Vito  sup. 

Croce  di 
Valanidi 

Keratoisis  peloritana  (Seguenza) 

15 

74 

7 

67 

Madrepora  miocenica  (Seguenza) 

8 

- 

- 

- 

Phyllangia  mouchezii  (Lacaze-Duthiers) 

- 

1 

- 

Caryophyllia  communis  (Seguenza) 

83 

95 

43 

91 

Caryophyllia  polyedra  (Seguenza) 

20 

27 

35 

67 

Caryophyllia  smithii  (Stores  e  Broderie) 

- 

1 

- 

- 

Stephanocyathus  elegans  (Seguenza) 

3 

3 

5 

2 

Stephanocyathus  variabilis  (Seguenza) 

1 

1 

- 

- 

Stephanocyathus  zancleus  (Seguenza) 

4 

4 

2 

19 

Stephanocyathus  sp. 

- 

- 

1 

- 

Conotrochus  typus  (Seguenza) 

3 

12 

11 

49 

Lophelia  pertusa  (Linné) 

8 

24 

7 

8 

Javania  sp. 

1 

- 

1 

- 

Flabellum  bertii  (Simonelli) 

5 

5 

3 

5 

Dendrophyllia  ramea  (Linné) 

3 

23 

- 

1 

Enallopsammia  scillae  (Seguenza) 

10 

12 

12 

5 

(*)  In  questo  elenco  sono  comprese  anche  le  specie  della  precedente  raccolta  di  Archi  per  dare  un 
quadro  più  completo  della  zona. 


Ulteriore  segnalazione  dì  corallofaune  in  argille  pleistoceniche  37 


Ad  eccezione  di  Phyiiangia  mouchezii  che  allo  stato  attuale  delle  nostre 
conoscenze  non  è  mai  stata  citata  come  fossile,  tutte  le  specie  sono  note 
dal  Miocene,  Di  queste  Caryophyllia  smithii  è  ancora  vivente  nel  Mediter¬ 
raneo.  Tutta  la  corallofauna,  ad  eccezione  di  Keratoisis  peloritana  che  ap¬ 
partiene  agli  Ottocoralli,  è  costituita  da  specie  ahermatipiche  di  SderattinL 
Sono  stati  raccolti  305  esemplari  a  Croce  di  Valanidi,  126  a  Vito  Supe¬ 
riore  e  316  ad  Archi.  Da  questo  elenco  si  nota  che  la  maggior  parte  delle 
specie  è  comune  alle  tre  località,  Stephanocyathus  sp.  è  presente  solo  a  Vito 
Superiore  e  Madrepora  miocenica  è  stata  ritrovata  solo  nella  prima. raccolta 
effettuata  ad  Archi.  In  quest’ultima  località  sono  state  rinvenute  due  altre 
specie,  rispetto  alla  precedente  raccolta,  e  precisamente  Caryophyllia  smit¬ 
hii  e  Phyiiangia  mouchezii.  Le  specie  predominanti  sono  C.  communis  e  C, 
poìyedra  anche  se  tutte  sono  ben  rappresentate. 


Conclusioni 

Le  specie  Caryophyllia  communis ,  C.  poìyedra ,  Stephanocyathus  eiegans, 
S.  varìabilis ,  S.  zancleus ,  Stephanocyathus  sp.,  Conotrochus  typus ,  Javania 
sp.,  Flahellum  berta  ed  Enallopsammia  scillae  sono  paragonabili  a  specie 
attuali  di  ambiente  tipicamente  batiale,  mentre  C.  smithii  e  Phyiiangia 
mouchezii  vivono  attualmente  in  ambiente  circalitt orale. 

La  loro  presenza  in  associazioni  tipicamente  batiali  è  probabilmente 
da  attribuire  a  fenomeni  di  rimaneggiamento.  Tale  affermazione  può  essere 
avvalorata  anche  dalla  presenza  di  livelle tti  sabbiosi  intercalati  nelle  suc¬ 
cessioni  argillose  considerate. 

Benché  vi  siano  delle  lievi  differenze  nelle  faune  delle  tre  successioni, 
si  può  ritenere  che  esse  appartengano  ad  una  stessa  formazione.  Lo  studio 
particolareggiato  della  fauna  associata  potrà  avvalorare  o  meno  questa 
ipotesi. 


Descrizioni  paleontologiche 

Phyiiangia  mouchezii  (Lacaze-Duthiers)  (tav.  1,  figg.  6  e  7).  Sinonimia: 
vedi  Zibrowxus,  1980. 

Materiale  a  disposizione:  1  esemplare» 

Dimensioni:  La  colonia  misura  60  mm  di  altezza. 


38  Bianca  Placella 


Descrizione:  Coloniale,  incrostante  con  coralliti  corti  e  ravvicinati.  Il 
calice  profondo  e  circolare;  nel  maggiore  si  contano  48  setti  ricoperti  di 
dentelli;  quelli  dei  2  cicli  principali  sono  di  dimensioni  simili.  Nei  calici 
minori  si  riconoscono  soltanto  i  primi  due  cicli  di  setti.  La  columella,  di 
piccole  dimensioni,  occupa  la  parte  centrale  del  calice  ed  è  direttamente 
attaccata  ai  setti.  La  superficie  esterna  è  ricoperta  di  coste  ben  evidenti. 

Osservazioni:  P.  mouchezii  si  rinviene  nel  Mediterraneo  e  nell’Atlan¬ 
tico  ad  una  profondità  massima  di  — 100  metri  circa  (vedi  Zibrowius, 
1980).  Secondo  Zibrowius  questa  specie  non  è  mai  stata  segnalata  fossile. 


Caryophyllia  smithii  Stores  &  Broderip  (tav.  1,  figg.  3,  4  e  5).  Sinonimia: 

vedi  Zibrowius,  1980. 

Materiale  a  disposizione:  2  esemplari. 

Dimensioni:  L’esemplare  rinvenuto  ad  Archi  ha  gli  assi  che  misurano 
9  mm  e  7  mm  ed  è  alto  8  mm,  mentre  quello  rinvenuto  a  Croce  di  Valanidi 
ha  l’asse  maggiore  di  11  mm,  il  minore  di  8,5  mm  ed  è  alto  12  mm. 

Descrizione:  Corallo  solitario  con  forma  a  calice,  ellittico,  curvato 
secondo  l’asse  maggiore,  con  la  base  allargata.  Setti  ravvicinati  ed  un  po’ 
sporgenti  sul  bordo;  quelli  dei  primi  tre  cicli  sono  di  dimensioni  simili.  Pali 
presenti.  Sia  i  setti  che  i  pali  sono  ricoperti  di  granuli.  Columella  ben  svi¬ 
luppata  ed  allungata  secondo  l’asse  maggiore.  La  superficie  esterna  è  rico¬ 
perta  di  coste  ben  evidenti.  Nel  secondo  esemplare  (fig.  3)  a  circa  metà 
altezza  si  nota  una  strozzatura  dovuta  forse  ad  un  arresto  della  crescita. 
Questo  esemplare  inoltre  si  presenta  un  po’  rovinato. 

Osservazioni:  C.  smithii  vive  nel  Mediterraneo  e  nell’Atlantico  in 
ambiente  circalittorale  (vedi  Zibrowius,  1980). 


Stephanocyathus  sp.  (tav.  1,  figg.  1  e  2). 

Materiale  a  disposizione:  1  esemplare. 

Dimensioni:  Gli  assi  del  corallo  misurano  27,5  mm  il  maggiore  e 
25  mm  il  minore  e  l’altezza  è  di  11,5  mm. 

Descrizione:  Solitario,  quasi  circolare,  con  una  forma  a  scodella.  La 
base  d’attacco  è  costituita  da  un  peduncolo  che  sporge  dalla  parte  centrale 
inferiore  appiattita.  Si  contano  34  setti,  i  12  principali  sporgenti;  12  pali 
ben  sviluppati  e  ricoperti  di  granuli  evidenti.  La  columella  occupa  la  parte 
centrale  della  fossetta  calicinale.  La  superficie  esterna  è  ricoperta  da  coste 


Ulteriore  segnalazione  dì  coraiiofaune  in  argille  pleistoceniche  39 


corrispondenti  ai  setti  dei  cicli  principali.  L'esemplare  descritto  potrebbe 
rappresentare  una  nuova  specie  che  tuttavia  non  si  ritiene  opportuno  isti¬ 
tuire  disponendo  dì  un  unico  esemplare. 

Osservazioni:  L'habitat  di  Stephanocyathus  sp.  può  essere  paragonato  a 
quello  delle  altre  specie  del  genere  Stephanocyathus  che  attualmente 
vivono  in  acque  fredde  e  profonde  (— 1000  —2000  metri)  (vedi  Zibrowius, 
1980). 

Desidero  esprimere  i  miei  ringraziamenti  al  Dott.  H.  Zibrowius  della 
Stazione  Marina  d'Endoume-Marsiglia,  alla  Prof.  M.  Moncharmont  Zei  ed 
al  Prof.  A.  Russo  dell’Istituto  di  Paleontologia  di  Napoli  per  gli  utili  con¬ 
sigli  fornitimi  durante  la  stesura  del  manoscritto  e  per  la  lettura  critica  del 
testo. 

Ringrazio,  inoltre,  il  sig.  Bruno  Pastore  per  F accurata  esecuzione  dei 
disegni  e  delle  fotografie. 


BIBLIOGRAFIA 

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Catania).  Boll.  Malac.,  Milano,  15  (5-6),  pp.  85-156. 

Grasshoff  M  ,  1980  -  Isididae  aus  dem  Pliozan  und  Pleìstozàn  von  Sizilien  ( Cnidaria : 

Octocorallia).  Seekenberg.  leth.,  60  (4/6),  pp.  435-447. 

Guadagno  F.  M.,  Taddei  Ruggiero  E.,  De  Blasio  L  Flagella  B.,  e  Sgàrrrlla  F., 
1979  -  La  sezione  pleistocenica  di  Archi  (RC).  Boll  Soc.  Natur.  Napoli,  voi.  88, 
1979,  pp.  57-85. 

Flagella  B  .  1978  -  Nuove  osservazioni  sulla  corailofauna  delie  argille  pleistoceniche 
di  Archi  (RC).  Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  voi.  87,  1978,  pp.  221-251. 
Sequenza  G.,  1878/79  -  Le  formazioni  Terziarie  della  Provincia  di  Reggio  (Calabria). 

Mem.  R.  Acc.  Lincei,  6,  Roma,  pp.  1-46. 

Wells  J,  W.,  1956  -  Scleractinia .  In  Treatìse  on  Invertebrate  Paleontology .  F.  F328 
F444  R.C.  Moore,  Geol.  Soc.  Amen,  Lawrence,  U.S.A. 

Zibrowius  H.,  1980  -  Les  Sdéractinìares  de  la  Mediterranée  et  de  TAtlantique  nord- 
oriental  Mém.  Inst.  Océanogr.,  Monaco,  11,  pp.  1-284  (107  pi). 


TAVOLA  I 


Fig.  1.  —  Stephanocyathus  sp.  -  Veduta  dalla  parte  superiore  -  x  1,5. 

Fig.  2.  —  Stephanocyathus  sp.  -  Veduta  laterale  -  x  2,5. 

Fig.  3.  —  Catyophyllia  smithii  (Stokes  &  Broderip)  -  Esemplare  visto  dall’esterno  - 
x  5. 

Fig.  4.  —  Caryophyllia  smithii  (Stores  &  Broderip)  -  Altro  esemplare  visto 
dall’esterno  -  x  5. 

Fig.  5.  —  Caryophyllia  smithii  (Stores  &  Broderip)  -  Fossetta  calicinale  dello  stesso 

x  5. 

Fig.  6.  —  Phyllangia  mouchezii  (Lacaze-Duthiers)  -  particolare  di  un  calice  -  x  3. 

Fig.  7.  —  Phyllangia  mouchezii  (Lacaze-Duthiers)  -  Parte  esterna  della  colonia  - 

x  1,5. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1982  Bianca  Placella,  Ulteriore  segnala¬ 

zione  di  corallofaune,  ecc.  Tav.  I 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  91,  1982,  pp.  43-65,  fìgg.  4,  tab.  1 


La  falda  in  rete  dei  Monti  di  Venafro: 
ipotesi  di  captazione  e  prevedibili  ripercussioni 
sul  regime  idrologico  delle  sorgenti 

Nota  del  socio  Pietro  Celico  (*) 


(Tornata  del  29  gennaio  1982) 


Riassunto.  —  Nel  progetto  dell’acquedotto  della  Campania  occidentale  (Italia 
meridionale)  è  previsto  l’attraversamento  del  massiccio  carbonatico  di  M.  Sammucro 
con  una  galleria  lunga  19,36  Km  e  di  sezione  variabile  tra  20  e  45  mq. 

Essa  servirà  per  il  trasporto  di  6  mc/s  d’acqua  provenienti  dalle  sorgenti  di  Cas¬ 
sino  e  per  la  captazione  di  altri  3.5  mc/s  dalla  falda  che  alimenta  le  sorgenti  del  F. 
Peccia. 

La  falda  del  Feccia  sarà  captata  in  parte  a  gravità,  perché  i  primi  8  Km  circa  di 
galleria  attraversano  dolomie  acquifere  sotto  un  carico  piezometrico  che  può  supe¬ 
rare  le  10  atm.  In  parte  sarà  invece  captata  tramite  pozzi,  perché,  nel  tratto  succes¬ 
sivo,  la  superficie  piezometrica  si  trova  a  pochi  metri  di  profondità  rispetto  alla  base 
della  galleria. 

L’autore  ricostruisce  lo  schema  di  circolazione  della  falda  di  M.  Sammucro. 
Inoltre  stima  le  riserve  idrogeologiche  che  dovrebbero  essere  depauperate  per 
effetto  dello  scavo  e  i  volumi  d’acqua  che  dovrebbero  defluire  a  gravità,  in  galleria, 
nel  futuro  equilibrio  idrogeologico.  Infine,  valuta  i  quantitativi  d’acqua  che  dovreb¬ 
bero  essere  emunti  tramite  pozzi  (ubicati  nel  punto  in  cui  la  galleria  attraversa  una 
zona  di  drenaggio  preferenziale  della  falda)  ed  avanza  delle  ipotesi  circa  le  possibili 
ripercussioni  sul  regime  delle  sorgenti. 

Résumé.  —  Dans  le  pian  de  l’aqueduc  de  la  Campanie  occidentale  (Italie  du 
sud)  été  prévu  de  traverser  le  massif  calcaire  du  M*  Sammucro  avec  une  galerie  de 
19,36  Km  de  long  et  à  section  variable  entre  20  et  45  mq. 

Cette  dernière  servirà  au  transport  de  6  mc/s  d’eau  venante  des  sources  de  Cas¬ 
sino  et  à  capter  les  3,5  mc/s  de  la  nappe  qui  alimente  les  sources  du  fleuve  Peccia. 

La  nappe  du  Peccia  sera  captée  en  partie  par  gravité  puisque  environ  les  huit 
premiers  Km  de  la  galerie  traversent  des  dolomies  acquiferes  sous  une  charge  piézo- 
métrique  qui  peut  dépasser  les  10  atm. 

D’autre  part  l’eau  de  cette  nappe  sera  captée  gràce  à  des  puits,  piusque  dans  la 
partie  de  la  galerie  qui  suit  la  surface  piézométrique  se  trouve  à  peu  de  mètres  de 
profondeur  par  rapport  au  fond  mème  de  la  galerie. 


(*)  Cassa  per  il  Mezzogiorno  (Ripartizione  Progetti  Idrici  -  Progetto  Speciale  n.  29). 


44  Pietro  Celico 


L’auteur  reconstruit  le  schèma  de  la  circulation  de  la  nappe  de  base  du  Ml  Sam- 
mucro.  Il  évalue  aussi  les  réserves  hydrogéologiques  qui  devraient  ètre  appauvries 
en  conséquence  des  creusements  et  les  volumes  d’eau  qui  devraient  défluer  par 
gravité  dans  la  galerie,  une  fois  le  nouvel  équilibre  hydrogéologique  atteint. 

Enfin,  il  détermine  les  quantités  d’eau  qui  devraient  ètre  captées  gràce  aux 
puits  (construits  au  point  où  la  galerie  traverse  une  zone  de  dreinage  préférentielle 
de  la  nappe)  et  il  suppose  des  probables  répercussions  sur  le  régime  des  sources. 


1.  Premessa 

Nel  progetto  dell’acquedotto  della  Campania  occidentale,  eseguito  a 
cura  della  Cassa  per  il  Mezzogiorno  (Ripartizione  Progetti  Idrici  -  Div.  4),  è 
tra  l’altro  prevista  la  realizzazione  di  circa  48  Km  di  canali  in  galleria 
(fig.  1)  per  il  trasporto  di  oltre  10,5  mc/s  di  acqua  per  uso  potabile. 

Una  delle  gallerie,  lunga  più  di  19  Km  e  di  sezione  minima  pari  a  20 
mq,  attraverserà  il  massiccio  carbonatico  dei  Monti  di  Venafro  in  corri¬ 
spondenza  di  M.  Sammucro-M.  Cesima. 

Essa  servirà  per  il  trasporto  di  circa  6  mc/s  d’acqua  provenienti  dalle 
sorgenti  del  Gari  (Cassino)  e  per  la  captazione  di  altri  3,5  mc/s  dalla  falda 
che  alimenta  le  sorgenti  del  Peccia  (Rocca  d’Evandro). 

Nel  corso  della  presente  memoria  viene  descritta  una  delle  soluzioni 
ipotizzabili  per  la  captazione  della  suddetta  falda.  Inoltre,  in  base  alle 
conoscenze  acquisite  sulla  circolazione  idrica  sotterranea  dei  Monti  di 
Venafro  (Celico,  1976;  Celico-Stanganelli,  1976;  Celico,  1978/a; 
Celico,  1979)  e  sulla  scorta  delle  esperienze  maturate  durante  i  lavori  di 
costruzione  di  altre  gallerie  poste  in  situazioni  idrogeologiche  analoghe 
(Monjoie,  1975;  Celico  et  al,  1977;  Celico,  1978/b),  vengono  ragionevol¬ 
mente  previste  le  ripercussioni  che  il  tipo  di  captazione  proposto  potrà 
avere  sul  regime  idrologico  delle  sorgenti. 

Ringrazio  l’ing.  V.  Stanganelli  per  la  lettura  critica  del  manoscritto  e 
per  le  numerose  chiarificanti  discussioni. 


2.  Schema  idrogeologico  dei  Monti  di  Venafro 

In  fig.  2  è  stato  sintetizzato  lo  schema  di  circolazione  idrica  sotterra¬ 
nea  dei  Monti  di  Venafro,  definito  attraverso  gli  studi  precedentemente 
citati  e  tramite  le  indagini  eseguite  (paragrafo  3)  per  la  progettazione  della 
galleria  di  M.  Sammucro-M.  Cesima. 


La  falda  in  rete  dei  Monti  di  Venafro,  ecc.  45 


Depositi  detritici ,  alluvione 
li  e  piroclastici 


Lave  e  piroclastiti 

Arenarie  ,  argille  e  marne 

Massicci  carbonatici 

Sorgenti  principali 

Tracciato  del  tronco  principale 
dell  '  Acquedotto 

Tratti  in  galleria  (a  pelo  libero) 
Tratti  in  condotta  (in  pressione) 


I.  d 1  Ischia 


Fig.  1.  ---  Acquedotto  della  Campania  occidentale. 


46  Pietro  Ce  li  co 


Fio.  2.  —  Schema  idrogeologico  dei  monti  di  Venafro. 


La  falda  in  rete  dei  Monti  di  Venafro,  ecc.  47 


L’unità  idrogeologica,  i  cui  limiti  sono  ormai  noti  (fig.  2),  è  costituita 
essenzialmente  da  una  successione  calcarea  e  calcareo-dolomitica  (della 
potenza  massima  di  circa  500  600  m)  poggiante  stratigraficamente  su 

dolomie  triassiche,  il  cui  spessore  non  supera  i  700  m.  Il  tutto  è  tettonica- 
mente  accavallato  a  depositi  argilloso-marnoso-arenacei  (praticamente 
impermeabili)  appartenenti  al  «Flysch  di  Frosinone»  ed  alle  «Unità  Sici- 
lidi  ». 

La  parte  alta  della  serie,  permeabile  per  fratturazione  e  carsismo, 
affiora  estesamente  nell’area  centro-orientale  della  struttura;  invece  le 
dolomie,  complessivamente  meno  permeabili,  affiorano  lungo  la  fascia 
occidentale. 

La  falda  di  base  della  parte  di  massiccio  a  prevalente  componente 
dolomitica  trova  recapito  preferenziale  ad  ovest,  nelle  sorgenti  del  Feccia 
(  ~  5,2  mc/s;  —  30  m  s.l.m.)  e  nei  gruppi  sorgivi  del  Rio  Secco  e  del 
Rapido  (—1,8  mc/s;  100  200  m  s.l.m.). 

Lo  stesso  Peccia  trae  gran  parte  della  propria  alimentazione  dalla  parte 
nord-orientale  della  struttura.  Infatti  le  acque  di  falda,  parzialmente  tampo¬ 
nate  dall’innalzamento  delle  dolomie  (fig.  2),  traboccano  solo  in  parte  a 
Venafro  (Sorgente  S.  Bartolomeo:  —  1,3  mc/s;  —  175  m  s.l.m.)  ed  in  corrispon¬ 
denza  della  sorgente  Capodacqua  di  Pozzilli  (  —  0,5  mc/s;  —  207  m  s.l.m.). 

Il  complesso  dolomitico  frappone  il  maggiore  ostacolo  al  libero 
deflusso  delle  acque  verso  le  sorgenti  del  Peccia,  nelle  zone  di  disturbo  tet¬ 
tonico.  In  corrispondenza  di  esse,  infatti,  alla  minore  permeabilità  comples¬ 
siva  delle  dolomie  (dovuta  anche  all’assenza  di  un  marcato  attacco  carsico) 
si  aggiunge  la  presenza  di  ampie  fasce  cataclastiche  e  milonitizzate  dove  la 
roccia  assume  un  caratteristico  aspetto  farinoso;  in  corrispondenza  delle 
zone  di  accavallamento  tettonico,  inoltre,  sono  presenti  argille  strappate  al 
sub-strato  di  sovrascorrimento. 

Sul  ruolo  idrogeologico  esercitato  dalle  dolomie  triassiche  sono  state 
acquisite  prove  anche  nel  corso  delle  ultime  indagini  (paragrafo  3).  Ciò  ha 
consentito  di  avanzare  l’ipotesi  che  la  zona  di  Vallecupa,  dove  una  stretta 
fascia  calcarea  risulta  tettonicamente  delimitata  da  ampi  affioramenti  dolo¬ 
mitici,  possa  rappresentare  una  zona  di  drenaggio  preferenziale  per  le 
acque  che,  dalla  parte  nord-orientale  della  struttura,  defluiscono  verso  il 
Peccia  (fig.  2). 

3.  Risultati  delle  indagini  geognostiche 

Le  indagini  (consistenti  soprattutto  nello  scavo  di  cunicoli  e  nella  per¬ 
forazione  di  pozzi  e  piezometri)  sono  state  finalizzate  alla  verifica  del  com- 


48  Pietro  Ce  li  co 


portamento  idrogeologico  di  alcune  discontinuità  strutturali,  all’individua- 
zione  dei  livelli  di  falda  in  alcuni  punti-chiave  ed  alla  localizzazione  delle 
zone  di  drenaggio  preferenziale  eventualmente  esistenti  lungo  il  tracciato 
della  galleria. 


3.1.  /  cunicoli  di  S.  Vittore 

A  nord  di  S.  Vittore,  a  circa  1  Km  dall’abitato  (fig.  2),  sono  stati  scavati 
tre  cunicoli  di  lunghezza  variabile  tra  i  75  ed  i  120  m.  La  loro  sezione 
oscilla  tra  6  e  15  mq  circa;  le  quote  di  imbocco  sono  state  fissate  a  224,  230 
e  264  m  s.l.m. 

In  essi,  per  tutto  lo  sviluppo,  sono  state  rinvenute  dolomie  saccaroi- 
di  molto  tettonizzate,  dall’aspetto  spesso  farinoso  o  addirittura  pulveru- 
lento.  Nel  cunicolo  più  basso,  in  particolare,  lo  scavo  ha  messo  a  giorno 
alcuni  nuclei  di  argille  varicolori  strappati  al  sub-strato  di  sovrascorri- 
mento. 

Sempre  all’interno  dei  cunicoli  è  stata  riscontrata  una  scarsa  percola¬ 
zione  di  acqua,  in  accordo  con  la  presenza  di  limitati  incrementi  di  portata 
lungo  tutto  il  fosso  sottostante  (inciso  nel  complesso  dolomitico). 

Dal  punto  di  vista  strutturale  è  quindi  risultata  evidente  la  presenza 
del  sub-strato  di  sovrascorrimento  a  breve  profondità. 

Inoltre  è  emersa  l’esistenza  di  un’efficace  azione  di  tamponamento 
delle  dolomie  sulla  circolazione  idrica  sotterranea,  lungo  tutto  la  zona  di 
disturbo  tettonico.  Ciò  è  infatti  dimostrato  dalle  difficoltà  di  drenaggio 
riscontrate  in  cunicolo  e  nel  fosso,  nonostante  che  nel  vicino  sondaggio 
n.  1  (fig.  2)  il  livello  di  falda  sia  stato  rinvenuto  a  ben  307  m  s.l.m. 


3.2.  /  sondaggi  meccanici 

In  una  precedente  campagna  di  indagine  (Celico -Stan ganelli ,  1976), 
nella  zona  di  M.  Sammucro-M.  Cesima  sono  stati  eseguiti  alcuni  sondaggi 
meccanici  finalizzati  alla  verifica  delle  direzioni  preferenziali  di  deflusso 
della  falda. 

Nel  sondaggio  P,  ubicato  a  monte  della  sorgente  S.  Bartolomeo,  è  stato 
riscontrato  un  livello  piezometrico  (  ~  183  m  s.l.m.)  superiore  alla  quota  di 
sbocco  sorgivo  (  ~  175  m  s.l.m.). 


La  falda  in  rete  dei  Monti  di  Venafro ,  ecc.  49 


In  altri  sondaggi  (per  es.:  S9,  in  fìg.  2)  sono  stati  misurati  livelli  pie¬ 
zometrici  decrescenti  da  Venafro  verso  Vallecupa  (  —  157  m  s.l.m.,  nel 
pozzo  V). 

Ulteriori  sondaggi  ubicati  ai  margini  di  M.  Cesima  hanno  evidenziato 
(per  es.:  C14,  in  fìg.  2)  che  il  deflusso  preferenziale  della  falda  è  orientato 
verso  le  sorgenti  del  Peccia. 

Per  verificare  i  livelli  di  falda  nell’area  compresa  tra  San  Vittore  e  Val¬ 
lecupa,  la  precedente  campagna  di  indagine  è  stata  integrata  con  4  nuovi 
sondaggi  meccanici  (1,  2,  SP  e  V). 

Le  quote  piezometriche  riscontrate  (rispettivamente,  —  307,  ~  223, 
~  158  e  -  157  m  s.l.m.)  denunciano  anch’esse  l’esistenza  di  un  verso  di 
deflusso  delle  acque  orientato  preferenzialmente  verso  la  zona  di  Valle¬ 
cupa.  Bisogna  infatti  considerare  che  la  falda  non  può  defluire  direttamente 
verso  le  sorgenti  del  Peccia  perché,  a  monte  di  S.  Pietro  Infine,  è  tampo¬ 
nata  dall’innalzamento  del  substrato  impermeabile  (fìg.  3). 


3.3.  Le  prove  di  pompaggio 

Come  si  è  detto  in  precedenza,  dall’esame  dei  dati  strutturali,  dei  dati 
litologici  e  dall’andamento  dei  livelli  di  falda,  è  emerso  che  la  zona  di  Val¬ 
lecupa  può  rappresentare  un  punto  di  convergenza  di  gran  parte  delle 
acque  di  falda  dei  Monti  di  Venafro.  Pertanto,  soprattutto  per  verificare  la 
validità  di  questa  ipotesi,  sono  state  eseguite  delle  prove  di  pompaggio  su 
due  stazioni  di  prova  costituite  essenzialmente  da  un  pozzo  e  da  un  piezo- 
metro. 

Il  primo  pozzo  (SP),  ubicato  in  corrispondenza  del  sondaggio  omonimo 
(fìg.  2),  è  stato  perforato  in  dolomie.  Il  secondo  (V  in  fìg.  2)  è  stato  invece 
perforato  in  calcari. 

Dall’esame  dei  diagrammi  di  fìg.  4  e  dalla  Tab.  I  risulta  evidente  la  dif¬ 
ferenza  di  comportamento  esistente  tra  l’acquifero  calcareo  e  quello  dolo¬ 
mitico,  nei  riguardi  della  circolazione  idrica  di  base  del  massiccio. 

Ciò  ha  avvalorato  l’ipotesi  del  parziale  tamponamento  esercitato  dalle 
dolomie  sulla  circolazione  idrica  dei  calcari,  anche  in  assenza  di  dolo¬ 
mie  farinose.  Queste  ultime,  infatti,  non  sono  state  rinvenute  nel  pozzo  SP 
né  sono  visibili  sul  fronte  di  cava  ubicato  a  poca  distanza  dallo  stesso 
pozzo. 

Inoltre,  l’altissima  produttività  del  pozzo  V  (portata  specifica  =  —  0,068 
mq/s)  ha  confermato  che  la  zona  di  Vallecupa  può  obiettivamente  essere 
considerata  un  punto  di  drenaggio  preferenziale  della  falda. 


(SEZIONI  GEOLOGICHE) 


50  Pietro  Celico 


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Fig.  3.  -  Galleria  di  M.  Sammucro-M.  Cesima. 


La  falda  in  rete  dei  Monti  di  Venafro,  ecc .  51 


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distanza  dal  pozzo:  28,5  m 
profondità:  160  m  3°  0,035 


52  Pietro  Celico 


4.  Possibilità  di  captazione  delle  acque 

La  galleria  di  valico  di  M.  Sammucro-M.  Cesima,  tra  S.  Vittore  e  Pre¬ 
servano,  sarà  realizzata  a  quote  variabili  tra  i  162  ed  i  157  m  s.l.m.;  nella 
zona  di  Vallecupa  la  quota  è  di  circa  160  m  s.l.m. 

Sulla  base  di  quanto  è  emerso  dalla  ricostruzione  dello  schema  di  cir¬ 
colazione  idrica  sotterranea  dei  Monti  di  Venafro  e  sulla  base  dei  risultati 
delle  ultime  indagini  geognostiche,  risulta  evidente  che  parte  delle  acque 


La  falda  in  rete  dei  Monti  di  Venafro,  ecc.  53 


che  alimentano  le  sorgenti  del  Feccia  può  essere  captata  in  galleria.  Infatti 
quest’ultima  sarà  ubicata,  per  il  primo  tratto,  in  falda  e,  per  il  secondo 
tratto,  solo  qualche  metro  più  in  alto  del  livello  piezometrico  (fig.  3). 


4.1.  Captazione  delle  acque  per  gravità 

Nel  tratto  di  galleria  compreso  tra  S.  Vittore  e  Vallecupa,  la  captazione 
delle  acque  può  avvenire  per  gravità  (fig.  3). 

Le  portate  mediamente  emungibili  ed  i  volumi  d’acqua  che  andranno 
necessariamente  a  scarico  per  effetto  dell’abbassamento  (sia  pure  limitato) 
del  livello  piezometrico,  sono  stati  calcolati  in  base  ad  alcune  ipotesi  di 
partenza  formulate  sulla  scorta  degli  elementi  attualmente  disponibili  e 
delle  esperienze  maturate,  come  già  detto,  in  situazioni  idrogeologiche  ana¬ 
loghe. 


4.1.1.  Ipotesi  di  base 

Le  ipotesi  su  cui  è  stata  basata  la  valutazione  delle  portate  emungibili 
sono  le  seguenti: 

1)  Lo  «spartiacque  sotterraneo»  a-a'  (fig .  2)  rappresenta  un  limite  oltre 

il  quale  la  perturbazione  indotta  in  falda,  dallo  scavo  della  galleria,  dovrebbe 
essere  pressocché  nulla  o  trascurabile. 

L’ipotesi  è  avvalorata  dal  fatto  che  le  dolomie,  lungo  detto  allinea¬ 
mento,  affiorano  a  quote  generalmente  comprese  tra  i  900  ed  i  1100  m 
s.l.m.  Poiché  il  loro  spessore  non  dovrebbe  superare  i  700  m,  ne  deriva  che 
il  substrato  di  sovrascorrimento  del  massiccio  dovrebbe  trovarsi  quasi 
sempre  a  quota  alta. 

Se  a  ciò  si  aggiunge  che  lo  «  spartiacque  »  coincide  con  una  importante 
direttrice  tettonica  lungo  la  quale  le  dolomie  si  rinvengono  quasi  sempre 
allo  stato  farinoso,  risulta  chiara  l’efficacia  dell’azione  di  sbarramento  che 
esso  può  esercitare  sulla  circolazione  idrica  di  base. 

2)  Il  margine  sud-occidentale  di  M.  Sammucro,  lungo  V allineamento  S. 
Vittore -S.  Pietro  Infine,  è  un  limite  oltre  il  quale  la  perturbazione  indotta 
sulla  circolazione  idrica  sotterranea  dovrebbe  essere  nulla. 

Tale  ipotesi  trova  conferma  nell’assetto  strutturale  del  massiccio  il 
quale  è  tamponato,  lateralmente  e  sul  fondo,  dalle  argille  del  substrato  di 
sovrascorrimento  (fig.  3). 


54  Pietro  Celico 


3)  //  limite  sud-occidentale  dell'area  di  alimentazione  delle  sorgenti  di 

Venafro  fP>P',  in  fig.  2)  rappresenta  un  confine  oltre  il  quale  la  già  menzio¬ 
nata  perturbazione  non  dovrebbe  propagarsi. 

Infatti  Pallineamento  è  marcato  da  affioramenti  dolomitici  che,  tra 
Viticuso  ed  Acquafondata  (fig.  2),  superano  i  1100  m  s.l.m. 

Si  tratta  di  un  ostacolo  che  attualmente  consente  alla  falda  di  traboc¬ 
care  parzialmente  (circa  1,8  mc/s)  in  corrispondenza  delle  sorgenti  della 
Piana  di  Venafro,  mentre  le  rimanenti  aliquote  d’acqua  continuano  il  loro 
deflusso  verso  il  Peccia. 

Per  quest’ultimo  motivo,  evidenti  ragioni  di  sicurezza  hanno  consi¬ 
gliato  di  valutare  quale  potrebbe  essere  1’influenza  delle  captazioni  in  gal¬ 
leria  sul  bacino  di  alimentazione  della  sorgente  S.  Bartolomeo,  nell’ipotesi 
cautelativa  che  il  suddetto  ostacolo  sia  inesistente  (paragrafo  5.2). 

4)  Il  tratto  di  galleria  drenante  (L)  è  lungo  circa  6  Km. 

La  lunghezza  del  tratto  drenante  (fig.  3)  è  stata  calcolata  considerando 
innanzitutto  che  per  qualche  centinaio  di  metri  dopo  il  contatto  argille- 
dolomie,  nei  pressi  di  S.  Vittore  (fig.  3),  l’afflusso  di  acqua  in  galleria 
debba  essere  trascurabile  per  la  presenza  di  dolomie  farinose  e  «trucioli» 
di  argille  varicolori  (paragrafo  3.1). 

È  stato  inoltre  considerato  che  tra  i  periodi  di  magra  e  quelli  di  piena 
la  falda  possa  avere  oscillazioni  massime  valutabili  intorno  ai  6  ~  7  m,  così 
come  è  stato  riscontrato  in  alcuni  piezometri  tenuti  sotto  osservazione  da 
aprile  ’76  a  maggio  ’77. 

Pertanto,  in  base  alla  pendenza  piezometrica  media  riscontrata  lungo 
le  direttrici  individuate  dai  fori  1-3  e  2-3  (i  =  0,015;  vedi  il  successivo 
punto  6),  è  stato  previsto  che  il  tratto  drenante  possa  avere,  in  magra,  un 
ulteriore  accorciamento  di  circa  300  m  dal  solo  lato  di  Vallecupa. 

5)  Il  tratto  di  galleria  drenante  (L)  capta  le  acque  della  sola  area  (A) 
indicata  in  fig.  2. 

L’ipotesi,  verificata  nei  paragrafi  successivi,  è  da  ritenere  valida  perché 
l’alimentazione  proveniente  da  nord-est  (lungo  la  porzione  nord-occiden¬ 
tale  della  direttrice  p-p')  dovrebbe  essere  compensata  dalle  uscite  lungo  la 
spezzata  y-y'.  Infatti  i  tratti  di  acquifero  interessati  dai  travasi  hanno 

sostanzialmente  la  stessa  lunghezza  e  le  stesse  caratteristiche  idrogeolo¬ 
giche  l. 

1  La  falda  defluisce  quasi  esclusivamente  in  dolomie  perché  lo  spessore  della 

copertura  calcarea  è  limitato. 


La  falda  in  rete  dei  Monti  di  Venafro,  ecc.  55 


È  importante  sottolineare  che  il  limite  y-y'  dell’area  summenzionata  è 
stato  tracciato  in  base  a  valutazioni  sull’assetto  idrostrutturale  locale  (innal¬ 
zamento  di  dolomie,  presenza  di  faglie,  giacitura  del  contatto  dolomie-cal¬ 
cari,  ecc.)  ed  in  base  alla  considerazione  che  le  acque,  a  parità  di  quota  di 
recapito  (vedi  le  quote  della  galleria  e  le  quote  piezometriche  nei  fori  S9  e 
V),  dovrebbero  defluire  preferenzialmente  verso  il  punto  più  vicino.  Detto 
punto,  per  le  acque  dell’area  posta  a  SE  di  y-y',  dovrebbe  essere  rappresen¬ 
tato  dalla  direttrice  Venafro-Vallecupa. 

6)  La  pendenza  piezometrica  media  (i)  della  falda ,  nell’area  A,  è  pari 

all’Ufo . 

Detta  pendenza  nasce  dalla  media  dei  gradienti  misurati  tra  i  fori  1-V 
(2,0%),  2-V  (1,0%)  e  P-V  (0,5%).  Non  è  stato  invece  considerato  il  gradiente 
esistente  tra  i  fori  1  e  2  (5,6%)  perché,  contrariamente  alle  precedenti  diret¬ 
trici,  questa  non  si  trova  lungo  i  presumibili  assi  di  deflusso  preferenziale 
della  falda  (fig.  2). 

7)  La  trasmissività  media  (T)  dell’acquifero  saturo  dell’area  A  è  pari  a 
1,4  ■  10~2  m2/s. 

Detto  valore  è  quello  calcolato  con  la  prova  di  pompaggio  eseguita  nel 
pozzo  SP  ubicato  nelle  dolomie,  di  cui  è  costituito  preferenzialmente  l’ac¬ 
quifero  saturo  dell’area  A  (vedi  precedente  nota  a  pie’  di  pagina). 

In  considerazione  della  presenza  a  breve  distanza  di  una  zona  di  dre¬ 
naggio  preferenziale  della  falda,  probabilmente  detto  valore  è  sopravvalu¬ 
tato  rispetto  a  quello  reale  medio.  Ciò  dovrebbe  consentire  una  valutazione 
prudenziale  dell’influenza  che  il  dreno  operato  dalla  galleria  ha  sul  bacino 
di  alimentazione  della  sorgente  S.  Bartolomeo  (Venafro);  inoltre  dovrebbe 
portare  ad  una  valutazione  delle  portate  emungibili  a  gravità  in  galleria  (Q) 
superiore  a  quella  che  potrà  essere  in  realtà. 

8)  Il  coefficiente  di  immagazzinamento  (PJ  dell’acquifero  saturo  del¬ 
l’area  A  è  pari  al  2,6%. 

Detto  valore  è  stato  considerato  uguale  a  quello  dei  monti  dolomitici 
di  Salerno  (Celico  et  al.,  1977),  il  cui  calcolo  è  stato  eseguito  con  una 
metodologia  che  tiene  conto  di  tutti  i  fattori  che  condizionano  la  porosità 
efficace  di  un  intero  massiccio. 

9)  Alla  falda  dell’area  A  è  applicabile  la  legge  di  Darcy. 

L’ipotesi  è  valida  perché  trova  riscontro  in  controlli  eseguiti  in  altri 
massicci  carbonatici  dell’ Appennino  centro-meridionale  (Celico,  1981/a  e 
1981/b). 


56  Pietro  Celico 


4.1.2.  Calcolo  della  portata  (Q)  potenzialmente  emungibile  per  gravità 

In  base  alle  ipotesi  e  ai  dati  riportati  nel  precedente  paragrafo,  la  por¬ 
tata  Q  mediamente  emungibile  in  galleria  può  essere  valutata  in: 

Q  =  T  •  L  •  i  =  —  1,0  mc/s 

essendo: 

T  =  1,4  .  IO"2  m2/s 
L=  6000  m 

i  -  0,012. 

Al  fine  di  verificare  la  validità  dell’ordine  di  grandezza  di  Q,  è  stata 
calcolata  la  potenzialità  globale  media  (Ip)  dell’area  A  (  —  50  Kmq)  indicata 
come  futuro  bacino  di  alimentazione  della  galleria  di  M.  Sammucro. 

Poiché  la  potenzialità  unitaria  del  massiccio  dei  Monti  di  Venafro  è  di 
circa  0,025  mc/s  •  Kmq  (Celico-Stanganelli,  1976;  Celico,  1982),  si 
ottiene: 


Ip  =  50  Kmq  •  0,025  mc/s  •  Kmq  =  ~  1,2  mc/s 

Dal  confronto  tra  i  due  risultati  si  ha  una  prova  indiretta  della  validità 
delle  ipotesi  formulate  nel  precedente  paragrafo  4.1.1.  In  particolare 
sembra  trovare  una  prima  conferma  l’ipotesi  che  il  drenaggio  della  galleria 
non  debba  influenzare  l’equilibrio  delle  sorgenti  della  Piana  di  Venafro  (S. 
Bartolomeo  e  Capo  d’Acqua). 


4.2.  Captazione  delle  acque  tramite  pozzi 

La  potenzialità  globale  della  falda  ubicata  a  N  di  Vallecupa  può  essere 
valutata  in  circa  3,9  mc/s,  essendo  pari  a  —  155  Kmq  l’estensione  del 
bacino  posto  a  NE  della  direttrice  p-p'  e  a  SE  di  y-y'. 

La  portata  che  confluisce  verso  il  dreno  di  Vallecupa  e: 

Q  =  3,9  mc/s  —  1,8  mc/s  =  —  2,1  mc/s 

essendo  pari  a  1,8  mc/s  la  portata  media  delle  sorgenti  S.  Bartolomeo  e 
Capo  d’Acqua. 

La  portata  di  —  2,1  mc/s  potrà  essere  intercettata  nella  già  menzionata 
zona  di  drenaggio  preferenziale  tramite  pozzi  ubicati  all’interno  della  stessa 


La  falda  in  rete  dei  Monti  di  Venafro,  ecc.  57 


galleria  di  trasporto.  Il  sollevamento  delle  acque  sarà  di  appena  qualche 
metro  (fig.  3). 

In  pratica  la  portata  emungibile  sarà  maggiore  perché  essa  è  stata  pru¬ 
denzialmente  sottostimata;  infatti  è  stata  calcolata  in  base  alla  resa  unitaria 
media  dell’intera  unità  idrogeologica,  senza  tener  conto  che  nell’area  consi¬ 
derata  l’infiltrazione  potenziale  è  superiore  alla  media  per  la  preponderante 
presenza  di  litotipi  calcarei  in  affioramento.  C’è  inoltre  da  considerare  che 
l’emungimento  tramite  pozzi  farà  confluire  verso  la  zona  di  Vallecupa 
anche  acque  provenienti  dal  massiccio  di  M,  Cesima,  posto  più  a  sud. 
Bisogna  infine  aggiungere  altri  0.2  mc/s,  pari  alla  differenza  tra  la  potenzia¬ 
lità  dell’area  A  (1,2  mc/s)  e  le  portate  che  sono  state  considerate  captabili 
per  gravità  (1,0  mc/s)  (vedi  paragrafo  precedente). 

Ulteriori  quantitativi  d’acqua  possono  essere  captati,  sempre  tramite 
pozzi  perforati  dall’interno  della  galleria  di  trasporto,  nel  tratto  di  acquifero 
compreso  tra  Vallecupa  e  Presenzano.  La  portata  emungibile  può  essere 
valutata  in  circa  0,4  mc/s  ammettendo,  per  prudenza,  che  sia  captabile  sol¬ 
tanto  la  falda  della  fascia  calcarea  nord-orientale  della  struttura  del  M. 
Cesima  (fig.  2). 

In  conclusione  si  può  prevedere  di  captare,  tramite  pozzi,  una  portata 
minima  complessiva  di  2,7  mc/s. 


4.3.  Alcune  considerazioni  sulle  captazioni 

A  fronte  di  una  disponibilità  idrica  complessiva  di  3,7  mc/s  (in  corri¬ 
spondenza  della  galleria),  la  richiesta  di  acqua  per  l’acquedotto  è  di  3,5 
mc/s.  Quest’ultima  portata  può  quindi  essere  captata  in  parte  a  gravità 
(-1,0  mc/s)  ed  in  parte  per  sollevamento  tramite  pozzi  (  —  2,5  mc/s). 

Bisogna  però  considerare  che  i  quantitativi  d’acqua  che  si  prevede  di 
captare  per  gravità  non  sono  sempre  disponibili,  perché  soggetti  ad  escur¬ 
sioni  stagionali. 

Per  valutare  tali  escursioni  si  è  fatta  l’ipotesi  (in  accordo  con  la  legge 

di  Darcy)  che  la  falda  debba  avere  lo  stesso  regime  delle  sorgenti  del  Fec¬ 
cia,  di  cui  è  tributaria.  Pertanto  le  portate  minime  in  galleria  dovrebbero 
avere,  rispetto  alla  media,  uno  scarto  percentuale  pari  a  quello  sorgivo 
(  -  15%). 

Le  portate  minime  dovrebbero  quindi  oscillare,  mediamente,  intorno  a 
valori  prossimi  a  0,85  mc/s. 

Ai  fini  del  dimensionamento  delle  opere  ciò  significa  che  dai  pozzi 
bisogna  poter  emungere  almeno  una  portata  di  2,65  mc/s,  pari  alla  diffe- 


58  Pietro  Ce  li  co 


renza  tra  i  fabbisogni  (3,5  mc/s)  e  le  portate  di  magra.  È  evidente  che  per 
sopperire  anche  alle  magre  eccezionali,  la  potenzialità  del  campo-pozzi 
dovrà  essere  ulteriormente  aumentata. 

Se  si  prevede  di  voler  emungere  una  portata  massima  di  3,0  mc/s,  si 
potrà  far  fronte  con  la  perforazione  di  n.  20  pozzi  (di  portata  pari  a  0,15 
mc/s  cadauno)  posti  ad  una  distanza  non  inferiore  agli  80  m  (vedi  raggio  fittizio 
del  pozzo  V  in  Tab.  I).  L’abbassamento  massimo  della  piezometrica,  in  corri¬ 
spondenza  del  campo-pozzi,  dovrebbe  essere  di  2,2  m  circa  (fig.  4;  Tab.  I). 


5.  Influenza  delle  captazioni  sull’attuale  equilibrio  idrogeologico 

È  evidente  che  la  captazione  delle  acque  in  punti  diversi  da  quelli  di 
recapito  naturale  debba  indurre  delle  variazioni  nell’attuale  equilibrio  idro¬ 
geologico  dei  Monti  di  Venafro. 

Il  problema,  attentamente  valutato,  viene  qui  di  seguito  trattato  nei 
suoi  vari  aspetti. 


5 A. Influenza  sul  regime  delle  sorgenti  del  F.  Rapido 

Sulla  base  di  quanto  esposto  in  precedenza  (paragrafo  4.1.1,  punto  1) 
circa  le  caratteristiche  idrogeologiche  dello  «spartiacque»  a-a',  il  bacino 
delle  sorgenti  del  Rapido  non  dovrebbe  risentire  del  drenaggio  operato  né 
dalla  galleria  né  dai  pozzi. 

Dette  opere,  d’altro  canto,  si  trovano  ad  una  distanza  media  dalle  sca¬ 
turigini  di  oltre  15  Km  e  ad  una  quota  (fìg.  3)  pressocché  coincidente  con 
quella  media  del  gruppo  sorgivo.  Le  sorgenti,  infatti,  sono  dislocate  lungo 
il  corso  del  Rapido  a  quote  variabili  tra  i  100  ed  i  200  m  s.l.m. 

Non  è  quindi  ipotizzabile  alcuna  diminuzione  della  portata  sorgiva  per 
effetto  del  drenaggio  di  falda  legato  alla  costruzione  delle  opere  in  progetto. 

È  comunque  evidente  che  le  considerazioni  fatte  nel  successivo  para¬ 
grafo  5.2  per  le  sorgenti  di  Venafro  sono  estrapolagli  anche  a  quelle  del 
Rapido. 


5.2.  Influenza  sul  regime  delle  sorgenti  S.  Bartolomeo 

Già  dal  confronto  tra  la  potenzialità  idrica  dell’area  A  e  la  portata 
media  emungibile  in  galleria  (paragrafo  4.1.2)  è  risultato  evidente  che  l’in¬ 
fluenza  della  galleria  non  dovrebbe  superare  l’allineamento  p-p'. 


La  falda  in  rete  dei  Monti  di  Venafro,  ecc.  59 


Al  fine  di  avere  ulteriori  conferme  circa  la  validità  questa  ipotesi,  si  è 
ritenuto  opportuno  eseguire  altre  verifiche  con  la  seguente  metodologia: 

—  Si  è  supposto  che  l’azione  drenante  della  galleria  ~  1  mc/s  in  6000 
m  di  lunghezza)  corrisponda  al  drenaggio  che  opererebbero  n.  40  pozzi  dai 
quali  si  emungono  0,025  mc/s  (portata  coincidente  con  quella  di  esercizio 
del  pozzo  SP,  perforato  in  dolomie  (Tab.  I)2. 

—  È  stata  poi  calcolata  (con  la  formula  di  Theis)  la  depressione  (A) 
che  dovrebbe  aversi  in  falda,  nel  punto  y\  a  causa  del  drenaggio  della  gal¬ 
leria: 


A  - 


0,183  .  Qp 

T 


log 


2,25  •  T  .  t 
X2  -  Pe 


0,01  m 


essendo: 

Qp  =  0,025  mc/s  =  portata  dei  pozzi. 

T  —  1,4  *  IO-2  m2/s  =  trasmissività  media  dell’acquifero  (paragrafo 
4.1.1;  punto  7); 

t  =  31.536.000  s  =  tempo  di  propagazione  della  perturbazione  indotta 
in  falda  (si  è  supposto,  per  prudenza,  che  essa  possa  propagarsi 
indisturbata  per  un  intero  anno  di  magra  eccezionale  in  cui  la 
ricarica  dell’acquifero  sia  nulla  o  trascurabile). 

X  -----  6000  m  =  distanza  minima  tra  la  galleria  ed  il  punto  y' 
(quest’ultimo  è  il  punto,  più  vicino  alla  galleria,  comune  anche 
al  bacino  della  sorgente  di  S.  Bartolomeo). 

Pe  =  0,026  =  coefficiente  di  immagazzinamento  dell’acquifero  (para¬ 
grafo  4.1.1,  punto  8). 

Come  si  può  osservare,  l’influenza  lungo  il  limite  p-p7  risulta  trascura¬ 
bile  nonostante  la  depressione  sia  stata  calcolata  ponendo  condizioni  limite 
di  estrema  prudenza,  diffìcilmente  riscontrabili  in  realtà. 

Analogamente  è  stata  verificata  l’influenza  dei  pozzi  di  Vallecupa  sul 
regime  della  sorgente  S.  Bartolomeo  (Venafro).  La  depressione  (A)  che 


2  In  tal  caso  ogni  pozzo,  poiché  sostituisce  un  tratto  di  galleria  lungo  150  m, 
avrebbe  un  raggio  d’azione  di  75  m  (coincidente  con  il  valore  del  raggio  fittizio  cal¬ 
colato  per  il  pozzo  SP,  in  Tab.  I). 


60  Pietro  Ce  li  co 


potrà  essere  indotta  in  falda  nei  pressi  delle  scaturigini  è  risultata  anche  in 
questo  caso  trascurabile: 


A  - 


0,183  •  Qv 
T 


2,25  •  T  •  t 


0,13  m 


essendo: 

Qv  =  0,15  mc/s  =  portata  del  singolo  pozzo. 

T  =  2,8  •  IO-1  rn2/s  =  trasmissività  media  dell’acquifero  (poiché 
lungo  la  direttrice  Venafro-Vallecupa  le  acque  defluiscono  per 
metà  percorso  in  dolomie  e  per  metà  in  calcari,  è  stata  fatta  la 
media  tra  le  trasmissività  calcolate  nei  pozzi  SP  e  V:  vedi 
Tab.  I). 

t  =  31.536.000  s  =  tempo  di  propagazione  della  perturbazione 
indotta  in  falda  (valgono  le  stesse  considerazioni  fatte  in  prece¬ 
denza). 

X  =  5000  m  --  distanza  minima  tra  il  campo  pozzi  di  Vallecupa  e  la 
sorgente  S.  Bartolomeo. 

Pe  =  0,033  =  coefficiente  di  immagazzinamento  dell’acquifero  (poi¬ 
ché  le  acque  defluiscono  per  metà  percorso  in  dolomie  e  per 
metà  in  calcari,  è  stata  fatta  la  media  tra  il  coefficiente 
Pe  =  0,026  indicato  in  precedenza  per  le  dolomie  e  quello  cal¬ 
colato  per  l’intero  acquifero,  prevalentemente  calcareo,  dei  M. 
Lepini)  (Pe  =  0,04  in  Celico,  1981/a). 

Prima  di  concludere  è  necessario  sottolineare  che,  in  entrambi  i  cal¬ 
coli,  non  si  è  tenuto  conto  che  la  perturbazione  viaggia  da  SW  verso  NE  e, 
quindi,  in  senso  contrario  al  verso  preferenziale  di  flusso  della  falda.  Per¬ 
tanto,  per  effetto  della  continua  alimentazione  proveniente  da  NE,  essa 
sarà  sempre  complessivamente  inferiore  a  quella  indicata. 


5.3.  Influenza  sul  regime  delle  sorgenti  del  Peccia 

Si  è  visto  in  precedenza  che  le  sorgenti  del  Rapido  e  di  Venafro  non 
possono  subire  decrementi  di  portata  per  effetto  della  captazione  di  3,5 
mc/s  d’acqua  lungo  il  tracciato  della  galleria  di  M.  Sammucro-M.  Cesima. 
Detto  quantitativo,  infatti,  rientra  nel  bilancio  globale  delle  acque  che 
defluiscono  all’esterno  dei  bacini  di  alimentazione  di  dette  scaturigini; 


La  falda  in  rete  dei  Monti  di  Venafro ,  ecc.  61 


inoltre  il  punto  di  prelievo  è  a  distanza  di  sicurezza  rispetto  agli  stessi 
bacini. 

L'unica  sorgente  basale  che  verrà  influenzata  in  modo  marcato  è, 
quindi,  quella  del  Feccia.  Infatti  la  sua  portata  media  dovrebbe  ridursi  a 
circa  1,7  mc/s. 

Questo,  d'altro  canto,  è  l’obiettivo  della  captazione.  Infatti  detta  por¬ 
tata  avrebbe  dovuto  essere  prelevata  direttamente  alle  sorgenti,  con  un 
maggiore  onere  economico  dovuto  alla  costruzione  di  almeno  6  Km  di  con¬ 
dotte  adduttrici  ed  alla  necessità  di  sollevare  3,5  mc/s  d’acqua  per  circa  130  m. 


5.4.  influenza  sulle  pìccole  sorgenti 

La  galleria  di  M.  Sammucro-M.  Cesima  e  la  falda  dei  Monti  di 
Venafro  (fìg.  3)  si  trovano,  rispettivamente,  ad  una  profondità  media  di  330 
e  310  m  circa  dal  piano  campagna.  Pertanto,  di  norma,  le  piccole  sorgenti 
legate  ad  eventuali  falde  superficiali  non  possono  essere  interessate  dal 
drenaggio  delle  opere  di  captazione. 

Solo  le  acque  delle  scaturigini  ubicate  nei  pressi  di  S.  Vittore  dovreb¬ 
bero  subire  un  abbassamento  di  quota.  Comunque,  trattandosi  di  pochi 
litri  al  secondo,  non  sarà  difficile  trovare  una  soluzione  alternativa  per-  l’ali¬ 
mentazione  degli  acquedotti  locali  che  da  esse  hanno  origine. 


6.  Calcolo  delle  riserve  idriche  potenzialmente  depauperabili 

L’abbassamento  della  piezometrica  lungo  il  tratto  di  galleria  drenante 
compreso  tra  S.  Vittore  e  M.  Sammucro  comporterà  la  perdita  di  un  certo 
volume  dì  acqua  attualmente  immagazzinato  nell’acquifero. 

Il  calcolo  delle  riserve  idriche  (V),  che  potranno  essere  presumibil¬ 
mente  liberate  prima  del  raggiungimento  del  nuovo  equilibrio  idrogeolo¬ 
gico,  è  stato  eseguito  ammettendo  che  lo  svuotamento  debba  interessare  la 
falda  dell’area  A  (fìg.  2), 

L’ipotesi  è  basata  sull’esperienza  vissuta  nei  Monti  di  Salerno  (Celicq 
et  al,  1977)  e  su  quanto  è  stato  già  esposto  in  merito  allo  schema  di  circo¬ 
lazione  idrica  sotterranea,  con  particolare  riferimento  alle  difficoltà  di 
deflusso  esistenti  lungo  lo  «spartiacque»  a-af  e  lungo  la  direttrice  S.  Vit¬ 
tore  -S.  Pietro  Infine. 

Poiché,  per  ovvi  motivi,  non  è  possibile  prevedere  nei  particolari  come 
la  piezometrica  si  disporrà  all’interno  dell’acquifero,  anche  in  questo  caso 


62  Pietro  Celìco 


si  è  preferito  fare  un'ipotesi  più  semplice  rispetto  a  quella  che  potrebbe 
essere  la  realtà,  ma  ugualmente  valida  per  un  calcolo  realistico  del  volume 
di  acquifero  che  dovrebbe  svuotarsi. 

Infatti,  si  è  ammesso  che  lungo  l’asse  della  galleria  si  abbia  l’abbassa¬ 
mento  piezometrico  massimo  (50  m  circa,  in  media)  (fig.  3)  e  che  questo 
vada  gradualmente  annullandosi  man  mano  che  ci  si  avvicina  ai  margini 
dell’area  A,  dove  si  trovano  i  maggiori  ostacoli  al  libero  deflusso  della 
falda.  Ne  dovrebbe  risultare  un  abbassamento  medio  generalizzato  del 
livello  di  falda  pari  a  circa  25  m  (h)  per  un’area  di  circa  50  Kmq  (A). 

Il  volume  di  acqua  potenzialmente  depauperabile  (V)  dovrebbe  per¬ 
tanto  essere  uguale  a: 

V  =  A  •  h  •  Pe  =  ~  32  •  IO6  me 

essendo  Pe  (0,026)  il  coefficiente  di  immagazzinamento  dell’acquifero 
dolomitico  (paragrafo  4.1.1,  punto  8)  nel  quale  circola  preferenzialmente  la 
falda. 

Tutto  ciò  dovrebbe  influenzare  soprattutto  le  sorgenti  del  Feccia 
appiattendone,  entro  certi  limiti,  le  punte  di  portata  e,  quindi,  miglioran¬ 
done  il  regime. 

Bisogna  infatti  considerare  che  la  potenzialità  globale  media  annua  del 
bacino  rimarrà  immutata  perché  è  legata  all’infiltrazione  efficace  e  non 
all’altezza  piezometrica. 

La  minore  altezza  media  di  quest’ultima  dovrebbe  incidere,  invece, 
sulla  distribuzione  delle  portate  nel  corso  dell’anno.  Basti  considerare  che 
aumentano  i  tempi  di  percolazione  delle  acque  in  falda  e  che  queste  giun¬ 
gono,  poi,  su  una  superfìcie  piezometrica  posta,  mediamente,  a  quota  più 
bassa  di  quella  attuale.  Ne  deriva,  per  la  legge  di  Darcy,  una  diversa 
risposta  delle  sorgenti  che  si  traduce  in  una  migliore  distribuzione  delle 
portate  tra  periodi  di  magra  e  di  piena. 

Il  fenomeno,  d’altro  canto,  è  stato  già  verificato  nei  monti  di  Salerno, 
in  una  situazione  idrogeologica  analoga. 


6.  Conclusioni 

Le  indagini  idrogeologiche  eseguite  sui  monti  di  Venafro  hanno 
consentito  di  accertare  che  è  possibile  intercettare,  attraverso  la  galleria  di 
M.  Sammucro-M.  Cesima  (dell’acquedotto  della  Campania  occidentale),  la 
falda  che  attualmente  defluisce  verso  le  sorgenti  del  Peccia. 


La  falda  in  rete  dei  Monti  di  Venafro,  ecc.  63 


La  portata  necessaria  all’acquedotto  (3,5  mc/s)  potrà  essere  captata  in 
parte  a  gravità  (l’ordine  dì  grandezza  delle  portate  è  stato  valutato  in  circa 
1  mc/s)  ed  in  parte  tramite  pozzi  da  ubicare  all* interno  della  stessa  galleria. 
Si  avrà  così  il  vantaggio  di  evitare  la  costruzione  di  oltre  6  Km  dì  condotte 
adduttrici  e  di  risparmiare  circa  130  m  di  sollevamento.  Il  valore  attualiz¬ 
zato  di  tali  risparmi  può  essere  valutato  in  circa  quaranta  miliardi  di  lire. 

La  portata  da  derivare  per  gravità  è  stata  calcolata  in  base  ad  una  serie 
di  considerazioni  di  carattere  idrogeologico  che  hanno  consentito  di  preve¬ 
dere  un  apporto  medio  di  poco  superiore  ai  15  l/s  per  ogni  100  m  di  galle¬ 
ria,  anche  se  in  effetti  le  venute  di  acqua  risulteranno  soprattutto  concen¬ 
trate  in  corrispondenza  di  fratture.  Sulla  valutazione  della  portata  globale 
da  captare  per  gravità  esistono-  comunque  delle  incognite  legate  alla  proba¬ 
bile  presenza,  in  vicinanza  della  galleria,  del  substrato  di  sovrascorrimento 
del  massiccio  (fig.  3).  Ciò,  infatti,  potrebbe  comportare  l’attraversamento  di 
zone  a  scarsissima  permeabilità  che  potrebbero  non  consentire  il  drenaggio 
dei  volumi  dì  acqua  previsti. 

Tale  eventualità  si  tradurrebbe  essenzialmente  in  un  minore  risparmio 
energetico  perché  le  portate  mancanti  potranno  essere  comunque  captate 
nella  zona  di  Vallecupa,  dove  è  stata  individuata  la  fascia  di  drenaggio  pre¬ 
ferenziale  di  tutta  la  falda  proveniente  dalla  porzione  di  massiccio  posto  a 
N  della  galleria  (oltre  3,3  mc/s). 

In  detta  zona  è  infatti  prevista  la  captazione,  tramite  pozzi  poco  pro¬ 
fondi  (fig.  3),  di  circa  2,1  mc/s  d’acqua;  altri  0,4  mc/s  potranno  essere’ cap¬ 
tati  nel  tratto  di  galleria  compreso  tra  Vallecupa  e  Presenzano. 

Pure  nei  pressi  di  Vallecupa  è  previsto  il  prelievo  delle  acque  necessa¬ 
rie  a  coprire  il  deficit  di  eventuali  periodi  di  magra  delle  risorse  captate  a 
gravità. 

Il  tipo  di  captazione  descritto  risulta  tecnicamente  ed  economicamente 
valido  anche  nell’ipotesi  che,  per  cause  impreviste,  non  si  possa  intercet¬ 
tare  tutta  la  portata  necessaria  all’acquedotto.  Infatti  si  potrà  sempre  ricor¬ 
rere  alle  sorgenti  del  Feccia  (punto  di  recapito  naturale  della  falda)  per  il 
prelievo  della  sola  differenza  tra  la  portata  prevista  in  progetto  e  quella 
effettivamente  captata  a  quota  alta. 

Nel  nuovo  equilibrio  idrogeologico,  in  accordo  con  gli  obiettivi  della 
captazione,  le  uniche  sorgenti  che  dovrebbero  risentire  in  modo  marcato 
dell’esistenza  degli  emungimenti  in  galleria  sono  quelle  del  Feccia. 

Con  i  bacini  delle  altre  scaturigini  non  dovrebbero  esservi  interfe¬ 
renze.  Infatti,  per  le  sorgenti  di  Venafro  (le  più  vicine  alla  galleria),  è  stato 
calcolato  che  l’influenza  dovrebbe  essere  trascurabile  anche  nell’ipotesi 
che  l’infiltrazione  efficace,  nel  massiccio,  risulti  nulla  per  un  intero  anno. 


64  Pietro  Celico 


Per  quanto  riguarda  l’aspetto  ambientale,  infine,  la  captazione  non 
potrà  apportare  modificazioni  di  rilievo.  Essa,  infatti,  intercetta  una  falda 
che  attualmente  sta  ad  una  profondità  media  di  oltre  300  m  dal  piano  cam¬ 
pagna. 


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per  il  Mezzogiorno). 


La  falda  in  rete  dei  Monti  di  Venafro,  ecc.  65 


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• 

Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 
voi.  91,  1982,  pp.  67-74,  tab.  1 


Implicazioni  delle  variazioni  del  livello  medio 
del  mare  nella  progettazione  delle  opere  di  difesa 

Nota  del  socio  Antonino  Palumbo  (*) 

(Tornata  del  29  gennaio  1982) 


Riassunto.  -  Si  dimostra  che  i  rilievi  batimetrici  e  la  conseguente  determina¬ 
zione  della  linea  di  riva,  eseguiti  senza  l’appoggio  topografico  a  terra,  senza  tener 
conto  delle  norme  tecniche  e  non  corretti  in  base  ai  dati  mareografici  sono  marcata- 
mente  errati,  non  collaudabili  e  né  utilizzabili  per  scopi  scientifici  ed  applicativi, 
quali  lo  studio  dell’erosione  e  la  progettazione  delle  opere  di  difesa  del  litorale. 


Summary .  -  It  is  shown  that  a  bathymetric  map  obtained  without  a  topographic 
support  on  thè  land  and  without  thè  corrections  due  to  thè  variation  of  thè  sea  level 
is  marcately  uncorrect  and  has  therefore  no  scientifìc  nor  practical  use,  such  as  thè 

study  of  thè  shore  erosion  protection. 


È  noto  che  gran  parte  del  litorale  del  nostro  Paese  è  soggetto  ad 
intensa  azione  erosiva  in  prevalenza  attribuibile  ad  interventi  antropici 
(CNR  1976-81).  Per  una  valutazione  quantitativa  del  fenomeno,  la  calibra¬ 
zione  di  modelli  sui  meccanismi  genetici  e  previsionali  della  evoluzione 
dell’equilibrio  geormofologico  litoraneo  ed  il  conseguente  suggerimento  di 
opere  di  difesa,  è  indispensabile  poter  esaminare,  tra  l’altro,  le  serie  sto¬ 
riche  di  topografìe  della  spiaggia  sommersa  ed  emersa  ottenute  con  meto¬ 
dologie  omogenee.  Per  la  spiaggia  sommersa  occorre  cioè  poter  disporre  di 
mappe  batimetriche  rilevate  nel  tempo  secondo  i  criteri  standard  seguiti  da 
decenni  nel  mondo  dai  diversi  Istituti  idrografici  nazionali.  Per  l’interpreta¬ 
zione  e  l’utilizzazione  di  una  mappa  batimetrica  occorre  però  che  il  rilievo, 
secondo  la  risoluzione  A  2.5  dell’I.H.O.  (1976),  sia  riferito  ad  un  valore  pre- 


(*)  Istituto  di  Geologia  e  Geofìsica  dell’Università  di  Napoli. 


68  Antonino  Palumbo 


fissato  del  livello  del  mare  (*),  che  va  poi  segnato  su  ogni  carta  batimetrica, 
(risoluzione  B  2.9  delPI.H.O.)  (1976).  Occorre  anche  apportare  le  correzioni 
mareografiche  e  che  il  rilievo  sia  appoggiato  a  picchetti  a  terra  (di  cui  va 
fornita  monografia)  collegati  a  caposaldi  della  rete  planoaltimetrica  nazio¬ 
nale.  Senza  tali  elementi,  indicazioni  e  correzioni  la  mappa  stessa  perde 
ogni  significato  non  solo  scientifico  ma  anche  applicativo.  Lo  zero  del- 
l’IGM  (Istituto  Geografico  Militare)  costituisce  un  valido  riferimento  in 
quanto,  ciascun  mareografo  della  rete  nazionale  del  Ministero  dei  LL.PP.  è 
collegato  alla  rete  altimetrica  nazionale  e  le  registrazioni  mareografiche, 
rilevate  presso  tali  stazioni,  forniscono  i  valori  orari  del  livello  del  mare 
rispetto  allo  zero  dell’IGM.  Altri  riferimenti  sono  poi  sempre  riconducibili 
a  quello  IGM  e  così  rilievi  successivi  risultano  confrontabili. 

Per  fornire  l’ordine  di  grandezza  dell’errore  che  si  può  compiere  sulle 
letture  osservate  all’ecogramma,  dovuto  all’omissione  delle  correzioni 
mareografiche,  in  tabella  I  sono  riportati  i  valori  delle  escursioni  tipiche 
nel  livello  medio  del  mare  risultanti  da  un’analisi  eseguita  da  Palumbo  e 
Mazzarella  (1982)  sulla  serie  storica  dei  dati  mareografici  della  stazione  di 
Napoli  della  rete  mareografica  nazionale  del  Min.  dei  LL.PP.  Risultando  i 
dati  di  Napoli  rappresentativi  del  «clima»  mareografico  del  bacino  del 
basso  e  medio  Tirreno,  le  presenti  considerazioni  valgono  per  tutto  il  lito¬ 
rale  del  predetto  bacino  Polli  (1956),  Polli  (1957),  Tenani  (1935),  Lisitzin 
(1974). 

Un  profilo  batimetrico,  di  alcune  centinaia  di  metri,  viene  rilevato  da 
un’imbarcazione  in  una  diecina  di  minuti.  Se  le  letture  dell’ecogramma 
non  vengono  corrette  delle  variazioni  nel  livello  del  mare,  il  rilievo,  ripe¬ 
tuto  in  un  secondo  tempo,  fornirà  valori  diversi  dai  precedenti  con  diffe¬ 
renze  che  possono  al  limite  anche  raggiungere  il  metro.  Le  variazioni  del 
livello  del  mare  hanno  anche  effetto  nella  determinazione  della  posizione 
della  linea  di  costa  che,  per  una  spiaggia  a  pendenza  dell’1%,  danno  luogo  a 
spostamenti  di  diecine  di  metri  (secondo  la  risoluzione  B  3.7  delPI.H.O. 
(1976)  la  linea  di  costa  è  quella  corrispondente  all’acqua  alta). 

Invero  gli  spostamenti  della  linea  di  battigia  sono  molto  più  influen¬ 
zati  dagli  effetti  geomorfologici  connessi  col  moto  ondoso  che  danno  luogo 
a  variazioni,  a  ciclo  stagionale,  dell’ordine  delle  diecine  di  metri,  ed  a 
variazioni  transienti,  legate  alle  intense  ondazioni,  di  diverse  diecine  di 


(*)  Secondo  la  risoluzione  A  2.5  delPI.H.O.  (1976)  il  «chart  datum»  è  quel 
piano  la  cui  quota  solo  raramente  viene  raggiunta  dal  minimo  dell’onda  di  marea. 

Esso  va  poi  sempre  collegato  al  «datum»  IGM. 


Implicazioni  delle  variazioni  del  livello  medio  del  mare  ecc.  69 


metri.  Per  la  determinazione  delle  modifiche  della  linea  di  riva  il  mancato 
riferimento  dei  singoli  rilievi  a  caposaldi  plano  altimetrici  della  rete  nazio¬ 
nale  e  l’omissione  delle  correzioni  di  cui  alla  Tab.  I  invalida  perciò  macro¬ 
scopicamente  il  rilievo. 

Per  seguire  le  variazioni  della  linea  di  riva  ci  si  può  anche  avvalere  di 
rilievi  aereofotogrammetrici.  Perché  essi  servano  allo  scopo  è  indispensa- 
ile,  nella  restituzione  fotogrammetrica,  oltre  all’integrazione  topografica  a 
terra,  anche  l’apporto  delle  correzioni  dello  spostamento  della  linea  stessa, 
spesso  superiore  a  100  metri,  dovute  alle  cause  suddescritte  e  presenti  al 
momento  del  rilievo.  Dal  punto  di  vista  scientifico  l’osservanza  delle  pre¬ 
dette  indicazioni  (Appendice)  consentendo  la  ripetibilità  delle  rilevazioni 
della  topografia  della  spiaggia  sommersa  ed  emersa,  conducono  alla  valuta¬ 
zione  della  variazione  nei  volumi  di  sabbia  trasportati. 

Dal  punto  di  vista  fiscale  esse,  rendendo  possibile  il  collaudo  dei 
rilievi,  assicurano  che  gli  stessi  siano  stati  effettivamente  eseguiti  e  quindi 
garantiscono  il  committente  da  eventuali  frodi. 

Recenti  studi  di  idraulica  marittima  (Coastal  structures  1979)  suggeri¬ 
scono  soluzioni  di  difesa  costituite  da  strutture,  orientate  anche  in  base  ai 
piani  d’onda,  di  altezza  variabile  rispetto  al  livello  del  mare,  a  seconda  dei 
casi,  nella  misura  dei  diecimetri,  impostate  ad  una  distanza  dalla  linea  di 
battigia,  pure  variabile  a  seconda  dei  casi,  nell’ordine  delle  diecine  di 
metri.  Atteso  che  i  dati  batimetrici  costituiscono  un  INPUT  essenziale  per 
il  tracciamento  dei  piani  d’onda,  segue  che  l’inesattezza  dei  primi  vanifica 
la  validità  dei  secondi. 

All’atto  dell’esecuzione  delle  opere  poi,  un  rilievo  batimetrico  eseguito 
senza  tener  conto  delle  predette  correzioni  non  è  più  utilizzabile,  per  la 
mutata  posizione  della  linea  di  battigia  e  del  livello  del  mare,  che  si  riferi¬ 
scono  alle  condizioni  al  tempo  del  rilievo.  Sicché  il  costruttore  non  sarà  in 
grado  di  misurare  la  distanza  dalla  battigia  ove  il  progettista  voleva  impo¬ 
stare  l’opera.  D’altra  parte,  egli  partendo  dalla  posizione  della  battigia  al 
momento  dell’esecuzione  dei  lavori  troverà  certamente,  alla  distanza  fissata 
dal  progettista,  una  profondità. diversa  da  quella  risultante  dalle  carte  bati- 
metriche.  Giova  infine  ricordare  che  la  omissione  delle  predette  correzioni, 
il  mancato  appoggio  topografico  a  terra  e  la  inosservanza  delle  norme  che 
regolano  l’esecuzione  dei  rilievi  topografici  e  batimetrici  comportano  errori 
pianimetrici  dell’ordine  delle  centinaia  di  metri  e  di  quota  dell’ordine  del 
metro  e  perciò  i  rilievi  non  risultano  utilizzabili  dal  punto  di  vista  scienti¬ 
fico  ed  applicativo.  In  tali  condizioni  sono  più  attendibili  i  dati  delle  carte 
nautiche.  I  rilievi  non  sono  collaudabili,  in  quanto  il  collaudatore  al 
momento  in  cui  esegue  la  verifica,  troverà  un  diverso  livello  del  mare  e 


70  Antonino  Palumbo 


mancherà  degli  elementi  che  gli  potranno  mostrare  se  il  rilievo  sia  stato 
effettuato  e  se  sia  stato  eseguito  in  maniera  corretta. 

Tenuto  anche  conto  delPalto  costo  di  questi  rilievi  è  bene  che  il  com¬ 
mittente  accerti  non  solo  l’effettiva  avvenuta  esecuzione  degli  stessi,  ma 
anche  l’osservanza  delle  norme  attraverso  l’esame  della  ricca  documenta¬ 
zione  (Appendice)  che  deve  corredare  i  rilievi. 

Al  lettore  esperto  la  presente  esposizione  appare  per  qualche  aspetto 
quasi  ovvia,  ma  nel  momento  in  cui  il  litorale  del  Paese  subisce  tanto 
danno  e  si  continua  a  spendere  in  Calabria  il  pubblico  danaro  per  rilievi, 
(propedeutici  a  studi  e  progettazioni)  non  utilizzabili  perché  non  eseguiti 
secondo  rigorose  norme  tecniche,  ho  sentito  il  dovere  di  segnalare  agli  ope¬ 
ratori  quanto  precede. 

Per  facilitare  il  compito  di  questi  ultimi  ho  riportato  in  appendice  le 
principali  prescrizioni  per  la  esecuzione  dei  rilievi  celerimetrici-batimetrici 
dedotte  dalle  vigenti  norme  nazionali  (I.I.M.  1978)  ed  internazionali  (I.H.O. 
1976)  (Gosset,  1959)  (Rattley,  1948). 


Tab.  I:  Valori  delle  escursioni  del  livello  medio  del  mare  a  Napoli  dovuti  a 
cause  diverse  tipiche  del  Tirreno. 


Principali  componenti 


Escursioni 

(cm) 


Periodo 


astronomiche 

m2 

23 

12h  •  42 

S2 

9 

12h 

n2 

5 

12h  •  66 

Kj 

5 

23h  •  93 

Chandler 

3 

14  mesi 

Densità 

10 

12  mesi 

marine 

Correnti  marine 

5 

Diversi  giorni 

Moto  ondoso 

8 

Diversi  giorni 

Pressione  atm. 

20 

Diversi  giorni 

meteorologiche 

Vento 

5 

Onde  di  Shelf 

2 

7  giorni 

Onde  di  bacino 

10 

30  minuti 

Implicazioni  delle  variazioni  del  livello  medio  del  mare  ecc.  71 


APPENDICE 


Indicazioni  per  una  esecuzione  dei  rilievi  celerimetrici-batimetrici 
della  linea  di  riva  e  della  topografia  della  spiaggia  emersa  e  sommersa  ido¬ 
nea  agli  studi  sull’erosione  del  litorale. 


Determinazione  della  linea  di  costa 

Il  rilievo  topografico  deve  essere  ancorato  ai  punti  trigonometrici  della 
rete  pianimetrica  nazionale  dell’IGM.  Stante  la  insufficienza  di  tali  punti  è 
necessario  interporre  «stazioni  di  topografia»  al  limite  della  spiaggia 
emersa  in  zona  protetta  lato  monte. 

Per  una  valutazione  dell’errore  sulle  determinazioni  dei  punti  è  neces¬ 
sario  che  il  rilievo  venga  eseguito  per  «poligonale  chiusa». 

Il  rilievo  va  corredato  dei  libretti  di  campagna,  delle  monografie  dei 
«punti  trigonometrici»  e  delle  «stazioni  di  topografia»,  dei  dati  mareogra- 
fici,  meteorologici  (pressione  atmosferica  e  venti)  ed  ondametrici  relativi  al 
tempo  di  esecuzione  del  rilievo,  delle  caratteristiche  degli  strumenti  utiliz¬ 
zati,  degli  errori  di  chiusura  e  delle  correzioni  apportate.  Un  rilievo  aereo¬ 
fotogrammetrico  fornisce  una  soddisfacente  rappresentazione  della  linea  di 
costa  se  è  integrato  da  rilievo  topografico  a  terra,  ancorato  alla  rete  piani¬ 
metrica  nazionale  e  corretto  dalle  variazioni  illustrate  nella  presente  nota. 


Topografia  della  spiaggia  emersa 

È  noto  che  i  fenomeni  erosivi  comportano  anche  delle  modifiche  nella 
topografìa  della  spiaggia  emersa  che,  a  loro  volta,  forniscono  utili  informa¬ 
zioni  nella  prognosi  dell’evoluzione  del  fenomeno  (Bagnino  et  al.  1975). 

È  utile  pertanto  eseguire  dei  profili  altimetrici,  trasversali  alla  spiaggia 
emersa,  partendo  dalle  «stazioni  di  topografia»  che  vanno  perciò  collegate 
ai  caposaldi  della  rete  altimetrica  nazionale  dell’IGM. 

Conviene  sistemare  due  stazioni  di  topografia  in  modo  che  l’allinea¬ 
mento  dei  due  pilastrini  dia  la  direzione  lungo  la  quale  eseguire  i  profili 
topografici  e  batimetrici  per  consentirne  poi  la  ripetizione.  Nell’esecuzione 
di  tale  rilievo  dovrà  battersi  un  numero  di  punti  tali  da  riprodurre  fedel¬ 
mente  il  profilo  altimetrico  stesso. 


72  Antonino  Palumho 


I  profili  dovranno  stendersi  verso  il  mare  fino  a  determinare  la  posi¬ 
zione  dello  zero  dell’IGM,  del  punto  della  linea  di  riva  al  momento  del 
rilievo  e  della  forma  della  scarpa. 


Rilevamento  batimetrico  sottocosta  mediante  ultrasuoni 

Lo  scandagliamento  sottocosta  va  eseguito  preferibilmente  col  sistema 
misto  ottico-radioelettrico  e  subordinatamente  con  il  solo  sistema  radioe¬ 
lettrico  oppure  ottico  per  intersezione  diretta. 

Ai  valori  letti  dalle  strisce  di  scandagliamento  vanno  apportate  le  cor¬ 
rezioni  per  remissione:  per  tener  conto  della  effettiva  profondità  del  tra¬ 
sduttore;  per  la  velocità  del  suono  (correzioni  notevolmente  significative 
alla  foce  dei  corsi  d’acqua  e  nello  strato  termoclino)  ottenibile  mediante 
scandagliamento  alla  sbarra  o  mediante  batisonda  e  di  quelle  esposte  nella 
presente  nota.  I  profili  batimetrici  vanno  integrati  da  profili  trasversali  di 
controllo  (uno  ogni  7.5  cm  grafici  da  eseguirsi  prima  del  rilievo)  che  forni¬ 
scono,  attraverso  il  contronto  tra  i  due  diversi  valori  osservati  in  ciascun 
punto  d’incrocio,  (raccordo  interno)  l’errore  complessivo  commesso,  dovuto 
alle  varie  imprecisioni  (punto  nave,  strumentali,  di  lettura,  di  calibrazione, 
di  correzione,  di  marea,  etc.).  Secondo  le  norme  internazionali  per  misura 
di  fondali  fino  a  30  metri,  le  differenze  nei  punti  d’incrocio  sono  ammissi¬ 
bili  se  non  superano  i  30  cm  e  presentano  una  distribuzione  di  tipo  nor¬ 
male  (B.H.I.  1968). 

Va  comunque  accertata  la  presenza  di  errori  sistematici.  Un  rilievo  va 
sempre  raccordato  con  quello/i  precedente/i.  In  mancanza  dei  raccordi  il 
rilievo  non  può  essere  valorizzato.  Per  l’impossibilità  pratica  di  portare  il 
trasduttore  fino  alla  linea  di  riva  e  per  i  noti  cospicui  errori  che  ne  deri¬ 
verebbero,  lo  scandagliamento  del  tratto  compreso  tra  il  punto  dove  va 
fermata  l’imbarcazione,  variabile  a  seconda  del  tipo  di  imbarcazione  e 
di  ecoscandaglio  utilizzati,  e  la  riva  si  esegue  mediante  scandaglio  a 
mano. 

Tale  operazione  si  può  e  si  deve  svolgere  con  infìttimento  dei  punti,  in 
modo  da  ottenere  una  dettagliata  rappresentazione  di  questo  tratto  ove 
hanno  luogo  le  più  intense  correnti  di  deriva.  È  auspicabile  il  rilevamento 
di  profili  trasversali  comprendenti  la  spiaggia  sommersa  ed  emersa.  In 
questo  caso  il  raccordo  tra  i  due  profili:  topografico  e  batimetrico  si  ottiene 
battendo  con  la  stadia  l’ultimo  punto  (verso  terra)  scandagliato  a  mano.  Si 
raccomanda  la  ripetizione  nel  tempo  di  questi  profili  in  modo  da  ottenere 
utilissime  informazioni  sulle  variazioni  connesse  con  le  forti  ondazioni,  su 


Implicazioni  delle  variazioni  de l  livello  medio  del  mare  ecc.  73 


quelle  stagionali  e  quindi,  previo  filtraggio  di  queste,  su  quelle  a  lungo 
periodo. 

Solo  così  si  potranno  computare  i  volumi  di  sabbia  trasportati  nel 

tempo. 

I  rilievi  batimetrici  vanno  consegnati  corredati: 

a)  dei  libretti  di  campagna  riguardanti  le  operazioni  geodetiche  e 
topografiche  e  dei  grafici  di  base  eseguiti  su  reticoli  di  topografia,  con 
riporto  delle  coordinate  piane  (o  Gauss-Boaga)  dei  punti  trigonometrici 
costieri,  delle  «stazioni  di  topografia»,  della  linea  di  costa,  etc.; 

h )  dei  dati  strumentali,  di  calibrazione,  delle  correzioni  e  degli  errori; 

c )  della  documentazione  e  cioè: 

-  tipo  di  imbarcazione,  suo  pescaggio; 

-  frequenza,  potenza  e  cadenza  dell’impulso  ultrasonoro,  ampiezza 
del  lobo  di  emissione,  possibilità  di  stabilizzare  il  trasduttore,  velocità  di 
scorrimento  della  carta; 

-  calibrazione  della  emissione  e  della  velocità  del  suono  (quest’ul¬ 
timo  va  eseguita  ogni  giorno,  e  poi,  sempre  in  corrispondenza  di  apporti 
fluviali); 

-  velocità  di  scandagliamento  ed  intervalli  tra  gli  stop; 

-  correzioni  apportate  per  l’emissione,  la  velocità  del  suono,  etc.; 

-  differenze  dei  valori  osservati  agli  incroci,  studio  degli  errori,  valu¬ 
tazione  dell’accettabilità  del  rilievo  rispetto  alle  norme  internazionali; 

-  brogliacci,  tavolette,  strisciate,  mareogrammi,  barogrammi,  anemo- 
grammi. 

Per  l’importanza,  sottolineata  in  letteratura  (CNR  1981),  della  correla¬ 
zione  tra  i  profili  della  spiaggia  sommersa  e  le  caratteristiche  tessiturali  dei 
sedimenti,  è  consigliabile  prelevare  campioni  di  sabbia  lungo  ciascun  pro¬ 
filo,  secondo  i  criteri  suggeriti  da  Cortemiglia  et  al.  (1981),  e  calcolare  i 
corrispondenti  indici  sedimentologici. 

Allo  scopo  è  stato  messo  a  punto  un  programma  di  calcolo  (la  cui  uti¬ 
lizzazione  è  a  disposizione  di  chi  ne  faccia  richiesta)  per  la  determinazione, 
mediante  computer,  dei  predetti  indici. 


BIBLIOGRAFIA 

B.H.I.  (1968)  Special  Publication  n.  44  Bureau  Hydrographique  Internationale 
Monaco  Pr. 

CNR  (1981)  Ricerche  sulla  dinamica  dei  litorali  della  Calabria  Pubblicazione  n.  127 

del  progetto  finalizzato  «Conservazione  del  suolo»  -  Sottoprogetto  «Dinamica 
dei  litorali»,  CNR,  Roma. 


74  Antonino  Palumbo 


CNR  (1976-81)  -  Pubblicazioni  del  progetto  finalizzato  «Conservazione  del  suolo»  - 
Sottoprogetto  «Dinamica  dei  litorali»,  CNR,  Roma. 

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CORTEMIGLIA  G.C.,  FABBRI  P.,  LAMBERTI  A.,  LIBERATORE  G.,  LUPIA  PALMIERI  E., 
Stura  S.,  Tomasicchio  U.,  (1981)  -  Raccomandazioni  tecniche  per  la  protezione 
delle  coste.  Progetto  finalizzato  «Conservazione  del  suolo».  Sottoprogetto 
«Dinamica  dei  litorali»,  CNR,  Roma. 

Dagnino  I.,  Palau  C.,  Bozzo  E.,  La  Mantia  A.  (1975)  -  Bilancio  e  variazioni  morfo- 
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I.H.O.  (1976)  -  Technical  Resolution  of  thè  International  hydrographic  Organization 
con  aggiornamenti  al  1981.  Monaco  Pr. 

I.I.M.  (1978)  -  Norme  di  massima  per  i  rilievi  idro-oceanografici,  2a  edizione,  Istituto 
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Lisitzin  E.  (1974)  -  Sea-Level  Changes  «Elsevier  Sci.  Pubi.  Co.,  Amsterdam. 

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Polli  S.  (1956)  -  Le  maree  nei  porti  di  Milazzo,  Lipari  e  Cagliari.  Geofìsica  e  Meteo¬ 
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Polli  S.  (1957)  -  Le  maree  nei  porti  di  Napoli  e  Civitavecchia,  «La  Ricerca  Scienti¬ 
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Rattleye  H.  S.  (1948)  -  Manual  of  Geodetic  levelling.  U.S.  Coast  and  Geodetic  Sur¬ 
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Tenani  M.  (1935)  -  Maree  e  correnti  di  marea.  Ist.  Idrografico  della  M.M.  Genova. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  91,  1932,  pp.  75-88,  figg.  4,  tabh.  5 


Ulteriori  dati  sulla  distribuzione 
di  Holothuria  tubulosa,  Holothuria  polii 
e  Holothuria  stellati  nel  golfo  di  Napoli 

Nota  dei  soci  Gerardo  Gustato  (*),  Anna  Villari, 
Silvana  Del  Gaudio  (*)  e  Patrizia  Pedata  (*) 


(Tornata  del  26  febbraio  1982) 


Riassunto  —  Dall’esame  della  distribuzione  complessiva  di  Holothuria  tubulosa, 
H.  polii  e  IL  stellati  per  mq  e  di  quella  per  le  singole  specie,  insieme  con  lo  studio 
del  peso  medio,  della  distribuzione  per  classi  di  peso  e  quindi  della  biomassa/mq 
totale  e  per  singole  specie,  è  stato  possibile  caratterizzare,  per  le  stesse,  un  ordine  di 
preferenza  per  quanto  riguarda  i  diversi  fondali  del  Golfo  di  Napoli. 

Summary  —  The  value  of  density  of  thè  species  Holothuria  tubulosa,  H.  polii ,  H. 
stellati  on  square  meter  and  on  different  types  of  bottom  in  thè  Gulf  of  Naples,  is 
compared  with  thè  distribution  of  thè  specimens  for  eacfa  species  in  11  different 
weights  classes,  their  average  weight  and  biomass  on  square  meter.  So  thè  AA.  can 
define  thè  preferences  of  these  species  for  thè  different  types  of  bottom. 


L  —  Introduzione  e  scopo  della  ricerca 

Questa  nota,  visti  i  lavori  di  J.M.  Lawrence  (1979-1980),  integra 
quanto  già  pubblicato  da  Gustato  Villari  (1978)  considerando  la  distribu- 
zione  sui  diversi  tipi  di  fondale  di  Holothuria  tubulosa  Gmelin  (1790),  H. 
polii  Delle  Ghiaie  (1823),  IL  stellati  Delle  Ghiaie  (1823)  in  rapporto  al 
peso  medio  degli  esemplari  ed  alf  ammontare  della  biomassa  per  le  singole 
specie  e  complessivamente. 

2.  -  Materiali  e  metodi 

Per  il  riconoscimento  degli  esemplari  si  rimanda  a  Gustato  Villari  (1977), 
mentre  per  le  tecniche  di  raccolta,  la  localizzazione  e  la  profondità  dei  fondali 
ed  il  mantenimento  degli  animali  in  acquario,  a  Gustato  Villari  (1978). 


Istituto  e  Museo  di  Zoologia  -  Napoli 


76  Gerardo  Gustato  e  coll. 


Sono  stati  misurati  e  pesati  in  recipienti  tarati,  212  esemplari  di  cui 
160  appartenenti  alla  specie  H.  tuhulosa ,  32  ad  H.  polii  e  15  a  H.  stellati. 
Questi  rappresentano  P80,6%  delle  263  oloturie  della  stessa  specie  raccolte 
sui  diversi  fondali  del  Golfo  di  Napoli,  nei  diversi  periodi  dell’anno.  Delle 
oloturie  pesate,  196  risultano  integre,  le  altre,  completamente  eviscerate, 
avevano  eliminato  gli  organi  interni  per  un  loro  peculiare  comportamento 
difensivo  o  durante  il  trasporto,  o  nelle  vasche  di  mantenimento  della  Sta¬ 
zione  Zoologica  o  durante  la  pesata. 

Per  quest’ultime  e  per  le  singole  specie,  noto  il  peso  degli  esemplari  e 
la  loro  lunghezza,  si  è  tentato,  confrontandole  con  esemplari  integri  delle 
stesse  dimensioni,  di  valutare  il  peso  degli  organi  interni. 

Per  confermare  i  dati  così  ottenuti,  si  è  indotta  l’eviscerazione  in 
esemplari  precedentemente  pesati  e  misurati;  si  sono  ottenuti,  però,  risul¬ 
tati  estremamente  variabli  ciò  chiaramente  in  dipendenza  della  spiccata 
capacità,  di  questi  animali,  di  variare  la  loro  lunghezza. 

L’ammontare  dell’acqua  contenuta  nei  polmoni  acquiferi,  è  risultata, 
invece,  pari  a  circa  il  10%  del  peso  dell’animale  integro.  A  tali  risultati  si  è 
giunti  valutando  l’acqua  espulsa  dall’animale  durante  la  pesata,  ovvero 
lasciando  gli  esemplari  nel  recipiente  fino  a  che,  senza  eviscerarsi,  non 
espellevano  acqua. 

La  biomassa  per  mq  è  stata  ottenuta,  visto  quanto  sopra,  utilizzando 
solo  le  oloturie  integre  e  non  tutte  quelle  raccolte. 

I  mq  corrispondenti  per  un  certo  tipo  di  fondale,  agli  esemplari  pesati  ed 
utilizzabili  (animali  integri),  sono  stati  calcolati  proporzionalmente  rispetto  ai 
mq  sui  quali  era  stato  raccolto  il  totale  degli  esemplari  per  ogni  specie. 


3.  -  Risultati  ed  osservazioni 

La  densità  delle  oloturie  per  ogni  mq  è  diversa  nelle  tre  specie  consi¬ 
derate;  quella  più  frequente  è  H.  tubulosa  (v.  Tab.  I)  che  va  da  0,17  a  0,34 
esemplari  a  mq,  segue  H.  polii  (v.  Tab.  II)  i  cui  valori,  però,  vanno  da  0,03 
a  0,104  H/mq;  infine  H.  stellati  (v.  Tab.  Ili)  con  valori  compresi  tra  0,027  e 
0,048  esemplari  a  mq. 

Il  peso  medio  delle  singole  specie  è  altrettanto  variabile;  quello  più 
elevato  è  riscontrabile  in  H.  stellati  con  un  valore  calcolato  sul  totale  pari  a 
242,2  gr  e  valori  che  vanno  da  210,25  gr  a  324  gr  se  lo  stesso  viene  conside¬ 
rato  sui  diversi  fondali.  Segue  H.  tubulosa  con  un  peso  medio  di  238,3  gr  e 
valori  compresi  tra  205,3  e  354,8  gr,  quindi  H.  polii  con  163,4  gr  e  pesi 
medi  relativi  ai  diversi  substrati  compresi  tra  141  gr  e  199  gr. 


TABELLA  I 

Distribuzione  e  relativi  pesi  di  H.  tubulosa  sui  diversi  fondali 


Ulteriori  dati  sulla  distribuzione  di  Holothuria  tubulosa,  ecc.  77 


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78  Gerardo  Gustato  e  coll. 


Passando  ad  esaminare  la  distribuzione  sui  diversi  fondali  risulta: 


Sabbia  fine 

Su  questo  substrato  si  trovano  0,23  H/mq.  Questa  abbondanza,  che  è 
la  più  bassa  in  assoluto,  corrisponde  a  44,5  gr  di  H/mq  che  è  il  minimo 
registrato  (v.  Tab.  IV). 

Su  questo  fondale,  oltre  all’assenza  di  H.  stellati ,  si  nota  per  H.  polii  il 
peso  medio  più  basso  in  assoluto  141,4  gr  mentre,  per  H.  fabulosa,  il  peso 
medio  di  210,9  gr  pur  non  essendo  il  minimo,  corrisponde  ad  uno  dei  più 
bassi. 

Gli  esemplari  di  quest’ultima  specie  non  superano  i  300  gr  (v.  Tav.  V) 
ed  il  38,1%  di  questi  è  compreso  tra  i  140  ed  i  180  gr  (Grafico  D). 

Da  quanto  sopra  risulta  che  questo  substrato  è  il  meno  ospitale  e,  a 
conferma  di  ciò,  oltre  all’assenza  di  H.  stellati ,  c’è  da  notare  che  il  62,5% 
degli  esemplari  di  H.  polii  non  supera  i  140  gr. 


Sabbia  grossa 

Su  questo  fondale  sono  presenti  tutte  e  tre  le  specie. 

La  densità  complessiva  è  di  0,31  H/mq  e  la  biomassa  pari  a  94,1  gr  di 
H/mq.  (v.  Tab.  VI  e  Grafico  A). 

La  specie  più  abbondante  risulta  H.  tubulosa  con  0,23  H/mq.  È  su 
questo  substrato  che  H.  tubulosa  raggiunge  il  peso  medio  più  elevato  (354,8 
gr);  il  75%  degli  esemplari  è  compreso  tra  i  180  e  i  420  gr,  il  rimanente  25% 
arriva  fino  a  500  gr.  La  biomassa  per  mq,  dunque,  relativamente  a  questa 
specie,  raggiunge  gli  82,3  gr/mq  che  è  il  valore  più  alto  in  assoluto.  Segue 
H.  polii  con  0,064  H/mq;  il  40%  degli  esemplari  di  questa  specie  pesa  tra  i 
140  e  i  180  gr  e  comunque  nessuno  supera  i  260  gr. 

L’unico  esemplare  di  H.  stellati  raccolto,  pesava:  292  gr.  Per  H.  tubu¬ 
losa  il  notevole  valore  relativo  al  peso  medio  e  biomassa,  nonché  la  parti¬ 
colare  distribuzione  nelle  classi  di  peso,  conferma  «l’alto  gradimento»  da 
parte  di  questa  specie  per  questo  tipo  di  fondale;  H.  polii  con  la  distribu¬ 
zione  di  0,064  H/mq  e  una  biomassa  di  11,3  gr/mq  mostra  di  non  «disde¬ 
gnare»  questo  substrato  anche  perché  il  peso  medio  degli  esemplari  è  il 
secondo  in  assoluto. 


TABELLA  II 

Distribuzione  e  relativi  pesi  di  H.  polii  sui  diversi  fondali 


Ulteriori  dati  sulla  distribuzione  di  Holothuria  tubulosa,  ecc.  79 


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TABELLA  III 

Distribuzione  e  relativi  pesi  di  H .  stellati  sui  diversi  fondali 


80  Gerardo  Gustato  e  coll. 


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Ulteriori  dati  sulla  distribuzione  di  Holothuria  fabulosa,  ecc.  81 


Sabbia  e  sassi 

La  densità  complessiva  di  oloturie  è  di  0,42  H/mq,  la  biomassa  83,3 
gr/mq.  Il  primo  valore  è  il  più  elevato  in  assoluto,  anche  se  identica  distri¬ 
buzione  si  riscontra  su  fondo  e  roccia  e  alghe. 

La  specie  più  abbondante  è  IL  fabulosa  (0,29  H/mq)  con  peso  medio 
di  205,3  gr  che  è  il  più  basso  in  assoluto  per  queste  specie.  li  26,5%  degli 
esemplari  di  questa  specie  è  compreso  infatti  tra  i  180  ed  i  220  gr,  ciò  com¬ 
porta,  per  IL  fabulosa,  una  biomassa  complessiva  di  appena  59,2  gr/mq.  H. 
polii  raggiunge  qui,  i  valori  massimi  assoluti  per  quanto  riguarda  la  densità 
e  la  biomassa/mq  rispettivamente  0,104  H/mq  e  18,04  gr/mq;  inoltre  il 
64%  degli  esemplari  supera  i  140  gr,  ciò  consente  dì  definire  questo  sub¬ 
strato  quello  preferito  appunto  da  questa  specie. 


Sabbia  e  radici  di  posìdonìa 

Su  tale  substrato  le  tre  specie  mostrano  valori  intermedi  sia  per  la  den¬ 
sità  che  per  la  biomassa. 

La  più  abbondante  è  H.  tubulosa  che  può  pesare  su  questo  fondale  dai 
60  a  340  gr  anche  se  con  maggiore  frequenza  si  ritrova  tra  i  221  e  i  260  gr 
valori  prossimi  alla  media;  IL  polii ,  invece,  è  compresa  tra  i  100  e  i  220  gr; 
più  abbondanti  sono  -gli  esemplari  tra  1  101  e  i  140  gr. 

IL  stellati  è  più  abbondante  che  su  gli  altri  fondali  anche  se  il  peso 
medio  qui  riscontrato  è  il  più  basso  in  assoluto  (v.  Grafico  B). 

Non  risultano,  dunque,  particolari  preferenze  da  parte  di  nessuna  delle 
tre  specie  di  oloturia  considerate. 


Roccia ,  alghe  e  sabbia 

Su  questo  fondale  la  densità  complessiva  delle  tre  specie  ha  un  valore 
intermedio  (0,35  H/mq)  mentre  la  biomassa  ha  un  valore  tra  i  più  elevati 
(94,1  gr/mq). 

La  specie  più  abbondante  è  H  tubulosa  che,  su  questo  fondale,  pre¬ 
senta  la  più  alta  varietà  di  pesi  ed  un  peso  medio  di  263,2  gr,  valore  che  è 
il  secondo  in  assoluto. 

Gli  esemplari  di  tale  specie  sono  quasi  ugualmente  numerosi  nelle 
diverse  classi  di  peso  dai  101  ai  500  gr. 


TABELLA  IV 

Quadro  comulativo  e  complessivo  degli  esemplari  di  oloturia  pescati  e  pesati 


82  Gerardo  Gustato  e  coll. 


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Ulteriori  dati  sulla  distribuzione  di  Holothuria  tubulosa,  ecc.  83 


Gli  esemplari  di  H  stellati  hanno  un  peso  medio  di  324  gr  che  è  il 

valore  più  alto  in  assoluto  per  questa  specie  anche  se  essa  è  presente  con 

0,02  esemplari  per  mq. 

H.  polii  è  invece  presente  con  un  solo  esemplare  del  peso  di  199  gr. 
La  distribuzione  di  queste  ultime  specie  e  il  relativo  peso  medio,  con¬ 
sentono  di  confermare  quanto  già  riportato  da  Gustato  Villari  (1978)  e  cioè 
che  esiste  una  forma  di  competizione  tra  H.  polii  da  una  parte  e  H.  sanctori, 
H.  forskali  e  H.  stellati  dall’altra.  Questa  situazione  avvantaggia  evidente¬ 
mente  H.  tubulosa  visto  che  la  sua  biomassa  per  mq  è  pari  all’83,95%  della  bio¬ 
massa  totale  con  79  gr/mq  uno  dei  valori  più  alti  in  assoluto  per  questa  specie. 


Roccia  e  alghe 

Su  questo  substrato  il  valore  complessivo  di  0,42  H/mq  è  il  più  alto  in 
assoluto  e  così  quello  di  0,34  H/mq  e  0,048  H/mq  rispettivamente  per  H. 
tubulosa  e  H.  stellati ,  viceversa  H.  polii  è  presente  con  0,032  H/mq  che  è 
uno  dei  valori  più  bassi  in  assoluto  (v.  Grafico  C). 

Il  peso  medio  di  H  tubulosa ,  pari  a  235  gr,  deriva  dalla  equa  distribu¬ 
zione  degli  esemplari  nelle  riverse  classi  di  peso:  tra  i  60  e  i  460  gr;  il  40% 
di  questi  è  compreso  tra  i  181  e  i  260  gr. 

La  biomassa  a  mq  di  H.  polii  è  la  più  bassa  in  assoluto  con  5,4  gr/mq  e 
una  distribuzione  di  0,032  H/mq  e  ciò  a  conferma  dei  rapporti  di  competi¬ 
zione  già  evidenziati. 

La  biomassa/mq  di  10,1  gr/mq  per  H.  stellati ,  che  è  il  massimo  valore 
per  questa  specie,  non  è  dovuto  al  peso  medio  degli  esemplari  in  realtà 
poco  elevato,  ma  alla  densità  di  0,048  H/mq  che  è  il  massimo  assoluto  e 
ciò  conferma  ulteriormente  i  rapporti  di  competizione  già  indicati. 

La  biomassa  complessiva  per  mq  è  la  più  alta  in  assoluto  con  96,1  gr/ 
mq,  come  lo  è  anche  il  valore  della  frequenza  complessiva  delle  oloturie  al 
mq.  Attribuendo,  poi,  alla  presenza,  sullo  stesso  substrato,  anche  di  H.  fors¬ 
kali  e  H.  sanctori  il  motivo  della  riduzione  del  peso  medio  degli  esemplari, 
delle  specie  esaminate,  possiamo  definire  il  substrato  Roccia  e  alghe  quello 
più  «ospitale»  nel  Golfo  di  Napoli. 


Conclusioni 

Holothuria  tubulosa  è  la  specie  più  frequente  con  il  peso  medio  più 
elevato  e  con  il  valore  più  alto  di  biomassa  per  mq;  il  substrato  è  diverso 


TABELLA  V 

Distribuzione  dei  diversi  esemplari  di  H.  tubulosa  (Ht),  H.  polii  (Hp),  e  H.  stellati  (Hst),  nelle  diverse  classi  di  peso  e  sui  diversi  fondali. 


84  Gerardo  Gustato  e  coll. 


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Ulteriori  dati  sulla  distribuzione  di  Holothuria  tubulosa,  ecc.  85 


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Grafico  A  : 
Grafico  B  : 

Grafico  C  : 


Biomassa/mq  sui  diversi  fondali 

Peso  medio  degli  esempiaridi  H. tubolosa,  H. polii  e  H. 

stellati  sui  diversi  fondali 

Frequenza  totale  e  delle  singole  specie  sui  diversi  fondali 


Grafico  D  :  Frequenza  totale  e  delie  singole  specie  di  oloturia  nelle  classi  di  peso 


Ulteriori  dati  sulla  distribuzione  di  Holothuria  tubulosa,  ecc.  87 


considerando  i  diversi  parametri;  due  risultano,  comunque  i  substrati  più 
graditi  e  cioè:  Roccia  e  alghe  e  Sabbia  grossa. 

Holuthurìa  polii  è  la  specie  con  frequenza  intermedia  mentre  è  quella 
col  peso  medio  più  basso;  risulta  preferire  Sabbia  e  sassi  dove  c’è  un  coe¬ 
rente  aumento  sia  della  frequenza  che  del  valore  gr/mq. 

Holuthurìa  stellati ,  infine,  che  è  la  specie  meno  frequente  ma  con  peso 
prossimo  a  quello  riscontrato  negli  esemplari  di  H.  tubulosa ,  è  assente  su 
Sabbia  fine,  mentre  risulta  preferire  Roccia  e  alghe  e  Roccia  alghe  e 
sabbia. 

Considerando  che  la  distribuzione  delle  tre  specie  e  la  relativa  prefe¬ 
renza  ecologica,  può  essere  esaminata  tenendo  conto  del  numero  di  olotu¬ 
rie  su  mq,  del  peso  medio  degli  esemplari  e  della  biomassa  a  mq,  non  è 
possibile  sempre  legare  una  specie  ad  un  determinato  substrato  anche  se 
per  ognuno  dei  parametri  citati,  c’è  la  possibilità  di  evidenziare  una  gradua¬ 
toria  di  preferenza. 

I  dati  qui  esposti,  dunque,  sono  attualmente  esaminati  statisticamente 
così  da  poter  fornire,  utilizzando  questa  via,  in  una  nota  in  allestimento,  un 
ordine  di  preferenza  globale  per  ognuna  delle  singole  specie. 


I  dati  sono  stati  raccolti  utilizzando  un  tavolo  di  studi  in  godimento  da  parte  di 
G.  Gustato  fino  al  1980,  presso  la  Stazione  zoologica  di  Napoli.  Si  ringrazia  pertanto 
il  Direttore,  il  personale  tecnico  e  subalterno  per  la  loro  collaborazione  ed  ospitalità. 
Un  ringraziamento  va  pure  alla  Dr  G.  Villanis  che  ha  collaborato  nel  riordino  dei 
dati  durante  la  fase  iniziale  di  questo  lavoro. 


88  Gerardo  Gustato  e  coll. 


BIBLIOGRAFIA 

Gustato,  G.,  Villari,  A.  1977.  Sulla  sistematica  e  frequenza  di  specie  del  genere 

Holothuria  in  una  zona  del  Golfo  di  Napoli ,  Boll.  Soc.  Natur.  Napoli  86,  pp.  283- 
414. 

Gustato,  G.,  Villari,  A.  1978.  Sulla  distribuzione  delle  specie  del  genere  Holothuria 
nel  Golfo  di  Napoli ,  Boll.  Soc.  Natur.  Napoli  87,  pp.  413-426. 

Gustato,  G.,  Villari,  A.  1979.  «On  thè  ecology  and  species  frequency  of  thè  genus 
Holothuria  in  thè  Gulf  of  Naples  »,  in  Proceedings  of  European  Colloquium  on 
Echinoderms ,  Brussels  3-8  sept.  1979;  in  Echinoderms:  Present  and  past  A.A. 
Balkema  Rotterdam  1980. 

Gustato,  G.,  Villari,  A.  1979,  «About  thè  question  of  thè  taxonomic  status  of 
Holothuria  stellati  Delle  Ghiaie  »,  in  Proceedings  of  The  European  Colloquium  on 
Echinoderms  Brussels ,  3-8  sept.  1979  in  Echinoderms:  Present  and  past  A.A. 
Balkema  Rotterdam,  1980. 

Lawrence,  J.  M.,  Kafri,  J.  1979.  Numbers,  biomass  and  calorie  content  of  thè  Echino- 
derm  fauna  of  thè  Rocky  Shores  of  Barbados ,  Marine  Biology  52  pp.  87-91. 
Lawrence,  J.  M.  1980  Numbers  and  biomass  of  thè  common  Holothuroìds  of  thè 
Windward  Reef  at  Enewetak,  atoll  Marshall  Islands ,  in  Echinoderms  Present  and 
past  A.A.  Balkema  Rotterdam. 


Boll.  Soc.  Natm.  Napoli 

voi.  91,  1982,  pp.  89-123,  flgg.  8,  tabb.  2,  tavv.  VII 


Osservazioni  su  Triploporella  steinmanniì  n.  sp. 
(alghe  verdi,  Dasicladali)  del  Cretacico  del  Messico  (*) 


Nota  del  socio  Filippo  Barattolo  (') 


(Tornata  del  28  maggio  1982) 


Riassunto .  —  Viene  istituita  Triploporella  steinmanniì  n.  sp.  (=  Triploporella 
fraasi  Steinmann  in  Steinmann  1899)  un’alga  verde  Dasicladale  del  Cretacico  infe¬ 
riore  (Albiano)  del  Messico  (Stato  dì  Veracruz);  vengono  fomite  indicazioni  sui 
caratteri  fondamentali  del  tallo  (disposizione,  forma  e  dimensioni  dei  rami  primari  e 
secondari,  numero  di  pori  per  verticillo  ecc.),  sulla  variabilità  dei  caratteri  biometrici 
più  significativi  e  sull’ecologia;  viene  fornita,  infine,  una  ricostruzione  del  tallo. 

Termini  chiave .  —  Paleobotanica,  taxon  nuovo ,  Dasycladaceae  ( Triploporella 
steinmanniì  n.  sp.),  (biometria,  riproduzione,  ecologia,  ricostruzione  paleontologica), 
Formazione  Orizaba ,  Albiano ,  Messico  (Veracruz). 

Summary.  —  Triploporella  steinmanniì  n.  sp.  (=  Triploporella  fraasi  Steinmann 
in  Steinmann  1899)  a  dasycladacean  green  alga  from  thè  Lower  Cretaceous  (Albian) 
of  Mexico  (State  of  Veracruz)  is  established;  some  data  are  given  on  thè  main  cha- 
racters  of  thè  thallus  (arrangement,  shape  and  sizes  of  thè  primary  and  secondary 
branches,  number  of  pores  in  a  wfaorl  etc.),  on  thè  variability  of  thè  most  significant 
biometrica!  characters  and  on  ecology;  finally  a  reconstruction  of  thè  thallus  is 
given. 

Intmduction.  —  In  1898  Georg  Bòhm  studied  some  moli  use  remains  contained 
eitfaer  in  row  samples  or  polished  plates;  they  had  been  acquired  by  thè  geologists 
Felix  and  Lenk  from  a  marble-industry  near  Nogales,  a  town  placed  at  about  10  km 
from  thè  Western  part  of  Orizaba  in  Mexico.  All  thè  samples  carne  from  thè  Cerro 
Escamela,  a  mount  situated  very  near  Orizaba  at  NE,  Boom  instituted  Caprina 
ramosa ,  Sphaerucaprina  felixi  and  Sphaerucaprina  lenki  and  found  also  Caprina  cf. 
adversa  D’Orbigny,  Caprina  sp.,  Sphaerucaprina  sp.,  Nerinea  cf.  fomjuliensis  PlRONA, 
Nerinea  sp.  and  some  dasycladacean  algae  that  he  sent  to  Gustav  Steinmann  in 


(*)  Lavoro  eseguito  con  il  contributo  del  C.N.R.  e  del  M.P.L 

(*)  Istituto  dì  Paleontologia  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 


90  Filippo  Barattolo 


order  to  study  them.  The  samples  sent  by  Bòhm  to  Steinmann  were  thè  same  con- 
taining  Sphaerucaprina  lenti  (Bòhm,  1898,  p.  325).  Steinmann  ascribed  thè  dasycla- 
dacean  algae  partly  to  a  new  species  {Neomeris  cretacea)  and  partly  to  Triploporella 
fraasi  a  species  that  he  himself  had  instituted  about  twenty  years  later  (1880)  and 
coming  from  thè  Cenomanian  of  Lebanon  (see  Barattolo  1981).  Nevertheless  thè 
Mexican  Triploporella  differs  from  Triploporella  fraasi  because  of  its  calcified  cyst- 
containers.  It  seems  right  to  ascribe  thè  former  to  another  species,  for  which  w e 
already  suggested  (Barattolo  1980)  thè  name  of  Triploporella  steinmannii,  accor- 
ding  to  thè  possibility  and  degree  of  calcifìcation  of  thè  cyst-containers  that  have 
been  considered  important  characters  of  specifìc  differentiation  (Barattolo  1980). 

Steinmann  did  not  indicate  thè  deposit  of  thè  studied  samples.  Therefore  I  am 
particularly  grateful  to  Prof.  Rolf  Schroeder  of  thè  Geologisch-Palàontologisches 
Institut  of  Frankfurt  for  his  favour  and  effective  interest  that  led  him  to  find  thè 
Bòhm’s  samples  containing  Sphaerucaprina  lenti  and  Triploporella  steinmannii  at  thè 
Geologisches  Institut  of  Freiburg  (W.-Germany).  I  express  my  best  thanks  to  Prof. 
G.  Thorbecke,  Director  of  thè  Geologische  Institut  of  Freiburg,  as  he  allowed  thè 
cut  of  some  thin  sections  in  a  Bòhm’s  samples  with  Sphaerucaprina  lenti  in  order  to 
study  thè  Dasycladaceae  contained  in  it. 

Diagnosis.  Simple  thallus,  slightly  club-shaped.  Primary  branches  arranged  in 
verticils  dose  together  and  alternating,  their  inclination  is  of  about  80-90°  as  to  thè 
axis  of  thè  thallus  except  in  thè  highest  region  of  thè  skeleton  where  it  assumes 
smaller  values.  The  primary  branches  are  very  stout  and  straight;  their  vertical  sec- 
tion  has  a  quite  uniform  width  or  it  slightly  widens  outwards;  on  thè  contrary  their 
whorly  section  widens  gradually  outwards;  their  transversai  sections  are  made  proxi- 
mally  of  rather  compressed  elliptical,  subrectangular,  subsquared  or  circular  sections 
in  thè  distai  part.  Secondary  branches,  three  per  tuft,  rarely  four  or  Five,  rather  long, 
stout  and  phloi'ophorous.  Calcified  reproductive  organs  by  cyst-containers  placed 
inside  thè  primary  branches  (cladosporate-type);  every  cyst-containers  has  generally 
4  cysts,  rarely  5-7.  The  calcifìcation  is  formed  by  a  stout  calcareous  skeleton  pro- 
bably  closed  upwards;  it  touches  thè  primary  branches  entirely  and  thè  secondary 
branches  for  a  good  part  of  their  lenght. 

The  most  signifìcant  biometrica!  values  are  in  thè  table  I. 


Premessa 

Nel  1898  Georg  Bòhm  studiò  i  Molluschi  contenuti  in  pezzi  di  roccia 
sia  grezzi  che  in  lastre  lucidate  acquistati  dai  geologi  Felix  e  Lenk  da  una 
industria  per  la  lavorazione  del  marmo  di  Nogales,  centro  abitato  a  circa  10 
km  ad  Ovest  di  Orizaba  in  Messico;  i  campioni  provenivano  dal  Cerro 
Escamela,  un  rilievo  posto  subito  a  NE  di  questa  ultima  città. 

Bòhm  istituì  Caprina  ramosa,  Sphaerucaprina  felixi  e  Sphaerucaprina 
lenti  e  riscontrò  anche  Caprina  cf.  adversa  D’Orbigny,  Caprina  sp.,  Sphae¬ 
rucaprina  sp.,  Nerinea  cf.  forojuliensis  Pirona  e  Nerinea  sp.  ed  alcune  Dasi- 


Osservazioni  su  Triploporella  steinmannii  n.  sp ecc.  91 


cladali  che  inviò  per  lo  studio  a  Gustav  Steinmann.  I  campioni  inviati  da 
Bòhm  a  Steinmann  erano  quegli  stessi  che  contenevano  Sphaerucaprina 
ienki  (Bòhm  1898,  p.  325).  Quest’ultimo  autore  attribuì  le  Dasicladali  pre¬ 
senti  in  parte  ad  una  nuova  specie  (Ne  o  me  ri  s  cretacea)  ed  in  parte  a  Triplo¬ 
porella  fraasi ,  una  specie  che  lui  stesso  aveva  istituito  una  ventina  di  anni 
prima  (1880)  nel  Cenomaniano  del  Libano  (vedi  Barattolo  1981). 

La  Triploporella  messicana  tuttavia  differisce  da  Triploporella  fraasi 
per  essere  provvista  di  contenitori  calcificati.  Avendo  ritenuto  (Barattolo 
1980)  che  la  possibilità  ed  il  grado  di  calcificazione  dei  contenitori  di  cisti 
abbiano  importanza  a  rango  di  differenziazione  specifica,  sembra  oppor¬ 
tuno  attribuire  le  Triploporelle  messicane  ad  una  specie  differente  per  la 
quale  già  proposi  (Barattolo,  1980,  p.  106,  nota  1)  il  nome  di  Triplopo¬ 
rella  steinmannii. 

Steinmann  non  indicò  il  luogo  in  cui  era  depositato  il  materiale  stu¬ 
diato.  Pertanto  sono  particolarmente  grato  al  prof.  Rolf  Schroeder  del 
Geologische-Palaeontologisches  Institut  di  Frankfurt  per  la  sua  benevo¬ 
lenza  ed  il  fattivo  interessamento  che  hanno  permesso  di  rintracciare 
presso  il  Geologisches  Institut  di  Freiburg,  in  Germania,  il  materiale  a 
Sphaerucaprina  lenki  e  Triploporella  steinmannii  di  Bòhm.  Un  vivo  ringra¬ 
ziamento  rivolgo  anche  al  prof.  G.  Thorbecke,  Direttore  del  Geologisches 
Institut  di  Freiburg,  per  aver  consentito  l’esecuzione  di  alcune  sezioni  sot¬ 
tili  nel  materiale  a  Sphaerucaprina  lenki  di  Bòhm,  al  fine  di  permettere  lo 
studio  delle  Dasicladacee  presenti. 


Inquadramento  stratigrafico  della  regione  di  Orizaba 

La  zona  di  Orizaba  è  stata  oggetto  di  numerosi  studi  geologici  e  strati- 
grafici  a  partire  già  dalla  fine  del  secolo  scorso  (vedi  per  es.  Bòse  1899; 

Stanton  1900;  Burckhardt  1930;  Imlay  1944;  Mùllerried  1947;  Mac- 

beth  1956). 

Recentemente  Bonet  (1971)  prendendo  in  considerazione  soltanto  i 
livelli  calcarei  della  regione  di  Cordoba-Orizaba  ha  individuato  dal  basso 
verso  l’alto  le  seguenti  formazioni  apparentemente  concordanti  tra  di  loro 
ed  estendentesi  complessivamente  dall’Albiano  inferiore  al  Campaniano: 

Formazione  Orizaba ,  di  circa  800  m  di  spessore,  costituita  da  calcari 
compatti  di  colore  variabile  dal  grigio  scuro  al  crema  chiaro,  ben  stratificati 
o  massicci,  da  50  a  250  cm  di  spessore.  I  macrofossili  presenti  sono  costi¬ 
tuiti  soprattutto  da  Lamellibranchi  Pachiodonti  e  Nerinee  (vedi  al  riguardo 


92  Filippo  Barattolo 


Mullerried,  1947,  pp.  366-371,  374-376).  Sulla  base  dei  microfossili  pre¬ 
senti  è  possibile  individuare  in  questa  formazione  quattro  biozone  (Bonet, 
1971,  pp.  6-7)  che  dal  basso  verso  l’alto  sono: 

-  zona  ad  Orhitolina ,  ascrivibile  all’Albiano  inferiore;  contenente 

Orbitolìna  sp. 

-  zona  a  Dictyoconus ,  ascrivibile  all’Albiano  medio;  contenente  Dic- 
tyoconus  walnutensis  (Carsey),  Coskinolina  sunnilandensis  Maync,  Coski- 
nolinoides  texanus  Keijzer  e  Nummoloculina  beimi  Bonet. 

-  zona  a  Nummoloculina ,  ascrivibile  all’Albiano  superiore;  contenente 
Nummoloculina  beimi  Bonet. 

-  zona  a  Riammalino,  contenente  Planomalina  buxtorfi  (Gandolfi)  e 
Nummoloculina  beimi  Bonet;  questa  zona  è  ascritta  da  Bonet  al  Cenoma- 
niano,  ma  dovrebbe  appartenere  verosimilmente,  per  la  presenza  di  Plano¬ 
malina  buxtorfi ,  al  Vraconiano. 

Formazione  Mal  trota,  di  90-100  m  di  spessore;  costituita  principal¬ 
mente  da  calcari  neri  e  scuri  con  liste  e  noduli  di  selce,  ben  stratificati,  di 
spessore  variabile  da  10  a  40  cm.  I  fossili  presenti  sono:  Calcisphaerula 
innominata  Bonet,  Pitbonella  ova/is  Kaufmann,  frequenti  Hedbergella  (o 
Ticine  Hai),  rare  Heterohelix  e  probabili  Globotruncane.  L’età  della  forma¬ 
zione  dovrebbe  essere  compresa,  secondo  Bonet,  tra  il  Cenomaniano  supe¬ 
riore  e  il  Turoniano. 

Formazione  Guzmantla,  di  900-1200  m  di  spessore;  costituita  da  calcari 
stratificati  o  più  o  meno  massici,  di  colore  variabile  dal  grigio  al  crema 
chiaro.  I  fossili  riscontrati  sono  costituiti  essenzialmente  da  Molluschi  (vedi 
Mullerried,  1947,  pp.  380-414)  e  da  Valvulammina  picardi  Henson, 
Ammobaculites  sp.,  Calcisphaerula  sp.  e  Milioidi.  La  formazione  viene  rife¬ 
rita  al  Turoniano-Coniaciano. 

Formazione  Atoyac,  di  370-430  m  di  spessore  e  forse  anche  più;  costi¬ 
tuita  da  calcareniti  e  calciruditi  in  strati  massicci.  I  fossili  riscontrati  sono 
costituiti  da:  Calcisphaerula  innominata  Bonet,  Pitbonella  ovalis  Kauf¬ 
mann,  Stomiosphaera  gigantea,  Calcisphaerula  gigas,  Pitbonella  grandis, 
«Lagena»  gracillima  (Seguenza),  Stomiosphaera  diffrigens  (Lapparent), 
Stomiosphaera  cordiformis  (Ayala  &  Seiglie),  Globotruncana  rosetta  (Car¬ 
sey),  Globotruncana  lapparenti  Brotzen,  Globotruncana  subcircumnodifer 
Gandolfi  &  al,  Sulcoperculina  globosa  De  cizancourt,  Lepidorbitoides 
minima  (Schlumberger),  Sulcoperculina  dickersoni  (Palmer),  Lepidorbitoi¬ 
des  planasi  Rutten,  Aktinorbitoides  browni  Bronniman,  Pseudorbitoides 
rutteni  BròNNIMANN,  Pseudorbitoides  trechmanni  DouviLLÉ,  Orbitoides  ti  so  ti 


Osservazioni  su  Triploporella  steinmannii  n.  sp.,  ecc .  93 


Schlumberger,  Vaughania  cubensis  Palmer,  Vaughania  barberi  Brònni- 
mann  e  Torreina  terrei  Palmer.  La  formazione  viene  riferita  al  Campa¬ 
vano  superiore-Maestrichtiano  inferiore. 


Triploporella  steinmannii  n.  sp. 

1899  a  Triploporella  fraasì ;  Steinmann:  pp.  137-142,  figg.  4-9,  12. 

1899  b  Triploporella  fransi ';  Steinmann:  pp.  189-193,  figg.  32-37,  40. 
1980  Triploporella  steinmanni  nom.  nud.;  Barattolo:  p.  106,  nota  1. 

Origine  del  nome.  La  specie,  conformemente  a  quanto  proposto  in 
Barattolo  (1980),  è  dedicata  al  Prof.  Gustav  Steinmann  che  per  primo  ne 
illustrò  i  caratteri  essenziali. 

Olotipo.  Esemplare  in  sezione  obliqua  del  preparato  n.  9  del  campione 
a  Sphaerucaprina  lenki  della  collezione  Bòhm  illustrato  alla  tav.  Ili  fig.  1 
del  presente  lavoro. 

Isotipi.  Esemplari  dei  preparati  n.  1-9  del  campione  a  Sphaerucaprina 
lenki  della  collezione  Bòhm. 

Deposito.  L’olotipo  e  gli  isotipi  sono  conservati  presso  il  Geologisches 
Institut  dell’Università  di  Freiburg  (Repubblica  Federale  Tedesca). 

Località-tipo.  Il  materiale  a  Triploporella  steinmanii  fu  acquistato  da 
Felix  &  Lenk  presso  una  grossa  industria  per  la  lavorazione  del  marmo 
nei  pressi  del  centro  abitato  di  Nogales  (Bòhm,  1898,  p.  325);  esso  proviene 
da  una  grossa  cava  posta  sul  lato  meridionale  del  Cerro  de  Escamela  (Mul- 
lerried,  1947,  p.  373),  rilievo  a  NE  della  città  di  Orizaba  nello  Stato  di 
Veracruz  nel  Messico  (vedi  fig.  1). 

Livello  tipo.  Calcarenite  passante  a  calcirudite  con  clasti  costituiti 
essenzialmente  da  fossili,  subordinatamente  sono  presenti  peloidi  ed  inca¬ 
ciasti;  localmente  il  fango,  normalmente  scarso,  può  diventare  prevalente. 
Il  cemento  si  presenta  in  due  generazioni  nettamente  separate;  la  prima 
con  cristalli  aciculari,  che  chiaramente  costituisce  una  fase  di  cementa¬ 
zione  precoce  ed  una  seconda  costituita  da  cemento  a  blocchi. 

I  fossili  sono  costituiti  da  alghe,  Foraminiferi,  Molluschi  e  radioli  di 
Echinoidi.  Le  alghe  sono  costituite  da  Dasicladacee  ( Triploporella  stein¬ 
mannii  n.  sp.  e  Neomeris  cretacea  Steinmann)  e  subordinatamente  da  Cia- 
noficee  nodulari  tipo  Cayeuxia  ;  i  Foraminiferi  sono  rappresentati  da  orbito- 
linidi  e  occasionalmente  da  piccole  Quinqueloculina  sp.  Tra  i  Molluschi 


94  Filippo  Barattolo 


sono  presenti  Caprìnuloidea  (?)  lenki  (=  Sphaerucaprina  lenki  Bòhm)  e  pic¬ 
coli  Gasteropodi.  Spesso  i  gusci  delle  Rudiste  risultano  intensamente  perfo¬ 
rati  da  minute  gallerie  meandriformi  che  per  la  loro  forma  sembrano  riferi¬ 
bili  all’azione  di  alghe  endolitiche;  essi  sono  costituiti  frequentemente  da 


Fig.  1.  -  Cerro  de  la  Escamela  presso  Orizaba  nello  Stato  di  Veracruz  (Messico) 
alla  scala  1:50000,  dalia  «Carta  de  la  Republica  Mexicana  à  la  100000a» 
(la  serie,  Hoja  19  II  (V)  e  Hoja  19  II  (Q);  pubi.  1907,  2a  ed.)  modifi¬ 
cata.  La  località  segnata  con  un  asterisco  rappresenta,  probabilmente, 
quella  di  provenienza  del  campione  a  Triploporella  stein  ma  unii  n.  sp. 


Osservazioni  su  Triploporella  steinmannii  n.  sp ecc.  95 


calcite  spatica  precipitata  dopo  la  loro  dissoluzione  completa;  altre  volte  i 
gusci  si  presentano  ricristallizzati. 

La  presenza  di  gusci  disciolti,  la  distribuzione  della  frazione  sottile  del 
sedimento  essenzialmente  nei  punti  di  contatto  dei  clasti  ed  infine  la 
natura  dei  cementi  sembra  lasciare  ipotizzare  una  diagenesi  precoce  in 

ambiente  vadoso. 

L’età  del  livello-tipo  sembra  desumibile  principalmente  dagli  Orbitoli- 
nidi  presenti  che  il  prof.  Schroeder  attribuisce  (comunicazione  personale) 
all’Albiano  medio.  Ciò  concorda  con  l’età  assegnata  da  Bonet  (1971)  agli 
unici  calcari  ad  Orbitolinidi  da  lui  accertata  nella  regione  di  Cordoba-Ori- 
zaba  (zona  a  Dictyoconus :  contenente  Dictyoconus  walnutensis  (Carsey), 
Coskinolina  sunnilandensis  Maync,  Coskinolinoides  texanus  Keijzer  e 
Nummoloculina  he  imi  Bonet). 

Diagnosi.  Tallo  semplice,  lievemente  claviforme.  Rami  primari  disposti 
in  verticilli  ravvicinati  ed  in  alternanza,  la  loro  inclinazione  è  di  circa  80- 
90°  rispetto  all’asse  del  tallo  tranne  che  nella  regione  più  alta  del  mani¬ 
cotto  dove  assume  valori  minori.  I  rami  primari  sono  molto  robusti  e  dritti; 
la  loro  sezione  verticale  presenta  un’ampiezza  pressocché  uniforme  o  lieve¬ 
mente  crescente  verso  l’esterno;  la  sezione  verticillare  è,  invece,  gradual¬ 
mente  crescente  verso  l’esterno;  le  sezioni  trasversali  dei  rami  sono  costi¬ 
tuite,  in  posizione  prossimale,  da  ellissi  verticali  piuttosto  compresse  late¬ 
ralmente  che  passano  gradualmente  a  sezioni  ellittiche  meno  compresse  o 
di  forma  subrettangolare,  sub  quadrata  o  circolare  nella  parte  distale.  Rami 
secondari  in  ciuffetti  di  tre,  raramente  quattro  o  cinque,  relativamente 
lunghi,  robusti  e  floiofori.  Organi  riproduttori  calcificati,  costituiti  da  conte¬ 
nitori  di  cisti  posti  all’interno  dei  rami  primari  (tipo  cladosporo);  ogni  con¬ 
tenitore  di  cisti  presenta  generalmente  4  cisti,  raramente  5-7.  La  calcifica¬ 
zione  è  costituita  da  un  robusto  manicotto  probabilmente  chiuso  verso 
l’alto;  esso  interessa  i  rami  primari  per  intero  ed  i  rami  secondari  per 
buona  parte  della  loro  lunghezza. 

I  valori  biometrici  più  significativi  sono  riportati  in  tabella  I. 

Osservazioni  generali  sul  campione  studiato  ed  indagine  statistica.  Il 
materiale  utilizzato  per  la  descrizione  della  specie  in  esame  è  costituito  da 
un  piccolo  campione  calcareo  di  colore  grigio  scuro  tendente  al  marroncino 
con  clasti  contornati  di  materiale  scuro.  Il  campione  è  di  forma  irregolare: 
lungo  circa  8  cm  ed  ampio  circa  4  cm,  avente  un  lato  parzialmente  segato  e 
levigato  sulla  cui  superfìcie  sono  visibili  due  gusci  di  Caprionuloidea  (?) 
lenki  (=  Sphaerucaprina  lenki  Bòhm),  un  esemplare  di  Triploporella  stein- 
manni  n.  sp.,  in  sezione  obliqua  e  diversi  Orbitolinidi.  Dal  lato  opposto 


96  Filippo  Barattolo 


a  quello  levigato  sono  state  ricavate  nove  sezioni  sottili,  numerate  con 
numeri  progressivi  da  1  a  9. 


TABELLA  I 

Triploporella  steinmannii  n.  sp.  Valori  dei  caratteri  biometrici  più  significativi.  Gli 
intervalli  di  variabilità  sono  scritti  in  neretto,  i  valori  medi  e  la  deviazione  standard 
sono  scritti  in  caratteri  normali;  fra  parentesi,  in  corsivo,  è  indicato  il  numero  delle 
misure  effettuate.  Tutti  i  valori  dimensionali  sono  espressi  in  millimetri.  ( d  =  dia- 
etro  interno  del  manicotto;  D  =  diametro  esterno  del  manicotto;  w  =  numero  dei 
pori  per  verticillo;  p'w  =  ampiezza  verticillare  dei  pori  primari;  p'v  =  ampiezza  verti¬ 
cale  dei  pori  primari;  p"  =  ampiezza  dei  pori  secondari;  l"  =  lunghezza  dei  pori 
secondari;  h  =  altezza  tra  i  verticilli;  d\  d  =  rispettivamente  diametro  assiale  ed 
equatoriale  dei  contenitori  di  cisti). 


0,9  -  1,5 

d  1,21  ±  0,230 
(5) 

3,2  ~  4,2 

D  3,96  ±  0,250 
(5) 

26  -  34 

w  30,7  ±  3,40 
(4) 

0,28  -  0,37 

p'v  0,33  ±  0,0374 
(4) 


Pw 


0,28  -  0,41 
(5) 


p" 


0,13  -  0,16 

(4) 


/" 


0,16  -  0,23 
(4) 


0,32  -  0,40 
(4) 


d'  x  d 


0,07-0,11  x  0,10-0,19 

(15)  (25) 


Tutti  gli  esemplari  di  Triploporella  steinmannìii  osservati  mostrano 
traccia  di  organi  riproduttori  all’intemo  dei  rami  primari;  questi  ultimi  pos¬ 
sono,  però,  rinvenirsi  sparsi  nel  sedimento. 

A  causa  dell’esiguo  numero  di  esemplari  a  disposizione  (nove)  lo  stu¬ 
dio  statistico  deve  ritenersi  valido  solo  con  larga  approssimazione;  nella 
tabella  I  vengono  fornite  le  medie  e  le  deviazioni  standard  di  alcuni  fra  i 
principali  caratteri  biometrici.  Per  mettere  ulteriormente  in  evidenza  le  dif¬ 
ferenze  tra  la  specie  in  esame  e  Triploporella  fraasi ,  con  cui  era  stata  con- 


Osservazioni  su  Triploporella  steinmannii  n.  sp.,  ecc.  97 


fusa,  si  è  applicato  a  questi  due  taxa  il  test,  F,  di  varianza  riferito  al  dia¬ 
metro  interno  del  manicotto  (d),  e  i  test  di  covarianza  riferiti  al  diametro 
esterno  del  manicotto  (D)  ed  al  numero  di  pori  per  venticelo  (w)  in  fun¬ 
zione  di  d  (vedi  tab.  II);  dai  test  di  covarianza  si  evince  che  i  parametri  si 


TABELLA  II 


Triploporella  steinmannii  n.  sp.  e  Triploporella  fraasi  Steinmann.  Risultato  del  test  di 
varianza,  F \  applicato  al  diametro  interno  del  manicotto  (d)  e  dei  test  di  covarianza 
applicati  al  diametro  esterno  del  manicotto  (D)  ed  al  numero  di  pori  per  verticillo 
(w)  in  funzione  del  diametro  interno  del  manicotto  (d).  I  valori  non  contrassegnati 
da  asterischi  non  sono  significativi,  quelli  contrassegnati  da  due  asterischi  sono  alta¬ 
mente  significativi.  (S  d  =  somma  dei  valori  del  diametro  interno  del  manicotto; 
S  d2  =  somma  dei  valori  del  diametro  interno  del  manicotto  elevati  al  quadrato; 
S  D  ■  D  =  somma  dei  prodotti  dei  valori  del  diametro  interno  per  i  valori  del  dia¬ 
metro  esterno  del  manicotto;  SD  =  somma  dei  valori  del  diametro  esterno  del 
manicotto;  SD2  =  somma  dei  valori  del  diametro  esterno  del  manicotto  elevati  al 
quadrato;  S  d  •  w  =  somma  dei  prodotti  dei  valori  del  diametro  interno  del  mani¬ 
cotto  per  i  valori  del  numero  di  pori  per  verticillo;  S  w  =  somma  dei  valori  del 
numero  di  pori  per  verticillo;  S  w2  =  somma  dei  valori  del  numero  di  pori  per  verti¬ 
cillo  elevati  al  quadrato;  n  =  numero  di  individui). 


Triploporella  fraasi  STEINMANN 


Triploporella  steinmannii  n.sp. 


Test  F  Test  di 

di  varianza  covarianza 


S  d 

218,91 

S  d 

= 

6,05 

S  d 2 

= 

346,995 

S  d2 

= 

7,5326 

n 

= 

147 

n 

= 

5 

S  d 

= 

218,91 

S  d 

= 

6,05 

S  d2 

= 

346,995 

S  d2 

= 

7,5326 

§  d  D 

= 

763,33 

S  d-D 

= 

23,9883 

S  d 

= 

489,61 

S  d 

= 

19,78 

SD2 

- 

1725,997 

SD2 

- 

78,50 

n 

= 

147 

n 

= 

5 

S  d 

- 

183,44 

S  d 

- 

5,05 

S  d2 

292,37 

S  d2 

6,5326 

S  d  •  w 

- 

8521,25 

S  d  •  w 

= 

157,26 

S  w 

= 

5410 

S  w 

= 

123 

S  w2 

= 

251871 

S  w2 

= 

3817 

n 

- 

122 

n 

4 

98  Filippo  Barattolo 


discostano  in  modo  significativo  per  cui,  conseguentemente  a  quanto  indi¬ 
cato  dagli  organi  riproduttori  (calcificati  in  Triploporella  steinmannii,  non 
calcificati  in  Triploporella  fraasi)  i  due  taxa  sono  da  ritenersi  specie  diffe¬ 
renti.  Nelle  figg.  3-4  alcuni  valori  dimensionali  maggiormente  indicativi  di 
Triploporella  steinmannii  vengono  comparati  con  quelli  degli  isotipi  di  Tri¬ 
ploporella  fraasi  al  fine  di  mettere  in  evidenza  le  differenze  tra  le  due 
specie. 

Caratteri  generali  del  manicotto  calcareo.  Il  manicotto  calcareo  è  lieve¬ 
mente  claviforme,  privo  di  articolazione,  ondulazione  ed  intusannulazione. 
Esso  interessa  i  rami  primari  per  intero  ed  i  rami  secondari  per  quasi  tutta 
la  loro  lunghezza.  Si  possono  osservare  infatti  alcuni  esemplari  in  cui  il 
poro  primario  nella  porzione  più  prossimale  è  estremamente  sottile  mentre 
al  tempo  stesso  la  superficie  interna  del  manicotto  risulta  netta,  liscia  e 
pressoché  continua  (tav.  I  e  fig.  2  c);  l’ampiezza  del  manicotto  calcareo,  tut¬ 
tavia,  può  risultare  apparentemente  inferiore  a  quella  reale  in  seguito  ad 
usura  della  superficie  esterna  o  di  quella  interna  del  manicotto. 

Per  quasi  tutta  la  lunghezza  dei  pori  primari  la  calcificazione  è  sottile 
ed  uniforme;  il  suo  spessore  tra  i  pori  di  uno  stesso  verticillo  è  lievemente 
inferiore  di  quello  fra  i  verticilli  successivi. 

I  pori  secondari  sono  ben  distinti  e  svasati  verso  l’esterno,  ciò  lascia 
supporre  che  la  calcificazione  si  estendesse  per  la  maggior  parte  della  loro 
lunghezza;  essa  inoltre  si  sviluppa  sia  tra  ciuffi  contigui  che  tra  i  rami  di 
uno  stesso  ciuffo  (fig.  2d). 

II  diametro  esterno  (D)  del  manicotto  varia,  nei  pochi  esemplari  osser¬ 
vati,  tra  3, 2-4, 2  mm;  il  diametro  interno  (d)  del  manicotto  varia  tra  0,9- 
1,5  mm  (fig.  3  A);  lo  spessore  della  calcificazione  (( D-d)/2 )  varia  tra  0,9- 
1,5  mm;  il  rapporto  (D/d)  tra  diametro  esterno  ed  interno  del  manicotto 
varia  tra  2, 7-4, 2. 

Inclinazione  e  distribuzione  dei  rami  primari.  I  rami  per  la  maggior 
parte  dello  sviluppo  longitudinale  del  manicotto  presentano  una  inclina¬ 
zione  di  circa  90°;  tuttavia  si  sono  osservati  dei  casi  di  esemplari,  uno  in 
sezione  obliqua  (tav.  II  fig.  2)  ed  un  altro  in  sezione  tangenziale  (tav.  IV)  in 
cui  sembrano  diminuire  gradualmente  di  dimensioni  ed  inclinazione  verso 
l’alto;  nella  regione  inferione  del  manicotto  i  rami  conservano  la  loro  incli¬ 
nazione  perpendicolare  o  tendono  ad  inclinare  lievemente  verso  il  basso 
(tav.  IV). 

I  rami  primari  sono  disposti  in  verticilli  semplici  (tipo  euspondilo)  e 
sono  alterni  in  verticilli  successivi  (tav.  IV).  I  verticilli  sono  piuttosto  ravvi- 


Osservazioni  su  Triploporella  steinmannii  n.  sp.,  ecc.  99 


cinati,  la  loro  altezza  (h)  varia  tra  0,32-0,40  mm.  Il  numero  di  pori  per  ver¬ 
ticillo  (w)  varia  tra  26-34  (vedi  fig.  3  B). 


Forma  e  dimensioni  dei  rami  primari.  I  pori  primari  sono  approssima¬ 
tivamente  subcilindrici,  più  esattamente  mentre  la  sezione  verticale  ha 


Fig.  2.  —  Triploporella  steinmannii  n.  sp.  a:  porzione  di  un  verticillo  in  sezione  tra¬ 
sversale  (Steinmann,  1899a,  fig.  3).  b:  particolare  di  una  sezione  tangen¬ 
ziale  (Steinmann,  1899a,  fig.  4).  c:  particolare  di  una  sezione  longitudi¬ 
nale,  con  s  è  stata  indicata  la  cavità  centrale,  con  p  è  stato  indicato  il 
punto  di  attacco  dei  pori  primari  al  sifone  centrale;  sono  evidenti  gli 
organi  riproduttori  aH’interno  dei  rami  primari  (Steinmann,  1899a,  fig.  5). 
d:  porzione  di  sezione  tangenziale  che  mostra  i  rami  secondari  e  gli 
organi  riproduttori  all’interno  dei  rami  primari  (Steinmann,  1899a,  fig.  6). 
e:  porzione  di  sezione  longidudinale  che  mostra  i  contenitori  di  cisti 
alPinterno  dei  rami  primari,  con  s  è  stata  indicata  la  cavità  centrale 
(Steinmann,  1899a,  fig.  7).  f:  contenitori  di  cisti  in  sezione  equatoriale 
( a-c )  ed  assiale  ( d )  (Steinmann,  1899a,  fig.  8). 


Fig.  3.  ~  Triploporella  steinmannii  n.  sp.  (  O)  e  Tripioporeìla  fraasi  Steinmann  (•). 

Variabilità  del  diametro  esterno  del  manicotto  (D)  (A)  e  del  numero  di 
pori  per  verticillo  (w)  (B)  in  funzione  del  diametro  interno  del  manicotto 
(d).  Ad  ogni  cerchietto  del  diagramma  corrisponde  un  unico  esemplare. 
Tutti  i  valori  dimensionali  sono  espressi  in  millimetri.  La  figura  mostra 
che  a  parità  di  diametro  interno  (d),  i  valori  del  diametro  esterno  (D)  di 
Triploporella  steinmannii  sono  generalmente  maggiori  di  quelli  di  Triplo¬ 
porella  fraasi  mentre  quelli  del  numero  di  pori  per  verticillo  (w)  sono 
sempre  minori. 


Fig.  4. 


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«  Triploporeila  fraasi  STEINMANN 
°  Triploporeila  steinmannii  n.sp. 

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A 

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0.5  1.5  2.5 

Triploporeìla  steinmannii  n.  sp.  (O)  e  Triploporeila  fraasì  Steinmann  (•). 
Variabilità  dell’ampiezza  verticillare  (p'w)  dei  pori  primari  (A),  dell’am¬ 
piezza  verticale  (p'v)  dei  pori  primari  (B)  e  dell’altezza  dei  verticilli  (h  )  (C  ) 
in  funzione  del  diametro  interno  del  manicotto  [d).  Ad  ogni  cerchietto 
corrisponde  un  unico  esemplare.  Tutti  i  valori  biometrici  sono  espressi  in 
millimetri.  La  figura  mette  in  evidenza  che  a  parità  di  diametro  interno 
(d)  i  valori  dell’ampiezza  verticillare  (prw)  e  di  quella  verticale  (pfv)  dei  pori 
primari  di  Triploporeila  steinmannii  sono  generalmente  maggiori  di  quelli 
di  Triploporeìla  fraasì  mentre  quelli  dell’altezza  dei  verticilli  (h)  sono 
mediamente  gli  stessi. 


102  Filippo  Barattolo 


un’ampiezza  pressoché  costante,  invece,  la  sezione  verticillare  cresce  gra¬ 
dualmente  e  lentamente  verso  l’esterno;  conseguentemente  le  sezioni  tra¬ 
sversali  del  ramo  sono  costituite  da  ellissi  piuttosto  compresse  lateral¬ 
mente  nella  porzione  prossimale  (tav.  IV)  le  quali  diventano  via  via  meno 
compresse  fino  a  diventare  circolari  o  subrettangolari  nella  regione  distale 
(tav.  Ili  fig.  1;  tav.  II  figg.  1-2). 

L’ampiezza  verticale  del  ramo  {p'v)  varia  tra  0,28-0,37  mm;  la  lun¬ 
ghezza  dei  rami  (/')  è  di  1,0- 1,3  mm  (fig.  4).  Il  punto  di  attacco  del  ramo  al 
sifone  centrale,  analogamente  a  quanto  si  verifica  in  Triploporella  fraasi , 
anche  in  questa  specie  sembra  essere  variabile  rispetto  all’ampiezza  iniziale 
del  ramo:  da  superiore  fino  ad  inferiore  (figg.  5-6). 


Fig.  5.  -  Triploporella  steinmannii  n.  sp.  Stereogramma  di  un  ramo  primario  che 
mostra  una  porzione  della  sezione  verticale  ed  una  porzione  della  sezione 
verticillare  del  ramo. 


Rami  secondari.  Su  ogni  ramo  primario  si  impianta  un  ciuffetto  di  pori 
secondari.  Negli  esemplari  da  me  studiati  non  è  ben  osservabile  il  numero 
dei  rami  secondari  per  ciuffetto;  in  base  a  quanto  affermato  da  Steinmann 
(1899a)  e  da  quanto  si  deduce  dalle  illustrazioni  fornite  da  questo  autore 
esso  è  di  3,  oppure,  ma  raramente,  di  4  o  5. 

I  pori  secondari  sono  relativamente  lunghi,  robusti  e  tozzi;  essi  si  sva¬ 
sano  gradualmente  e  moderatamente  verso  l’esterno  il  che  lascia  pensare 
che  ospitassero  dei  rami  floiofori.  L’ampiezza  distale  dei  rami  secondari 
(/?")  è  di  circa  0,13-0,16  mm  mentre  la  loro  lunghezza  (/")  è  di  0,16- 
0,23  mm. 

I  pori  secondari  di  ogni  ciuffetto  sono  disposti  secondo  i  vertici  di  un 
triangolo  ed  in  modo  tale  che  una  delle  altezze  di  questo  triangolo  giaccia 
sul  piano  verticillare  (fig.  2d  e  fig.  8).  La  distribuzione  dei  pori  secondari 
appena  illustrata  sembra  essere  osservabile  finora  solo  in  questa  specie. 


Osservazioni  su  Triploporella  steinmannii  n .  sp ecc.  103 


Organi  di  riproduzione.  Gli  organi  di  riproduzione  sono  costituiti  da 
contenitori  di  cisti.  Questi,  però,  nei  preparati  studiati,  la  maggior  parte 
delle  volte  sono  interamente  spatizzati  per  cui  lasciano  incerti  sulla  loro 
vera  natura;  tuttavia  in  diversi  casi  si  sono  potute  osservare  le  singole  cisti 
alPinterno  dei  contenitori  (tav.  IV  fig.  2)  e  si  è  potuta  accertare,  così,  la 
loro  vera  identità.  I  contenitori  di  cisti  sono  di  forma  lenticolare  (ellissoide 
con  asse  di  rotazione  corto);  si  presentano,  perciò,  ellittici  in  sezione 
assiale  e  circolari  in  sezione  trasversale.  In  base  a  misure  eseguite  su  una 
trentina  di  contenitori  di  sette  manicotti  differenti  si  è  accertato  che  il  loro 
asse  minore  (altezza)  ( d ')  varia  tra  0,07-0,11  mm;  il  diametro  equatoriale 
(larghezza)  (d)  misura  circa  0,10-0,19  mm;  il  rapporto  tra  l’altezza  e  la  lar¬ 
ghezza  ( d'Id )  varia  tra  0,53-0,72. 


Fig.  6.  -  Triploporella  steinmannii  n.  sp.  Visualizzazione  della  sezione  verticale 
(parte  superiore  della  figura),  verticillare  (parte  mediana  della  figura)  e 
trasversali  (parte  inferiore  della  figura)  del  ramo  primario.  p'v  =  ampiezza 
verticale  del  ramo;  p'w  =  ampiezza  verticillare  del  ramo. 


In  ogni  contenitore  (fide  Steinmann,  1899a,  Ip.  141)  sono  presenti  da 
4  a  7  -  forse  8  -  cisti  subsferiche  od  ovoidi  con  la  porzione  meno  dilatata 
rivolta  verso  l’interno  del  contenitore  e  tutte  disposte  su  di  uno  stesso 
piano  (fig.  2  0;  il  diametro  delle  cisti,  misurato  nel  senso  della  larghezza 
del  contenitore,  è  di  circa  0,05  mm. 

I  contenitori  di  cisti  sono  stati  osservati  sempre  all’interno  dei  rami 
primari;  essi  si  dispongono  prevalentemente  con  il  piano  equatoriale  pa¬ 
rallelamente  alla  sezione  verticale  o  a  quella  trasversale  del  ramo;  sono 
stati  osservati,  però,  diversi  casi  in  cui  i  contenitori  di  cisti  sono  disposti 


104  Filippo  Barattolo 


con  il  piano  equatoriale  parallelamente  al  piano  verticillare  del  ramo  pri¬ 
mario. 

Ricostruzione  del  tallo.  Alla  massima  parte  dei  caratteri  del  tallo  si  è 
già  accennato  nei  paragrafi  precedenti.  Nella  ricostruzione  fornita  si  è  sup¬ 
posto  che  i  rami  secondari  terminassero  poco  oltre  la  porzione  calcificata 
determinando  un  cortex  a  maglie  esagonali. 

I  manicotti  calcarei  non  sembrano  presentare,  nella  loro  porzione  infe¬ 
riore,  verticilli  sterili  e  di  dimensioni  minori  di  quelli  soprastanti;  conse¬ 
guentemente  non  è  escluso  che  il  tallo,  in  vivo ,  potesse  spingersi  con  un 
certo  numero  di  tali  verticilli  al  di  sotto  del  manicotto  calcareo.  La  calcifi¬ 
cazione,  quindi,  probabilmente,  si  instaurava  soltanto  nella  porzione  supe¬ 
riore  fertile  del  tallo  (figg.  7-8). 

Ecologia.  Il  tipo  di  roccia,  la  scarsezza  della  micrite  associata  ad  una 
relativa  abbondanza  del  cemento  spatico,  il  tipo  di  granuli  costituito  es¬ 
senzialmente  da  bioclasti,  lasciano  ipotizzare  che  la  specie  in  esame  sia 
vissuta  in  zona  di  piattaforma  carbonatica  caratterizzata  da  energia  ambien¬ 
tale  relativamente  elevata;  le  tracce  di  alghe  endolitiche  che  si  rinvengono 
frequentemente  attorno  ai  gusci  dei  molluschi  confermerebbero  questa 
ipotesi  di  un  ambiente  relativamente  agitato  (vedi  Roger  &  Fatton,  1968, 
pp.  16-17).  L’interpretazione  concorda  con  l’ipotesi  di  Mullerried  (1947, 
pp.  415-416)  secondo  cui  le  Rudiste  del  Cerro  de  Escamela  non  sono  da 
riferire  ad  un  ambiente  recifale  in  senso  stretto  per  la  mancanza  di  Coralli 
hermatipici  e  per  la  perfetta  stratificazione  della  roccia  che  li  contiene.  A 
questa  interpretazione  non  si  oppongono  le  Neomeris  presenti  che  nella 
natura  attuale  prediligono  le  formazioni  coralline  dove  popolano  mi¬ 
croambienti  protetti  delle  piane  recifali  (Valet,  1979,  p.  865)  ma  non  man¬ 
cano  nemmeno  specie  che  vivono  su  rocce  moderatamente  esposte  {Neo¬ 
meris  mucosa)  e  in  pozze  di  marea  ( Neomeris  coke  ri  )  (Taylor,  1972, 

pp.  100-101). 

II  tipo  di  associazione  ed  in  particolare  l’abbondanza  delle  Dasicladali 
calcificate  consentono  inoltre  di  precisare  ulteriormente  che  la  specie  in 
esame  sia  vissuta  in  un  ambiente  di  mare  poco  profondo  (non  superiore  a 
40-50  m)  ed  un  clima  tropicale  o  subtropicale. 

In  conclusione  sembra  che  Triploporella  steinmannii  sia  vissuta  in  un 
clima  tropicale  o  subtropicale  ed  in  condizioni  di  bassa  profondità  nelle 
porzioni  esterne  delle  piattaforme  carbonatiche. 

Rapporti  e  differenze.  Triploporella  steinmannii  differisce  da  Triplopo¬ 
rella  fraasi  con  cui  era  stata  confusa  da  Steinmann,  principalmente  per  la 


Osservazioni  su  Triploporella  steinmannii  n.  sp.,  ecc.  105 


presenza  di  organi  riproduttori  calcificati;  inoltre  ne  differisce  anche  per  un 
numero  di  pori  per  verticillo  notevolmente  minore  ed  inoltre  per  le  dimen¬ 
sioni  generalmente  maggiori  sia  del  diametro  esterno  del  manicotto  (D)  sia 
dell’ampiezza  verticale  e  verticillare  (p'v  e  pw)  dei  pori  primari. 


c 

Fi 

Fig.  7.  -  Triploporella  steinmannii  n.  sp.  Ricostruzione  del  tallo  in  veduta  trasver¬ 
sale.  -  A.  Porzione  di  un  verticillo  che  mostra  il  sifone  centrale,  i  rami  pri¬ 
mari  ed  i  rami  secondari  privati  della  calcificazione.  C.  Porzione  di  un 
verticillo  che  mostra  il  sifone  centrale,  i  rami  primari,  i  rami  secondari  e 
la  calcificazione;  sono  stati  disegnati  anche  i  contenitori  di  cisti.  D.  Por¬ 
zione  di  un  verticillo  che  mostra,  in  sezione,  la  calcificazione  (Ingrandi¬ 
mento:  circa  20  x).  Fx  e  F2:  rispettivamente  sezione  equatoriale  ed  assiale 
di  un  contenitore  di  cisti.  Le  pareti  del  contenitore  e  delle  cisti  non  si  rin¬ 
vengono  fossili.  (Ingrandimento:  circa  80  x). 


106  Filippo  Barattolo 


A 


B 


C 


D 


Fig.  8.  -  Triploporella 
steinmannii  n.  sp.  Ri¬ 
costruzione  del  tallo 
in  veduta  longitudina¬ 
le.  -  A.  Veduta  pro¬ 
spettica  dei  rami  pri¬ 
mari,  dei  rami  secon¬ 
dari  e  del  sifone  cen¬ 
trale  privati  della  cal¬ 
cificazione;  frontal¬ 
mente  sono  disegnati 
soltanto  i  punti  di  in¬ 
serzione  dei  rami.  Su¬ 
periormente  è  stato  ri¬ 
costruito  l’apice  del 
tallo.  Sul  lato  destro 
della  figura  sono  stati 
disegnati  solo  i  rami 
che  giacciono  sul  pia¬ 
no  del  disegno.  Sul 
lato  sinistro,  invece, 
anche  quelli  che,  es¬ 
sendo  l’alga  con  ver¬ 
ticilli  in  alternanza, 
giacciono  immediata¬ 
mente  oltre  lo  stesso 
piano.  B.  Veduta  pro¬ 
spettica  del  cortex  dei 
rami  secondari  dise¬ 
gnati  a  maglie  esago¬ 
nali;  a  sinistra  è  stato 
omesso  per  mostrare  i 
punti  di  inserzione  dei 
rami  secondari  sui  ra¬ 
mi  primari.  C.  Sifone 
centrale,  rami  secon¬ 
dari,  rami  primari  e 
calcificazione  in  sezio¬ 
ne  assiale.  In  questa 
porzione  della  figura  i 
rami  primari  sono  sta¬ 
ti  disegnati  in  conti¬ 
nuità  contrariamente 
alla  situazione  reale  in 
cui  sono  in  alternanza. 
D.  Manicotto  calcareo 
in  sezione  assiale; 
sono  stati  omessi  i 
rami  primari,  i  rami 
secondari  ed  il  sifone 
centrale  allo  scopo  di 
evidenziare  la  calcifi¬ 
cazione.  (Ingrandi¬ 
mento:  circa  20  x). 


Osservazioni  su  Triploporella  steinmannii  n.  sp ecc.  107 


Altre  triploporelle  affini  alla  specie  in  esame  sono  quelle  che  presen¬ 
tano,  come  essa,  contenitori  di  cisti  calcificati  ( Triploporella  minor,  Triplo¬ 
porella  apenninica,  Triploporella  duplicata,  Triploporella  matesina,  Triplopo¬ 
rella  decastroi  e  Triploporella  praturlonii).  Triploporella  steinmannii  diffe¬ 
risce  dalle  altre  Triploporelle  citate  (eccetto  Triploporella  apenninica ) 
perché  l’ampiezza  della  sezione  verticale  dei  rami  primari  è  pressoché 
costante  o  lievemente  crescente  verso  l’esterno  mentre  nelle  altre  specie  i 
rami  primari  presentano  due  porzioni,  una  più  interna  sottile  e  ad  am¬ 
piezza  costante,  un’altra  più  esterna,  rigonfia.  La  specie  messicana  diffe¬ 
risce  da  Triploporella  duplicata  e  Triploporella  decastroi  soprattutto  per  le 
dimensioni  notevolmente  minori  del  manicotto  mentre  differisce  da  Triplo¬ 
porella  apenninica  e  Triploporella  minor  principalmente  per  le  dimensioni 
notevolmente  maggiori  del  manicotto  calcareo. 

Distribuzione  crono  stratigrafica  e  geografica.  La  specie  è  nota,  finora, 
soltanto  nell’Albiano  medio  della  località-tipo  dove  fu  descritta  per  la 
prima  volta  {sub  Triploporella  fraasi  da  Steinmann  in  Bòhm  1898  e  Stein- 
mann  1899  a,  b).  Le  altre  segnalazioni  {sub  Triploporella  fraasi)  riportate  in 
seguito  non  riflettono  ricerche  originali  ma  si  riferiscono  ai  dati  già  noti: 
Bòhm  (1898  p.  326),  Bòhm  (1899  p.  154),  Bòse  (1899  p.  10),  Steinmann 
(1900  p.  323-324),  Oltmanns  (1922,  fig.  243  n.  2),  Burckhardt  (1930 
p.  199),  Fritsch  (1935  pp.  399-400  fig.  129  a  sub  T.  Tetraploporella  remesi ), 
Moret  (1943,  fig.  16  n.  1),  Mùllerried  (1947,  pp.  366-367,  369,  374), 
Baussolet&  al.  (1978  tav.  36  fìg.  1),  Barattolo  (1980  p.  106),  Barattolo 
(1981  p.  42). 


Ringrazio  vivamente  l’Ing.  Carmen  Pedrazzini  dell’Instituto  Mexicano 
del  Petroleo,  Subdireccion  de  Tecnologia  de  Esploracion  di  Città  del  Mes¬ 
sico  per  l’aiuto  fornitomi  nella  ricerca  della  letteratura  geologica  più 
recente  sulla  zona  di  Orizaba.  Un  ringraziamento  cordiale  rivolgo  anche  ai 
proff.  Lucia  Simone  e  Gabriele  Carannante  dell’Istituto  di  Geologia  e 
Geofìsica  dell’Università  di  Napoli  per  le  indicazioni  sui  caratteri  petrogra- 
fici  del  campione  a  Triploporella  steinmannii  ;  esprimo  anche  la  mia  ricono¬ 
scenza  al  prof.  Lamberto  Laureti  dell’Istituto  di  Geografia  (Facoltà  di  Let¬ 
tere)  dell’Università  di  Napoli  e  all’Istituto  Geografico  Militare  di  Firenze 
per  le  indicazioni  e  l’aiuto  fornitomi  nella  ricerca  delle  carte  topografiche 
della  zona  di  Orizaba  nel  Messico. 


108  Filippo  Barattolo 


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Osservazioni  su  Triploporella  steinmaneii  n.  sp ecc.  109 


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TAVOLA  I 


Triploporella  steinmannii  n.  sp. 
Isotipi  in  sezione  subtrasversale 


Fig.  1.  -  La  figura  mostra  la  superfìcie  interna  del  manicotto  liscia  e  regolare  ed  i 
contenitori  di  cisti  alPinterno  dei  rami  primari;  distalmente,  sia  in  alto  che  in 
basso,  sono  evidenti  i  grossi  rami  secondari. 

Fig.  2.  -  La  sezione  mostra,  nella  parte  inferiore,  diversi  contenitori  di  cisti  alPin¬ 
terno  dei  rami  primari. 

Fig.  1.  -  preparato  n.  1  Fig.  2.  -  preparato  n.  9 


Per  tutte  le  figure 
Età.  Albiano  medio. 

Località.  Versante  meridionale  del  Cerro  de  Escamela  presso  Orizaba  (Messico). 
Ingrandimento.  Circa  20  x. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1982 


Barattolo  F.  -  Osservazioni  su  Triploporella 
steinmannii  n.  sp.,  ecc.  Tav.  I 


| 


TAVOLA  II 


Triploporella  steinmannii  n.  sp. 
Isotipi  in  sezione  obliqua 


Fig.  1.  -  Esemplare  eroso  nella  parte  inferiore.  I  primi  tre  verticilli  al  di  sopra  della 
cavità  interna  del  manicotto  presentano  pori  disposti  in  alternanza;  il  secondo  e 
terzo  verticillo  presentano,  invece,  pori  disposti  prevalentemente  in  continuità.  I 
pori  primari  presentano,  in  prossimità  della  cavità  interna,  sezioni  ellittiche 
piuttosto  compresse  lateralmente  mentre  distalmente  presentano  sezioni  subcir¬ 
colari.  La  superficie  esterna  del  manicotto,  infine,  piuttosto  erosa,  non  mostra 
tracce  evidenti  di  pori  secondari. 

Fig.  2.  -  Sezione  obliqua  che  decorre  in  prossimità  della  porzione  superiore  del 
tallo.  Notare  il  contorno  irregolare  della  superfìcie  interna  del  manicotto. 

Fig.  1.  -  preparato  n.  1  Fig.  2.  -  preparato  n.  8 


Per  tutte  le  figure 
Età.  Albiano  medio. 

Località.  Versante  meridionale  del  Cerro  de  Escamela  presso  Orizaba  (Messico). 
Ingrandimento.  Circa  20  x. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1982 


Barattolo  F.  -  Osservazioni  su  Triploporella 
steinmannii  n.  sp.,  ecc.  Tav.  II 


TAVOLA  III 


Fig.  1.  -  Triploporella  steinmannii  n.  sp.  Olotipo.  Sezione  obliqua  (vedi  tav.  V  fig.  1). 
(Ingrandimento:  circa  20  x). 

Fig.  2.  -  Neomeris  cretacea  Steinmann.  Sezione  longitudinale.  Sono  ben  visibili  i 
pori  secondari  ed  in  qualche  punto  (vedi  frecce)  anche  le  ampulle.  (Ingrandi¬ 
mento:  circa  30  x). 

Fig.  3.  -  Contenitore  di  cisti  in  sezione  equatoriale  rinvenuto  sparso  nel  sedimento 
ed  appartenente  forse  a  Triploporella  steinmannii.  (Ingrandimento:  circa  80  x). 

Fig.  1.  -  preparato  n.  9  Fig.  3.  -  preparato  n.  7 

Fig.  2.  -  preparato  n.  8 


Per  tutte  le  figure 
Età.  Albiano  medio. 

Località.  Versante  meridionale  del  Cerro  de  Escamela  presso  Orizaba  (Messico). 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1982 


Barattolo  F.  -  Osservazioni  su  Triploporella 
steinmannii  n.  sp.,  ecc.  Tav.  Ili 


TAVOLA  IV 


Triploporella  steinmannii  n.  sp. 

Isotipo  in  sezione  tangenziale 

La  figura  mostra  verticilli  inclinati  leggermente  verso  il  basso  nella  parte  inferiore  e 
tronca  del  manicotto  e  verticilli  sempre  più  inclinati  verso  l’alto  nella  parte  supe¬ 
riore  del  manicotto;  quest’ultima,  più  rastremata  di  quella  inferiore,  è,  probabil¬ 
mente,  prossima  alla  zona  apicale  del  tallo.  Nella  parte  centro-superiore  la  sezione 
decorre  in  prossimità  della  cavità  interna  del  manicotto;  in  questa  zona  i  pori  pri¬ 
mari  a  causa  dell’elevata  costipazione  nell’ambito  di  un  verticillo,  spesso  non  calcifi¬ 
cano  per  cui  simulano  una  confluenza  laterale. 


Preparato :  n.  3. 

Età.  Albiano  medio. 

Località.  Versante  meridionale  del  Cerro  de  Escamela  presso  Orizaba  (Messico). 
Ingrandimento.  Circa  20  x. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1982  Barattolo  F.  -  Osservazioni  su  Triploporella 

steinmannii  n.  sp.,  ecc.  Tav.  IV 


TAVOLA  V 


Triploporella  steinmannii  n.  sp. 
Isotipi 


Fig.  1.  -  Particolare  di  tav.  Ili  fig.  1  che  mette  in  evidenza  i  pori  primari,  in  sezione 
prevalentemente  verticale,  contenente  alcuni  contenitori  di  cisti  in  sezione 
equatoriale  (lateralmente  a  destra)  ed  assiale  (lateralmente  a  sinistra,  porzione 
mediana  ed  inferiore)  della  figura.  Gli  organi  riproduttori,  però,  non  mostrano 
tracce  evidenti  di  cisti  nel  loro  interno.  (Ingrandimento:  circa  29  x). 

Fig.  2.  -  Particolare  di  tav.  II  fig.  1  che  mostra  (vedi  frecce)  due  contenitori  di  cisti 
in  sezione  assiale;  all’interno  di  essi  sono  riconoscibili  le  cavità  di  colore  scuro, 
occupate  dalle  cisti.  (Ingrandimento:  circa  47,5  x). 

Fig.  3.  -  Particolare  di  tav.  I  fig.  2  che  mostra  numerosi  organi  riproduttori  disposti 
con  il  piano  equatoriale  parallelamente  alla  sezione  verticale  del  ramo  primario 
(lateralmente  a  sinistra)  o  alla  sezione  trasversale  del  ramo  primario  (lateral¬ 
mente  a  destra).  (Ingrandimento:  circa  29  x). 

Fig.  1.  -  preparato  n.  9  Fig.  3.  -  preparato  n.  9 

Fig.  2.  -  preparato  n.  1 


Per  tutte  le  figure 
Età.  Albiano  medio. 

Località.  Versante  meridionale  del  Cerro  de  Escamela  presso  Orizaba  (Messico). 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1982 


Barattolo  F.  -  Osservazioni  su  Triploporella 
steinmannii  n.  sp.,  ecc.  Tav.  V 


TAVOLA  VI 


Microfacies  a  Triploporel/a  steinmannìi  n.  sp. 


In  associazione  Caprinuloidea  (?)  lenki  (Bòhm),  Neomeris  cretacea  Steinmann  e 
numerosi  Orbitolinidi. 

Preparato  :  n.  9. 

Età.  Albiano  medio. 

Località.  Versante  meridionale  del  Cerro  de  Escamela  presso  Orizaba  (Messico). 
Ingrandimento.  Circa  10  x. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1982 


Barattolo  F.  -  Osservazioni  su  Triploporella 
steinmannii  n.  sp.,  ecc.  Tav.  VI 


TAVOLA  VII 


Microfacies  a  Triploporella  steinmannii  n.  sp. 


In  associazione  Caprinuloidea  (?)  lenki  (Bòhm),  Neomeris  cretacea  Steinmann  e 
numerosi  Orbitolinidi. 

Preparato :  n.  8. 

Età.  Albiano  medio. 

Località.  Versante  meridionale  del  Cerro  de  Escamela  presso  Orizaba  (Messico). 
Ingrandimento.  Circa  10  x. 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli,  1982  Barattolo  F.  -  Osservazioni  su  Triploporella 

steinmannii  n.  sp.,  ecc.  Tav.  VII 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  91,  1982,  pp.  125-144,  figg.  10 


Anomalie  Gravimetriche 
e  Noise  sismico  a  Pantelleria* 

Nota  del  socio  Giovanna  Berrino(**)  e  di  Mario  Castellano  (***), 
Carlo  Del  Gaudio  (***),  Vincenzo  D’Errico  (***), 

Antonio  Franchino  (***),  Marino  Grimaldi  (***)  e  Ciro  Ricco  (***) 


(Tornata  del  28  maggio  1982) 


Riassunto.  —  Vengono  presentati  e  discussi  i  risultati  di  un  rilevamento  gravi- 
metrico  e  sismico,  effettuato  nell’isola  di  Pantelleria,  nel  quadro  degli  interventi  pro¬ 
mossi  dal  Progetto  Finalizzato  Geodinamica  (Sottoprogetto  «Sorveglianza  vulcani 
attivi  e  rischio  vulcanico  »)  del  Consiglio  Nazionale  delle  Ricerche,  nelle  aree  vulca¬ 
niche  attive  dell’Italia  meridionale. 

Il  rilevamento  gravimetrico,  condotto  su  una  rete  di  124  stazioni,  ha  portato  ad 
individuare  una  struttura  con  densità  di  circa  3.0  g/crn3,  dislocata  in  più  punti,  il  cui 
tetto  ha  una  profondità  variabile  da  3000  m  circa  a  NW  per  risalire  poi  rapidamente 
a  profondità  meno  elevate  nella  rimanente  parte  dell’isola;  le  dislocazioni  indivi¬ 
duate  risultano  in  corrispondenza  di  faglie  la  cui  presenza  è  stata  rilevata  in  superfi¬ 
cie.  Inoltre,  la  presenza  di  tre  forti  massimi,  ubicati  sul  bordo  della  caldera,  testimo¬ 
nia  l’esistenza  di  masse  ad  elevata  densità  ed  a  piccola  profondità. 

L’indagine  sismica  è  stata  effettuata  utilizzando  una  stazione  temporanea  fissa, 
posizionata  quasi  al  centro  dell’isola,  ed  una  stazione  mobile  che  ha  operato  in  19 
punti  ubicati,  per  la  maggior  parte,  nelle  zone  nord-occidentale  e  settentrionale, 
dove  si  è  manifestata  la  più  recente  attività  vulcanica;  per  tutta  la  durata  delle  osser¬ 
vazioni  non  è  stato  registrato  alcun  evento  locale.  L’analisi  dei  dati  ha  permesso  di 
individuare  un’area  ad  attività  anomala,  nella  parte  settentrionale  dell’isola,  dove 
vengono  registrati  valori  più  alti  della  velocità  del  moto  del  suolo  (v.  >  lp/sec);  per 
la  genesi  di  tali  valori  viene  avanzata  l’ipotesi  della  presenza  di  fluidi  geotermali 
risalenti  attraverso  il  locale  sistema  di  faglie. 


(*)  Lavoro  svolto  con  il  contributo  del  Progetto  Finalizzato  Geodinamica  del 
Consiglio  Nazionale  delle  Ricerche  (Sottoprogetto  «Sorveglianza  vulcani  attivi  e 
rischio  vulcanico»). 

(**)  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica,  Università  di  Napoli. 

(***)  Osservatorio  Vesuviano,  Ercolano  (Napoli). 


126  Benino  et  al. 


Summary 

The  results  obtained  by  gravity  and  seismic  surveys,  carried  out  in  thè  island  of 
Pantelleria  (Sicily  Channel,  Italy),  are  reported.  This  research  was  promoted  by  thè 
Italian  Geodynamic  Project  (Subproject  «  Surveillance  of  active  volcanoes  and  volca- 
nic  risk»)  of  thè  National  Research  Council,  in  thè  framework  of  thè  surveillance  of 
active  volcanoes  of  southern  Italy. 

The  gravity  network  is  composed  by  124  stations  and  was  surveyed  using  a 
Worden  Master  gravity  meter.  The  Bouguer  map  in  thè  area  has  been  obtained  by 
thè  present  measurements  in  addition  to  those  already  existing  (Gantar  et  al.,  1961), 
on  land  and  at  sea,  and  utilizing  a  density  of  2.5  g/cm3.  The  interpretation  of  thè 
gravity  anomalies  has  been  performed,  by  inverting  thè  values  along  three  profiles 
(Fig.  3),  in  terms  of  two-dimensional  models  of  arbitrary  shape,  using  a  least  square 
iterative  algorithm.  The  results  suggest  thè  presence  of  a  body,  having  a  density  of 
about  3.0  g/cnr’,  whose  top  is  at  different  and  rapidly  changing  depths:  it  is,  in  fact, 
about  3000  m  deep  in  thè  NW  side  of  thè  island  and  at  shallow  depth  in  thè  remain- 
ing  part;  thè  dislocations  are  in  good  agreement  with  thè  observed  surface  faults. 
Three  maxima,  on  thè  caldera  rim,  show  thè  presence  of  high  density  and  shallow 
bodies. 

The  seismic  survey  was  carried  out  using  a  vertical  component  mobile  station. 
The  records  were  obtained  in  19  sites;  moreover,  a  reference  station,  composed  by  a 
three  components  seismograph  and  located  in  thè  centrai  part  of  thè  island,  worked 
for  a  week  in  order  also  to  detect  locai  earthquakes.  The  most  part  of  thè  stations 
are  located  in  thè  NW  and  N  parts  of  thè  island  where  thè  recent  volcanic  activity 
happened.  No  locai  earthquake  was  recorded  during  thè  survey.  Data  analysis  shows 
an  anomalous,  higher  then  normal,  value  of  thè  ground  velocity  (v.  >  lp/  sec),  in 
thè  northern  part  of  thè  island,  probably  due  to  thè  presence  of  geothermal  fluids 
rising  through  thè  locai  fault  System. 


Premessa 

L’isola  di  Pantelleria  (Fig.  1)  è  situata  nel  Canale  di  Sicilia,  una  delle 
aree  vulcaniche  attive  deH’Italia  meridionale,  i  cui  eventi  più  recenti  sono 
stati  l’eruzione  del  Banco  di  Graham  nel  1831  e  quella  sottomarina  del  vul¬ 
cano  Foerstner  nel  1891;  quest’ultima,  avvenuta  a  pochi  chilometri  a  NW 
dell’isola,  ha  prodotto  un  innalzamento  della  costa  settentrionale  con  mas¬ 
simo  di  1  m  in  corrispondenza  di  Punta  Spadillo  (Butler,  1891;  Perry  1891; 
Baratta  1892;  Ricco  1892). 

Nel  programma  di  sorveglianza  delle  aree  di  vulcanismo  attivo  dell’Ita¬ 
lia  meridionale,  promosso  dal  Progetto  Finalizzato  Geodinamica  del  Consi¬ 
glio  Nazionale  delle  Ricerche  (Sottoprogetto  «Sorveglianza  vulcani  attivi  e 
rischio  vulcanico»),  nel  1980,  allo  scopo  di  avere  informazioni  sulla  dina¬ 
mica  dell’area,  è  stata  istituita  nell’isola  una  rete  altimetrica  di  precisione 
per  rilevare,  con  la  ripetizione  delle  misure  nel  tempo,  eventuali  movi- 


Anomalie  gravimetriche  e  noise  sismico  a  Pantelleria  127 


12° 


Fig.  1  -  Morfologia  submarina  della  regione  di  Pantelleria  (da  Gantar  et  al.,  1961). 

menti  verticali,  e  contemporaneamente  è  stata  effettuata  una  indagine  di  si¬ 
smica  preliminare  utilizzando  sia  una  stazione  temporanea  fissa  che  stazioni 
mobili.  Nello  stesso  periodo,  per  una  interpretazione  corretta  degli  eventuali 
movimenti  in  atto,  è  stato  effettuato  un  rilevamento  gravimetrico,  a  comple¬ 
mento  di  quello  a  carattere  regionale  già  esistente  (Gantar  et  al.,  1961),  per 
disporre  di  un  quadro  geologico-strutturale  quanto  più  completo  possibile. 

Quadro  geologico-strutturale  dell’isola  di  Pantelleria 

L’isola  di  Pantelleria  rappresenta  la  parte  emersa  di  un  grosso  rilievo 
sottomarino  localizzato  nel  Canale  di  Sicilia,  lungo  la  zona  assiale  di  una 
fossa  tettonica  che  prende  appunto  il  nome  di  Fossa  di  Pantelleria. 

Quest’ultima  si  estende  in  direzione  NW-SE  per  135  km,  45  dei  quali 
sono  occupati  dal  rilievo  sottomarino,  la  cui  parte  emersa  misura  13.7  km. 


128  Benino  et  al. 


Nello  zoccolo  di  Pantelleria  si  riconoscono  due  zone  (Fig.  1):  una, 
compresa  tra  le  isobate  1200  e  600  m,  a  debole  pendenza;  l’altra,  compresa 
tra  le  isobate  600  e  100  m,  più  ripida.  Secondo  alcuni  Autori  (Gantar  et 
al.,  1961)  la  parte  superiore  dello  zoccolo  è  formata  dalle  vulcaniti  più 
antiche  giacenti  su  un  basamento  metamorfico  e  cristallino,  che  forma  i 
pendìi  inferiori  di  Pantelleria,  immergente  sotto  i  sedimenti  recenti  della 
piana  abissale;  inoltre,  i  dati  magnetici  (Agocs,  1959)  indicano  che  il  sedi¬ 
mentario  è  rappresentato  solo  da  qualche  residuo  o  è  addirittura  assente  al 
di  sotto  delle  formazioni  vulcaniche. 

Le  vulcaniti  presenti  nell’isola  sono  rappresentate  prevalentemente  da 
lave  e  piroclastiti  di  composizione  iperalcalina,  tra  cui  abbondano  i  prodotti 
di  tipo  ignimbritico.  Vulcaniti  basiche  di  composizione  transizionale  sono 
presenti  nella  zona  nord-occidentale  dell’isola  e  sono  costituite  da  colate  di 
piccolo  spessore  e  da  conetti  di  scorie  allineati  lungo  fessure  parallele 
orientate  in  direzione  NW-SE. 

La  parte  centrale  dell’isola  è  occupata  da  una  caldera  il  cui  asse  mag¬ 
giore  è  lungo  circa  7  km;  l’ultima  eruzione  pre-calderica  è  quella  che  ha 
formato  il  duomo  di  Montagna  Grande  (Villari,  1970). 

L’assetto  strutturale  (Fig.  2)  è  caratterizzato  da  una  tettonica  di  impo¬ 
stazione  regionale  e  da  una  propria  del  sistema  vulcanico  (Villari,  1974). 

Alla  tettonica  d’impostazione  regionale  si  può  riferire  il  sistema  di  frat¬ 
ture  orientate  NW-SE,  parallele  all’allungamento  della  Fossa  di  Pantelleria, 
lungo  le  quali  si  è  sviluppata  l’attività  eruttiva  basica  e  sul  cui  prolunga¬ 
mento  si  è  verificata  l’eruzione  sottomarina  del  1891,  pochi  chilometri  a 
NW  dell’isola. 

Fa  parte  della  tettonica  propria  del  sistema  vulcanico,  invece,  la 
grande  depressione  calderica,  all’interno  della  quale  si  osserva  un  sistema 
di  fratture  con  andamento  più  o  meno  concentrico  ed  in  relazione  diretta 
con  il  collasso  calderico.  A  tale  sistema  di  fratture  appartengono  le  faglie  a 
gradinata  che  hanno  interessato  la  cupola  centrale  di  Montagna  Grande 
smembrandola  in  vari  blocchi  dislocati  a  quote  diverse. 


Rilevamento  gravimetrico 
(G.  Berrino,  M.  Grimaldi) 

Misure  di  campagna 

La  rete  gravimetrica  (Fig.  3)  consta  di  124  caposaldi,  56  dei  quali  coin¬ 
cidenti  con  quelli  della  rete  altimetrica,  le  cui  quote  sono  state  determinate 


Anomalìe  gravimetriche  e  mise  sismico  a  Pantelleria  129 


mediante  livellazione  geometrica  di  precisione  con  un  errore  medio  chilo- 
metrico  non  superiore  a  +  1  mm/fen.  Le  quote  dei  rimanenti  caposaldi 
sono  state  determinate  mediante  livellazione  barometrica  utilizzando  una 
coppia  di  altimetri  Paulin  System  mod.  MDM5  (sensibilità  0,5  m/div), 
effettuando  frequenti  e  rapidi  collegamenti  ai  caposaldi  della  rete  altime¬ 
trica  e  correggendo  i  valori  letti  dell’effetto  delle  variazioni  temporali  della 
pressione  atmosferica,  registrata  mediante  un  microbarografo  Lambicchi 
tenuto  in  funzione  nell’isola  per  tutta  la  durata  del  rilevamento;  con  tale 
procedimento  Terrore  nella  determinazione  delle  quote,  per  tali  caposaldi, 
è  risultato  non  superiore  a  1  -f  2  m.  Le  misure  di  gravità  sono  state  effet¬ 
tuate  mediante  il  gravimetro  Worden  mod.  Master,  n.  783  (costante  di  scala 
0.09467  mgal/div)  e  sono  state  collegate  ai  caposaldì  n.  1  (molo  principale) 
e  3  (Chiesa  di  Scauri)  del  rilievo  effettuato  nel  1959  dall’Osservatorio  Geo¬ 
fisico  Sperimentale  di  Trieste  (Gantar  et  al,  1961);  tali  caposaldi  hanno 


130  B errino  et  al 


costituito,  insieme  a  quello  istituito  presso  l’abitato  di  Khamma  (cs.  34),  la 
rete  base  del  rilevamento. 

Dai  valori  misurati  della  gravità  sono  state  calcolate  le  anomalie  di 
Bouguer,  computate  per  una  densità  di  2.5  g/cm3,  adottando  per  il  calcolo 
della  gravità  normale  la  Formula  Internazionale  del  1930  (Telford  et  al., 
1978).  La  scelta  di  tale  valore  di  densità  è  scaturita  dall’opportunità  di  uni¬ 
formare  i  dati  dell’attuale  rilievo  con  quelli  del  precedente  effettuato 
dall’Osservatorio  Geofisico  Sperimentale  di  Trieste  a  terra  e  a  mare  (Ciani, 
1960;  Cantar  et  al,  1961). 


Anomalìe  gravimetriche  e  mise  sismico  a  Pantelleria  131 


Mappa  delie  anomalìe  di  Bouguer 

La  mappa  di  Bouguer  così  ottenuta  (Fig.  3),  tracciata  con  equidistanza 
di  2,5  mgal,  presenta  un  valore  medio  dell’anomalia  che  ben  si  inserisce 
nell’andamento  regionale  (Medi,  Morelli,  1952;  De  Bruyn,  1955); 
quest’ultimo  (Fig.  4)  evidenzia  che  la  regione  del  Canale  di  Sicilia  è  com¬ 
presa  fra  due  grandi  anomalie:  quella  della  soglia  Tirrenica  a  Nord,  indivi¬ 
duata  dalla  isoanomala  dei  50  mgal,  e  quella  localizzata  nella  piana  abis¬ 
sale  Ionica  ad  est,  con  un  forte  massimo  di  oltre  168  mgal  a  NE  di  Sira¬ 
cusa. 

La  depressione  centrale  del  Canale  di  Sicilia  è  delimitata  dalla  isoano¬ 
mala  dei  75  mgal  e  farea  di  massimo  si  estende  al  grappo  delle  Fosse  di 
Pantelleria  e  Linosa;  tenendo  conto  delle  correzioni  isostatiche,  tale  mas¬ 
simo  si  riduce  in  corrispondenza  della  fossa,. dove  i  caratteri  fisiografici  del 
fondale  si  avvicinano  a  quelli  oceanici,  per  una  probabile  risalita  degli 
strati  profondi  della  crosta  per  effetto  isostatico  (Harrisom  et  al,  1954), 
mentre  permane  nell’area  ricoperta  dall’isola,  dove  un  profilo  sismico  a 
rifrazione  rivela  una  crosta  a  carattere  continentale  dello  spessore  di  circa 
20  km  (Colombi  et  al,  1973). 

Nell’area  dì  Pantelleria,  tutta  caratterizzata  da  un’anomalia  positiva,  si 
evidenziano  due  zone  ben  distinte:  la  prima,  che  copre  la  zona  nord-occi¬ 
dentale,  è  rappresentata  da  un  minimo  decrescente  gradatamente  verso  il 
mare;  la  seconda  è  rappresentata  da  una  zona  di  massimo  chiusa  dalla  isoa¬ 
nomala  degli  80  mgal  che  segue  verso  NW  il  supposto  limite  pre  caldera 
dell’isola  (Villa Ri,  1974),  mentre  risoanomala  degli  82.5  mgal  segue  verso 
Sud  Torlo  della  caldera  (Fig.  3).  Il  limite  tra  le  due  zone  cade  in  corrispon¬ 
denza  di  una  faglia  ubicata  sull’orlo  NW  della  caldera  (Fig.  2). 

Mentre  la  prima  zona  appare  abbastanza  regolare,  la  seconda  è  acci¬ 
dentata  per  la  presenza  di  massimi  e  di  minimi  localizzati.  In  particolar 
modo  è  da  notare  l’esteso  minimo  che  cade  in  corrispondenza  del  bordo  di 
Montagna  Grande  e  tre  massimi,  il  primo  dei  quali  (circa  90  mgal)  cade  sul 
bordo  Nord-Est  della  caldera  in  corrispondenza  di  Cuddia  Maccotta  dove 
sono  presenti  le  lave  del  Khaggiar.  Gli  altri  due  massimi,  di  circa  100  mgal, 
il  primo  ubicato  in  Piano  del  Barone,  dove  sono  presenti  pomici  sciolte,  ed 
il  secondo  situato  in  Contrada  Kania,  in  corrispondenza  di  formazioni 
ignimbritiche,  sono  allungati  lungo  una  linea  preferenziale  ad  andamento 
NE-SW  che  non  coincide  con  alcuna  delle  direttrici  riferibili  alla  tettonica; 
inoltre  il  primo  massimo  cade  lungo  il  bordo  SE  della  caldera. 

Si  rileva  ancora  la  presenza  di  un  mìnimo  di  piccola  entità  nella  parte 
sud-orientale  dell’isola. 


132  Benino  et  ai 


Interpretazione  e  discussione 

Per  un’interpretazione  quantitativa  delle  anomalie  gravimetriche  sono 
stati  scelti  tre  profili,  la  cui  ubicazione  è  riportata  in  Fig.  3.  Il  primo  (A- A’) 
si  sviluppa  lungo  la  direttrice  NW-SE  e  attraversa  l’isola  in  tutta  la  sua  lun¬ 
ghezza;  gli  altri  due,  che  si  sviluppano  in  direzione  NE-SW,  attraversano  il 
minimo  di  Montagna  Grande  ed  il  massimo  di  Cuddia  Maccotta  (profilo  B- 
B’)  ed  i  due  massimi  di  Piano  del  Barone  e  di  Contrada  Kania  (profilo  C- 
C).  L’anomalia  gravimetrica  lungo  tali  profili  è  stata  interpretata  in  termini 
di  modelli  bidimensionali  di  forma  arbitraria,  utilizzando  un  algoritmo  ite¬ 
rativo  per  la  definizione  dei  parametri  del  modello  (Talwany  et  ah,  1959; 
Marquardt,  1963;  Corbato,  1965;  Rapolla,  1980). 

Quale  contrasto  di  densità  esistente  tra  il  corpo  producente  l’anomalia 
ed  il  mezzo  circostante,  è  stato  adottato  il  valore  di  0.5  g/cm3 .  Tale  valore 
scaturisce  dalla  presenza,  nell’isola,  di  lave  basiche,  e  dalla  considerazione 
che  la  parte  sommersa  di  Pantelleria  è  costituita  da  vulcaniti  più  antiche; 


Anomalie  gravimetriche  e  mise  sismico  a  Pantelleria  133 


tale  valore  del  contrasto  di  densità,  peraltro  già  adottato  nello  studio  gravi- 
metrico  a  carattere  regionale  (Gantar  et  al.,  1961),  è  quello  che  fornisce 
risultati  geologicamente  più  significativi  ed  in  accordo  con  le  osservazioni 
di  superficie.  Un  profilo  sismico  a  rifrazione,  lungo  la  direttrice  Gargano- 
Salerno-Palermo-Pantelleria  (Colombi  et  ah,  1973),  avendo  carattere  regio¬ 
nale,  non  ha  fornito  indicazioni  sulle  velocità  sismiche  relative  alla  parte 
più  alta  della  crosta,  e  pertanto  non  è  stato  utilizzabile  ai  fini  della  deter¬ 
minazione  della  densità  da  adottare. 

Nella  Fig.  5  sono  riportati  i  modelli  interpretativi  lungo  i  profili 
considerati;  i  valori  calcolati  dell’anomalia  concordano  bene  con  quelli 
osservati  presentando  uno  scarto  quadratico  medio  dell’ordine  dell’1%.  In 
base  a  tale  interpretazione  l’anomalia  risulta  prodotta  da  una  massa 
avente  il  tetto  a  profondità  che  varia,  in  alcuni  punti,  anche  brusca¬ 
mente.  Infatti,  tale  struttura  risulta  avere  il  tetto  alla  profondità  di  circa 
3000  m  nella  parte  nord-occidentale  dell’isola,  risalente  rapidamente  a 
circa  2000  m  nella  parte  centrale  e  a  circa  1000  m  nella  parte  sud-orien¬ 
tale.  Prendendo  in  considerazione  il  profilo  NW-SE,  e  confrontandolo 
con  la  sezione  geologica  di  Fig.  6,  si  rileva  che  le  brusche  variazioni  di 
profondità  cadono  in  corrispondenza  di  faglie  riscontrate  in  superficie; 
ciò  è  particolarmente  evidente  nella  zona  nord-occidentale  dell’isola  dove 
il  tetto  della  massa  è  ribassato  di  circa  1500  m  rispetto  alla  rimanente 
parte,  e  questa  rapida  variazione  di  profondità  avviene  in  corrispondenza 
di  una  faglia  ubicata  alle  falde  di  M.  Gelfiser  e  attraversante  l’orlo  della 
caldera  (Figg.  2  e  6). 

I  tre  massimi  presenti  nella  mappa  di  Bouguer,  in  corrispondenza  dei 
quali  il  tetto  della  massa  è  molto  superficiale  (praticamente  al  livello  mare) 
non  trovano  riscontro  nella  presenza,  in  superficie,  di  vulcaniti  o  lave  ad 
elevata  densità;  a  tali  massimi,  perciò,  non  si  può  dare  una  precisa  inter¬ 
pretazione  perché  essi  potrebbero  essere  dovuti  ad  intrusioni  locali  o 
potrebbero  essere  connessi  al  bordo  della  caldera  in  quanto,  come  detto 
precedentemente,  essi  cadono  in  corrispondenza  di  tale  limite,  quale  deli¬ 
neato  dalla  geologia  di  superficie;  essi,  comunque,  testimoniamo  l’esi¬ 
stenza  di  masse  ad  elevata  densità  e  a  piccola  profondità.  La  prima  ipo¬ 
tesi  potrebbe  essere  avvalorata  dalla  presenza  di  più  dicchi  osservabili 
nella  zona  compresa  tra  Punta  dell’Arco  e  Punta  del  Curiglielo  (Villari, 
1974). 


134  B errino  et  al. 


mgal 

100. 

90 

80 


70é>  o  ®  ®  ®  ®  ® 

NW 


■  osservati 

•  perequati 
o  calcolati 

♦  vertici  modello 


Profilo  AA' 


0=  ±  0.4  mgal 


■  m 
m  m 
•  • 


sf9 


q  9  ®  à 


9  9.£ 


®  o 

{ 

■ 

■  S 


SE 


1. 
2 


10 


15  km 


^=0.5 


(  Profilo  B  B' 

0=  ±1  mgal 

*■  ■  ■ 

d  ®  9£f&mà  fe.®  9 

SW 

NE 

1  5  '*\ 

Ì0  km 

/  N' 

*  * 

a^s0.5 

mgal 

100 

90 

80 


Profilo  C  C' 


9-9 

sw 


9  £ 


o£ 


•  >ò  o  f  j?* 

i°  4°/  \ 


0=  ±  3 mgal 


NE 


/*\  5  7*\  è  km 

/  \ 


/  \ 


4@=0.5 


4. 

km 

Fig.  5  -  Modelli  interpretativi  delle  anomalie  di  gravità. 


Anomalie  gravimetriche  e  mise  sismico  a  Pantelleria  135 


Rg  •  6  -  Sezione  geologica  di  Pantelleria  (da  Viìlari,  1974) 


Rilievo  sismico 

(M,  Castellano,  C.  Del  Gaudio,  V,  D’Errico,  A.  Franchino,  C.  Ricco). 
Acquisizione  dati  e  strumentazione 

Per  un’analisi  preliminare  del  livello  di  sismicità  di  Pantelleria  è  stata 
installata,  all’incirca  in  posizione  centrale  nell’isola  in  località  Sibà,  una 
stazione  fissa  a  tre  componenti;  è  stata  impiegata  inoltre,  per  evidenziare 
eventuali  sorgenti  di  noise  legate  ad  attività  vulcaniche  e  geotermali,  una 
stazione  mobile  a  sola  componente  verticale  (Fig.  7). 

La  stazione  fìssa  consisteva  in  una  tema  di  geofonì  Geotech  S-13  a 
corto  periodo  (1  secondo),  un  registratore  Geotech  17373  a  sette  canali,  tre 
amplificatori  Geotech  M4221  utilizzabili  in  alto  e  basso  guadagno,  una 
radio  Patek-Philippe  T-80  sintonizzata  sul  segnale  del  tempo  DCF  ed  un 
Portacorder  Geotech  RV-320  espletante  funzioni  di  monitor;  tale  apparec- 
chiatura  ha  funzionato  ininterrottamente  dal  15-5  al  24-5-1980  durante  il 
quale  periodo  non  è  stato  registrato  alcun  evento  locale. 

La  stazione  portatile  comprendeva  un  geofono  Mark  L  4C  a  corto 
periodo,  un  modulatore  Lermartz  1030/12  con  frequenza  di  1050  Hz  ed  un 
registratore  magnetico  UHER. 

È  stato  usato  per  la  stazione  portatile  un  guadagno  di  30  db  (segnale 
amplificato  32  volte);  la  stazione  fissa  invece  funzionava  in  alto  e  basso 
guadagno,  regolando  gli  amplificatori  ad  una  attenuazione  di  34  db  ed  una 
separazione  di  30  db,  in  modo  da  ottenere  un  utile  confronto  della  stessa 
traccia  ad  amplificazioni  diverse. 

Sono  state  ricoperte  in  totale  19  stazioni  per  la  misura  del  noise, 
usando  per  ogni  registrazione  un  intervallo  di  cinque  minuti,  concentran¬ 
dole  per  la  maggior  parte  nella  zona  nord-occidentale  dell’isola  dove  più 


136  Benino  et  al 


Fig.  7  -  Ubicazione  della  stazione  centrale  e  dei  punti  stazione  del  rilievo  sismico. 


recentemente  si  sono  avute  manifestazioni  delPattività  vulcanica  e  sismica 
(eruzione  del  1891). 

In  aree  vulcaniche  e  geotermali  si  registra  una  vibrazione  continua  del 
suolo  (Goforth  et  al,  1972)  con  un  ampio  spettro  di  frequenze  (0.1  -  100 
Hz)  e  con  le  massime  ampiezze  nel  range  1  -  10  Hz  (Douze,  1967).  La  sor¬ 
gente  del  tremore  o  noise  non  è  definita  univocamente  e  sono  stati  pro¬ 
posti  a  riguardo  diversi  modelli  (Steinberg  e  Steinberg,  1975;  Aki  et  al., 
1977;  Riuscetti  et  al.,  1977). 

Per  quanto  riguarda  l’impiego  delle  misure  di  noise  nello  stesso  studio 
dei  campi  geotermali,  le  informazioni  finora  ottenute  hanno  dato  risultati 
contraddittori. 

In  certe  aree  è  stato  riscontrato  un  elevato  livello  del  noise  in  corri¬ 
spondenza  delle  basse  frequenze  (minori  di  3  Hz),  interpretato  come  mani- 


Anomalie  gravimetriche  e  mise  sismico  a  Pantelleria  137 


festazione  dell’azione  di  fluidi  ad  alta  temperatura  presenti  nel  sottosuolo; 
in  altre  zone,  invece,  tale  azione  viene  mascherata  dalla  presenza  di  altre 
sorgenti  di  rumore,  come  vento  e  «cultural  noise »,  per  cui  l’interpreta¬ 
zione  dei  dati  ai  fini  di  una  localizzazione  della  riserva  geotermale  risulta 
molto  complessa  (Douze  e  Laster,  1979).  Nonostante  queste  difficoltà  le 
misure  di  noise  sono  state  ampiamente  impiegate,  insieme  ad  altre  tec¬ 
niche  d’indagine,  nello  studio  di  aree  in  cui  è  possibile  la  presenza  di  fluidi 
geotermici  (Douze  e  Sorrells,  1972). 

I  dati  ottenuti  dalle  registrazioni  di  campagna  sono  stati  elaborati  ese¬ 
guendo  un  filtraggio  elettronico  analogico  degli  intervalli  rappresentativi 
delle  19  misure,  nonché  delle  contemporanee  registrazioni  effettuate  dalla 
stazione  fissa  che  operava  al  centro  di  Pantelleria,  trattando  il  noise  come 
fenomeno  stazionario  e  non  considerando  eventi  transienti. 

II  filtraggio  è  stato  eseguito  considerando  sei  intervalli  di  frequenza 
con  larghezza  di  banda  di  0.2,  0.5,  1.2,  2,  2.5,  5  Hz  e  frequenze  centrali 
rispettivamente  di  0.6,  0.95,  1.85,  3.5,  5.75,  9.5  Hz;  all’uopo  è  stato  usato 
un  filtro  elettronico  KRON-HITE  3343  in  passa  banda  con  una  velocità  di 
attenuazione  di  48  db/ottava. 


Risultati  e  discussione 


Per  le  misure  di  noise  sono  stati  ottenuti,  sia  per  le  stazioni  mobili  che 
per  la  stazione  fissa,  spettri  di  frequenza,  considerando  i  valori  della  velo¬ 
cità  del  moto  del  suolo  in  micron/secondo,  nonché  i  relativi  spettri  di 
potenza  (p2/sec2/Hz).  Per  la  stazione  fìssa  l’intervallo  di  osservazione  non 
copre  l’intero  periodo  di  registrazione  effettuato  con  la  stazione  mobile  per 
il  cattivo  funzionamento  del  registratore. 

Successivamente  alla  realizzazione  degli  spettri  di  potenza  sono  stati 
correlati  nello  stesso  grafico  i  valori  ottenuti  per  una  singola  misura  di 
noise  con  quelli  relativi  alla  contemporanea  registrazione  eseguita  dalla 
stazione  fissa  (Fig.  8  a  e  8b). 

Da  tale  comparazione  si  nota,  per  le  misure  di  noise  effettuate  in  punti 
situati  all’incirca  alla  stessa  distanza  dal  mare  della  stazione  centrale  (n.  5, 
13  e  probabilmente  18),  un  andamento  degli  spettri  corrispondente  a  quelli 
ottenuti  per  la  stazione  fìssa. 

Per  quanto  riguarda  gli  spettri  relativi  agli  altri  punti  stazione  si  nota 
una  generale  differenza  dei  valori  dell’ampiezza  del  moto  del  suolo  rispetto 
a  quelli  della  stazione  di  riferimento. 


138  Benino  et  al. 


IO2! 


10°l 


10\ 


10' 


St.1 


1  10  hz 


IO2  -j 


10' 


10“  2J 


IO' 


_4 


St.  3 


\  / 


1  10  hz 


10‘ 


10° -I 


10  - 


1  o  4-j 


St.4 


10 


10 


r2 


10‘ 


WsVhi 


10 


-2 


10 


10“4- 


\  / 
v/ 


10 


10“4 


"ì  IO  hz 


St.  7 


102J 


10° -I 


i-2 


\  / 
i  / 

\  / 


IO' 


_4 

10  . 


1  10  hz 


St .  5 


\  / 
\  / 
v/ 


1  10  hz 


St,  8 


10 


10°  J 


10' 


,-2 


\  i 


10' 


-4 


1  10  hz 


1  10  hz 

St.  9 


v  / 

V/ 


1  io  hz 


Fig.  8  a  -  Spettri  di  potenza  del  «  noise  »  registrato  nella  stazione  centrale  (curva  trat¬ 
teggiata)  e  nei  punti  stazione  (curva  intera). 


Anomalie  gravimetriche  e  mise  sismico  a  Pantelleria  139 


ì  10  hz  1  io  hz  1  10  hz~  1  10  hz  1  10  hz 

Fig.  8  b  -  Spettri  di  potenza  del  «noise»  registrato  nella  stazione  centrale  (curva  trat¬ 
teggiata)  e  nei  punti  stazione  (curva  intera). 


L’andamento  generale  dei  22  spettri  di  potenza  segue  una  parabola 
asimmetrica  con  la  concavità  rivolta  verso  Paltò  e  caratterizzata  da  due 
picchi  rispettivamente  alle  basse  ed  alle  alte  frequenze  (minori  dì  1  Hz  e 
maggiori  di  10  Hz)  e  da  un  minimo  oscillante  tra  3  e  5  Hz.  Soltanto  quattro 
misure  (stazioni  n.  6,  14,  15,  10)  danno  spettri  differenti,  evidenziando  un 
minimo  alle  alte  frequenze. 

Inoltre  le  stazioni  n.  1,2,  17,  16  (le  prime  tre  poste  in  prossimità  della 
costa)  mostrano  spettri  con  un  secondo  picco  intorno  ai  7-8  Hz.  È  stata 
effettuata  quindi  una  rappresentazione  grafica  degli  andamenti  delle  velo¬ 
cità  relativi  alle  19  stazioni  per  le  sei  bande  di  frequenza  utilizzate  durante 
il  filtraggio  (Fig.  9);  gli  stessi  valori  sono  stati  posti  in  grafico  in  funzione 
delle  rispettive  distanze  azimutali  da  un  asse  N-S  passante  per  il  centro 
geometrico  dell’isola  (Fig.  IOa). 

Sono  stati  correlati,  a  questo  punto,  tali  dati  con  l’influenza  del  mare 
sui  rispettivi  punti  stazione:  a  tale  proposito  è  stata  considerata  per  ognuno 
di  essi  la  minima  distanza  dal  mare,  proiettandola  poi  azimutalmente  in 
grafico  (Fig.  lOb). 

Dalla  sovrapposizione  di  quest’ ultimo  con  quelli  rappresentativi  dei  sei 
intervalli  di  frequenza  (Fig.  IOa-b)  si  evince  una  proporzionalità  tra 
ampiezza  dal  noise  ad  un  determinato  punto  stazione  e  la  sua  prossimità  al 
mare  per  quasi  tutte  le  stazioni. 

Per  ognuno  dei  sei  grafici  considerati,  però,  alcune  stazioni  non 
seguono  il  trend  generale  e  di  queste,  cinque  (stazioni  n,  7,  17,  8,  9,  10) 


140  Benino  et  al 


Anomalìe  gravimetriche  e  mise  sismico  a  Pantelleria  141 


Fig  10  a  -  Variazione  della  velocità  del  moto  del  suolo,  per  diversi  intervalli  di  fre¬ 
quenza  e  per  ogni  stazione,  in  funzione  della  distanza  azimutale. 


Fio.  lOb  -  Minima  distanza  dal  mare  dei  punti  di  stazione  in  funzione  della  rispet¬ 
tiva  distanza  azimutale. 


142  B errino  et  al 


presentano  per  tutti  gli  intervalli  di  frequenza  ampiezze  del  noise  in  forte 
disaccordo  con  la  loro  distanza  dalla  costa. 

Si  nota  quindi,  per  quanto  riguarda  il  livello  del  noise,  una  vasta  area 
il  cui  comportamento  si  discosta  da  un  andamento  generale  fortemente 
condizionato  dall’azione  del  mare.  Inoltre  i  valori  della  velocità  del  moto 
del  suolo  più  elevati  per  tutti  gli  intervalli  di  frequenze  (valori  maggiori  di 
1  p/sec.)  sono  relativi  alle  stazioni  concentrate  nella  zona  settentrionale 
dell’isola  (stazioni  n.  8,  9,  10,  11,  12),  in  vicinanza  di  alcuna  faglie  ad  anda¬ 
mento  radiale  rispetto  al  centro  della  caldera,  del  bordo  della  caldera 
stessa,  e  di  centri  eruttivi. 

Questi  valori  particolari  potrebbero  essere  determinati  da  migliori 
caratteristiche  del  mezzo  e  quindi  da  una  migliore  trasmissione  delle  onde 
sismiche,  ma  misure  effettuate  in  altri  settori  dell’isola,  simili  come  costi¬ 
tuzione  geologica,  non  hanno  dato  gli  stessi  risultati. 

L’area  interessata  da  quest’andamento  è  stata  sede  della  più  recente 
attività  effusiva  del  complesso  vulcanico,  a  testimonianza  della  quale  sono 
rimaste  oggi  fumarole  e  sorgenti  d’acqua  calda,  in  particolare  nella  zona 
del  Bagno  d’Acqua  (Rittmann,  1967).  L’esistenza  di  tali  manifestazioni 
vulcaniche  e  geotermali  indica  che  in  profondità  dovrebbero  essere  pre¬ 
senti  masse  ad  elevata  temperatura  che  influenzerebbero  la  tavola  d’acqua 
sovrastante. 

Sulla  base  di  queste  informazioni  una  possibile  interpretazione  è  che 
le  anomalie  del  noise  osservate  in  quest’area  siano  determinate  da  sorgenti 
legate  a  fluidi  ad  alta  temperatura  sub-superficiali. 

I  valori  più  elevati  della  velocità  del  moto  del  suolo  possono  essere 
messi  in  relazione  alla  struttura  tettonica  dell’area  investigata:  infatti  la 
presenza  di  faglie  che  interessano  più  o  meno  profondamente  l’apparato 
può  favorire  la  risalita  dei  fluidi  geotermici  con  conseguente  aumento  del 
livello  del  noise. 


Conclusioni 

Il  rilevamento  gravimetrico  effettuato,  a  completamento  di  quello  a 
carattere  regionale  già  esistente,  ha  permesso  di  definire  con  maggior  det¬ 
taglio  il  quadro  delle  anomalie  di  Bouguer  e  di  meglio  delineare  le  strut¬ 
ture  che  producono  le  anomalie.  In  particolare,  l’estesa  anomalia  positiva 
interessante  l’isola  risulta  attribuibile  ad  una  massa  dislocata  in  corrispon¬ 
denza  di  particolari  lineazioni  tettoniche  riscontrabili  in  superficie;  ciò 
dimostra  una  buona  concordanza  tra  i  risultati  forniti  dai  dati  geofìsici  e 


Anomalie  gravimetriche  e  mise  sismico  a  Pantelleria  143 


quelli  geologici.  Inoltre  tre  forti  massimi,  ubicati  sul  bordo  della  caldera, 
testimoniano  resistenza  di  masse  molto  superficiali  e  ad  elevata  densità. 

I  dati  del  rilievo  sismico  hanno  rivelato  1’esistenza  di  un’area  anomala 
ubicata  nella  parte  settentrionale  dell’isola,  ai  bordi  della  caldera  e  in  corri¬ 
spondenza  di  faglie  e  centri  eruttivi  secondari.  In  tale  zona  vengono  regi¬ 
strati  valori  più  alti  della  velocità  del  moto  del  suolo  (v  >  Ip/sec)  e  ciò 
viene  interpretato  come  dovuto  alla  presenza  di  fluidi  geotermali  che  risal¬ 
gono  attraverso  il  locale  sistema  di  faglie. 


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Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  91,  1982,  pp.  145-151,  tabb.  3 


Altezza  dello  strato  di  mescolamento 
ed  implicazioni  sulla  pedofauna  dei  fenomeni 
piovosi  in  area  urabana 

Nota  del  socio  Nadia  Arcamone  (*) 


(Tornata  del  28  maggio  1982) 


Riassunto .  ~~  Nel  presente  lavoro  sono  stati  esaminati  i  valori  pluviometrici  di 

eventi  piovosi  intensi  e  contemporanei  osservati  all’esterno  ed  all’interno  dell’area 
urbana  di  Napoli. 

È  stato  notato  un  cospicuo  incremento  delle  precipitazioni  in  area  urbana 
dovuto  allo  sviluppo  dell’urbanizzazione  e  dell’industrializzazione.  Si  è  potuto  rite¬ 
nere  che  tale  incremento  è  dovuto  anche  all’attraversamento  dello  strato  di  mescola¬ 
mento  da  parte  della  base  del  corpo  nuvoloso. 

È  stata  inoltre  analizzata  l’influenza  delle  precipitazioni  sulla  distribuzione  di 
alcuni  componenti  della  pedofauna,  mettendo  in  luce  anche  gli  effetti  negativi  cau¬ 
sati  dall’acidità  dell’acqua  meteorica. 


Summary.  —  In  this  work,  thè  pluviometrie  data  inside  and  outside  thè  town  of 
Naples  are  examined.  A  considerable  increment  of  thè  precipitations  in  thè  city  area 
is  shown,  caused  by  increase  of  urbanization  and  industrialization. 

The  influence  of  precipitation  on  vertical  distribution  of  soil  animals  is  also  ana- 

lized  and  some  negative  effeets  produci  by  «acid  rain»  are  shown. 


1.  Introduzione 

Lo  strato  limite  atmosferico,  o  strato  di  mescolamento,  è  quella 
regione  della  bassa  troposfera  che  risente  degli  effetti  diretti  del  suolo.  In 
tale  strato  il  mescolamento  è  tanto  efficace  da  determinare,  in  tutto  lo 


(*)  Istituto  e  Museo  di  Zoologia  -  Laboratorio  di  Ecologia  Animale  -  Università 

di  Napoli. 


146  Nadia  Arcamone 


strato,  una  omogeneità  nella  composizione  dei  gas  e  delle  particelle  pre¬ 
senti  nell’aria.  La  conoscenza  dell’altezza  dello  strato  di  mescolamento  è 
indispensabile  per  la  soluzione  delle  equazioni  della  diffusione. 

Il  mescolamento  dell’aria  viene  causato,  sia  dai  moti  convettivi  indotti 
dal  riscaldamento  del  suolo,  sia  dal  «drag»  meccanico  dovuto  all’attrito 
esercitato  dalla  rugosità  del  suolo  che  si  oppone  al  flusso  del  vento. 

La  determinazione  dell’altezza  dello  strato  di  mescolamento  si  esegue 
mediante  sondaggi  in  quota,  oppure  utilizzando  apparecchiature  più  sofisti¬ 
cate  del  tipo  «Lidar»  o  «Sodar».  Tali  rilievi  sono  comunque  di  gestione 
onerosa,  per  cui,  solitamente  si  ricorre  a  formule  teoriche  che  consentono 
il  calcolo  di  tale  quota  a  partire  dalle  categorie  di  stabilità  dell’atmosfera 
(Pasquil,  1974).  L’accentuata  rugosità  del  suolo  e  la  presenza  dell’isola  di 
calore  urbana  rendono  lo  strato  di  mescolamento  in  città  più  spesso 
rispetto  all’area  rurale  e  tanto  elevato  da  raggiungere  spesso  l’altezza  delle 
nubi. 

È  noto  che  un  fenomeno  piovoso  è  favorito  dalla  presenza  di  nuclei  di 
condensazione  e  dall’intensità  dei  moti  verticali  che  trasportano  verso  l’alto 
masse  di  aria  umide.  In  area  urbana,  specie  se  in  prossimità  del  mare,  l’ac¬ 
centuazione  della  turbolenza  verticale  oz,  prodotta  dai  più  elevati  valori 
della  rugosità  del  suolo  z0  e  dei  moti  convettivi,  da  una  parte,  e  l’incremen¬ 
to  della  concentrazione  dei  nuclei  di  condensazione  di  origine  antropica 
dall’altra,  favoriscono  il  destarsi  e  l’intensificarsi  di  un  fenomeno  piovoso 
allorquando  un  corpo  nuvoloso  passa  attraverso  lo  strato  di  mescolamento. 


2.  Risultati  ed  osservazioni 

Dall’esame  delle  serie  storiche  dei  dati  pluviometrici  dell’Osservatorio 
di  Metereologia  dell’Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  di  Napoli,  (Palumbo, 
1979)  ha  mostrato  il  recente  intensificarsi  della  piovosità  in  area  urbana, 
attribuito  all’incremento  della  urbanizzazione  e  della  industrializzazione 
verificatesi  negli  ultimi  decenni  nella  città  di  Napoli. 

Allo  scopo  di  ottenere  ulteriori  elementi  a  sostegno  della  precedente 
indagine  e  per  mettere  in  evidenza  una  correlazione  tra  altezza  e  mescola¬ 
mento  e  fenomeni  piovosi  che  possano  anche  fornire  utili  informazioni 
sull’altezza  dello  strato  di  mescolamento  in  area  urbana  sono  stati  esami¬ 
nati  i  dati  della  rete  pluviometrica  dell’Ufficio  Idrografico  del  Ministero 
O.O.P.P.  di  Napoli. 

La  genesi  di  un  fenomeno  piovoso  è  particolarmente  complessa  per 
cui  la  formulazione  richiede  un  numero  elevato  di  informazioni  che  sono 


Altezza  dello  strato  di  mescolamento ,  ecc .  147 


quasi  sempre  indisponibili.  La  comparazione  dei  fenomeni  che  generano  le 
precipitazioni  in  zone  diverse  è  ancora  più  difficoltosa,  per  cui  è  preferibile 
un’indagine  di  ordine  statistico  rispetto  a  quella  deterministica. 

Nella  presente  ricerca  si  è  appunto  perseguito  l’approccio  stocastico. 
Sono  stati  esaminati  i  dati  di  precipitazione  particolarmente  intense,  di  tipo 
continuo  (di  durata  superiore  a  5h)  associate  alla  presenza  di  nubi  basse 
facenti*  parte  di  un  corpo  nuvoloso  compatto,  omogeneo  ed  esteso,  con¬ 
nesso  ad  una  vasta  e  profonda  area  depressionaria. 

I  dati  sono  stati  suddivisi  in  due  grappi:  quelli  relativi  alle  stazioni 
urbane  (Capodimonte,  Ist.  di  Fisica  Terrestre,  Servizio  Idrografico)  e  quelle 
extraurbane  (Trentola,  Villa  Literno,  Licola,  Scafati,  Castellammare,  Sor¬ 
rento,  Capri,  Ischia,  Portici),  prossime  al  tratto  di  litorale  a  partire  dai  Regi 
Lagni  ed  esteso  all’intero  golfo  di  Napoli  (Tab.  I). 


3.  Implicazioni  sulla  pedofauna 

Numerosi  studi  compiuti  sulla  fauna  del  suolo  hanno  messo  in  evi¬ 
denza  come  le  precipitazioni  atmosferiche  possano  giocare  un  ruolo  impor¬ 
tante  nella  distribuzione  degli  organismi  della  pedofauna  (E.  Rogers  T., 
1959,  P.W.  Murphy,  1966).  Tali  organismi,  generalmente,  sono  distribuiti 
nei  vari  strati  del  suolo  in  dipendenza  dei  numerosi  fattori  biotici  ed  abio¬ 
tici,  e  tra  questi  ultimi  appunto  le  precipitazioni  atmosferiche  e  la  conse¬ 
guente  umidità  del  suolo.  Ciò  dipende  dalla  valenza  ecologica  che  alcuni 
gruppi  faunistici  presentano  in  relazione  al  tenore  di  umidità  del  suolo. 
Secondo  Battaglini  (1973),  uno  dei  gruppi  che  maggiormente  è  legato 
all’umidità  del  suolo  è  quello  dei  Collemboli  Poduromorfi  che  necessitano 
una  considerevole  percentuale  di  umidità  per  il  loro  insediamento.  La  loro 
abbondanza,  come  quella  degli  Acari,  aumenta  al  crescere  dell’umidità, 
l’inverso  vale  invece  per  gli  Arcari  Oribatidi  che  decrescono  all’innalzarsi 
dell’umidità,  aumentando  però  proporzionalmente  alla  porosità.  Quindi  tra 
Collemboli  ed  Acari  quelli  che  hanno  una  escursione  di  tollerabilità  ecolo¬ 
gica  più  ampia,  per  quanto  concerne  il  fattore  ecologico  umidità,  sono  i 
Collemboli.  Tra  gli  Acari,  gli  Oribatidi  per  le  loro  peculiari  caratteristiche 
morfologiche,  presentano  linee  di  fuga  verticali  all’andamento  di  umidità. 

In  dipendenza  della  maggiore  o  minore  valenza  ecologica,  quindi,  gli 
organismi  della  pedofauna,  opponendosi  a  condizioni  di  tenore  di  acqua 
nel  terreno  a  loro  favorevoli  compiono  migrazioni  verticali  tra  gli  strati  del 
suolo.  In  generale  è  stato  osservato  che  si  verifica  un  movimento  a  partire 


148  Nadia  Arcamone 


TABELLA  I 


(Pioggia  mm.) 


Data 

Area  Urabana 

Area  Extraurbana 

A  % 

16-  2-60 

16.28 

15.13 

7 

12-  3-60 

44.05 

35.71 

19 

21-  4-60 

19.56 

3.02 

85 

20-  9-60 

25.64 

22.79 

11 

12-10-60 

26.78 

18.48 

31 

14-11-60 

14.6 

27.49 

41 

2-  3-61 

35.85 

32.86 

8 

24-  4-61 

28.1 

27.34 

6 

11-  5-61 

19.35 

15.26 

21 

8-10-61 

81.5 

27.17 

67 

4-11-61 

21.37 

17.17 

20 

14-10-62 

18.52 

13.09 

29 

27-12-62 

24.87 

17.01 

32 

19-  1-63 

17.47 

25.12 

-31 

17-  2-63 

31.17 

37.95 

-18 

16-  5-63 

30.15 

26.34 

13 

26-  9-63 

24.9 

24.61 

30 

8-10-63 

64.65 

41.56 

36 

27-11-63 

ro 

4^ 

oo 

10.91 

44 

1-  3-64 

34.62 

21.8 

37 

3-12-64 

45.2 

21.27 

53 

24-  2-65 

33.57 

31.06 

8 

11-11-65 

31.82 

19.48 

39 

4-12-65 

19.4 

31.11 

33 

2-  9-65 

29.57 

27.54 

7 

12-  1-66 

33.5 

18.92 

44 

18-  2-66 

24.6 

11.4 

54 

2-11-66 

27.3 

13.36 

51 

13-10-66 

27.6 

8.52 

69 

5-  9-67 

34.35 

17.86 

48 

14-  9-67 

27.42 

23.58 

14 

29-11-67 

29.3 

24.67 

16 

27-12-67 

21.3 

26.85 

-21 

25-  4-67 

18.37 

11.21 

39 

15-  3-68 

18.25 

18.27 

-1 

17-10-68 

21.82 

12.57 

42 

5-11-68 

44.05 

19.91 

55 

17-12-68 

37.87 

22.32 

41 

15-  2-69 

17.85 

15.45 

28 

6-  3-69 

22.3 

14.92 

33 

Altezza  dello  strato  di  mescolamento,  ecc.  149 


dagli  strati  più  superficiali  verso  quelli  più  profondi  (Edwin  Rogers  T., 
1959).  Per  verificare  tali  migrazioni  in  dipendenza  delle  precipitazioni  sono 
stati  effettuati  dei  campionamenti  di  pedofauna  in  due  biotopi  diversi  sulla 
collina  dei  Camaldoli  (Napoli):  Si  sul  versante  Sud-Est  e  S2  sul  versante 
Sud.  Il  primo  prelievo  è  stato  compiuto  fi  1-1 1-80,  giorno  di  discreta  piovo¬ 
sità,  per  cui  il  terreno  si  presentava  bagnato,  ed  il  secondo  P8-9-81  nel 
quale  il  suolo  era  abbastanza  arido.  In  tabella  sono  riportati  i  valori  fauni¬ 
stici  per  ogni  strato  (Tab.  Il  e  III).  Le  metodiche  di  campionamento  e  di 
estrazione  sono  quelle  riportate  da  Battaglini  (1973). 


TABELLA  II 
Prelievo  11-11-80 


Biotopo  Sj 

Biotopo  §2 

Strati 

1° 

2° 

3° 

4° 

1° 

2° 

3°  4° 

Profondità  in  cm. 

1 

2 

2 

2,5 

1 

2 

3  4 

Umidità 

88% 

88% 

90% 

93% 

98% 

98% 

100%  100% 

Taxa 

Acari 

40 

20 

3 

48 

41 

18 

18  51 

Acari  Oribatidi 

9 

4 

2 

5 

20 

7 

14  19 

Collemboli  Poduromorfi 

39 

3 

44 

98 

— 

2 

31  21 

TABELLA  III 

Prelievo  8-9-81 

') 

Biotopo  S] 

Biotopo  S2 

Strati 

1° 

2° 

3° 

4° 

1° 

2° 

3° 

4° 

Profondità  in  cm. 

1 

2 

2 

2 

1 

2 

1,5 

3 

Umidità 

84% 

84% 

84% 

84% 

90% 

90% 

90% 

90% 

Taxa 

Acari 

28 

144 

212 

18 

184 

191 

33 

40 

Acari  Oribatidi 

— 

23 

11 

2 

45 

66 

57 

41 

Collemboli  Poduromorfi 

162 

138 

225 

168 

36 

79 

18 

48 

150  Nadia  Arcamene 


Dai  valori  riportati  per  il  prelievo  delPl  1-1 1-80  si  può  notare  che  i 
massimi  numerici  degli  Acari  e  dei  Collemboli  Poduromorfi  si  osservano 
tra  il  3°  e  4°  strato  (profondità  7,5  -  12  cm.),  mentre  il  massimo  degli  Acari 
Oribatidi  si  verifica  nel  1°  strato.  Situazione  inversa  si  ottiene,  invece,  nel 
prelievo  dell’8-9-81,  dove  sia  gli  Acari  che  i  Collemboli  Poduromorfi  pre¬ 
sentano  il  loro  massimo  nel  3°  e  2°  strato  (profondità  3-5  cm.),  mentre  gli 
Acari  Oribatidi  sono  più  abbondanti  nel  2°  strato. 

Bisogna  tener  presente  comunque  che  non  solo  l’intensità  ma  anche  la 
composizione  chimica  delle  precipitazioni  influisce  sulla  distribuzione  ver¬ 
ticale  della  pedofauna. 

La  composizione  chimica  delle  precipitazioni  naturali  è  una  soluzione 
quasi  neutra  a  pH  5,6,  in  quanto  contiene  C02  disciolta,  Negli  ultimi  anni 
si  è  assistito  però  ad  un  aumento  di  acidità  nelle  acque  piovane  in  prossi¬ 
mità  di  grossi  centri  urbani  e  di  grandi  impianti  industriali  per  la  immis¬ 
sione  nell’atmosfera  di  ingenti  quantità  di  composti  dello  zolfo  (H2S,  S02) 
e  subordinatamente  dell’azoto  (N02,  N03),  provenienti  dall’utilizzazione 
dei  combustibili  fossili.  Tali  composti  si  trasformano  nell’atmosfera  in  acidi 
forti  (solforico  e  nitrico)  e  precipitano  sul  terreno  con  la  pioggia  e  la  neve 
(Likens,  1979). 

Le  precipitazioni  acide  esercitano  effetti  molto  dannosi  nei  confronti 
della  vita  animale  e  vegetale  in  quanto  inducono  un  aumento  dell’acidità 
del  terreno  influenzando  l’abbondanza  di  diverse  specie.  Hàgvar  Sigmund 
(1981)  ha  potuto  osservare  gli  effetti  indotti  da  una  pioggia  artificialmente 
acida  (contenente  H2S04  diluito)  sull’abbondanza  di  Acari  in  una  foresta  di 
conifere  scandinava.  Uno  dei  risultati  più  interessanti  di  Hàgvar  è  stato 
che  Tacidificazione  cambia  il  modello  di  distribuzione  verticale  e  che  la 
relativa  proporzione  numerica  degli  animali  diminuisce  negli  strati  supe¬ 
riori.  Inoltre  gli  Acari  Prostigmati  (stigmi  in  posizione  anteriore)  mostrano 
una  riduzione  quantitativa,  effetto  che  si  nota  anche  negli  Acari  complessi¬ 
vamente,  mentre  i  Mesostigmati  (Oribatidi)  aumentano  sui  terreni  acidifi¬ 
cati  sia  nel  1°  strato  (da  0-3  cm.)  che  nel  2°  e  3°  strato  (da  3  a  6  cm.),  gli 
Acari  a  respirazione  cutanea  come  gli  Astigmati  non  mostrano  alcun  cam¬ 
biamento  significativo. 


Conclusioni 

Sia  i  dati  delle  singole  stazioni  pluviometriche  che  quelli  medi  dei  due 
raggruppamenti  (area  urbana  ed  extraurbana)  mostrano  l’incremento  della 
pioggia  in  area  urbana  (Tab.  I). 


Altezza  dello  strato  di  mescolamento,  ecc.  151 


Il  valore  medio  di  tale  incremento  per  tutti  i  giorni  esaminati  è  del 
25,7%.  Il  maggiore  valore  delle  precipitazioni  riscontrato  in  città  rispetto 
alla  periferia  può  essere  giustificato  solo  assumendo  che  il  corpo  nuvoloso, 
almeno  nella  parte  inferiore,  abbia  attraversato,  in  corrispondenza  della 
città,  lo  strato  di  mescolamento.  Ciò  in  quanto  in  seno  a  detto  strato,  come 
è  noto,  si  hanno  moti  turbolenti  ed  elevate  concentrazioni  di  nuclei  di  con¬ 
densazione  che  favoriscono  il  verificarsi  del  fenomeno  piovoso.  È  da  presu¬ 
mersi  poi  che,  contrariamente  alfarea  rurale,  l’altezza  dello  strato  di 
mescolamento  in  città,  per  il  fatto  di  aver  dovuto  raggiungere  almeno  la 
quota  della  base  delle  nubi,  sia  molto  più  elevato  di  quello  dalle  formule 
teoriche  (Pasquill,  1974)  e  ciò  dimostra  appunto  la  inadeguatezza  di 
queste  ultime  per  l’area  urbana. 

Per  quanto  concerne  poi  il  rapporto  precipitazioni-pedofauna^  si  è 
notato  che  all’aumentare  della  prima  si  ha  una  rarefazione  selettiva  di  den¬ 
sità  dei  componenti  della  mesofauna  del  suolo.  In  particolare  gli  Artropodi 
del  suolo  ricercano  zone  più  profonde  per  poter  superare  lo  stres  ambien¬ 
tale  creatosi  con  la  precipitazione.  Dai  dati  in  nostro  possesso  si  può  inoltre 
asserire  che  l’acidità  dell’acqua  meteorica,  così  come  avviene  in  foreste  di 
conifere  (Hàgvar,  1981),  crea  nelle  zone  boschive  vicino  Napoli,  un  decre¬ 
mento  complessivo  di  densità  pedofaunistico.  Oltre  a  ciò,  seppure  in  modo 
selettivo,  l’acidità  della  pioggia  agisce  maggiormente  sui  Collemboli  Podu- 
romorfi  che  scendono  nel  suolo  anche  di  3-4  cm. 


BIBLIOGRAFIA 

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Pasquill  F.,  1974  -  Atmospheric  diffusion ,  Ellis  Horwood  Chichester,  pp.  439. 
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pasture ,  Iowa  Acad.  Sci.,  66:  456-471. 


' 

. 

. 

■ 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  91,  1982,  pp.  153-156,  tab.  3 


Acidi  grassi  e  steroli 
in  due  specie  di  Hygrophorus 

Nota  dei  soci  Patrizia  MorricaO*)  e  Silvia  Mustacchi  (*) 
e  di  Vincenzo  Santagada,  Alfonso  Senatore  (*)  e  Domenico  Serra  (**) 


(Tornata  del  25  giugno  1982) 


Riassunto.  -  Sono  stati  analizzati  gli  acidi  grassi  e  gli  steroli  di  due  specie  di 
Hygrophorus.  L’acido  paimitico  e  l’acido  linoleico  sono  rispettivamente  l’acido  grasso 
saturo  ed  insaturo  più  abbondanti.  L’ergosterolo  è  lo  sterolo  predominante. 


Summary.  -  Fatty  acids  and  sterols  in  two  Hygrophorus  spp  were  determined. 
Palmitic  acid  and  linoleic  acid  were  thè  most  abundant  fatty  acids.  Ergosterol  was 
found  to  occur  in  a  percentage  higher  than  78%  in  both  thè  species  examined. 


Gli  acidi  grassi  e  gli  steroli  sono  attivi  nella  crescita  e  nella  riprodu¬ 
zione  dei  funghi  (Taber,  1957;  Yusef,  1963;  Weete,  1973)  e  la  conoscenza 
dei  costituenti  chimici  dei  Basidiomiceti  è  importante  dal  punto  di  vista 
della  fisiologia  vegetale  e  della  biochimica.  Da  tempo  il  nostro  gruppo  si 
sta  interessando  allo  studio  della  composizione  chimica  di  Basidiomiceti 
(De  Simone  et  al ,  1979;  Senatore  et  al.,  1980;  G.  Cordella  et  al.,  1981) 
e  in  questa  breve  nota  riferiamo  sugli  acidi  grassi  e  gli  steroli  di  due  specie 
di  Agaricales  e,  precisamente,  VHygrophorus  olivaceoalbus  Fr.  e  VHygropho- 
rus  hypothejus  Fr.,  funghi  commestibili  che  crescono  nei  boschi  di  pini 
all’inizio  dell’autunno.  Come  per  gli  altri  Basidiomiceti  esaminati,  anche  in 
questi  lo  sterolo  più  abbondante  è  l’ergosterolo.  Ad  esso  si  accompagnano 
altri  steroli  correlati;  si  sono  trovate  anche  tracce  di  colesterolo.  Tra  gli 
acidi  grassi  prevalgono  il  paimitico,  l’oleico,  lo  stearico  ed  il  linoleico  in 
buon  accordo  con  i  risultati  ottenuti  da  altri  autori  (Nes,  1980;  Senatore  et 
al.,  1980;  Yokokawa,  1980). 


(*)  Istituto  di  Biorganica,  Facoltà  di  Farmacia,  Via  L.  Rodino,  22,  Napoli. 

(**)  Istituto  di  Chimica  Organica,  Facoltà  di  Farmacia,  Via  Muroni,  23/b,  Sassari. 


154  Patrizia  Monica  et  al. 


Nella  tabella  I  riportiamo  i  dati  relativi  all’estrazione  dei  due  funghi 
mentre  nelle  tabelle  II  e  III  riportiamo  i  valori  percentuali  in  acidi  grassi  e 
steroli. 


Parte  sperimentale 

I  funghi,  raccolti  nei  boschi  vicino  Salerno,  sono  stati  puliti  e  tagliati 
in  piccoli  pezzi,  quindi  estratti  con  acetone  a  temperatura  ambiente  per  tre 
giorni,  rinnovando  il  solvente  ogni  12  ore.  Gli  estratti,  concentrati  sotto 
vuoto,  hanno  dato  una  sospensione  acquosa  che  è  stata  dibattuta  con  acqua 
ed  etere.  La  fase  eterea,  concentrata  sotto  vuoto,  è  stata  saponificata  con 
KOH  al  10%  in  EtOH  all’80%  (12  ore  a  ricadere,  sotto  N2). 

Allontanato  al  rotavapor  l’EtOH,  il  residuo  è  stato  ripreso  con  acqua 
ed  etere.  Dalla  fase  acquosa,  dopo  acidificazione  con  HC1  2N,  sono  stati 
recuperati,  per  estrazione  con  CH2C12,  gli  acidi  grassi.  L’insaponificabile  è 
stato  passato  su  gel  di  silice  (Kieselgel  60,70-230  mesh  ASTM)  eluendo  con 
CH2C12.  Si  è  così  ottenuta  la  frazione  sterolica  che  è  stata  acetilata  (Ac20  e 
piridina  12  ore  a  t.  amb.)  e  poi  purificata  per  PLC  eluendo  con  C6H6. 

Gli  acidi  grassi  ottenuti  sono  stati  trasformati  nei  loro  esteri  p- bromo- 
fenacilici  e  successivamente  determinati  per  HPLC  secondo  Borch  (Borch, 
1975)  con  una  colonna  RP8  Hewlett-Packard  a  fase  inversa  montata  su  un 
cromatografo  liquido  connesso  con  un  detector  U.V.,  con  azzeramento 
automatico  della  linea  di  base,  leggendo  a  254  nm. 

L’eluente  usato  è  stato  CH3CN/H20,  programmato  70/30  per  i  primi 
cinque  minuti  dopo  l’iniezione  e  poi  da  70/30  a  100/0,  arrivando  alla  com¬ 
posizione  finale  in  90  minuti.  Il  flusso  è  stato  di  0.75  ml/min. 

Gli  steroli  acetilati  sono  stati  separati  per  TLC  su  lastre  impregnate 
con  AgN03  al  20%  eluendo  2  volte  con  esano-benzene  1/1.  Gli  steroli  così 
separati  sono  stati  riconosciuti  per  GC  su  OV-1  al  2.5%  (2  m  x  3  mm  d.i.), 
N2a  50  ml/min  (RRt  e  per  coiniezione  standard)  e  dal  confronto  dei  loro 
spettri  NMR  e  MS  con  quelli  riportati  in  letteratura  (Rubinstein  et  al. , 
1976;  Zaretskii,  1976).  In  ordine  di  polarità  crescente  sono  risultati  es¬ 
sere: 

ergost-7 -en-3  (3-/7  acetato :  RRt,  1,43:  IR  Ymax  *3  cnf1:  1730;  MS  m/e 
442  (M+,  picco  base)  4427,  382,  367,  288,  255,  229,  213;  ]H-NMR:  5  0.54  (s, 
C-18),  0.78  (d,  J  =  6.6  Hz,  C-28),  0.79  (d,  J  =  6.6  Hz,  C-27  o  C-26),  0.82  (s, 
C-19),  0.87  (d,  J  =  6.6  Hz,  C-26  o  C-27),  0.93  (d,  J  =  6.6  Hz,  C-21),  2.03  (s, 
MeC02),  4.73  (m,  C-3),  5.18  (m,  C-7); 


Acidi  grassi  e  steroii  in  due  specie  di  Hygrophorus  155 


ergosta-7,22-dien-3 15  -il  acetato:  RRt  1,24;  IR  yS?3  cm  1;  1730,  972 
(À22-trans);  MS  m/e  440  (M+,  picco  base)  425,  397,  380,  365,  342,  315,  313, 
288,  255,  229,  213:  'H-NMR:  5  0.54  (s,  C-1S),  0.81  (s,  019),  0.82  (d,  J  =  6.6 
Hz,  027  o  026),  0.83  (d,  J=  6.6  Hz,  026  o  027),  0.91  (d,  J  =  6.6  Hz, 
028),  1.01  (d,  J  =  6.6  Hz,  021),  2.03  (s,  MeC02),  4.68  (m,  03),  5-16  (m, 
07),  5.21  (m,  022  e  023); 

ergosta-5,7-dien-3  P-;7  acetato:  RRt  1,43:  IR  ySP3  cm-1:  1730.  U.V. 
À®£H  nm:  273,  283,  294:  MS  m/e:  440  (M+),  425,  380  (M+-H0Ac,  picco 
base,  365,  313,  253,  211,  158,  143:  'H-NMR:  6  0.62  (s,  018),  0.78  (d, 
J  =  6.6  Hz,  028),  0.79  (d,  J  =  6.6  Hz,  027  o  026),  0.86  (d,  J  =  6.6  Hz, 
026  o  027),  0.95  (d,  3  =  6.6  Hz,  021),  0.96  (s,  019),  2.04  (s,  MeC02), 
4.72  (m,  03),  5.39  (s,  07),  5.57  (m,  06); 

ergosterolo:  RRt  1.22:  IR  ySP3  cm-1:  1730,  972  ( A’ '-trans):  UV 
AmaT  nm:  273,  283,  294:  MS  m/e:  438  (M+),  423,  378  (M+-HOAc,  picco 
base),  363,  335,  313,  253,  251,  211,  158,  143:  'H-NMR:  6  0.63  (s,  018), 
0.83  (d,  J=  6.6  Hz,  027  o  026),  0.84  (d,  J  =  6.6  Hz,  028),  0.96  (s,  019), 
1.04  (d,  J  =  6.6  Hz,  021),  2.04  (s,  MeC02),  4.71  (m,  03),  5.21  (m,  022  e 
023),  5.39  (m,  07),  5.57  (m,  06). 


BIBLIOGRAFIA 

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156  Patrizia  Monica  et  al. 


TABELLA  I 


Dati  relativi 

all’estrazione 

(g) 

Farri,  gen.  Specie 

Peso  secco 

Fase  Eterea 
estr.  Acet. 

Saponif. 

Insap. 

Hygrophoraceae 

Hygrophorus 

H.  hypothejus  Fr. 

170 

3.48 

2.10 

0.160 

H.  olivaceoalbus  Fr. 

205 

3.72 

2.58 

0.175 

TABELLA  II 

Composizione  in  acidi  grassi  (%) 

Acido  grasso 

H.  hypothejus 

H.  olivaceoalbus 

Pentadecilico 

0.6 

0.3 

Paimitico 

15.2 

17.6 

Palmitoleico 

T 

0.4 

Stearico 

12.1 

11.8 

Oleico 

13.5 

7.8 

Linoleico 

56.3 

60.1 

Non  Determ. 

1.6 

1.9 

T:  minore  dello  0.2% 

TABELLA  III 

Composizione 

sterolica  (%) 

Fungo 

i 

il 

in 

IV 

H.  hypothejus 

9.5 

12.6 

6.6 

70.2 

H.  olivaceoalbus 

1.8 

8.7 

10.6 

78.5 

I:  ergost-7-en-3p-olo; 

II:  ergosta-7,2-dien-3 p-olo; 
III:  ergosta-5,7-dien-3 P-olo; 
IV:  ergosterolo. 

Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  91,  1982,  pp.  157-171,  figg.  9,  tab.  1 


Ittiotossicità  e  prime  osservazioni  istologiche 
sulle  modificazioni  dell’epitelio  respiratorio 
di  Carassius  auratus  L. 
esposto  ad  acque  inquinate  da  olii  greggi. 

Un  problema  di  autoecologia  acquatica  (*) 

Nota  del  socio  Pietro  Battaglimi  (**)  e  di  Giuliana  Andreozzi  (***), 
Rosanna  Antonucci  (***),  Nadia  Arcamone  (**), 

Luciana  Castaldo  (***)  e  Giuliana  Gargiulo  (***) 

(Tornata  del  25  giugno  1982) 


Riassunto.  —  Gli  Autori  hanno  studiato  le  modificazioni  indotte  da  varie  con¬ 
centrazioni  di  petrolio  greggio  su  Carassius  auratus  L. 

Sono  stati  effettuati  tests  ittiotossicologici  ed  eseguiti  esami  istologici,  istochi- 
mici  ed  ultrastrutturali  sulla  branchia.  Lo  studio  tossicologico  ed  anatomo-patologico 
ha  messo  in  evidenza  la  notevole  azione  del  greggio  a  carico  dei  vari  organi  ed  in 
particolare  delle  branchie  le  quali  presentano  danni  di  una  tossicità  più  acuta  che 
cronica. 

Tali  risultati  vengono  confermati  dall’analisi  istologica,  istochimica  ed  ultra¬ 
strutturale  che  evidenzia  un  aumento  dell’azione  distruttiva  del  greggio  sull’epitelio 
respiratorio  via  via  che  aumenta  la  sua  concentrazione  ed  il  periodo  di  esposizione 
dei  Carassi.  Inoltre  è  da  notare  che  forti  concentrazioni  di  greggio  inducono  l’epite¬ 
lio  branchiale  di  copertura  a  distaccarsi  mentre  l’epitelio  germinativo  subisce  una 
spoliazione  progressiva. 

Si  conclude  affermando  che  la  branchia  è  un  modello  ideale  per  le  ricerche  di 
ecotossicologia  in  ecosistemi  acquatici. 

Summary.  —  Influence  of  different  concentrations  of  crude  oil  were  studied  on 

goldfìsh,  Carassius  auratus  L. 

Toxicological  and  anatomo-pathological  examinations  were  made.  Evidence 
shows  that  crude  oil  produces  damage  in  various  organs,  especially  in  thè  gills. 
The  effects  of  toxicity  on  thè  gills  are  more  acute  than  chronic.  These  results  are 
consistent  with  histological,  histchemical  and  ultrastructural  findings,  which  clearly 


(*)  Lavoro  eseguito  con  contributo  M.P.I.  40%,  anno  1981. 

(**)  Istituto  di  Zoologia  e  Museo  -  Università  di  Napoli. 

(***)  Cattedra  di  Istologia  Generale  e  Speciale  -  Università  di  Napoli. 


158  Pietro  B attagliili  e  coll. 


show  thè  destructive  action  of  crude  oil  on  thè  respiratory  epithelium.  The  entity  of 
these  negative  effects  seems  to  be  proportional  to  thè  concentration  of  petroleum 
and  to  thè  lenght  of  time  for  which  thè  fish  is  exposed  to  thè  noxius  agent. 

It  is  proposed  that  thè  fish  gill  is  a  good  model  for  ecotoxicological  research  in 
acquatic  ecosystems. 


Introduzione 

L’inquinamento  da  petrolio  greggio  è  stato  associato  essenzialmente 
con  i  disastri  spettacolari  avvenuti  nel  mare.  Basti  pensare  ai  danni  causati 
sulle  coste  della  Bretagna  nel  1967  dalla  nave  Torrey  Canyon  che  versò  in 
mare  116.000  m3  di  greggio  ed  al  disastro  ecologico  presente  lungo  le 
nostre  coste  tirreniche  ed  adriatiche,  a  causa  degli  scarichi  delle  petroliere 
che  trasportano  olii  greggi.  Nell’ambiente  dulciacquicolo  una  significativa 
origine  di  inquinamento  è  determinata  dagli  scarichi  diretti  o  mediati  di 
prodotti  petroliferi  utilizzati  per  il  trasporto  o  per  l’agricoltura. 

È  stato  calcolato  che,  perfino  negli  Stati  Uniti,  dove  la  lotta  all’inqui¬ 
namento  è  fortemente  sentita  ed  effettuata,  l’immissione  nell’ambiente  di 
prodotti  petroliferi  o  di  loro  derivati  si  aggira  tra  i  2,27  ed  i  5,03  x  IO9  litri 
ogni  anno  (Environmental  Protection  Agency  1974). 

Per  quanto  concerne  l’alterazione  dell’ambiente  dulciacquicolo,  se¬ 
condo  Freestone  (1972),  pare  che  gli  scarichi  derivino  per  il  15%  dall’uti¬ 
lizzazione  di  prodotti  petroliferi  per  la  costruzione  di  strade  limitrofe  a 
corsi  d’acqua,  per  il  70%  dagli  scarichi  di  officine,  opifici  e  industrie  che 
utilizzano  prodotti  petroliferi  nei  loro  processi  lavorativi  e  per  l’altro  15% 
da  materiali  di  varia  origine. 

Nonostante  un  notevole  volume  di  ricerche,  studi  di  ecotossicologia  da 
petrolio  greggio  nelle  acque  dolci  sono  del  tutto  assenti  o  molto  rari. 
Hedtke  e  Puglisi  (1980)  sono  gli  unici  che  hanno  tentato  di  esaminare 
l’azione  di  inquinanti  di  origine  petrolifera  sul  ciclo  biologico  di  un  pe¬ 
sce  d’acqua  dolce,  Giordanella  floridae.  Tali  Autori  arrivano  alla  conclu¬ 
sione  che  probabilmente  gli  olii  greggi  da  loro  utilizzati  sono  tossici,  non 
come  tali,  ma  per  la  presenza  in  essi  di  composti  dello  zinco,  piombo  e 
cadmio. 

La  nostra  regione,  per  la  particolare  concentrazione  urbana  e  indu¬ 
striale  in  zone  circoscritte,  è  soggetta  alla  possibilità  reale  di  inquinamento 
dell’ambiente  dulciacquicolo  per  opera  di  scarichi  di  prodotti  petroliferi  o 
loro  derivati.  Pertanto  è  opportuno  intraprendere  uno  studio  di  autoecotos- 
sicologia,  utilizzando  come  inquinante  il  petrolio  greggio  e  come  materiale 
biologico  il  Carassìus  auratus  L. 


Ittiolo ssicità  e  prime  osservazioni  istologiche,  ecc.  159 


Precedenti  ricerche  sulle  modificazioni  delle  branchie  di  Teleostei  trat¬ 
tati  con  acque  fluviali  fortemente  inquinate  da  scarichi  domestici  ed  indu¬ 
striali  (Battaglini  1981,  1982;  Andreozzi  et  al.  1982)  hanno  messo  in  evi¬ 
denza  che  la  branchia,  essendo  uno  degli  organi  che  per  primi  vengono  a 
contatto  con  gli  inquinanti,  rappresenta  il  bersaglio  tipico  di  qualsiasi 
danno  ambientale  e,  per  conseguenza,  il  campanello  di  allarme  di  varia¬ 
zioni  ambientali  eventualmente  anche  minime. 

La  presente  ricerca  pertanto  evidenzia  la  letalità  a  breve  e  a  lungo  ter¬ 
mine  del  petrolio  su  Carassius  auratus  L.  e  riporta  i  primi  risultati  istolo¬ 
gici,  istochimici  ed  ultrastrutturali  sulle  alterazioni  subite  dalle  strutture 
respiratorie  in  presenza  di  questo  tossico. 


Procedimento  e  metodi 

Per  la  ricerca  in  oggetto  si  è  proceduto  con  tests  statistici  di  ittiotossi- 
cità  seguendo  la  metodica  degli  «Standard  Methods »  (1971). 

In  cinque  vasche  con  20  litri  di  acqua  potabile  è  stato  aggiunto  petro¬ 
lio  greggio1  rispettivamente  nelle  concentrazioni  di  0.05;  0.1;  0.25;  1;  5  per 
cento.  Dopo  che  con  un  mescolatore  a  mano  si  è  omogeneizzato  il  tutto, 
sono  stati  immersi  in  ogni  vasca  10  esemplari  di  Carassius  auratus  L. 

Tale  scelta  di  concentrazioni  è  stata  effettuata  per  ottenere  un  effetto 
tossico  incrociato.  Infatti  il  rapporto  di  diluizione  tra  la  prima  e  la  seconda 
vasca  è  di  1:2,  tra  la  terza  e  la  quarta  di  1:4,  inoltre  il  rapporto  tra  la 
quarta  e  la  quinta  è  il  doppio  di  quello  esistente  tra  la  seconda  e  la  terza. 

L’ittiotossicità  è  stata  valutata,  per  ogni  vasca  dopo  6,  24,  48,  72,  96 
ore.  A  tali  intervalli  si  prelevavano,  da  ciascuna  vasca  gli  esemplari  di 
Carassius  auratus  L.2  in  condizioni  fortemente  critiche  di  sopravvivenza. 
Ad  essi  si  prelevavano  le  branchie,  il  fegato,  la  cistifellea,  i  reni  e  Pinte- 
stino  per  la  valutazione  anatomo-patologica  delle  alterazioni.  Tale  valuta¬ 
zione  è  stata  quantizzata  utilizzando  particolari  parametri  (Battaglini  et  al. 
1981). 

Contemporaneamente  da  ciascuna  branchia  venivano  allestiti  preparati 
per  le  osservazioni  in  microscopia  ottica  (MO)  e  in  microscopia  elettronica 


1  II  petrolio  greggio  usato  per  gli  esperimenti  è  stato  fornito  da  Mobil  Oil  Ita¬ 
liana  S.p.A.  e  la  dizione  precisa  è  Olio  greggio  Arabian  Light. 

2  Gli  esemplari  prelevati  in  condizioni  critiche  di  sopravvivenza,  per  conven¬ 
zione  (Standard  Methods),  vengono  considerati  morti  e  come  tali  riportati  nella 
Tabella  I. 


160  Pietro  Battaglini  e  coli 


(ME).  Per  quanto  riguarda  la  MO,  le  lamelle,  fissate  in  formalina  al  10%  o 
in  Bouin,  erano  incluse  in  paraffina  e  sezionate  serialmente  a  7-9  p;  veni¬ 
vano  poi  colorate  con  i  seguenti  metodi: 

1)  ematossilina-eosina; 

2)  colorazione  tricromica  di  Van  Gieson; 

3)  reazione  PAS; 

4)  alcian  blu  a  pH  2.7  e  pH  1. 

Per  la  ME  una  coppia  di  lamelle  per  ogni  branchia,  dopo  fissazione  in 
glutaraldeide  al  2.5%  in  tampone  fosfato  pH  7.4,  era  inclusa  in  Epon  812. 
Sezioni  fini  erano  osservate,  dopo  colorazione  con  Piombo  citrato  e  Uranile 
acetato  al  microscopio  Philips  201. 


Risultati  e  discussione 

Lo  studio  degli  effetti  su  Carassìus  auratus  L.  delle  varie  concentra¬ 
zioni  di  petrolio  greggio  in  acqua  è  stato  effettuato  in  un’ottica  ecotossico¬ 
logica  con  prove  di  ittiotossicità,  esami  anatomo-patologici  dei  vari  organi  e 
con  indagini  istologiche,  istochimiche  ed  ultrastrutturali  delle  branchie. 

Le  prove  di  ittiotossicità  effettuate  alle  concentrazioni  di  0.05,  0.1, 
0.25,  1  e  5%  sono  riportate  nella  tabella  I  e  illustrate  graficamente  nella 
figura  1. 

Come  si  può  notare  la  sopravvivenza  dopo  6  h,  è  del  100%  a  tutte  le 
concentrazioni;  dopo  24  h  si  ha  sopravvivenza  del  50%  alle  concentrazioni 
dello  0.05,  0.1,  1%,  mentre  è  del  60%  allo  0.25%  ed  infine  è  dell’80%  al  5% 
di  concentrazione. 

La  sopravvivenza  dopo  48  e  72  h  dall’inizio  dell’esperimento  è  del  50% 
a  tutte  le  concentrazioni;  solo  i  pesci  immersi  nella  vasca  all’1%  sopravvi¬ 
vono  per  il  20%. 

Dopo  96  h  solo  la  vasca  con  concentrazione  pari  allo  0.25%  di  petrolio 
greggio  presenta  sopravvivenza  (40%);  tutte  le  altre  concentrazioni  determi¬ 
nano  una  mortalità  del  100%.  Il  minore  effetto  di  letalità  a  0.25%  è  proba¬ 
bilmente  dovuto  ad  una  situazione  «ottimale»  di  concentrazione  tra  costi¬ 
tuenti  del  petrolio  ed  acqua. 

Il  H503  a  24  h  è  0.38%,  il  H50  a  48  h  è  di  1.35%,  mentre  il  n50  a  96  h  è 


3  II  H5o  rappresenta  la  concentrazione  ideale  per  la  sopravvivenza  di  almeno  il 
50%  di  esemplari  sperimentati. 


Fig.  1.  -  Diagramma  illustrante  l'andamento  della  sopravvivenza  a  varie  concentra¬ 
zioni  di  greggio  dei  pesci  dopo  24,  48,  72,  96  h  dall’inizio  dell’esperimento 
al  fine  della  identificazione  del  n50. 

C%  =  percentuale  di  concentrazione  di  greggio. 

P.S.  =  percentuale  pesci  sopravvissuti. 


162  Pietro  Battaglini  e  coll. 


dello  0%.  Dai  dati  su  riportati  si  può  dire  che  il  coefficiente  di  Van  Horn4  è 
pari  allo  0.28%. 

Le  osservazioni  anatomo-patologiche  sono  relative  alla  percentuale  di 
danno  riscontrato  a  carico  delle  branchie,  cistifellea,  reni,  fegato  ed  inte¬ 
stino  degli  esemplari  sottoposti  a  varie  concentrazioni  per  6,  24,  48,  72  e  96 
h  (fig.  2). 

L’esame  macroscopio  degli  organi  prelevati  mette  in  evidenza  che  gli 
esemplari  dissezionati  dopo  24,  48  e  72  h,  appartenenti  a  vasche  con  per¬ 
centuali  dello  0.05,  1,  5%  di  greggio,  hanno  riportato  danni  di  forte  entità 
alle  branchie  ed  alla  cistifellea,  mentre  gli  esemplari  di  altre  vasche  hanno 
riportato  una  percentuale  di  danno  mediamente  inferiore. 

Per  quanto  riguarda  gli  esemplari  dissezionati  dopo  96  h  si  osserva  un 
generale  aumento  dell’entità  del  danno  per  ciascun  organo  osservato,  con 
un  particolare  incremento  negli  esemplari  tenuti  ad  una  concentrazione 
del  5%. 

Per  evidenziare  globalmente  le  alterazioni  anatomo-patologiche  in  fig.  3  è 
riportato  un  grafico  illustrante  le  percentuali  medie  di  alterazione  degli 
organi  ottenute  complessivamente  per  ciascuna  concentrazione  di  greggio. 
Dall’esame  di  tale  istogramma  risulta  evidente  che  i  maggiori  danni  sono  a 
carico  delle  branchie,  le  quali  si  presentano  di  norma  anossiche  e  solo  in 
qualche  caso  emorragiche.  Infatti  sulle  branchie,  specialmente  degli  esem¬ 
plari  esperimentati  ad  alte  concentrazioni,  si  sono  notati  grumi  di  petrolio 
che  probabilmente  obliteravano  le  lamelle  per  cui  tutti  gli  esemplari  soffri¬ 
vano  visibilmente  di  difficoltà  respiratorie.  Forti  danni  sono  stati  riscontrati 
anche  a  carico  della  cistifellea  che  appariva  aumentata  di  volume.  Le  per¬ 
centuali  di  greggio  che  maggiormente  determinano  alterazioni  anatomo- 
patologiche  sono  dello  0.05%  e  del  5%,  mentre  la  percentuale  di  greggio 
dello  0.25%  è  quella  che  meno  delle  altre  produce  alterazioni.  Tale  risultato 
è  da  sottolineare  in  quanto  coincide  con  quello  ottenuto  dalle  prove  ittio- 
tossicologiche  e  può,  forse,  essere  dovuto  ad  una  sorta  di  equilibrio 
ambientale  chimico-fisico  creatosi  tra  greggio  e  diluente. 

All’esame  microscopico  si  è  potuto  osservare  come,  anche  a  basse  con¬ 
centrazioni  (0.05-0.25%),  a  carico  delle  branchie  siano  riscontrabili  netti 
segni  di  alterazione. 

Infatti,  nei  pesci  tenuti  nella  vasca  con  una  percentuale  di  petrolio 
greggio  dello  0.05%  si  possono  notare  segni  di  sofferenza  a  carico  dell’epi- 


4  II  coefficiente  di  Van  Horn  (1949)  esprime  la  percentuale  di  inquinamento 
che  può  essere  immesso  nell’ambiente  senza  disturbare  la  vita  animale  e  vegetale. 


TABELLA  I 

Tests  della  ittiotossicità  a  6,  24,  48,  72  e  96  h  in  Carassius  auratus  L.  sottoposto  a  varie  concentrazioni  di  greggio 


Ittiotossicità  e  prime  osservazioni  istologiche,  ecc.  163 


sopravvivenza 


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164  Pietro  Battagiini  e  coli. 


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Ittiotossicità  e  prime  osservazioni  istologiche,  ecc.  165 


Fig.  3.  —  Istogrammi  illustranti  le  percentuali  medie  complessive  dei  danni  subiti  dai  vari  organi  alle  diverse  concentrazioni. 


166  Pietro  B attagliili  e  coll. 


telio  già  dopo  24  h.  Questi  segni  si  accentuano  dopo  48  h  e  a  96  h  si  può 
osservare  una  netta  coartazione  dell’epitelio  germinativo  mentre  l’epitelio 
di  copertura  comincia  a  distaccarsi  dai  capillari  pilari. 

Analoghe  immagini  sono  osservabili  nei  pesci  tenuti  nelle  vasche  con 
una  percentuale  di  petrolio  dello  0.1  e  0.25%  e  prelevati  ai  diversi  inter¬ 
valli.  A  96  h  negli  esemplari  esposti  ad  una  concentrazione  di  petrolio  dello 
0.25%,  la  coartazione  dell’epitelio  germinativo  è  più  marcato  mentre  l’epi¬ 
telio  di  copertura  è  nettamente  staccato  dai  capillari  pilari  (figg.  4-5). 


Fio.  4.  -  Carassius  auratus  L.  -  con¬ 
trollo  -  È  bene  evidente  la  struttura 
della  branchia.  Nei  capillari  pilari, 
rivestiti  dall’epitelio  di  copertura,  si 
nota  la  disposizione  regolamentare 
seriata  delle  cellule.  Ematoss.-eosina. 
100  x. 


Fig.  5.  -  Carassius  auratus  L. 
Esemplare  esposto  ad  una  concentra¬ 
zione  di  greggio  dello  0.25.  Sono  evi¬ 
denti  le  alterazioni  a  carico  dell’epi¬ 
telio  di  copertura  che  appare  stac¬ 
cato;  anche  l’epitelio  germinativo  si 
presenta  con  aspetto  alterato.  Ema¬ 
toss.-eosina  100  x. 


Per  quanto  riguarda  la  vasca  contenente  una  percentuale  di  petrolio 
dell’1%  si  può  osservare  che,  dopo  24  h  di  esposizione,  le  branchie  presen¬ 
tano  già  l’epitelio  germinativo  coartato  e  l’epitelio  di  copertura  distaccato. 
Dopo  96  h  di  esposizione  si  può  notare  un  assottigliamento  dell’epitelio 


Ittiotossicità  e  prime  osservazioni  istologiche,  ecc.  167 


germinativo  che  si  presenta  meno  compatto;  l’epitelio  di  copertura  è 
sempre  distaccato  dai  capillari  p  ilari  (fìg.  6). 


Fio.  6.  -  Carassius  auratus  L.  -  Esemplare  esposto  ad  una  concentrazione  di  greg¬ 
gio  dell’1%.  L’alterazione  dell’epitelio  branchiale  è  ancora  più  marcata. 
Ematoss.- -cosina.  100  x. 


Questi  quadri  sono  ancora  più  marcati  per  gli  animali  esposti  ad  una 
concentrazione  di  petrolio  del  5%.  Già  a  48  h  infatti  il  numero  delle  cellule 
che  formano  l’epitelio  germinativo  è  notevolmente  ridotto;  la  spoliazione  si 
accentua  ancora  dopo  72  h  e  raggiunge  il  massimo  a  96  h  quando  l’epitelio 
germinativo  si  riduce  solo  a  poche  cellule.  Interessante  inoltre  è  il  fatto  che 
alle  concentrazioni  più  elevate  (1%  e  5%)  si  osserva,  particolarmente  dopo 
96  h  di  esposizione,  la  perdita  o  almeno  l’alterazione  della  regolare 
sequenza  delle  cellule  dei  capillari  pilari  (fig.  7). 

Dobbiamo  inoltre  aggiungere  che  le  alterazioni  riscontrate,  non  riguar¬ 
dano  solo  l’epitelio  ma  anche  l’asse  connettivale  delle  lamelle,  con  partico¬ 
lare  interessamento  della  cartilagine. 


168  Pietro  Battaglini  e  coll. 


Per  quanto  riguarda  la  ME  i  dati  disponibili  riferiti  per  il  momento 
solo  ad  un  caso  di  intossicazione  cronica  (14  gg.  al  5%)  confermano  quanto 
osservato  in  MO.  Si  può  notare  infatti  la  completa  alterazione  dell’epitelio 


Fig.  7.  -  Carassius  auratus  L.  -  Esemplare  esposto  ad  una  concentrazione  di  greg¬ 
gio  del  5%.  L’epitelio  di  copertura  è  gravemente  danneggiato  e  l’epitelio 
germinativo  appare  ridotto  a  poche  file  di  cellule.  Si  notano  segni  di  soffe¬ 
renza  a  carico  della  cartilagine.  Ematoss.-eosina.  100  x. 


e  del  connettivo;  la  cartilagine  presenta  cellule  con  segni  di  grave  soffe¬ 
renza  e  alterazioni  di  tipo  degenerativo  a  carico  della  matrice  (figg.  8-9). 


Conclusioni 

Lo  studio  autoecologico  di  ittiotossicità  da  petrolio  greggio  su  Caras¬ 
sius  auratus  L.  ha  messo  in  evidenza  la  notevole  tossicità  di  questa 
sostanza.  Questo  dato  è  espresso  dalle  prove  di  ittiotossicità  con  curve  di 
sopravvivenza  molto  caratteristiche  di  danno  tossicologico  ambientale.  Il 
coefficiente  di  Van  Horn  puntualizza  la  necessità  di  una  diminuzione  di 
concentrazione  per  evitare  danni  ecologici  all’ambiente. 

L’analisi  anatomo-patologica  ha  confermato  che  la  branchia  quale  via 
di  accesso  agli  altri  organi,  risulta  maggiormente  danneggiata  per  il  suo 


Fig.  8.  —  Carassius  auratus  L.  -  controllo  -  Sezione  di  branchia  condotta  a  livello 
dell’epitelio  germinativo.  1500  x. 


Fig.  9.  -  Carassius  auratus  L.  -  Esemplare  esposto  ad  una  concentrazione  del  5% 
per  14  giorni.  Sezione  condotta  a  livello  dell’epitelio  germinativo.  Si  nota 
degenerazione  dell’epitelio  germinativo  e  alterazione  della  cartilagine. 
3700  x. 


170  Pietro  Battaglini  e  coll 


diretto  contatto  con  l’inquinante;  questo  dato  è  indicativo  più  di  una  tossi¬ 
cità  acuta  che  cronica. 

Questo  aspetto  ecotossicologico  viene  chiarito  dai  risultati  delle  inda¬ 
gini  istologiche,  istochimiche  ed  ultrastrutturali. 

Infatti  i  dati  istologici  ed  istochimici,  nonché  i  risultati  preliminari  in 
ME,  mettono  in  luce  che  il  greggio  potenzia  la  sua  azione  distruttiva  sul¬ 
l’epitelio  respiratorio  a  mano  a  mano  che  aumentano  la  concentrazione  ed 
il  tempo  di  esposizione. 

I  quadri  istologici  mettono  in  chiaro  che,  nella  branchia,  l’epitelio  di 
copertura  è  il  primo  a  risentire  del  danno  ambientale,  successivamente 
anche  l’epitelio  germinativo  comincia  a  risentire  degli  effetti  del  tossico. 

Mentre  l’epitelio  di  copertura  a  forti  concentrazioni  sembra  distaccarsi, 
quello  germinativo  subisce  una  progressiva  spoliazione. 

È  verosimile  che  queste  situazioni  sono  da  collegare  ad  una  intensa 
reazione  emorragica  che  probabilmente  avrebbe  una  funzione  «sostitutiva 
funzionale».  Si  può  perciò  dire  che  quando  l’animale  è  sottoposto  ad  un 
forte  insulto  fisiologico  ad  opera  di  inquinanti  ambientali,  le  possibilità  di 
reazione  possono  essere: 

a)  morte  immediata,  da  tossicità  acuta  conseguente  a  fenomeni  di 
asfissia  o  anossia; 

h)  sopravvivenza  breve  da  tossicità  acuta  con  distacco  dell’epitelio 
di  copertura; 

c)  sopravvivenza  fino  a  96  h  in  presenza  di  tossicità  prolungata  a 
concentrazioni  elevate,  con  distacco  dell’epitelio  di  copertura  associato  a 
quadri  emorragici  e  coartazione  dell’epitelio  germinativo; 

d)  in  presenza  di  tossicità  cronica,  distacco  dell’epitelio  di  copertura 
e  coartazione  dell’epitelio  germinativo  a  cui  segue  una  reazione  di  spolia¬ 
zione  di  quest’ultimo. 

In  conclusione  la  presente  ricerca  mette  in  luce  che  la  branchia  rap¬ 
presenta  una  struttura  modello  per  l’identificazione  delle  alterazioni  pre¬ 
senti  o  indotte  negli  ecosistemi  acquatici. 


Si  ringraziano  i  sigg.  Paolo  de  Girolamo  e  Michele  Sammarco  per  l’at¬ 
tiva  e  competente  collaborazione  tecnica. 


Ittiotossicità  e  prime  osservazioni  istologiche,  ecc.  171 


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' 


■ 


Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  91,  1982,  pp.  173-192,  fìgg.  7,  tabb.  5 


Struttura  e  migrazioni  di  una  comunità 
animale  edafica  in  un  suolo  di  origine  vulcanica 
(Camaldoli  -  Napoli) 

Nota  dei  soci  Pietro  Battaglimi  (*)  e  Carla  Lucini  (*) 

(Tornata  del  26  novembre  1982) 


Riassunto.  —  Gli  Autori  nel  presente  lavoro  hanno  analizzato  le  zoocenosi  eda¬ 
fiche  nei  pressi  di  tre  stazioni  situate  sul  versante  SE  della  collina  dei  «  Camaldoli  » 
(Napoli).  I  valori  delle  densità  della  fauna  e  le  posizioni  preferenziali  di  quest’ultima 
all’interno  degli  strati  e  le  relative  migrazioni  verticali  sono  state  collegate  a  diversi 
fattori  microambientali  quali  granulometria,  porosità,  pH,  temperatura,  umidità  e 
fattori  biotici  quali  la  predazione.  In  particolare  l’umidità  si  è  rivelato  come  para¬ 
metro  notevolmente  importante  neH’influenzare  le  zoocenosi.  È  stata  anche  osser¬ 
vata  una  netta  differenziazione  delle  oscillazioni  stagionali  della  fauna  sia  di  un  ter¬ 
reno  boscoso  che  di  uno  prativo. 

Summary.  —  The  soil  fauna  of  Camaldoli  hill  near  Naples  has  been  studied. 
Fauna  density,  its  depth  position  and  vertical  migrations  have  been  correlated  with 
environmental  abiotic  factors  as  humidity,  pore  space,  pH,  texture  and  temperature. 
Another  ecological  factor  acting  on  soil  fauna  distribution  appears  to  be  thè  compe- 
tition  between  Mites,  Collembola  and  Nematoda.  Humidity  seems  to  be  thè  most 
meaningful  parameter  influencing  thè  soil  fauna.  The  Authors  have  also  observed  a 
clear  differentation  between  fauna’s  seasonal  fluctuation  in  a  woodland  and  a  grass- 
land. 


Introduzione,  procedimenti  e  metodi 

Lo  studio  della  fauna  del  suolo  in  Campania  è  stata  oggetto  di  ricerche 
da  parte  di  uno  degli  Autori  (Battaglini  1964,  Battaglini  et  alii  1970, 
1973a,  b,  1974,  1981)  su  terreni  nei  pressi  di  Astroni,  Vesuvio,  La  Correa, 


(*)  Laboratorio  di  Ecologia  animale  -  Istituto  di  Zoologia  -  Università  di  Napoli. 


174  P.  Battaglini,  C.  Lucini 


Ansante;  per  un  ulteriore  contributo  a  tali  conoscenze  è  stata  scelta  la  col¬ 
lina  detta  «I  Camaldoli»  a  NW  di  Napoli,  anch’essa  di  natura  vulcanica 
come  le  precedenti  località.  I  risultati  ottenuti  dallo  studio  della  pedofauna 
di  tale  zona  sono  stati  analizzati  in  parte  in  un  precedente  lavoro  degli 
Autori  (Battaglini  e  Lucini,  1982)  nel  quale,  in  particolare,  viene  de¬ 
scritto  il  rapporto  ecologico  esistente  fra  Acari,  Collemboli  e  Nematodi. 
Nella  presente  nota  s’intende  illustrare  l’azione  limitante  e  i  valori  ottimali 
di  alcuni  fattori  ambientali  che  interessano  la  meso  e  macrofauna  ed  even¬ 
tuali  migrazioni  verticali  ed  orizzontali  di  questa. 

I  campioni  di  terreno  utilizzati  per  l’estrazione  della  fauna  e  per  le 
valutazioni  dei  parametri  ambientali  sono  stati  ottenuti  in  corrispondenza 
di  tre  stazioni  che  chiameremo  A,  B,  C.  Le  loro  caratteristiche  sono  ripor¬ 
tate  in  tabella  I;  da  aggiungere  è  che  la  vegetazione  delle  stazioni  A  e  B  è 
caratterizzata  da  Graminacee  mentre  il  bosco  della  stazione  C  da  alberi  del 
genere  Castanea.  La  campionatura  in  ogni  stazione  è  stata  effettuata  per  un 
intero  anno  solare,  al  ritmo  di  due  per  ogni  stagione  nelle  seguenti  date: 
11-11-80;  22-1-81;  11-3-81;  5-4-81;  31-5-81;  9-7-81;  8-9-81;  15-10-81. 


TABELLA  I 

Caratteri  generali  e  pedologici  delle  stazioni  A,  B  e  C. 


CARATTERI 

STAZIONE  A 

STAZIONE  B 

STAZIONE  c 

Inclinazione 

12° 

0° 

22° 

Esposizione  del  versante 

SE 

SE 

S 

Altitudine:  m.s.l.m. 

315 

330 

375 

Vegetazione  (fusto) 

medio 

medio 

alto 

basso 

basso 

medio 

Contenuto  in  humus  del  suolo 

medio 

medio 

alto 

Colore  del  suolo 

marrone 

beige 

marrone 

rossiccio 

marrone 

nero 

Radici 

numerose 

numerose 

numerose 

piccole 

piccole 

piccole 

Per  la  metodologia  dei  prelievi  di  suolo  in  campagna,  per  l’estrazione 
della  fauna  in  laboratorio  e  per  l’analisi  delle  caratteristiche  microambien¬ 
tali  del  terreno  in  esame  si  rimanda  ai  lavori  di  Battaglini  1964,  1967, 
1973a.  Per  la  caratterizzazione  del  profilo  del  suolo  si  è  adottata  la  classifi¬ 
cazione  secondo  Kuhnelt  (1961).  Tale  Autore  divide  il  suolo  in  due  oriz- 


Struttura  e  migrazioni  di  una  comunità  animale ,  ecc.  175 


zonti  detti  A  e  B,  il  primo  ricco  in  sostanza  organica,  il  secondo  minerale. 
L’orizzonte  A  può  essere  a  sua  volta  suddiviso  negli  strati  L  (lettiera),  F 
(strato  di  fermentazione),  H  (strato  dell’humus). 


Risultati  delle  analisi  dei  fattori  ambientali 

Contemporaneamente  ai  campioni  di  terreno  per  l’analisi  faunistica, 
sono  stati  prelevati  in  posizione  adiacente  altri  campioni  per  l’analisi  dei 
parametri  abiotici.  Sono  stati  analizzati  infatti  la  granulometria,  la  porosità, 
l’umidità  e  il  pH  di  ogni  strato  presente  in  ciascun  prelievo.  Inoltre, 
durante  la  campionatura,  sono  state  condotte  misurazioni  della  tempera¬ 
tura  del  suolo  da  2  a  10  cm  di  profondità  ed  i  cui  valori  sono  riportati  in 
tabella  IL  Per  la  metodologia  vedi  «Introduzione»  (Battaglini  1.1. c.c.). 


TABELLA  II 

Valori  della  temperatura  del  suolo  da  2  a  10  cm  di  profondità  registrati  durante  gli 
otto  prelievi  nelle  stazioni  A,  B,  C. 


PRELIEVI  11-11-80  22-1-81  11-3-81 


STAZIONE 

A 

a  2  cm 

14°C 

6,5°C 

11°C 

a  4  cm 

14°C 

6°C 

11°C 

a  6  cm 

15°C 

5°C 

10°C 

a  8  cm 

15°C 

5°C 

10°C 

a  10  cm 

15°C 

5°C 

10°C 

STAZIONE 

B 

a  2  cm 

13°C 

6°C 

11°C 

a  4  cm 

13°C 

4°C 

11°C 

a  6  cm 

14°C 

4°C 

11°C 

a  8  cm 

14°C 

4°C 

11°C 

a  10  cm 

14°C 

4°C 

11°C 

STAZIONE 

C 

a  2  cm 

13°C 

4°C 

11°C 

a  4  chi 

13°C 

4°C 

10°C 

a  6  cm 

12°C 

4°C 

10°C 

a  8  cm 

12°C 

4°C 

10°C 

a  10  cm 

12°C 

4°C 

9°C 

5-4-81 

31-5-81 

9-7-81 

8-9-81 

15-10-81 

17°C 

19°C 

21°C 

21°C 

18°C 

16°C 

!9°C 

21°C 

21°C 

18°C 

16°C 

19°C 

21°C 

21°C 

18°C 

15°C 

19°C 

21°C 

21°C 

18°C 

15°C 

18°C 

21°C 

21°C 

19°C 

17°C 

17°C 

20°C 

21°C 

18°C 

16°C 

17°C 

20°C 

21°C 

18°C 

16°C 

17°C 

20°C 

20°C 

20°C 

15°C 

16°C 

20°C 

20°C 

20°C 

15°C 

16°C 

20°C 

20°C 

20°C 

15°C 

19°C 

19°C 

20°C 

20°C 

13°C 

17°C 

19°C 

20°C 

19°C 

12°C 

17°C 

19°C 

19°C 

19°C 

12°C 

17°C 

19°C 

19°C 

18°C 

12°C 

17°C 

19°C 

19°C 

18°C 

176  P.  Battagliai,  C.  Lucini 


Granulometria 

Dall’esame  della  fig.  1  si  può  notare  che  nelle  stazioni  A  e  B  i  granuli 
si  presentano  per  la  maggior  parte  con  dimensioni  di  circa  0,044  mm, 
mentre  nella  stazione  C  oscillano  tra  0,125  e  0,0625  mm.  La  granulometria 
risulta  quindi  leggermente  più  grossolana  nella  stazione  C. 


Fig.  1  -  Grafico  diretto  in  scala  semilogaritmica  della  granulometria  media  delle  tre 
stazioni. 


Struttura  e  migrazioni  di  una  comunità  animale,  ecc.  ìli 


Porosità 

La  stazione  C  presenta  i  valori  più  alti  della  porosità  (fig.  2),  mentre 
l’A  i  più  bassi.  Gl’interstizi  più  ampi  della  stazione  C  sono  dovuti,  in  parte, 
ad  una  granulometria  leggermente  più  grossolana;  tuttavia  essendo 
quest’ultima  abbastanza  analoga  nelle  tre  stazioni,  la  differenza  dei  valori 
di  porosità  è  spiegabile  anche  attraverso  un  differente  contenuto  di 
sostanza  organica  e  diversa  attività  degli  organismi  del  suolo,  particolar¬ 
mente  evidente  nella  stazione  C  (tabella  III). 


Umidità 

L’umidità  (fig.  3)  presenta  valori  più  elevati  nella  stazione  C,  mentre 
nelle  stazioni  A  e  B  la  scarsità  di  alberi  e  la  continua  insolazione  fanno  sì 
che,  specie  d’estate,  si  raggiungano  valori  piuttosto  bassi. 


pH 


Il  pH  non  presenta  particolari  variazioni,  oscillando  costantemente  tra 
il  5,5  e  il  5,2. 


Risultati  dell’analisi  faunistica 

Nell’intero  corso  della  ricerca  sono  stati  ritrovati,  in  totale,  19122  indi¬ 
vidui  appartenenti  alla  meso  e  macrofauna  con  una  densità  media  per  cm3 
di  1,681.  Nella  stazione  A  la  densità  media  è  di  1,258  per  cm3,  nella  B  di 
1,068  per  cm3,  nella  C  di  2,71  per  cm3.  Nelle  tabelle  III  e  IV  vengono  ripor¬ 
tati  i  valori  dell’Abbondanza  e  della  Dominanza  dei  diversi  taxa  riscontrati 
nelle  zoocenosi  delle  stazioni  A,  B,  C.  Nelle  stazioni  B  e  C  gli  Acari  sono  il 
gruppo  decisamente  più  numeroso,  al  quale  segue  poi  quello  dei  Collem- 
boli.  Nella  stazione  A,  invece,  Acari  e  Collemboli  sono  numericamente 
paragonabili;  in  tutte  le  tre  stazioni,  tuttavia,  il  terzo  taxon  in  ordine  decre¬ 
scente  è  quello  dei  Nematodi.  In  totale,  Acari,  Collemboli  e  Nematodi  rap¬ 
presentano  quindi  nella  stazione  A  il  91,37%  dell’intera  zoocenosi,  nella  B 
il  92,89%  e  nella  C  il  96,23%. 

Nella  fig.  4  sono  state  riportate  in  grafico  le  variazioni  delle  densità 
medie  della  fauna  ottenute  per  ogni  stazione  durante  gli  otto  prelievi;  si 
può  notare  così  che  il  maggior  valore  della  densità  faunistica  si  raggiunge 
nella  stazione  C  durante  il  prelievo  del  31-5-81  con  il  valore  di  8,360  per 


178  P.  Battaglini,  C.  Lucini 


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Fig.  2  -  Istogramma  della  porosità  media  delle  tre  stazioni  riferita  agli  strati  L,  F,  H  e  B. 


Struttura  e  migrazioni  di  una  comunità  animale ,  ecc.  179 


Fig.  3  -  Istogramma  dell’umidità  nelle  tre  stazioni  divise  in  strati  durante  tutti  i  prelievi. 


180  P.  Battaglini,  C.  Lucini 


cm3;  nella  stazione  B,  invece,  i  massimi  si  verificano  nei  prelievi  del  5-4-81, 
dell’8-9-81  e  del  15-10-81  con  le  rispettive  densità  di  1,534  per  cm3,  1,736 
per  cm3  e  1,801  per  cm3;  nella  stazione  A  si  osserva  un  massimo  nei  pre¬ 
lievi  dell’l  1-3-81  con  la  densità  di  1,599  per  cm3  e  dell’8-9-81  con  3,071  per 
cm3. 

Per  una  migliore  disamina  sono  state  allestite  le  fig.  5  e  6  ove  vengono 
mostrate  le  densità  della  fauna  nei  diversi  strati.  Nello  strato  L,  dal  grafico 
della  fig.  5  si  osserva  chiaramente  un  notevole  addensamento  faunistico 
della  stazione  C  in  corrispondenza  del  prelievo  del  31-5-81,  durante  il 
quale  si  registra  una  densità  del  26,216  per  cm3.  Anche  nello  strato  F  (fig. 
6)  si  osserva  nella  stazione  C  durante  il  prelievo  del  31-5-81  un’addensa¬ 
mento  della  fauna  maggiore  che  negli  altri  casi,  tuttavia  il  valore  raggiunto 
è  senz’altro  minore  di  quello  dello  strato  precedente,  essendo  del  5,706  per 
cm3;  inoltre  anche  le  altre  densità  faunistiche  raggiunte  negli  altri  prelievi 
dalle  tre  stazioni  sono  tutte  in  media  minori  di  quelle  dello  strato  L.  Nello 
strato  H  (fig.  6)  si  notano  due  valori  massimi:  il  primo,  della  stazine  C 
durante  il  prelievo  del  9-7-81,  raggiunge  il  valore  di  4,592  per  cm3,  il 
secondo,  della  stazione  A  durante  il  prelievo  dell’8-9-81,  raggiunge  il  valore 
di  5,022  per  cm3.  Nell’orizzonte  B  (fig.  6)  si  assiste  infine  ad  una  rarefa¬ 
zione  della  fauna  in  tutte  le  tre  stazioni. 

Dall’analisi  faunistica  generale  scaturisce  immediatamente  che  i  taxa 
degli  Acari,  Collemboli  e  Nematodi  rappresentano  i  gruppi  preponderanti  e 
fondamentali  di  tutta  la  comunità  edafica  dei  Camaldoli.  Pertanto  in 
seguito  si  esamineranno  in  particolare  tutte  le  manifestazioni  quantitative 
dei  suddetti  tre  taxa.  In  relazione  a  quanto  detto,  nella  tabella  V  vengono 
riportati  i  valori  delle  densità  degli  Acari,  dei  Collemboli  e  dei  Nematodi. 


Acari 

Nella  stazione  A  gli  Acari  presentano  il  maggior  valore  di  densità  per 
cm3  nel  prelievo  del  31-5-81  con  il  valore  di  2,752  per  cm3  al  livello  dello 
strato  L  e  nel  prelievo  dell’8-9-81  con  2,264  per  cm3  nello  strato  H.  Nella 
stazione  B  gli  Acari  presentano  la  maggior  densità  il  5-4-81  con  il  valore  di 
2,182  per  cm3  nello  strato  L.  Nella  stazione  C  gli  Acari  raggiungono  la  den¬ 
sità  massima  il  31-5-81  con  il  valore  di  17,283  nello  strato  L. 

Collemboli 

Nella  stazione  A  si  osservano  le  massime  densità  dei  Collemboli 
durante  il  prelievo  dell’8-9-81  negli  strati  L  con  il  valore  di  2,657  per  cm3  e 


Struttura  e  migrazioni  di  una  comunità  animale,  ecc.  181 


TABELLA  III 

Censimento  (Abbondanza)  dei  diversi  taxa  ottenuti  durante  l’intero  corso  della 

ricerca. 


STAZIONI  ABC  TOTALE 


NEMATODA 

ANNELIDA 

Oligochaeta 

ARTHROPODA 

Crustacea 

Isopoda 

Arachnidae 

Pseudoscorpiones 

Araneae 

Acari 

Acari  Oribatidi 

Symphila 

Pauropoda 

Chilopoda 

Diplopoda 

Insecta 

Protura 

Collembola 

Collembola  Poduromorpha 

Collembola  Entomobryomorpha 

Collembola  Symphypleona 

Thysanura 

Orthoptera 

Psocoptera 

Thysanoptera 

Homptera 

Coleoptera 

Hymenoptera 

Mecoptera 

Diptera 

MOLLUSCA 

Larve  d’insetti: 

Thysanoptera 

Coleoptera 

Mecoptera 

Lepidoptera 

Hymenoptera 

Diptera 

TOTALE 


770 

446 

190 

1406 

121 

129 

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6 

6 

1 

13 

1639 

1940 

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54 

342 

1791 

2187 

15 

28 

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22 

23 

45 

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26 

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11 

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1117 

1222 

3753 

152 

475 

1176 

1803 

78 

113 

79 

270 

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1 

1 

1 

33 

23 

11 

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25 

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99 

4777 

9846 

19122 

182  P.  B attagliili,  C.  Lucìnì 


TABELLA  IV 

Dominanza  media  dei  diversi  taxa  per  le  stazioni  A,  B  e  C. 


STAZIONI 

A 

B 

c 

NEMATODA 

17,11 

9,33 

1,92 

ANNELIDA 

OUgochaeta 

2,68 

2,70 

0,72 

ARTHROPODA 

Crustacea 

Isopoda 

0,02 

0,06 

0,01 

Arachnida 

Pseudoscorpiones 

0,01 

Araneae 

0,13 

0,12 

0,01 

Acari 

36,43 

40,61 

50,97 

Acari  Oribatei 

1,20 

7,15 

18,19 

Symphila 

0,33 

0,58 

0,67 

Pauropoda 

0,02 

Chilopoda 

0,02 

0,02 

Dìplopoda 

0,45 

Insecta 

0,11 

0,06 

Protura 

0,04 

0,04 

0,26 

Collembola 

0,11 

0,12 

Collembola  Poduromorpha 

31,42 

23,38 

12,41 

Collembola  Entomobryomorpha 

3,37 

9,94 

11,94 

Collembola  Symphypleona 

1,73 

2,36 

0,80 

Thysanura 

0,02 

Orthoptera 

0,01 

Psocoptera 

0,73 

0,48 

0,11 

Thysanoptera 

0,24 

0,39 

Homoptera 

0,62 

0,52 

0,01 

Coleoptera 

0,17 

0,12 

0,11 

Hymenoptera 

1,84 

0,20 

0,15 

Mecoptera 

0,06 

Diptera 

0,08 

0,20 

0,06 

MOLLUSCA 

0,02 

0,06 

Larve  d’insetti: 

Thysanoptera 

0,02 

0,12 

Coleoptera 

1,20 

0,92 

0,32 

Mecoptera 

0,02 

Lepidoptera 

0,02 

0,02 

Hymenoptera 

0,04 

0,02 

Diptera 

0,20 

0,39 

0,49 

Fig.  4  -  Densità  media  per  cm3  (d)  della  fauna 

nelle  tre  stazioni  durante  gli  otto  prelievi. 


Struttura  e  migrazioni  di  una  comunità  animale,  ecc.  183 


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Fig.  5  -  densità  per  cm3  (d)  della  fauna  nello  strato  L  delle  tre  stazioni  durante  gli 
otto  prelievi.  Per  la  didascalia  v.  fig.  1. 


Struttura  e  migrazioni  di  una  comunità  animale,  ecc.  185 


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d 


Fig.  6  -  Densità  per  cm3  (d)  della  fauna  negli  strati  F,  H  e  nell’orizzonte  B  delle  tre 
stazioni  durante  gli  otto  prelievi.  Per  la  didascalia  v.  fig.  1. 


TABELLA  V 

Densità  per  cm3  di  Acari,  Collemboli  e  Nematodi  nelle  tre  stazioni  durante  gli  otto  prelievi. 


186  P.  B attagliili,  C.  Lucini 


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Struttura  e  migrazioni  dì  una  comunità  animale ,  ecc.  187 


H  con  2,516  per  cm3.  Nella  stazione  B  durante  i  prelievi  del  5-4-81,  strato 
L,  con  il  valore  di  1,201  per  cm3  e  dell’8-9-81,  strato  L,  con  1,698  per  cm3. 
Nella  stazione  C  durante  quello  del  31-5-81,  strato  L,  con  il  valore  di  8,429 
per  cm3. 


Nenia  iodi 

Le  densità  dei  Nematodi  nella  stazione  C  sono  praticamente  trascura¬ 
bili.  Nella  stazione  A  si  notano  due  - massime  densità  di  tale  pfaylum  nel 
prelievo  delPl  1-3-81,  strato  L,  e  del  15-10-81  orizzonte  B,  rispettivamente 
con  i  valori  di  0,817  e  di  0,825  per  cm3.  Nella  stazione  B  la  densità  mas¬ 
sima  si  raggiunge  nel  prelievo  del  15-10-81,  strato  L,  con  il  valore  di  1,014 
per  cm3. 

Nella  fig.  7  si  è  inteso  riportare  in  grafico  lo  strato  nel  quale,  ad  ogni 
prelievo  e  per  ciascuna  stazione,  si  verificano  le  densità  maggiori  di  Acari, 
Collemboli  e  Nematodi;  si  ottiene  così  un’indicazione  di  eventuali  migra¬ 
zioni  verticali  di  questi  tre  taxa.  È  chiaro  che  tali  grafici  vogliono  fornire 
solo  un’informazione  sulla  posizione  della  fauna  nell’ambito  degli  strati  e 
non  specificarne  l’aspetto  quantitativo.  Gli  Acari  in  generale  tendono  a  per¬ 
manere  nello  strato  L;  tuttavia  nella  stazione  A  migrano  nello  strato  H 
durante  il  prelievo  dell’8-9-81  e  nell’orizzonte  B  nel  prelievo  del  15-10-81; 
nella  stazione  B  scendono  nello  strato  H  durante  il  prelievo  del  31-5-81; 
nella  C  passano  agli  strati  F  o  H  nel  prelievo  del  9-7-81.  I  Collemboli  nella 
stazione  A  migrano  nello  strato  H  durante  i  prelievi  del  5-4-81  e  del  3 1  -5-- 
81  e  nell’orizzonte  B  durante  quello  del  9-7-81,  delPl  1-11-80  e  del  22-1-81; 
nella  stazione  B  scendono  nello  strato  H  durante  il  prelievo  del  31-5-81  e 
nello  strato  F  durante  quello  del  9-7-81;  nella  stazione  C  passano  allo 
strato  H  nel  prelievo  del  9-7-81  e  nello  strato  F  in  quello  dell’8-9-8L  I 
Nematodi  nelle  stazioni  A  e  B  presentano,  nell’intervallo  compreso  tra  i 
prelievi  delPl  1-3-81  e  quello  del  9-7-81,  una  migrazione  fino  allo  strato  H 
Le  posizioni  dei  Nematodi  per  la  stazione  C  non  sono  riportate  in  grafico 
per  l’esiguità  dei  valori  delle  loro  densità. 


Discussioni 

Dai  risultati  ora  descritti,  riguardo  alla  mese  e  macrofauna  in  toto,  si 
può  osservare,  innanzitutto,  che  la  stazione  C  è  quella  a  più  alta  abbon¬ 
danza  e  densità  di  fauna,  inoltre  presenta  un  considerevole  aumento  della 


188  P.  Battaglinì,  C.  Lucinì 


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Struttura  e  migrazioni  dì  una  comunità  animale ,  ecc.  189 


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A  I  I,  P  P,  E  E,  A, 


Fig.  7  -  Grafico  indicante  la  massima  densità  per  cm3  di  Acari,  Collemboli  e  Nema- 
todi  nei  diversi  strati  durante  l’intero  corso  della  ricerca.  Le  zone  ombreg¬ 
giate  indicano  un  insieme  di  strati  in  cui  i  valori  delle  densità  sono  simili. 
Per  la  didascalia  v.  fig.  1. 


N.B.:  A  =  prelievo  dell’11-11-80 
I  ==:  prelievo  del  22-1-81 
f  =  prelievo  dell’ 11-3-81 
P  =  prelievo  del  5-4-81 


Pi  =  prelievo  del  31-5-81 

E  =  prelievo  del  9-7-81 

Ei  =  prelievo  dell’8-9-81 

Ai  =  prelievo  del  15-10-81 


media  delle  densità  in  corrispondenza  del  prelievo  del  31-5-81.  Nelle  sta¬ 
zioni  A  e  B  vi  sono  invece  due  massimi  simmetrici  a  tale  data,  verificatisi 
cioè,  per  la  stazione  A  nel  prelievo  dell’11-11-80  e  dell’8-9-81  e  per  la  B  in 
quello  del  5-4-81,  dell’8-9-81  e  del  15-10-81  (tali  massimi,  tuttavia,  sono 
minori  di  quello  riscontrato  nella  stazione  C  durante  il  prelievo  del  31-5- 
81).  Nell’intervallo  di  tempo  compreso  tra  le  date  suddette,  in  entrambe  le 
stazioni  si  assiste  ad  una  notevole  diminuzione  dei  valori  percentuali 
dell’umidità,  chiaramente  visibili  in  fig.  3. 

Si  potrebbe  dunque  dire  che  nel  periodo  del  prelievo  del  31-5-81  vi 
sono  dei  fattori  ambientali,  tra  i  quali  probabilmente  la  temperatura,  i 
quali  in  presenza  di  valori  di  umidità  non  proibitivi,  come  si  verifica  nella 
stazione  C,  possano  innescare  una  specie  di  «fioritura»  primaverile  della 


190  P.  Battaglini,  C.  Lucini 


fauna.  Quando  invece  l’umidità  scende,  mediamente  nei  quattro  strati,  al 
di  sotto  del  25%  circa,  questo  fenomeno  viene  inibito  oppure  ritardato 
come  accade  per  le  stazioni  A  e  B. 

Da  un’ulteriore  osservazione  generale  delle  densità  della  fauna  nei 
diversi  strati,  si  vede  che  i  valori  maggiori  si  ottengono  nello  strato  L, 
mentre  nei  successivi  strati  si  assiste  ad  una  graduale  diminuizione  delle 
densità  (fig.  5  e  6).  A  questo  «gradiente  faunistico»  si  collega  in  genere  un 
analogo  gradiente  dell’umidità  (fig.  3).  Valga  a  titolo  di  esempio  la  situa¬ 
zione  della  stazione  C  nel  prelievo  del  31-5-81:  nello  strato  L  la  densità  è 
di  26,216  per  cm3,  in  quello  F  di  5,706  per  cm3,  in  quello  H  di  1,210  per 
cm3,  nell’orizzonte  B  di  0,309  per  cm3;  parallelamente  nello  strato  L  l’umi¬ 
dità  è  del  34,88%,  in  quello  F  del  26,34%,  in  quello  H  del  23,75%,  nell’oriz¬ 
zonte  B  del  20,65%.  Inoltre  nella  stazione  A  durante  il  prelievo  dell’8-9-81 
si  ha  un’inversione  del  normale  gradiente  di  umidità  (fig.  3)  e  un’analoga 
trasformazione  della  densità  della  fauna  con  un  suo  addensamento  prefe¬ 
renziale  nello  strato  H. 

Passando  all’osservazione  dei  taxa  degli  Acari,  Collemboli  e  Nematodi 
nei  diversi  strati,  si  nota  che  la  densità  e  la  posizione  di  ciascuno  di  essi 
non  si  discosta  dal  rapporto  con  i  valori  dell’umidità.  Nella  stazione  C, 
infatti,  Acari  e  Collemboli  presentano  il  massimo  valore  nello  strato  L  del 
prelievo  del  31-5-81;  nelle  stazioni  A  e  B  mostrano  invece  i  massimi 
addensamenti  in  tardo  inverno-inizio  primavera  e  in  tarda  estate-inizio 
autunno.  Da  notare,  però,  che  i  Collemboli,  in  queste  due  ultime  stazioni, 
tendono  ad  assumere  le  massime  densità  in  autunno,  così  come  viene  indi¬ 
cato  nei  lavori  di  Marcuzzi  1973,  Anderson  1975.  Dalla  fig.  7  si  può 
vedere  che  il  gruppo  che  più  risponde  con  migrazioni  in  profondità  alla  sic¬ 
cità  del  primo  strato  è  quello  dei  Collemboli;  da  ciò  risulta  la  particolare 
sensibilità  di  tale  gruppo  alle  variazioni  del  tasso  di  umidità  del  suolo 
(Battaglini  e  Lucini  1981).  Gli  Acari  presentano  solo  nella  stazione  C  una 
migrazione  estiva  in  strati  più  profondi;  nelle  stazioni  A  e  B  tale  corrispon¬ 
denza  non  è  osservabile  e  in  generale  tendono  a  permanere  nello  strato  L. 
I  Nematodi,  la  cui  presenza  è  notevole  solo  nelle  stazioni  A  e  B,  effettuano 
delle  migrazioni  negli  strati  inferiori  durante  i  prelievi  primaverili. 

Risulta  così  che  nelle  stazioni  A  e  B  le  migrazioni  negli  strati  inferiori 
di  Acari  e  Nematodi  non  sono  spiegabili  solo  alla  luce  dei  fattori  umidità  e 
temperatura.  In  queste  stazioni,  d’altronde,  si  presentano  dei  complessi 
rapporti  tra  Acari,  Nematodi  e  Collemboli,  probabilmente  di  tipo  predato¬ 
rio  (Battaglini  e  Fucini  1982),  per  cui  tale  situazione  potrebbe  portare  a 
delle  reazioni  di  fuga  della  fauna  non  strettamente  correlagli  ai  fattori 
ambientali. 


Struttura  e  migrazioni  di  una  comunità  animale,  ecc.  191 


Conclusioni 

Lo  studio  della  fauna  del  suolo  dei  Camaldoli  è  stato  condotto  sia  alla  luce 
di  una  serie  di  osservazioni  delle  caratteristiche  ambientali  non  suscettibili  di 
variazioni  durante  l’anno  solare  della  ricerca,  quali  granulometria,  porosità  e 
pH  del  suolo,  sia  alla  luce  di  misurazioni  di  fattori  ambientali  che  al  contrario 
subiscono  notevoli  variazioni  stagionali,  quali  umidità  e  temperatura.  Da  tale 
ricerca  è  risultato  che  la  presenza  di  un  bosco  nella  stazione  C  favorisce: 

a)  un’arricchimento  in  sostanza  organica  del  suolo; 

b )  una  porosità  maggiore  per  quanto  detto  al  punto  precedente  e 
quindi  una  migliore  areazione; 

c)  il  permanere,  soprattutto,  di  un  ambiente  sufficientemente 
umido  anche  durante  la  stagione  estiva. 

Tali  caratteristiche  sono  collegate  ad  una  maggiore  variabilità  della 
densità  faunistica  con  un  accrescimento  notevole  durante  il  prelievo  primave¬ 
rile  del  31-5-81  (v.  anche  Marcuzzi  1973).  Inoltre  le  migrazioni  verticali  della 
fauna  sembrano  regolate  dal  gradiente  di  umidità  dei  diversi  strati  (Alicata  et 
ahi  1973,  Ashraf  1971,  Nosek  1981).  Le  stazioni  A  e  B  presentano  invece  una 
vegetazione  prativa  la  quale  non  protegge  il  terreno  dall’insolazione,  causando 
periodi  di  aridità  di  questo.  In  conseguenza  la  fauna  non  presenta  l’addensa¬ 
mento  primaverile  tipico  della  stazione  C,  ma  anzi  una  rarefazione. 

Inoltre  le  migrazioni  verticali  di  Acari  e  Nematodi  non  sono  governate 
da  fattori  solo  strettamente  pedologici,  ma  probabilmente  anche  da  fattori 
biotici  come  un  rapporto  predatorio  tra  Acari,  Collemboli  e  Nematodi. 
Anche  la  maggior  presenza  di  Nematodi  è  ricollegabile  ad  una  vegetazione 
di  tipo  prativo  (Bassus  1967,  Eugunjobi  1971). 

Da  quanto  ora  esposto  si  può  dunque  osservare  il  ruolo  decisivo  che 
ricopre  il  tipo  di  vegetazione  nel  caratterizzare  le  zoocenosi  del  suolo  e  il 
microhabitat  di  queste;  eventuali  variazioni  del  manto  vegetale,  quindi, 
indurrebbero  quasi  certamente  modificazioni  delle  comunità  edafiche  e 
rotture  di  equilibri  ottenuti  faticosamente  nel  tempo. 


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192  P.  Battaglini,  C.  Lucini 


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Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  91,  1982,  pp.  193-208,  fìgg.  2 


Idées  nouvelles  sur  la  stratigraphie 
et  la  paléogéographie  du  «Badénien» 
de  la  Paratéthys  Centrale.  Présentation  synthétique 

Nota  di  Gheorghe  Voicu  (*) 

presentata  dai  soci  Antonio  P.  Ariani  e  Teresa  De  Cunzo 


(Tornata  del  26  novembre  1982) 


Abstract.  —  New  ideas  concerning  thè  stratigraphy  and  thè  paleogeography  of 
thè  «  Badenian  »  of  thè  Central  Paratéthys  are  shortly  presented.  The  paper  deals 
with  deposits  within  thè  Moldo-East-European  Platform  in  thè  east  and  thè  Vienna 
Basin  included,  in  thè  west.  Two  distinct  sedimentary  domains  -  Eastern  and 
Western  -  generated  by  two  Indo-Pacific  transgressions,  formed  in  this  area.  The 
first  domain,  with  a  completely  developed  Middle  Miocene,  includes  thè  Carpathian 
Foredeep,  thè  Transylvania  Basin  and  thè  Oràrie  Basin.  The  second  domain,  which 
contains  only  post-evaporitic  deposits  (Kosovian;  in  fact,  thè  Moravian  and  thè 
Wielician  correspond  to  a  stratigraphical  hiatus),  comprises  thè  area  between  thè 
Orà§tie  Basin  in  thè  east  and  thè  Vienna  Basin  included,  in  thè  west.  Some  proposi- 
tions  on  stratotypes  are  made  and  thè  validity  of  thè  Badenian,  thè  Moravian  and 
thè  Wielician  terms  is  discussed. 

Riassunto.  —  Vengono  esposte  in  sintesi  nuove  idee  sulla  stratigrafia  e  la  paleo- 
geografia  del  «  Badeniano  »  della  Paratetide  Centrale,  in  base  ai  risultati  di  uno  stu¬ 
dio  dell’area  che  si  estende  tra  la  piattaforma  Moldo-est-europea  a  E  e  il  Bacino  di 
Vienna  compreso,  a  W.  In  tale  area  vengono  individuati  due  distinti  domini  di  sedi¬ 
mentazione,  generati  da  due  trasgressioni  indopacifiche.  Il  primo  dominio,  con  un 
Miocene  medio  completamente  sviluppato,  include  l’avanfossa  dei  Carpazi,  il  Bacino 
di  Transilvania  e  il  Bacino  di  Orà§tie.  Il  secondo  dominio,  che  contiene  solo  depositi 
postevaporitici  (Kosoviano;  infatti,  in  corrispondenza  del  Moraviano  e  del  Wieliciano 
si  riscontra  uno  hiatus  stratigrafico),  comprende  l’area  tra  il  Bacino  di  Oràrie  a  E  e 
il  Bacino  di  Vienna  a  W.  Vengono  enunciate  proposte  inerenti  agli  stratotipi  e  si  di¬ 
scute  la  validità  dei  termini  Badeniano,  Moraviano  e  Wieliciano. 

Dernièrement  on  a  obtenu  de  nouvelles  données  microbiostratigraphi- 
ques,  ce  qui  conduit  à  la  conclusion  que  dans  les  bassins  intra-montagnes 
de  Caransebe§,  Mehadia  et  Bozovici  du  secteur  Occidental  des  Carpathes 


(*)  Str.  Macina  de  Piine,  2,  Bl.  32  A,  Se.  B,  Ap.  56  -  72214  Bucuresti  10  (R.S.  Romania). 


194  G.  Voi  cu 


Méridionales,  au  contraire  à  l’interprétation  admise  jusqu’à  présent,  le 
Badénien  est  représenté  seulement  par  sa  partie  supérieure.  En  partant  de 
cette  constatation,  à  base  de  nouvelles  données  microbiostratigraphiques 
personnelles,  corroborées  avec  les  observations  litho-faciésales,  on  a  pro- 
cédé  à  una  réexamination  du  Badénien,  tant  vers  l’est  dans  les  bassins  de 
Hateg,  Oràrie,  Transylvanie,  dans  l’avant-fosse  carpathique  roumaine  et 
ukrainienne,  que  vers  l’ouest  dans  la  Dépression  Pannonienne  sur  le  terri- 
toire  de  l’Hongrie,  partiellement  celui  de  la  Tchécoslovaquie  et  sur  le  terri- 
toire  de  l’Autriche,  le  bassin  de  Vienne  y  inclus.  De  cette  fapon,  l’aire  étu- 
diée  est  renfermée  entre  la  Piate-forme  Moldo-est-européenne  vers  l’est  et 
les  Alpes  vers  l’ouest. 


Con sidération s  litho-biostratigraphiques 

En  observant  l’évolution  stratigraphique,  figurée  en  16  colonnes  (PI.  I) 
et  l’évolution  paléogéographique  du  Badénien  (d’après  la  mème  planche  et 
Voicu,  1981  a),  dans  l’aire  étudiée  nous  avons  séparé  deux  domaines  de 
sédimentation,  l’un  orientai  qui  comprend  l’avant-fosse  carpathique  ukrai¬ 
nienne  et  roumaine,  le  bassin  de  Transylvanie  et  le  bassin  d’Orà§tie  et  le 
deuxième  Occidental,  vers  l’ouest  du  bassin  d’Orà§tie,  qui  commence  par  le 
bassin  de  Hajeg  et  s’étend  sur  une  vaste  surface  jusqu’au  bassin  de  Vienne 
inclusivement.  Au  domaine  orientai,  le  Badénien,  dénommé  antérieure- 
ment  le  Tortonien,  est  complètement  développé  du  point  de  vue  stratigra¬ 
phique,  en  commenpant  par  l’horizon  des  tufs  et  des  marnes  à  globigéri- 
nes,  suivi  par  les  horizons:  des  évaporites,  des  schistes  à  radiolaires  et  l’ho- 
rizon  des  marnes  à  Spirialis  et  Velapertina.  On  peut  affirmer  que  l’àge  rela- 
tif  de  ces  dépòts  ne  pose  pas  de  problèmes  à  présent.  Au  domaine  Occiden¬ 
tal,  dans  l’aire  entre  le  bassin  d’Orà§tie  et  le  bassin  de  Vienne  inclusive¬ 
ment,  le  Badénien  et  représenté  seulement  par  sa  moitié  supérieure,  à 
savoir  par  Péquivalent  des  schistes  à  radiolaires  et  des  marnes  à  Spirialis  et 
Velapertina.  Du  point  de  vue  lithologique,  au  domaine  Occidental,  le  Badé¬ 
nien,  à  caractères  différents  par  rapport  au  domaine  orientai,  est  caracterisé 
par  l’association:  couches  de  charbons,  calcaires  de  type  Leitha  et  tufs,  des 
composantes  situées  à  de  divers  niveaux  stratigraphiques.  Leur  association 
a  pu  étre  observée  du  bassin  de  Hajeg  jusqu’au  moins  au  bassin  de  Vienne 
(voir  la  PI.  I).  Cette  association,  sauf  les  couches  de  charbons  -  les  condi- 
tions  limnobiotiques  de  formation  de  la  végétation  n’étant  pas  accomplies 
-  a  été  observée  aussi  dans  le  Badénien  supérieur  du  domaine  orientai  tant 
dans  les  bassins  d’Orà§tie,  de  Transylvanie,  que  dans  l’avant-fosse  carpathi- 


Idées  nouvelles  sur  la  stratigraphie  et  la  paléogéographie,  ecc.  195 


que.  Les  calcaires  de  Leitha  sont  connus  au  bassin  d’Orà§tie  et  sur  le  bord 
Occidental  du  bassin  de  Transylvanie  (colonnes  III  et  IV).  Leur  équivalent 
supérieur,  les  calcaires  de  Clenciu  (col.  II)  sont  rencontrés  dans  Favant-fosse 
entre  la  vallèe  du  Buzàu  et  la  vallèe  de  la  Bistrita.  Les  tufs  sont  aussi  con¬ 
nus,  généralement  comme  intercalations  minces,  mais  on  rencontre  aussi 
des  intercalations  épaisses.  Ainsi,  dans  le  bassin  de  Transylvanie,  le  tuf  de 
Turda  a  1  m  d’épaisseur  et  dans  Favant-fosse  méridionale  dans  la  vallèe  de 
FOlt,  on  connaìt  plusieurs  intercalations  de  tufs  épaisses  jusqu’à  30  m, 
attribuées  en  1950  pour  la  première  fois  par  Popescu  (Rapport,  1950,  FAr- 
chive  du  Ministère  du  Pétrole)  au  «  Tortonien  »  supérieur,  un  àge  attesté 
ultérieurement  du  point  de  vue  micropaléontologique  par  Iorgulescu 
(1954). 

Aux  dépòts  du  domaine  Occidental  on  a  attribué  Fàge  badénien  supé¬ 
rieur.  Initialement  nous  avons  établi  cet  àge  à  base  de  Fassociation  micro¬ 
paléontologique  des  marnes  à  « Spirialis »  et  des  formes  de  Spirateli a,  pour 
les  dépòts  des  bassins  de  Caransebe§,  Mehadia  et  Bozovici,  considérés 
antérieurement  comme  représentant  FHelvétien,  le  Tortonien  inférieur  et 
le  Tortonien  supérieur.  Il  faut  mentionner  que  Fassociation  des  marnes  à 
«Spirialis»  et  les  formes  de  Spiratella  constituent  un  diagnostic  certain 
d’àge  pour  le  Badénien  supérieur  du  bassin  de  Transylvanie  et  Favant-fosse 
carpathique.  Au  Badénien  des  bassins  de  Caransebe§,  Mehadia  et  Bozovici, 
cette  association  est  située  du  point  de  vue  stratigraphique,  sous-,  intra-  et 
surjacentement  à  Fintervalle  à  couches  de  charbons.  Ultérieurement,  par 
corrélation  micropaléontologique-lithofaciésale,  nous  avons  élargi  Fàge 
badénien  supérieur  aussi  pour  les  dépòts  considérés  comme  helvétien 
supérieurs-tortonien  inférieurs  du  bassin  de  Bahna  (Marinescu  &  Mari- 
nescu,  1962)  et  du  bassin  de  Hajeg  (Iliescu  et  al.,  1971). 

Une  étude  de  corrélation  litho-biostratigraphique  sur  les  dépòts  du 
Badénien  de  ces  cinq  bassins,  tout  comme  du  bassin  de  Sichevija,  celui-ci 
aussi  d’àge  badénien  supérieur  (Stancu,  Doina  &  Popescu,  1971),  nous  a 
mené  à  Fétablissement  des  caractéristiques  communes  suivantes: 

1.  La  présence  de  Fassociation  micropaléontologique  des  marnes  à 
« Spirialis »  et  des  formes  de  Spiratella.  Il  faut  mentionner  que  cette  asso¬ 
ciation  correspond  à  la  zone  à  Bulimina-Bolivina  du  bassin  de  Vienne.  Il 
faut  souligner  aussi  que  les  taxons  de  Spiratella  ont  une  valeur  diagnosti- 
que  certaine  pour  le  Badénien  supérieur  de  toute  la  Paratéthys  Orientale  et 
Centrale,  en  commenpant  de  la  Mer  Caspienne  de  Baku  et  jusqu’au  bassin 
de  Vienne. 

2.  La  présence  abondante  jusqu’aux  explosions  des  Globigérinides  et 
des  Lagénides  à  divers  niveaux  du  Badénien  supérieur.  Vu  que  la  présence 


196  G.  Voi  cu 


de  ceux-ci  est  considérée  comme  une  caractéristique  du  Badénien  inférieur 
-  de  Phorizon  des  tufs  et  des  marnes  à  globigérines  -  il  faut  admettre  que 
celles-ci  appartiennent  à  tout  Fintervalle  de  temps  du  Badénien  et  avec 
chaque  transgression  elles  ont  été  répandues  dans  les  aires  envahies;  dono 
elles  n’appartiennent  pas  exclusivement  au  Badénien  inférieur. 

3.  La  présence  des  formes  de  Amphistegina  (lessoni,  haueriana  etc.)  et 
Spiroplectammina  cannata ,  toujours  à  divers  niveaux. 

4.  La  présence  de  lumachelles  d'Ostrea,  Cerithium,  Polymesoda,  Turri¬ 
te  II  a,  Corbula  etc.,  aussi  à  des  niveaux  différents. 

5.  Le  caractère  généralement  uniforme  du  contenu  macro-  et  micropa- 
léontologique  des  dépòts  de  la  couche  et  du  toit  de  fintervalle  à  couches 
de  charbons. 

6.  L’association  des  couches  de  charbons,  des  tufs  dacitiques  et  des 
calcaires  organogènes  de  type  Leitha,  les  derniers  étant  situés  tant  sous, 
que  sur  fintervalle  à  couches  de  charbons. 

Nous  avons  suivi  ces  caractéristiques  litho-biostratigraphiques  dans  la 
Dépression  Pannonienne  sur  les  territoires  de  FHongrie  et  de  f  Autriche,  le 
bassin  de  Vienne  y  inclus  (col.  XII-XVI).  On  a  observé  que  ces  caractéristi¬ 
ques  -  sauf  celle  concernant  la  macrofaune,  qui  n’a  été  suivie  vers  Fouest 
que  jusque  dans  la  région  de  Mecsek  -  sont  identifìées  dans  toute  l’aire 
étudiée,  le  bassin  de  Vienne  y  inclus.  Il  en  résulte  que  les  dépòts  considé- 
rés  comme  tortonien  inférieurs  (col.  XII,  Koreczné-Laki,  1968),  et  au  bas¬ 
sin  de  Styrie  (col.  XIV,  Kollmann,  1977),  comme  tortonien  inférieurs  et 
tortonien  moyens,  ont  l’àge  badénien  supérieur.  Quant  au  bassin  de  Vienne 
(col.  XVI),  à  base  de  mèmes  caractéristiques,  inclusivement  le  critère  litho- 
faciésal  continuellement  présent  du  bassin  de  Hateg  et  jusqu’au  bassin  de 
Vienne  (PI.  I),  nous  attribuons  aux  dépòts  considérés  par  Papp  et  al.  (1978) 
comme  badénien  inférieurs  (Moravien)  et  badénien  moyens  (Wiélicien), 
toujours  Page  badénien  supérieur.  Cet  àge  est  soutenu  aussi  par  l’impor¬ 
tante  observation  stratigraphique  et  paléogéographique  des  géologues  de 
l’industrie  du  pétrole,  hongrois  et  roumains  (Ichim  et  al.,  1967;  Ichim, 
communication  personnelle)  selon  lesquels  dans  la  Dépression  Panno¬ 
nienne  on  ne  rencontre  que  des  dépòts  formés  ultérieurement  à  l’horizon 
porteur  d’évaporites.  Cela  explique  aussi  l’absence  des  évaporites  dans  la 
Dépression  Pannonienne,  le  bassin  de  Vienne  y  inclus. 

En  guise  de  conclusion,  on  peut  dire  qu’au  bassin  de  Vienne  on  trouve 
seulement  la  partie  supérieure  du  Badénien,  ce  qui  est  tout  à  fait  surpre- 
nant,  méme  déconcertant,  en  tenant  compte  du  fait  qu’ici,  à  Baden-Sooss, 


Idées  nouvelles  sur  la  stratigraphie  et  la  paiéogéographie,  ecc .  197 


on  a  établi  le  stratotype  pour  tour,  le  Badénien.  Si  Fon  a  en  vue  que  f  ab- 
sence  du  Badénien  inférieur  et  moyen  commence  à  se  faire  remarquée  dès 
les  bassins  Intra-montagnes  du  secteur  Occidental  des  Carpathes  Méridio- 
nales  et  est  maintenue  ainsi  dans  toute  la  Dépression  Pannonienne,  à  base 
d5rme  interprétation  paléogéograpfaique,  cotte  situation  est  logiquement 
rencontrée  aussi  au  bassin  de  Vienne.  Quant  à  f  ab  senee  du  Badénien  infé¬ 
rieur,  il  faut  se  rappeler  la  conception  exprimée  par  Mak  inesco  &  Popescu 
(1978),  selon  laquelle  la  base  de  celui-ci  -  la  zone  à  Praeorbulina  giomerosa 
-  est  absente  dans  tout  le  secteur  Occidental  des  Carpathes  Méridionales, 
tout  comme  au  bassin  de  Vienne  (Popescu,  in  verbo). 

De  tout  cela,  on  peut  conciare  que,  par  rapport  à  l’avant-fosse  carpa- 
thique  et  aux  bassins  de  Transylvanie  et  d’Orà§tie  où  le  Badénien  a  un 
développement  compiei  dans  les  territoires  à  Pouest,  à  savoir  dans  les  bas¬ 
sins  intra-montagnes  du  secteur  Occidental  des  Carpathes  Méridionales,  la 
Dépression  Pannonienne,  les  bassins  de  Styrie  et  de  Vienne  y  inclus,  c’est 
seulement  le  Badénien  supérieur  qui  s’est  déposé.  Pendant  le  Badénien 
inférieur  et  moyen,  à  savoir  au  Moravien  et  au  Wiélicien,  ces  territorires 
étaient  émergés  comme  résultat  des  mouvements  styriques.  La  première 
conséquence  est  qu’il  faut  constater  que  ces  deux  sous-étages  admis  d’ha- 
bitude  et  officiellement  à  présent  pour  le  bassin  de  Vienne,  deviennent 
«nomina  nuda»,  étant  sans  contenu  dans  ce  bassin. 

D’ici,  la  réconsidératìon  mème  du  terme  de  Badénien,  c’est-à-dire  sa 
vérité  pour  faire  de  la  Paratéthys,  aussi  longtemps  qu’il  ne  définisse  que  la 
partie  supérieure  de  ce  qui  était  considéré  comme  représentant  le  tout.  Il 
est  évident  que  ce  terme  ne  peut  plus  e  tre  employé  pour  l’avant-fosse  car- 
pathique  et  pour  les  bassins  de  Transylvanie  et  d’Orà§tie  où  il  n’aurait  de 
correspondant  que  dans  fhorizon  des  schistes  à  radiolaires  et  dans  ffaori- 
zon  des  marnes  à  Spìrialis  et  Vespertina.  De  fautre  coté,  on  sait  que  la 
partie  supérieure  du  Badénien  est  dénommée  le  Kosovien.  A  base  de  notre 
interprétation  stratigraphique,  la  dénommination  de  Kosovien  va  revenir  à 
toute  la  sèrie  sédìmentaire  du  bassin  de  Vienne  dénommée  à  présent  Badè¬ 
rne  n.  Mais  nous  allons  revenir  à  ce  problèma , 


Comsidérahons  paléogéographiques 

La  répartition  mentionnée  des  dépòts  -  complets  au  domaine  orientai 
et  réduìts  à  la  moitié  dans  faire  entre  le  bassin  de  Ha^eg  et  le  bassin  de 
Vienne  inclusivement  -  nous  justifie  la  conclusion  de  la  position  transgres- 
sive,  en  étapes,  du  Badénien,  de  l’est  vers  l’ouest  et  en  mème  temps  fori- 


198  G.  Voicu 


gine  indo-paciflque  des  eaux  qui  ont  occupò  la  Paratéthys  Centrale  pen¬ 
dant  le  Badénien.  Il  faut  mentionner  que  ces  idées  on  été  avancées  par 
Pauca  (1976)  dans  son  étude  sur  la  stratigraphie  du  Miocène  marin  à  base 
de  nouveaux  critères. 

A  P origine  atlantique  des  eaux  de  la  Paratéthys  Centrale,  considérée 
ainsi  antérieurement,  s’oppose  aussi  Pabsence  des  Globigérinides  au  bassin 
de  Vienne.  Une  invasion  atlantique,  par  la  Méditerranée,  aurait  impliqué 
leur  présence  avec  une  densité  approximativement  égale  à  celle  de  la  place 
d’origine.  Or,  on  constate  que  dans  le  bassin  de  Vienne,  comparò  avec 
F Atlantique,  selon  Papp  et  al.  (1978)  les  Globigérinides  sont  pratiquement 
absents;  en  tant  que  planctoniques,  ils  auraient  été  facilement  à  transporter 
par  les  courants.  Au  mème  sens  plaident  de  certaines  recherches  actuelles 
concernant  la  présence  de  quelques  espèces  d’animaux  dans  les  eaux  de  la 
Méditerranée.  Ainsi  Ariani  (1981)  a  soutenu  l’orìgine  paratéthysìenne  de 
eertains  Crustacés  (Mysidacés  du  genre  Dìamysìs )  qu’on  rencontre  en 
Méditerranée,  dans  la  Mer  Noire  et  dans  la  Caspienne,  mais  non  dans 
P Atlantique.  Cette  hypothèse  s’appuie,  entre  autre,  sur  le  caractère  calcaire 
des  statolithes  de  Diamysis,  comme  chez  tous  les  statolithes  fossiles  de 
Mysidés  identifiés  dans  les  dépòts  miocènes  de  la  Paratéthys  (Voicu, 
1981  b ),  tandis  que  d’autres  Mysidés  ont  leurs  statolithes  en  fluorine;  en  outre, 
des  affinila s  entre  Diamysis  (dont  une  espèce  est  connue  des  eaux  du  Madagas¬ 
car)  et  des  genres  exclusivement  indo  paciilques  tels  que  Gangemysìs , 
Indomysis  et  Nanomysis ,  ont  été  envisagées  par  le  mème  Auteur  et  par 
Bacescu  (1981).  11  s’agit,  donc,  de  formes  qui  peuvent  bien  ètre  originaires  de 
Plndo-pacifique,  et  qui  ont  colonisé  premièrement  la  Paratéthys  et  puis  la 
Méditerranée.  D’autre  pari,  Bacescu  (1962)  remarque  la  présence  commune 
pour  la  Mer  Noire  et  PAdriatique  de  plusieurs  espèces  manne s  ( Sìriella , 
Diamysis,  Àcìpenser,  Buso,  Cobitis,  Sabanejevia ,  Jaera,  Eurydìce  etc.)  qui, 
selon  notre  avis,  ont  été  emportées  par  les  eaux  océaniques  de  la  région  pori 
henne  en  mème  temps  avec  leur  avancement  vers  Pouest  et  menées  dans 
PAdriatique. 

Une  preuve  ultérieure  à  Pappui  de  l’origine  indo-pacifique  des  nappes 
aquatiques  qui  ont  occupé  la  Paratéthys  Centrale  nous  est  fournie  par  la 
sèrie  de  travaux  de  Codreamu  publiés  dans  Pintervalle  1940-1961.  Cet 
Auteur  met  en  évidence  des  Crustacés  parasites  à  affmités  indo-pacifiques 
dans  la  Mer  Noire,  démontrant  leurs  rapports  systématiques  et  zoogéogra- 
phiques  avec  les  espèces  des  mèmes  genres  présentes  dans  les  Océans 
Indien  et  Pacifique  (Codreamu,  1940,  1961).  Farmi  ces  Crustacés  parasites 
nous  signalons  Septosaccus  cuenotì ,  Paratheiges  racovitzai ,  Pseudìone  dio- 
geni  qui  ìnfestent  le  pagure  Diogenes  pugilator  et  également  Anisarthrus 


Idées  nouvelles  sur  la  stratigraphie  et  la  paléogéographie,  ecc.  199 


pelseneeri  inféodé  à  la  crevette  Athanas  nitescens ,  d’autre  part  Pseudione 
euxinica  localisée  sur  Fanomoure  Upogehia  pusilla. 

Vinvasion  des  eaux  indo-pacifìques  a  eu  lieu  pendant  deux  transgres- 
sions.  La  première  transgression  renferme  les  dépòts  du  Badénien  inférieur 
du  domaine  orientai  de  sédimentation;  c’est  Fétape  du  Badénien  inférieur 
qui  finit  par  la  déposition  de  Fhorizon  évaporitique  de  Favant-fosse  carpa- 
thique  -  la  formation  de  Tiras  russe  y  incluse  -  du  bassin  de  Transylvanie 
inclusivement  les  bassins  de  Maramure§  et  d’Orà§tie.  La  deuxième  trans¬ 
gression,  produite  après  la  déposition  de  Fhorizon  évaporitique  dans  le 
domaine  orientai,  renferme  les  dépòts  badénien  supérieurs  des  domaines 
orientai  et  Occidental  de  sédimentation;  c’est  Fétape  du  badénien  supé- 
rieur,  qui  au  domaine  orientai  comprend,  comme  on  a  déjà  dit,  les  schistes 
à  radiolaires  et  les  marnes  à  Spirialis  et  Velapertina  et  au  domaine  Occiden¬ 
tal  les  dépòts  caractérisés  par  Fassociation  des  couches  de  charbons,  des 
calcaires  de  Leitha  et  des  tufs. 

L’existence  de  ces  deux  transgressions,  à  savoir  les  deux  cycles  de 
sédimentation,  justifie  la  division  antérieure  du  Badénien  en  deux  sous- 
étages:  inférieur  et  supérieur,  avec  Famendement  que  Fhorizon  évaporiti¬ 
que  appartieni  au  Badénien  inférieur  dont  le  cycle  de  sédimentation  fìnit 
par  celui-ci  et  pas  le  Badénien  supérieur  selon  l’avis  soutenu  jusqu’à  pré- 
sent.  La  division  du  Badénien  en  trois  sous-étages:  Moravien,  Wiélicien  et 
Kosovien  semble  non-fondamentée. 

Dans  un  essai  de  réconstitution  des  voies  de  pénétration  vers  l’ouest 
des  eaux  indo-pacifiques,  nous  sommes  d’avis  que  pendant  la  première 
transgression  (PI.  I,  Fig.  2)  les  eaux  entrent  dans  la  région  carpathique,  en 
venant  du  sud-est,  par  le  couloir  entre  les  Balkans  et  le  massif  de  Dobro- 
gea.  Les  eaux  de  cette  transgression,  après  avoir  rempli  complètement 
Favant-fosse  carpathique  méridionale  et  orientale  traversent  les  Carpathes 
dans  la  région  de  courbure  et  entrent  dans  la  Dépression  de  Transylvanie. 
D’ici,  au  nord-ouest,  les  eaux  pénètrent  dans  la  Dépression  de  Maramure§ 
et  au  sud-ouest  elles  entrent  dans  la  Dépression  d’Orà§tie.  Les  eaux  de 
cette  première  transgression  sont  limitées  au  sud  et  à  Fouest  au  cadre  mor- 
phologique  de  la  Dépression  de  Transylvanie  et  d’Orà§tie. 

La  deuxième  transgression  vient  toujours  de  sud-est,  mais  au  parallèle 
méridional  du  massif  de  Dobrogea,  les  eaux  océaniques  se  divisent  en 
deux  rameaux  (PI.  I,  Fig.  2).  Le  premier  rameau  suit  la  voie  de  la  première 
transgression,  puis,  en  dépassant  la  cadre  morphologique  de  la  Dépression 
de  Transylvanie,  se  dirige  vers  Fouest,  vers  la  Dépression  Pannonienne, 
suivant  les  trois  tracés:  au  nord  dans  la  vallèe  du  Some§,  au  sud  dans  la 


200  G.  Voicu 


Planche  I. 


Colonnes  lìtho-biostratìgraphiques  de  la  Paratéthys  Centrale.  Fig.  1 
Fig.  2  -  Emplacement  des  colonnes  litfao-biostratigraphiques.. 


Esquisse 


Idées  nouvelles  sur  la  stratigraphie  et  la  paléogéographie,  ecc. 


201 


PLANCHE 


DE  LA  PARATETHYS  CENTRALE 
R  0  U'  M  A  N  I  E 


U.  R.  S.  S. 


ipr8=L[ 


DE  SEDIMENTATICI  ORIEwfAL  DE  LA  PARATETHYS  CENTRALE 

deuxième  tronsgres^Bn  bodénienneiBadtfnien  intérieur  et  supérieur  ) 


d’ensemble  des  bassins  intra-montagnes  du  secteur  Occidental  des  Carpathes  Méridionales. 


200  G.  Voicu 


Idées  nouvelles  sur  la  stratigraphie  et  la  paléogéographie,  ecc.  201 


Planche  I.  -  Colonnes  litho-biostratigraphiques  de  la  Paratéthys  Centrale.  Fig.  1  -  Esquisse  j  d’ensemble  des  bassins  intra-montagnes  du  secteur  Occidental  des  Carpathes  Méridionales. 
Fig.  2  -  Emplacement  des  colonnes  litho-biostratigraphiques. 


202  G.  Voicu 


vallèe  du  Mure?  et  le  troisième  tracé  dans  les  dépressions  intra-montagnes 
des  Carpathes  Méridionales  (PI.  I,  Fig.  1  et  2). 

Les  eaux  qui  avancent  dans  la  vallèe  du  Some?  contournent  au  nord  le 
massif  cristallin  Pannonien  et  se  dirigent  vers  le  bassin  de  Vienne,  puis 
vers  la  basse  Bavière  (PI.  I,  Fig.  2)  où  se  forment  au  mème  temps  du  Badé- 
nien  supérieur,  les  charbons  bruns  de  molasse. 

Les  eaux  qui  emploient  le  tracé  de  la  vallèe  du  Mure?  après  avoir 
envoyé  une  branche  dans  la  Dépression  de  Brad-Sàcàrimb,  avancent  vers 
les  aires:  Mecsec  (col.  XII),  le  sud-ouest  des  Monts  Centraux  Transdanu- 
biens  (col.  XIII),  l’aire  Eisenstad-Landsee  (col.  XV),  le  bassin  de  Vienne 
(col.  XVI),  le  bassin  de  Styrie  (col.  XIV)  et  vers  la  région  septentrionale  de 
l’Adriatique. 

Les  eaux  qui  emploient  les  dépressions  intra-montagnes  des  Carpathes 
Méridionales  (PI.  I,  Fig.  1  et  2)  en  venant  de  la  Dépression  de  Transylvanie, 
passent  par  la  Dépression  d’Orà?tie  et,  en  dépassant  le  seuil  de  Cristallin 
au  sud-est  de  Ha^eg,  pénètrent  dans  la  dépression  de  celui-ci.  D’ici,  les 
eaux  se  dirigent  vers  deux  directions  opposées:  Fune  vers  la  Dépression  de 
Petro?ani  et  la  deuxième  qui  emploie  le  couloir  Bistra,  entre  dans  la 
Dépression  de  Caransebe?  d’où  une  branche  se  dirige  vers  la  Dépression 
Pannonienne  et  la  deuxième  branche  descend  et  remplit  la  Dépression  de 
Mehadia.  D’ici  les  eaux  se  divisent  en  autres  deux  directions:  Fune  vers  la 
Dépression  de  Bahna  pour  entrer  puis  dans  la  Dépression  de  Dolji-Milano- 
vac  du  territoire  de  la  Yougoslavie  où  elles  déposent  des  calcaires  de 
Leitha  semblables  à  ceux  de  Bahna,  Mehadia  et  Caransebe?  et  Fautre  qui 
traverse  les  dépressions  de  Bozovici  et  de  Sichevit^,  en  entrant  dans  la 
Dépression  de  Colubara,  au  sud  du  Danube,  où  se  forment  des  couches  de 
charbons,  des  calcaires  de  Leitha  et  des  tufs,  des  composantes  qui  forment 
ici  aussi  l’association  qui  caractérise  tout  le  domaine  Occidental  de  sédi- 
mentation  du  Badénien  supérieur. 

En  revenant  à  la  Dépression  de  Petro?ani,  on  peut  observer  que,  au 
niveau  de  la  formation  de  Sàlàtruc  à  charbons  (col.  VI,  horizon  4),  les  eaux 
de  celle-ci  dépassent  au  sud-ouest  le  cadre  morphologique  (PI.  I,  Fig.  1) 
et  se  dirigent,  soit  par  la  vallèe  de  la  Cerna  -  une  preuve  en  serait  le 
lambeau  de  Topile  -  soit  par  le  couloir  de  Balta-Baia  de  Aramà,  soit  sui- 
vant  toutes  les  deux  voies  en  mème  temps,  vers  la  Dépressions  de 
Bahna  où  elles  déposent  les  couches  de  charbons  synchrones  à  celles  de 
la  vallèe  du  Sàlàtruc  (col.  VI).  Après  la  déposition  de  ces  couches  de  char¬ 
bons  la  liaison  de  la  Dépression  de  Bahna  avec  la  Dépression  de  Petro?ani 
est  défìnitivement  interrompue.  La  Dépression  de  Bahna  reprend  sa  liaison 
avec  les  eaux  océaniques  plus  tard,  par  les  dépressions  de  Mehadia  et  de 


Idées  nouvelles  sur  la  stratigraphie  et  la  paléogéographie,  ecc.  203 


Caransebe§,  au  niveau  des  calcaires  de  Leitha,  localement  les  calcaires  de 
Curchia. 

Le  deuxième  rameau  de  la  deuxième  transgression  (PI.  I,  Fig.  2)  après 
avoir  contourné  au  nord  le  massif  de  Dobrogea,  se  dirige  vers  l’est  en  cou- 
vrant  la  terre  ferme  de  la  Piate-forme  Moldo-est-européenne  où  se  dépo- 
sent  les  dépòts  badénien  supérieurs  de  cette  aire,  inclusivement  les  char- 
bons  karaganiens  du  bassin  russe  de  Donbas. 

En  ce  qui  concerne  la  deuxième  transgression  -  l’étape  du  Badénien 
supérieur  -  on  observe  que  celle-ci  a  la  plus  grande  ampleur,  en  dépassant 
la  limite  occidentale  du  Badénien  inférieur  du  bassin  d’Orà§tie  de  plus  de 
1000  km,  en  arrivant,  à  l’ouest  du  bassin  de  Vienne,  au  moins  jusqu’à  la 
Basse  Bavière. 


*  *  * 


Après  avoir  traité  la  stratigraphie  et  la  paléogéographie  de  ces  deux 
domaines  de  sédimentation,  orientai  et  Occidental,  il  est  nécessaire  d’abor- 
der  aussi  la  relation  entre  eux.  Ce  problème  a  pu  ètre  clarifié  par  la  corré- 
lation  litho-biostratigraphique  des  dépòts  post-évaporitiques  du  bassin 
d’Orà§tie,  qui  appartiennent  au  domaine  orientai,  avec  les  dépòts  équiva- 
lents  du  bassin  de  Hajeg  voisin  qui  appartieni  au  domaine  Occidental.  Ces 
deux  bassins  (col.  IV  et  V)  sont  corrélés  à  base  de  suivantes  caractéristi- 
ques  communes:  l’association  micropaléontologique  des  marnes  à  Spirialis , 
les  calcaires  de  Leitha  inférieurs  et  supérieurs,  les  tufs  dacitiques  et  les 
lumachelles  d’Ostrées.  Il  en  résulte  que  l’intervalle  à  charbons  du  bassin  de 
Haleg,  encadré  par  les  calcaires  de  Leitha  inférieurs  et  supérieurs  est,  au 
bassin  d’Orà§tie,  l’équivalent  litho-biostratigraphique  de  Pintervalle 
sablonneux-argileux-marneux,  encadré  par  les  mèmes  calcaires  de  Leitha 
inférieurs  et  supérieurs  qui  supporte  les  mèmes  lumachelles  d’Ostrées. 


Con sidération s  paléoécologiques  sur  le  bassin  de  Vienne 

De  l’observation  de  l’évolution  paléoécologique  présentée  par  Papp  et 
al.  (1978)  résulte  qu’à  l’exception  de  la  première  phase  nettement  marine  - 
la  zone  à  Lagenidae  -  le  bassin  de  Vienne  ne  présente  que  sporadique- 
mente  la  salinité  normale  favorable  au  développement  d’une  microfaune 
marine  optimale.  Les  zones  à:  agglutinantes  -  celle-ci  étant  marquée  par  la 
diminution  des  foraminifères  calcaires  -,  Bulimina  -  Bolivina ,  beaucoup 
appauvrie  (à  globigérines  petites,  elphidés  et  miliolidés)  et  la  zone 


204  G.  Voicu 


proprement-dite  pauvre  -  «  Verarmungszone  »  -  sauf  les  épisodes  limni- 
ques,  est  suffisante  pour  faire  la  preuve  du  milieu  très  peu  favorable  au 
développement  des  foraminifères  au  bassin  de  Vienne  par  rapport:  au  reste 
de  la  Dépression  Pannonienne,  aux  bassins  intra-montagnes  du  secteur 
Occidental  des  Carpathes  Méridionales,  au  bassin  de  Transylvanie  et  à 
l’avant-fosse  carpathique,  qui  présente  une  microfaune  parfois  luxuriante 
tant  de  point  de  vue  quantitatif  que  qualitatif,  Ainsi,  il  nous  semble  para- 
doxal  de  rapporter  la  microfaune  de  ces  vastes  aires  de  sédimentation  à  la 
microfaune  pauvre  du  bassin  de  Vienne. 


Propositions 

La  nouvelle  interprétation  du  Badénien  à  l’aire  de  la  Paratéthys  Cen¬ 
trale  ne  peut  pas  évidemment  rester  sans  conséquences  en  ce  qui  concerne 
la  nomenclature  établie  et  employée  à  présent  dans  la  litterature  géologi- 
que.  Dans  ce  sens  nous  faisons  préliminairement  les  suivantes  proposi¬ 
tions,  pour  toute  la  Paratéthys  Centrale: 

1.  Le  replacement  du  terme  de  Badénien  pour  les  raisons  montrées  ci- 
dessus,  par  le  terme  de  Munténien,  en  Munténie  le  Miocène  moyen  étant 
complètement  développé  et  à  de  nombreux  profils  de  surface. 

2.  Le  replacement  des  termes  de  Moravien  et  de  Wiélicien,  devenus 
«nomina  nuda»  pour  le  bassin  de  Vienne,  le  bassin  de  Styrie  et  pour  le 
reste  de  la  Dépression  Pannonienne,  par  le  terme  connu  dans  la  littérature 
comme  Transylvanien,  optimalement  développé  au  bassin  de  Transylvanie. 
Les  termes  de  Moravien  et  de  Wiélicien  peuvent  rester  comme  des  hori- 
zons  du  sous-étage  Transylvanien;  le  Moravien  pour  l’horizon  des  tufs  et 
des  marnes  à  globigérines  et  le  Wiélicien  pour  l’horizon  évaporitique. 

3.  La  réconsidération  des  stratotypes  et  des  faciéso-stratotypes  établis 
pour  la  Paratéthys  Centrale  par  le  volume  VI  de  «  Chronostratigraphie  und 
Neostratotypen  »  (Badénien,  Papp  et  al.,  1978),  pour  les  raisons  qui  ont 
déterminé  les  propositions  de  replacement  mentionnées  aux  points  1  et  2, 
tout  comme  pour  les  corrélations  non-adéquates  comme  suite  des  hiatus 
stratigraphiques  constatés. 

4.  le  replacement  des  cinq  profils  de  sondes  qui  ont  servi  comme  des 
stratotypes  et  des  faciéso-stratotypes  par  des  profils  de  la  surface  du  terrain 
pour  des  raisons  bien  connues  d’ordre  de  principe  et  pratique. 


Idées  nouvelles  sur  la  stratigraphie  et  la  paléogéographie,  ecc.  205 


Addenda 

Étant  donné  le  cara  etère  très  succi  net  de  notre  exposé  et  la  nature 
complexe  des  problèmes  soulevés  par  la  soutenance  de  nouvelles  idées 
présentées,  concernant  la  stratigraphie  et  la  paléogéographie  de  la  Para- 
téthys  Centrale,  il  nous  semble  utile  d’ajouter  les  précisions  et  les  complé- 
tements  suivants. 

1.  L’attribution  de  Page  badénien  supérieur  au  complexe  à  charbons, 
tufs  et  calcaires  organogènes  de  type  Leitha  -  des  bassins  intra-montagnes 
occidentaux  -  considéré  antérieurement  d’àge  helvétien-tortonien  infé- 
rieur,  est  basée  sur  les  arguments  suivants: 

a)  la  présence  intercalée  dans  ce  complexe  lithologique  de  la  micro¬ 
faune  de  l’horizon  des  marnes  à  Spirialis  et  Velapertina  en  association  avec 
les  formes  de  Spiratella; 

b)  la  position  stratigraphique  de  ces  dépòts,  immédiatement  sous- 
jacente  à  la  limite  Badénien/Sarmatien,  une  situation  qui  se  continue  aussi 
vers  l’ouest,  en  Hongrie  et  en  Autriche; 

c )  l’absence  dans  ces  bassins  occidentaux,  tout  comme  dans  toute  la 
Dépression  Pannonienne  des  évaporites  qui  finissent  le  cycle  de  sédimen- 
tation  du  Badénien  inférieur  dans  les  bassins  d’Orà§tie  et  de  Transylvanie 
et  dans  l’Avant-fosse  carpathique. 

Le  mème  àge  badénien  supérieur  revient,  évidemment,  aussi  au 
paquet  des  couches  argilo-sablonneuses  de  la  partie  supérieure  du  com¬ 
plexe  à  charbons,  attribué  par  les  prédécesseurs  au  Badénien  moyen  et 
considéré  synchrone  avec  l’horizon  des  évaporites. 

En  ce  qui  concerne  les  évaporites,  c’est  vraiment  impossible  de  s’im- 
maginer  qu’en  mème  temps,  dans  le  bassin  d’Orà§tie  il  y  avait  des  condi- 
tions  pour  la  formation  des  roches  de  précipitation  chimique  et  tout  près, 
vers  l’ouest,  dans  le  bassin  de  Hajeg  -  qui  dans  la  conception  des  prédéces¬ 
seurs  aurait  eu  des  liaisons  marines  directes  avec  le  bassin  d’Orà§tie  -  ces 
conditions  étaient  absentes.  Il  n’est  pas  complètement  normal  qu’un  climat 
chaud  et  aride  qui  a  favorisé  la  formation  des  évaporites  au  domaine  orien¬ 
tai,  soit  arrèté  brusquement,  sur  une  ligne  de  démarcation  tracée  entre  les 
bassins  d’Orà§tie  et  de  Hajeg,  au-delà  de  laquelle,  dans  tout  le  domaine 
Occidental,  il  n’ait  plus  été  présent.  En  échange,  c’est  normal  que  cette 
ligne  représente  la  limite  occidentale  du  domaine  orientai  -  couvert  par  les 
eaux  du  Badénien  inférieur  -  par  rapport  au  domaine  Occidental,  émergé 
pendant  ce  temps.  Le  domaine  Occidental  a  été  couvert  par  les  eaux  seule- 


206  G.  Voicu 


ment  pendant  le  Badénien  supérieur  qui  marque  le  deuxième  transgression 
badénienne,  renfermant  tonte  la  Paratéthys  Centrale,  une  conclusion  basée 
sur  les  arguments  litho-biostratigraphiques  mentionnés  dans  l’étude. 

2.  Le  critère  microbiostratigraphique  à  base  duquel  les  prédécesseurs 
ont  attribué  au  complexe  à  charbons  Page  badénien  inférieur,  à  savoir  la 
présence  abondante  des  globigérines  (inclusivement  Praeorbulina  glome- 
rosa,  Candorbulina  universa  etc.;  Marinescu  &  Popescu,  1978)  et  des 
Lagénides,  n’est  pas  dehors  de  sérieux  doutes.  En  réalité,  l’analyse  des 
colonnes  litho-biostratigraphiques  (voir  la  PI.  I)  montre  le  fait  que  ces  for- 
mes  ne  sont  pas  restreintes  exclusivement  au  Badénien  inférieur,  mais 
elles  apparaissent  aussi  aux  autres  niveaux,  surtout  dans  la  moitié  infé- 
rieure  du  Badénien  supérieur,  c’est-à-dire  dans  l’intervalle  de  l’association 
des  marnes  à  Spirialis  et  Velapertina.  Leurs  réapparitions  sont  liées  du  rafraT- 
chissement  périodique  des  eaux  marines  indo-pacifìques  venues  de  l’est. 

La  mème  question  se  pose  aussi  en  ce  qui  concerne  la  corrélation  cou- 
rante  faite  entre  l’intervalle  stratigraphique  à  Spìroplectammina  du  bassin 
de  Vienne  -  considéré  comme  Badénien  moyen  -  et  l’horizon  du  sei  des 
bassins  de  Transylvanie  et  de  l’Avant-fosse  carpathique,  à  base  de  la  valeur 
de  taxon  index  qui  est  attribuée  à  cette  forme.  La  mème  corrélation  sur  le 
mème  critère  est  faite,  dans  un  espace  plus  restreint,  entre  Phorizon  du  sei 
et  le  paquet  argilo-sablonneux  supra-jacent  au  complexe  à  charbons  du 
bassin  de  Ha(eg.  Una  analyse  attentive,  à  base  des  données  de  la  littéra- 
ture,  de  la  répartition  de  la  forme  Spìroplectammina  carinata  sur  la  verti¬ 
cale  relève  pourtant  qu’elle  est  signalée  aussi  aux  autres  niveaux  du  Badé¬ 
nien,  tant  au  Badénien  inférieur  (inclusivement  en  stratotypes;  Papp  et  al., 
1978),  que  dans  Pintervalle  de  l’association  des  marnes  à  Spirialis  et  Vela¬ 
pertina,  à  savoir  au  Badénien  supérieur.  L’importance  donnée  à  celle-ci 
dans  l’horizontation  du  Badénien  est  donc  non-justifiée,  son  caractère  de 
taxon  index  étant  ainsi  invalidé.  Dans  une  situation  similaire  se  trouvent 
aussi  d’autres  formes,  à  savoir:  Heterostegina  costata  -  qui  selon  Papp  et  al. 
(1978)  caractériserait  le  Badénien  inférieur  et  moyen,  mais  qui  est  rencon- 
trée  fréquemment  aussi  au  Badénien  supérieur  -,  H.  simplex,  Amphistegina 
hauerina,  A.  lessonì,  Pseudotriplasia  qui  serait  taxon  index  -  tout  comme 
Spìroplectammina  -  pour  le  Badénien  moyen.  Il  faut  mentionner  que  selon 
certains  Auteurs  Pseudotriplasia  est  un  synonyme  du  geme  Pavonitina  qui 
selon  Papp  et  Cicha  (in  Papp  et  al.,  1978,  p.  266,  fìg.  57)  est  taxon  index 
pour  le  Badénien  supérieur. 

3.  L’importance  donnée,  dans  notre  interprétation  stratigraphique, 
également  au  critère  litho-faciésale  est  basée  sur  les  motifs  suivants.  La 


Idées  nouvelles  sur  la  stratigraphie  et  la  paléogéographie ,  ecc.  207 


formation  des  charbons  et  des  calcaires  de  Leitha  suppose  un  climat  chaud, 
très  humide  et  respectivement  une  eau  marine  chaude  bien  aérée,  peu  pro¬ 
fonde,  tandis  que  la  formation  des  évaporites  a  besoin  d’un  climat  très 
aride,  donc  diamétralement  opposé,  et  les  tufs  reflètent  des  crises,  à  grande 
é  che  Ile,  dans  Fé  coree  terrestre.  Ces  paramètres  physiques  ont,  selon  notre 
expérience,  dans  certains  cas,  una  valeur  stratigraphique  diagnostique  pré¬ 
pondérante,  par  rapport  à  beaucoup  de  taxon  index  qui  sont  des  produits 
des  facteurs  génétiques  -  soumis  aux  mutations  et  aux  recombinaisons  - 
tout  comme  des  conditions  écologiques  diversifiées  et  complexes.  Ces  fac¬ 
teurs  et  ces  conditions  écologiques  sont  encore  insuffìsamment  connus, 
échappent  à  nos  observations  et  comportent  beaucoup  d’incertitudes. 


BIBLIOGRAPHIE  SÉLECUVE 

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Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi.  91,  1982,  pp.  209-215,  tabb.  2 


Effetto  del  ciproterone  acetato 
sulla  malato  deidrogenasi  del  sistema 
ipotalamo-ipofisario  durante  il  ciclo  estrale 
di  Mus  musculus  domesticasi**) 

Nota  dei  soci  Maria  Filomena  Caliendo  (*)  e  Mario  Milone  (*) 


(Tornata  del  22  dicembre  1982) 


Riassunto.  -  È  stato  studiato  l’effetto  dell’acetato  di  ciproterone,  un  antiandro- 
geno  di  sintesi,  sull’attività  della  malato  deidrogenasi  nel  sistema  ipotalamo-ipofisa¬ 
rio  del  topo  femmina  durante  il  ciclo  estrale.  È  stato  utilizzato  questo  antiormone 
non  solo  per  la  sua  attività  antiandrogena,  ma  per  le  sue  spiccate  azioni  di  tipo  pro- 
gestinico. 

Infatti  vengono  confermate  le  ipotesi  di  un  controllo  di  tipo  progestinico  nella 
fase  diestrale  e  di  uno  estrogenico  in  quella  estrale,  esclusive  però  del  solo  ipota¬ 
lamo  (incremento  proteico  e  diminuzione  dell’attività  enzimatica  dipendente  dalla 
concentrazione  di  antiormone).  L’effetto,  tuttavia,  potrebbe  esser  modulato  anche 
da  metaboliti  del  testosterone  e  del  progesterone,  con  cui  l’acetato  di  ciproterone 
compete  o  ne  mima  l’azione. 


Summaty.  -  AA  have  studied  thè  effect  of  cyproterone  acetate  (CPA),  a  synthe- 
tic  antiandrogen,  on  thè  malate  dehydrogenase  activity  in  thè  hypothalamo-hypop- 
hyseal  System  during  thè  mouse  estrous  cycle.  The  antihormone  was  utilized  not 
only  for  its  antiandrogenic  activity,  but  for  its  remarkable  progestinic  action  too.  In 
this  work  thè  progestinic  control  during  thè  diestrous  and  thè  estrogenic  control  of 
estrai  stage  were  confirmed,  but  with  regard  to  thè  hypothalamus  only.  In  fact  it 
could  be  observed  thè  increase  of  proteic  content  and  thè  enzymatic  activity 
decrease,  CPA  dose-dependent,  in  thè  hypothalamus.  However,  this  effect  might  be 
modulate  by  testosterone  and  progesterone  metabolites  with  thè  CPA,  which  com- 
petes  or  mimes  their  actions. 


(*)  Istituto  e  Museo  di  Zoologia,  Università  di  Napoli  -  Via  Mezzocannone,  8. 

(**)  Lavoro  eseguito  coi  fondi  M.P.I.  60%  e  Progetto  finalizzato  CNR  «  Biologia 
della  Riproduzione». 

Gli  AA.  ringraziano  il  Prof.  G.  Chieffi  per  l’apporto  critico  prestato. 


210  Maria  Filomena  Caliendo  e  Mario  Milone 


Introduzione 

È  ormai  dimostrato  che  gli  ormoni  steroidi  controllano  il  metabolismo 
delle  cellule  bersaglio  del  sistema  ipotalamo-ipofisario  (SII)  nei  mammiferi 
e  più  particolarmente  alcune  attività  enzimatiche  (Wilson,  1969;  Mayda- 
nova,  1973).  In  passato  abbiamo  rivolto  la  nostra  attenzione  all’influenza 
esercitata  dagli  androgeni  e  dagli  estrogeni  su  due  enzimi,  quali  la  (3-glucu- 
ronidasi  (p-GLR)  e  la  malato  deidrogenasi  (MDH),  rivelatisi  ottimi  markers 
per  le  funzioni  del  SII  (Milone  et  al.,  1978;  Milone  et  al.,  1981).  Nella 
femmina  di  topo  il  comportamento  della  MDH  è  particolarmente  interes¬ 
sante  in  conseguenza  delle  variazioni  ormonali  che  sopravvengono  durante 
il  ciclo  (Moguilevsky  e  Christot,  1972;  Lee,  1974).  Infatti  è  stata  osser¬ 
vata  (Milone  et  al. ,  1981)  una  differente  modificazione  della  forma  mito- 
condriale  e  citoplasmatica  della  MDH  durante  il  ciclo  estrale,  con  un  mas¬ 
simo  di  attività  nell’estro  e  un  minimo  nel  diestro,  per  la  prima,  e  con  un 
massimo  nel  diestro  e  un  minimo  nel  metestro,  per  la  seconda.  È  stato 
quindi  ipotizzato  un  controllo  differenziato  da  parte  dell’estradiolo  e  del 
progesterone  sulle  singole  forme  isoenzimatiche  evidenziate.  Inoltre  è  stata 
evidenziata  un’azione  di  tipo  progestinico  da  parte  dell’acetato  di  ciprote- 
rone  (CPA),  un  potente  antiandrogeno  (Neumann,  1972)  sulla  p-GLR  sia 
del  maschio  che  della  femmina  di  topo  (Milone  et  al.,  1979;  Lampariello 
et  al ,  1981). 

In  questa  nota  viene  riferita  l’azione  del  CPA  sulla  MDH  del  SII 
durante  il  ciclo  estrale,  in  funzione  della  sua  attività  antigonadotropa, 
caratteristica  di  alcune  sostanze  contraccettive. 


Materiali  e  metodi 

Sono  state  utilizzate  30  femmine  adulte  di  Mus  musculus  domesticus , 
ceppo  Swiss  albino  cc.  Sulla  base  dell’esame  dello  striscio  vaginale  sono 
state  suddivise  in  quattro  gruppi  (corrispondenti  alle  quattro  fasi  del  ciclo). 
Ad  altre  venti  femmine,  tutte  nella  fase  diestrale,  sono  state  iniettate  i.p. 
tre  diverse  concentrazioni  giornaliere  di  CPA  per  7  gg  (0.01,  0.1  e  1.0  mg  di 
CPA/g)  e  quindi  sacrificate,  previa  narcosi  in  etere.  Venivano  poi  prelevati 
velocemente  l’ipofisi  e  Pipotalamo.  Gli  organi,  pesati,  venivano  omogeneiz¬ 
zati  a  freddo  con  1  mi  di  acqua  distillata  per  l’ipofisi  e  5  mi  per  l’ipota- 
lamo. 

L’attività  della  MDH  veniva  misurata  col  metodo  di  Ritto  e  Kaplan 
(1966),  modificato  da  Milone  et  al  (1975),  che  utilizzava  la  seguente 


Effetto  del  ciproterone  acetato  sulla  malato  deidrogenasi ,  ecc.  211 


miscela  d’incubazione:  10  pi  di  omogenato,  50  pi  di  NAD  (3  mg/ml),  50  pi 
di  ione  malato  pH  7.0  1  M,  850  pi  di  buffer  Glicina-NaOH  0.1  M  a  pH  10.5. 

La  miscela  veniva  incubata  a  37°C  per  15’  la  lettura  era  effettuata  a 
340  nin  con  uno  spettrofotometro  Beckman  DB-G;  Fattività  era  espressa  in 
iiM  di  MÀDH/pg  dì  proteine/minuto  e  in  nM  di  NADH/pg  di  DNA/ 
minuto. 

La  determinazione  delle  proteine  era  eseguita  col  metodo  di  Lowry  et 
al.  (1951),  utilizzando  50  pi  di  omogenato. 

Il  contenuto  in  DNA  veniva  valutato  col  metodo  di  Dische  (1955),  uti¬ 
lizzando  150  pi  di  omogenato. 


Risultati 

Nella  tabella  I  sono  indicati  i  valori  delle  proteine,  del  DNA,  il  loro 
rapporto  e  i  valori  della  MDH,  riferita  al  contenuto  proteico  e  a  quello  in 
DNA,  durante  il  ciclo  astrale .  I  valori  proteici  nelf ipofisi  raggiungono  un 
massimo  durante  il  proestro  (0.02  >  p  >  0.01,  riferito  al  diestro),  mentre 
nelfipotalamo  le  variazioni  non  sono  significative.  In  entrambi  gli  organi 
non  si  osserva  nessuna  variazione  significativa  del  contenuto  in  DNA.  Il 
rapporto  Proteine/DNA  segue  lo  stesso  andamento  del  contenuto  proteico. 
L’attività  della  MDH  non  mostra  alcuna  variazione  ciclica  significativa,  sia 
se  riferita  al  contenuto  proteico  che  a  quello  in  DNA. 

Nella  tabella  II  sono  riportati  i  dati  relativi  al  trattamento  col  CPA, 
paragonati  a  quelli  di  animali  in  diestro  non  trattati.  Per  quanto  riguarda  il 
contenuto  proteico  osserviamo  un  effetto  opposto  nei  due  organi:  inibente 
per  l’ipofisi  (p  <  0.01),  stimolante  per  Fìpotalamo  (dose-dipendente) 
(p  <  0.01).  Non  si  nota  alcun  effetto  sul  DNA.  Per  il  rapporto  Proteine/ 
DNA  di  conseguenza  osserviamo  lo  stesso  quadro  che  si  riscontrava  per  il 
contenuto  proteico  (p  <  0.01  per  entrambi  gli  organi).  L’attività  della 
MDH  riferita  al  contenuto  proteico  è  inibita  dal  CPA  in  entrambi  gli  organi 
(per  l’ipofisi  l’effetto  è  dose-dipendente)  (0.02  >  p  >  0.01  per  la  I  concen¬ 
trazione;  p  <  0.01  per  le  altre  due).  D’altra  parte  l’inibizione  dell’attività 
della  MDH  ipotalamica,  riferita  al  contenuto  proteico  è  solo  apparente,  in 
quanto  il  trattamento  con  CPA  provoca  un  aumento  del  contenuto  proteico 
totale. 

L’attività  della  MDH  riferita  al  contenuto  in  DNA  viene  inibita  dal 
CPA  nell’ipofisi  e  stimolata  nelfipotalamo  (0.02  >  p  >  0.01  per  le  prime 
due  concentrazioni  e  p  <  0.01  per  la  terza  nell’ipofisi;  p  <  0.01  per  tutte 
le  concentrazioni  delfipotalamo). 


212  Maria  Filomena  Caliendo  e  Mario  Milone 


TABELLA  I 


proteine 


a 

=3. 


e  m  d  p 


proteine/dna 


o 

u 

(0 

ut 

GC 

IL 

□ 

I- 

□ 

0) 

tfl 

tu 

h 

(3 


I 


13 

a. 


□ 

h 

□ 

z 


l 

< 

z 

□ 

(3 

a. 

l 

z 


“1 - 1 - 1 - — r- 

e  m  d  p 


e  m  d  p 


—  ipofisi 

-  ipotalamo 

e  estro 

m  metestro 
d  diestro 
proestro 


Effetto  del  ciproterone  acetato  sulla  malato  deidrogenasi ,  ecc. 


213 


TABELLA  II 


214  Maria  Filomena  Caliendo  e  Mario  Milone 


Discussione 

Le  variazioni  cicliche  del  contenuto  proteico  ipofisario  corrispondono 
a  quelle  osservate  per  la  secrezione  delle  gonadotropine  da  Moguilevsky  e 
Christot  (1972).  D’altra  parte  gli  stessi  autori  hanno  anche  osservato  una 
ciclicità  nella  sintesi  dei  fattori  di  rilascio  variabile  da  area  ad  area  ipotala- 
mica:  il  che  potrebbe  spiegare  l’assenza  di  modificazioni  cicliche  del  conte¬ 
nuto  proteico  da  noi  riscontrata  nell’ipotalamo.  L’andamento  del  DNA  con¬ 
ferma  la  tesi  per  cui  l’aumento  proteico  è  dovuto  esclusivamente  a  una  più 
attiva  biosintesi.  Secondo  Convey  e  Ree  ce  (1969),  tale  incremento 
potrebbe  esser  limitato  a  certe  proteine  (tra  cui  la  MDH)  che  esercitano  un 
ruolo  notevole  nella  fisiologia  di  alcuni  organi  bersaglio  degli  estrogeni, 
quali  l’ipofisi  e  l’ipotalamo  (Hegedus  e  Endroczi,  1974).  Inoltre  sembra 
che  la  MDH  nella  femmina  di  topo  non  venga  controllata  dai  soli  estro¬ 
geni,  ma  anche  dai  progestinici.  In  particolare  la  forma  mitocondriale  della 
MDH  durante  il  ciclo  estrale  sembra  essere  controllata  dagli  estrogeni, 
mentre  quella  citoplasmatica  subisce  l’influenza  del  progesterone  (Milone 
et  al ,  1981).  Secondo  Moguilevsky  e  Malinow  (1964)  nell’ipotalamo  di 
ratto  gli  estrogeni  sono  in  grado  di  controllare  entrambe  le  forme,  agendo 
positivamente  o  negativamente  a  seconda  della  fase  del  ciclo.  L’effetto,  da 
noi  osservato,  inibente  o  stimolante  sull’attività  della  MDH  operato  dal 
CPA  nei  due  organi  può  dipendere  da  due  serie  di  fenomeni  variamente 
interdipendenti.  Infatti  il  CPA  può  esercitare  un’azione  tempo  e/o  dose 
dipendente  nei  confronti  di  markers  enzimatici  operando  in  modo  antago¬ 
nista  o  sinergico  verso  gli  androgeni,  competendo  coi  siti  recettoriali  di  tali 
ormoni  nel  primo  caso  (Baulieu,  1973)  e  mostrando  un  effetto  progesti- 
nico  nel  secondo  (Bullock  e  Bardin,  1977;  Milone  et  al .,  1979).  Pertanto 
l’effetto  del  CPA  sull’attività  della  MDH,  da  noi  riscontrato  in  modo  diffe¬ 
rente  nei  due  organi  studiati,  può  esser  interpretato  in  entrambi  i  modi. 
Infatti  nell’ipofisi  e  nell’ipotalamo  è  stata  dimostrata  la  presenza  di  alcun 
enzimi,  quali  la  5-a-reduttasi  e  la  17-p-idrossisteroidodeidrogenasi  (Rom- 
mert  e  Van  der  Molen,  1971).  D’altra  parte  è  stata  osservata  la  capacità 
del  CPA  di  competere  con  l’androstenedione  a  livello  ipotalamico 
(Edwards,  1970).  Ciò  può  far  supporre  che  l’azione  del  CPA  si  esplichi 
mimando  o  competendo  con  più  di  un  metabolita  steroideo.  È  probabile, 
inoltre,  che  il  CPA  eserciti  questo  tipo  di  azione  anche  verso  un  altro  mar¬ 
ker  enzimatico  ipotalamico,  la  p-GLR  (Milone  et  al. ,  1979). 


Effetto  del  cìproterone  acetato  sulla  malato  deidrogenasi,  ecc.  215 


BIBLIOGRAFIA 

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Boll.  Soc.  Natur.  Napoli 

voi  91,  1982,  pp.  217-224,  fig .  I 


Le  collezioni  del  Museo  annesso  all’Istituto 
di  Antropologia  dell’Università  di  Napoli. 
VI.  Fotografica:  35  diapositive 

Conversazione  tenuta  da  Concetta  d? Amore  (*) 
e  Mirella  Schiano  Di  Zenise  (*) 


(Seduta  del  25  giugno  1982) 


AlV indimenticabile  Prof  PIO  WTTOZZ1 Promotore  di 
queste  conferenze ,  cui  dette  maggiore  rilievo  con  la  Sua 
partecipazione 


Sempre  e  dovunque  si  è  cercato  di  rendere  i  Musei  degni  di  quanto 
raccolgono,  di  quanto  conservano  della  storia  dell’Uomo.  Dal  più  piccolo  al 
più  grande,  ognuno  di  essi,  è  un  memoriale  dell’Umanità,  un  «non  omnis 
moriar»  del  contributo  di  ciascun  essere.  È  la  storia  dell’amore  dell’Uomo 
per  quanto  lo  circonda. 

Molti  Musei  sono  dediti,  più  degli  altri,  in  senso  stretto,  all’evoluzione 
umana;  ma  il  loro  ruolo  è  sempre  quello  di  ricordare  alle  generazioni  suc¬ 
cessive  uno  spaccato  di  una  situazione,  di  una  presenza,  di  un  momento,  in 
ogni  caso  irrepetibili. 

Nell’ambito  di  queste  considerazioni  «presentiamo»  un  Museo  ben 
noto  a  tutti  noi  dell’Università,  il  Museo  annesso  all’Istituto  di  Antropolo¬ 
gia.  Anche  se  ha  già  compiuto  un  secolo  di  vita  (1881-1981),  non  presenta 
rughe,  ma  mette  bene  in  evidenza  la  freschezza  della  sua  composizione. 
Fondato  da  G.  Nicqlucq,  primo  Cattedratico  di  Antropologia  della  Uni¬ 
versità  di  Napoli  (secondo,  solo  in  termini  cronologici,  a  P.  Mantegazzà 
che  fu  l’Antropologo  di  Firenze),  conserva  le  collezioni  raccolte,  accettate 
in  dono  o  acquistate  dagli  Studiosi  che  si  sono  susseguiti  alla  sua  direzione, 
riflettendone  gli  interessi  scientifici  e  la  problematica  del  momento.  Di  qui 


(*)  Istituto  di  Antropologia  dell’Università  di  Napoli. 


218  Concetta  d’ Amore  e  Mirella  Schiano  Di  Zenise 


la  varietà  delle  collezioni,  talora  l’unicità  e,  indirettamente,  il  filo  logico 
che  le  collega. 

Eventi  contrari  all’Antropologia  hanno  privato  il  Museo  e  le  collezioni 
di  una  sede  propria  e  di  un  registro  generale.  Così  abbiamo  pensato  a  una 
gestione  diversa,  a  uno  stile  museale  nuovo,  che  mediante  pubblicazione 
presentasse  le  raccolte,  dando  a  ciascuna  di  esse  un  tema  determinante  il 
contenuto  ed  una  cornice  commemorante  l’interesse  scientifico  di  Chi  la 
volle.  Non  siamo  eclettici  e  pertanto  non  riteniamo  di  esaurire,  per  ogni 
insieme,  la  problematica  inerente;  tutt’altro.  Il  nostro  scopo  è  solo  quello  di 
ricordare  le  collezioni,  presentarle  a  un  pubblico  il  più  ampio  possibile, 
suscitare  intorno  ad  esse  tutto  l’interesse  che  meritano.  A  questo  scopo 
abbiamo  già  pubblicato,  oltre  a  uno  scritto,  ampio,  di  carattere  collettivo 
(1982),  quattro  articoli:  due  molto  approfonditi,  sulla  sezione  craniologica 
(1980  e  1981),  uno  su  quella  calcografica  (1980),  un  altro  sulla  primatolo¬ 
gica  (1981).  Il  livello  scientifico  di  Chi  le  promosse  fu  tale  che  oggi,  a 
distanza  di  decenni,  siamo  in  grado,  senza  l’apporto  di  note  esplicative,  di 
rilevare  in  ognuna  il  soggetto  che  la  incentra. 

Per  questo  incontro  abbiamo  scelto  un  inedito:  la.jsezione  fotografica. 
Essa  è,  forse,  l’unica  che  presenti  un  filo  cronologico  ininterrotto,  in 
quanto,  iniziata  da  Giuffrida-Ruggeri,  si  è  continuata  fino  a  Galgano. 
Non  sarebbe  stato  possibile  presentarla  tutta,  anche  perché  ci  auguriamo 
che  sia  il  Prof.  Galgano  a  illustrare,  una  volta  o  l’altra,  la  parte  essenziale, 
da  lui  acquistata  e  a  lui  intitolata.  Noi  abbiamo  preferito  il  gruppo  di  35 
diapositive,  tratte  generalmente  dalla  pubblicistica  germanica.  In  apparenza 
eterogenee,  in  realtà  poliedriche,  esse  permettono  l’estrinsecazione  di  più 
elementi:  costituzionalistici,  razziologici,  anatomici,  culturali,  anche  se  il 
nucleo  fondamentale  è  quello  delle  deformazioni  intenzionali,  ossee  e 
tegumentarie.  Non  abbiamo  rinvenuto  il  nome  di  Chi  orgamizzò  l’insieme, 
anche  se  vi  si  intravede  la  personalità  scientifica  e  umana  di  Ugo  Vram, 
direttore  dell’Istituto  dal  1924  al  1925.  Forse  triestino,  «mitteleuropeo»  del 
tempo,  di  lui  sappiamo  ben  poco,  a  parte  l’ampia  bibliografìa  gentilmente 
inviataci  dal  Prof.  Corrain  di  Padova.  Pertanto  ci  è  gradito  menzionare 
Ugo  Vram  in  questa  sede  e  ricordare  che  sua  fu  la  recensione,  affidatagli 
da  G.  Sergi  (1894)  sulla  Rivista  di  Antropologia,  alla  prima  pubblicazione, 
tedesca,  di  Dubois  (1894)  sul  Pitecantropo  di  Giava.  Non  è  inutile  ricordare 
la  risonanza  che  in  quel  momento  ebbe  la  scoperta  di  Dubois  e  correlativa¬ 
mente  l’avere,  G.  Sergi,  affidato  a  Ugo  Vram,  allora  molto  giovane,  la 
recensione  su  di  una  Rivista  agli  albori,  è  indice  del  valore  riconosciuto 
dello  Studioso. 


Le  collezioni  de l  Museo  annesso  all'Istituto  di  Antropologia ,  ecc.  219 


Classificazione  delle  diapositive 

La  maggior  parte  delle  diapositive  della  collezione  (vedi  elenco  alle¬ 
gato),  23,  riguardano  le  deformazioni  corporee  intenzionali,  4  la  costituzio¬ 
nalìstica,  3  la  razziologia  in  senso  stretto,  altre  3  argomenti  vari.  Il  gruppo 
più  numeroso,  anche  se  pone  gli  elementi  morfologici  della  tassonomìa 
umana,  tratta  quindi  le  deformazioni.  La  tematica  è  molto  ampia  ed  è  sin¬ 
tetizzabile  così: 


deformazioni  ossee: 


deformazioni  tegumentali: 


deformazioni  cutanee  in  senso  stretto 
altre  deformazioni 


cefaliche 

dentali 

podaliche 

auricolari 

nasali 

labiali 

incisioni 

tatuaggi 


In  termini  etnico-razziali  sono  presenti  soggetti  italiani,  francesi, 
indiani,  cinesi,  giapponesi,  negri,  pigmei,  peruviani,  etc.:  una  ventina  di 
razze,  ma  in  complesso  quasi  tutta  l’umanità  nei  suoi  aspetti  morfologici  e 
geografici,  nell’ambito  dì  una  fecalizzazione  culturale  ben  definita.  Non 
mancano  argomenti  di  embriologia  (cellule  germinali)  e  dì  anatomia 
umana  (encefalo).  Appaiono  numerate  con  cifre  latine,  da  1  a  5,  le  diaposi¬ 
tive  che  presentano  tatuaggi;  con  cifre  romane  da  I  a  VII  quelle  che  riguar¬ 
dano  le  perforazioni,  le  incisioni  e  le  legature.  Per  ognuna  riportiamo  in 
elenco  fuori  testo  una  didascalia. 


Deformazioni  ossee 

Motivi  di  ampiezza  ci  impediscono  di  trattare  le  deformazioni  ossee  in 
questa  sede. 


Deformazioni  tegumentali 

Numerose  deformazioni  intenzionali  riguardano  ì  tegumenti  e  cioè 
padiglione  auricolare,  naso  e  labbro.  Di  questi  la  posizione  ha  provocato 


220  Concetta  d* Amore  e  Mirella  Schiano  Di  Zenise 


l’intendimento  estetico,  la  struttura  istologica  ha  facilitato  la  pratica.  Infatti 
sia  per  la  struttura  del  padiglione  auricolare  (dal  sostegno  in  cartilagine  ela¬ 
stica  rivestita  di  cute  perfettamente  aderente),  sia  per  quella  del  lobulo 
(dove  l’adiposità  è  ricoperta  da  una  duplicatura  della  cute)  le  perforazioni 
non  dovrebbero  incontrare  i  muscoli  e  dar  luogo  a  problemi.  Allo  stesso 
modo  per  le  pinne  nasali,  dove  le  perforazioni,  talora  multiple,  incontrano 
cartilagine  e  cute  e,  solo  più  in  alto,  anche  le  mucose.  Fa  eccezione  il 
lobulo  dell’ orecchio  che,  in  casi  estremi,  si  allunga  a  fettuccia  sfiorando  la 
spalla. 

Fin  qui  modificazioni  di  piccola  relativamente  scarsa  entità. 

L’alterazione  dà  luogo  a  fastidi  fisiologici  quando,  invece,  interessa  il 
labbro.  Questo  è  ricoperto  all’ esterno  dalla  cute  e  alf  interno  dalle  mucose, 
mentre  nello  strato  più  profondo  ospita  le  ghiandole.  L’impalcatura  musco¬ 
lare  è  formata  dai  fascetti  del  muscolo  orbicolare. 

Sullo  sfìancamento  di  questi  fascetti  è  basata  la  rimodellazione  del 
labbro,  che  mediante  dischi,  sempre  più  grandi,  viene  allargato  e  allungato, 
mentre  facoltativa  è  raggiunta  di  una  struttura  perforante.  Sconosciuta  in 
Asia  e  in  Oceania  tale  moda  era  viva  in  America  e  in  Africa  equatoriale. 
Questa  particolare  distribuzione  geografica  farebbe  pensare  a  un  rapporto 
con  il  clima,  se  la  presenza  tra  gli  Eschimesi  dell’Artide  non  ne  riportasse 
l’uso  anche  ai  climi  freddi. 

In  genere  queste  deformazioni  si  accompagnano  all’uso  del  colore, 
per  cui  tutto  il  volto  ne  risulta  interessato.  Tali  gli  esempi  delle  diapositive 
17  e  18. 

Le  diapositive  relative  a  questi  argomenti  sono  indicate  con  i  numeri 
romani,  da  I  a  VII.  Così  le  deformazioni  nasali  di  due  signore  indiane, 
Funa,  15  (II)  di  casta  elevata,  bramina,  l’altra,  14  (I)  dai  caratteri  tenden¬ 
zialmente  equatoriali.  E  ancora,  una  deformazione  auricolare  è  presente 
nella  donna  Papua  della  diapositiva  16,  indicata  con  il  numero  IV. 


Deformazioni  cutanee 

Né  mancano  le  scarificazioni  e  i  cheloidi,  disegni  cicatriziali  dovuti  a 
tagli  più  o  meno  profondi  nella  cute,  tali  da  ottenere,  con  accorgimenti 
opportuni,  cicatrici  concave  (scarificazioni)  o  convesse  (cheloidi)  formanti 
complessi  geometrici.  Così  quelli  presentati  dalla  diapositiva  4,  raffigurante 
una  ragazza  sudanese  N?  aro  Ni  am. 

Non  va  dimenticato  il  tatuaggio,  conservatosi  in  Giappone  fino  ad 
epoche  recenti  (vedi  fig.  1),  ma  non  assente  in  Europa.  L’origine  è  senza 


Le  collezioni  del  Museo  annesso  all'Istituto  di  Antropologìa ,  ecc .  221 


dubbio  legata  alle  pitturazioni  cutanee,  rese  stabili  mediante  penetrazione 
del  colore  nel  derma.  Esso  assurse,  in  alcuni  momenti,  a  dignità  di  arte, 
prova  ne  siano  le  cinque  diapositive  che  presentiamo,  numerate  con  cifre 
latine.  Indicano  l’ubiquità  della  moda,  dal  Giappone,  dove  raggiunge  le 


Fio.  1.  —  Tatuaggio  di  scuola  giapponese  (N.  20  e  N.  21).  I  numeri  tra  parentesi 
fanno  riferimento  all’elenco  allegato. 


vette  della  raffinatezza  stilistica,  alle  isole  Marshall,  in  Micronesia,  dove 
manifesta  la  singolare  semplicità  di  motivi  costituenti  disegni  imitativi, 
all*  Africa  bianca,  alFEuropa. 


Altre  deformazioni 

Infine  vogliamo  ricordare  qualcosa  che  non  è  una  vera  e  propria  defor- 
mazione,  ma  una  moda  che  ritocca  un  carattere  razziale.  La  diapositiva  25 
mostra  gli  arti  inferiori  di  una  Amerinda,  Amazzonica.  Il  muscolo  del  pol¬ 
paccio  è  reso  più  evidente  dalle  legature  fissate  sotto  il  ginocchio  e  sopra  la 
caviglia.  La  razza  amazzonica  è  di  costituzione  brevilinea,  pertanto  il 


222  Concetta  d’ Amore  e  Mirella  S chiana  Di  Zenise 


disegno  muscolare  è  reso  più  forte  dall’essere  i  segmenti  distali  del  corpo 
relativamente  corti  rispetto  ai  prossimali.  La  moda  pone  l’accento  su 
questo  carattere  mediante  le  due  legature  che  definiscono  il  muscolo.  Per¬ 
tanto  non  si  tratta  di  una  vera  e  propria  deformazione,  ma  soltanto  della 
rivalutazione  di  un  carattere,  forse,  in  alcune  donne,  poco  evidente. 


Conclusioni 

Potremmo  chiederci  se  le  35  diapositive  servano,  ancora  oggi,  a  cor¬ 
redo  visivo  di  un  corso  di  Antropologia.  Diremmo  di  sì,  e  non  come  sem¬ 
plice  curiosità.  Attualmente  i  programmi  in  uso  nei  nostri  Atenei  vedono 
parte  essenziale  del  corso  nella  evoluzione  dell’uomo,  nello  studio  delle 
razze.  Le  metodologie  antropologiche  fanno  riferimento  a  caratteri  dimen¬ 
sionali,  morfologici,  serologici,  e,  in  più,  oggi,  agli  aspetti  culturali.  Tra 
questi,  espressione  da  non  trascurare  è,  pertanto,  l’armonia  estetica  del  sin¬ 
golo,  che  si  riflette  nella  ricerca  dell’eleganza  e  nell’affermazione  dello  spi¬ 
rito,  in  tempi  e  luoghi  diversi. 

Tutto  ciò  è  nella  collezione  U.  Vram. 


Elenco  numerato  delle  didascalie  da  noi  tradotte  o  attribuite  alle  diapositive 
della  collezione  Ugo  Vram 

1.  Culla  scavata  in  un  unico  pezzo  di  legno,  di  circa  90  cm  di  lunghezza, 
con  accorgimenti  per  l’appiattimento  cefalico  (da  Crania  Americana). 

2.  Posizione  del  bambino  in  una  culla  appositamente  deformante  (Sud- 
America). 

3.  Uomo  peruviano,  con  tavoletta  nucale  tenuta  «in  loco»  da  cinghie. 

4.  Bambino  francese  con  deformazione  cefalica  di  tipo  provenzale.  Occi¬ 
pite  alto  e  prominente. 

5.  Donna  francese  con  bende  da  testa  a  soggolo,  serrate  da  un  nodo  all’al¬ 
tezza  della  sutura  coronale. 

6.  Donna  del  Dipartimento  della  Senna,  con  bende  nucali. 

7.  Cranio  normale,  alto. 

8.  Cranio  deformato,  simile  nel  profilo  al  precedente. 

9.  e  10.  Crani  incompleti  in  norme  diverse. 

11.  Deformazioni  dentali  (Malesia). 

12.  Deformazioni  podaliche:  piedi  di  donne  cinesi;  l’uno  nudo,  l’altro  con 
pantofolina  a  tacco  alto. 


Le  collezioni  del  Museo  annesso  all'Istituto  di  Antropologia ,  ecc.  223 


13.  Deformazioni  podaliche:  piede  di  donna  cinese  in  norme  diverse;  con¬ 
fronto  con  le  parti  scheletriche  analoghe  di  donna  europea. 

14.  (I).  Perforazione  di  pinna  nasale,  in  donna  indù  di  Bombay. 

15.  (II).  Perforazione  di  pinna  nasale,  in  donna  indiana  di  casta  bramina. 

16.  (IV)  Perforazione  auricolare,  in  donna  papua. 

17.  (III).  Deformazioni  varie  e  pitture  in  soggetti  diversi  (Oraon,  Andarne.  - 
nese,  Missu,  Mauri,  Ainu,  Australiano,  anacoreta  forse  Indiano, 
Lernbu). 

18.  (V).  Deformazioni  varie  e  pitture  in  soggetti  diversi  (Gaudi. a,  Eschi¬ 
mese,  Foibe,  Bongo,  donna  ridente,  Bongo). 

19.  (2).  Tatuaggio  in  soggetto  delle  isole  Marshall. 

20.  e  21.  (3  e  4).  Tatuaggio  anteriore  e  posteriore  in  soggetto  giapponese. 

22.  Ragazza  di  Tunisi  con  tatuaggio. 

23.  (5).  a)  Donna  contadina  della  Bosnia  con  tatuaggi  al  petto  e  alle  mani, 
b)  Ragazza  del  Natal  con  leggiadre  cicatrici. 

24.  (VII).  Ragazza  Miam-Miam  (Africa  centrale)  con  cicatrici  ornamentali  al 
petto  e  al  ventre. 

25.  (VI).  Donna  amerinda  della  Guyana,  ventenne,  con  ingrossamento  arti¬ 
ficiale  del  polpaccio. 

26.  27.  28.  Pigmei  Ab  ha. 

29.  Cellule  germinali. 

30.  Spaccato  cefalico. 

31.  Sìndattilia. 

32.  Tavola  X.  Evoluzione  del  corpo  femminile,  da  10  a  18  anni. 

33.  Misure  uguali  o  divergenti  dalle  misure  normali,  dalla  nascita  a  12 
anni,  in  rapporto  al f unità. 

34.  Crescita  dell’arto  superiore,  dalla  nascita  a  2  anni.  Crescita  dei  piedi  in 
differenti  momenti:  veduta  laterale  e  anteriore. 

35.  Tavola  XI.  Crescita  dalla  nascita  a  12  anni.  Presentazione  di  misure 
metriche  riassuntive. 


BIBLIOGRAFIA 

d’Amore  G,  Schianq  Di  Zenise  M.,  1980  -  Le  collezioni  del  Museo  annesso  alVIsti- 
tuto  di  Antropologia  delVUniversità  dì  Napoli.  IL  Calcografica.  La  collezione 
Cipriani.  Quaderni  di  Scienze  Antropologiche,  4,  239-250,  Padova. 
d’Amore  C,,  Radice  A.,  Schiano  Di  Zenise  M.,  1980  -  Le  collezioni  del  Museo 
annesso  all'Istituto  di  Antropologia  delVUniversità  di  Napoli.  I.  Craniologica.  Le 
deformazioni  craniche.  Quaderni  di  Scienze  Antropologiche,  4,  150-163,  Padova. 


224  Concetta  cl’ Amore  e  Mirella  Schiano  Di  Zenise 


d’Amore  C.,  Federico  A.,  Schiano  Di  Zenise  M.,  1981  »  Le  collezioni  del  Museo 
annesso  all'Istituto  di  Antropologia  dell’Università  di  Napoli.  I.  Craniologica. 
Morfologia  del  cranio  cerebrale  in  gruppi  dell' Italia  centro-meridionale.  Archivio 
per  l’Antropologia  e  la  Etnologia,  CXI,  177-183,  Firenze. 
d’Amore  C.,  Schiano  Di  Zenise  M.,  1981  -  Le  collezioni  del  Museo  annesso  all’Isti¬ 
tuto  di  Antropologia  dell’Università  di  Napoli.  III.  Primatologica.  La  collezione 
scheletrica  di  Sera.  Archivio  per  l’Antropologia  e  la  Etnologia,  CXI,  187-195, 
Firenze. 

d’Amore  C.,  Schiano  Di  Zenise  M.,  1982  -  Il  Museo  annesso  all’Istituto  di  Antropo¬ 
logia  dell’ Università  degli  Studi  di  Napoli.  Appunti  di  storia  e  di  cronaca.  Archi¬ 
vio  per  l’Antropologia  e  la  Etnologia,  CXII,  467-478,  Firenze. 

Vram  U.G.,  1894  -  Dubois  V.E.,  1894,  Pithecanthropus  erectus.  Eine  menscheahn- 
liche  Uebergangsform  aus  Lava,  Atti  della  Società  Romana  di  Antropologia,  II, 
299-301,  Roma. 


PROCESSI  VERBALI  DELLE  TORNATE 
E  DELLE  ASSEMBLEE  GENERALI 


Processo  verbale  dell'Assemblea  generale  del  29  gennaio  1982 

Il  giorno  29  gennaio  1982  alle  ore  17h45m  si  è  tenuta,  in  seconda  convocazione, 
l’Assemblea  generale  della  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli. 

Sono  presenti:  VIttozzi,  de  Cunzo,  Napoletano,  Caputo,  Forgione,  Celico,  Cata¬ 
lano,  Abatino,  Rossi,  Cuneo,  Del  Rio,  della  Ragione,  Piscopo,  Palumbo,  D’Argenio, 
Torre,  Mazzarella,  Pia  cella,  Billwiller. 

Il  Presidente  dichiara  aperta  la  seduta  e  il  Segretario  legge  il  verbale  della 
seduta  precedente,  che  viene  approvato  alfunanimità. 

Il  Presidente  informa  che  nei  giorni  5-6-7  febbraio  1982  si  terrà  un  convegno 
nella  Villa  Diego  Aragona  Pignatelli  Cortes,  indetto  dal  Centro  Studi  Carlo  Pisacane. 

Il  Presidente  poi  legge  la  Relazione  dell’attività  svolta  dal  nostro  sodalizio 
durante  l’anno  1981  che  sarà  inviata  al  Ministero  dei  Beni  Culturali  e  Ambientali, 
che,  per  intero,  qui  si  trascrive,  con  lettera,  così  intestata: 

«Relazione  sull’attività  della  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli  durante  fanno 
1981.  Nel  corso  del  1981  è  continuata  l’opera  di  sistemazione  dei  libri  della  preziosa 
Biblioteca  e  di  compilazione  dei  nuovi  cataloghi.  Hanno  all’uopo  prestato  la  loro 
opera  con  competenza,  scrupolosità  e  diligenza  le  due  Dottoresse  Liliana  Calabrese 
e  Silvia  Gargiulo  assegnate  a  suo  tempo  alla  nostra  Biblioteca,  tramite  la  Vallicel- 
liana  di  Roma  in  applicazione  della  legge  285.  Nel  1981  sono  stati  ammessi  alla 
Società,  secondo  le  modalità  previste  dallo  Statuto,  32  nuovi  Soci  che  ne  avevano 
fatto  domanda. 

Purtroppo  però,  nel  corso  del  1981,  sono  deceduti  i  Soci  Giuseppe  Catalano, 
Professore  fuori  molo  di  Botanica,  e  Mario  Covello,  già  Preside  della  Facoltà  di  Far¬ 
macia  delfUniversità  di  Napoli. 

Nella  seduta  del  30  ottobre  1981  il  Presidente  Prof.  Pio  Vittozzi  commemorò  il 
socio  benemerito  Prof.  Giuseppe  Imbò,  già  Direttore  dell’Osservatorio  Vesuviano  e 
dell’Istituto  di  Fisica  terrestre  e  fece  altrettanto  per  gli  altri  soci  scomparsi. 

Attualmente  i  soci  sono: 

soci  benemeriti  3 
soci  ordinari  277 


Totale 


280 


226  Processi  verbali 


Durante  il  1981  la  Società  si  è  riunita  3  volte  in  Assemblea  generale,  2  volte 
in  tornata  ordinaria  ed  1  volta  in  tornata  straordinaria.  Nell5 Assemblea  generale  del 
30  gennaio  1981  furono  nominati  i  Revisori  dei  conti  e  furono  ammessi  i  nuovi  soci. 
Nell’Assemblea  generale  del  27  febbraio  il  Presidente  illustrò  la  sua  relazione  sul¬ 
l’attività  svolta  dalla  Società  nel  1980  e  furono  approvati  il  bilancio  consuntivo  1980 
e  preventivo  1981,  dopo  la  Relazione  dei  Revisori  dei  conti. 

Nella  seduta  straordinaria  del  30  ottobre  il  Presidente  commemorò,  come  ac¬ 
cennato  sopra,  il  socio  benemerito  Giuseppe  Imbò. 

Nell’Assemblea  generale  del  22  dicembre  si  sono  tenute  le  votazioni  per  l’am¬ 
missione  di  nuovi  soci  e  si  è  proceduto  alla  nomina  dei  Revisori  dei  conti. 

Nel  corso  delle  varie  sedute  sono  stati  presentati  20  lavori  scientifici  nelle 
diverse  discipline  naturalistiche;  di  essi,  quelli  accettati  dal  Comitato  di  Redazione, 
saranno  pubblicati  nel  prossimo  volume  del  “Bollettino  della  Società  dei  Na¬ 
turalisti”  (voi  90°,  1981),  che  vedrà  la  luce  nei  prossimi  mesi. 

In  detto  volume  saranno  ospitati  anche  i  riassunti  delle  relazioni  e  delle  comu¬ 
nicazioni  presentate  al  1°  Convegno  nazionale  dell’Associazione  aA.  Ghigi  per  la 
Biologia  dei  Vertebrati”,  che  non  ha  ancora  un  proprio  organo  di  stampa. 

Una  relazione  sui  risultati  di  tale  convegno  fu  tenuta  dal  socio  Milone  nella 
seduta  del  22  dicembre. 

Infine  il  volume  90°  del  Bollettino  avrà  una  particolare  importanza  perché  con¬ 
terrà,  come  parte  integrante,  un’appendice  tutta  dedicata  alle  manifestazioni  svoltesi 
per  la  celebrazione  del  primo  centenario  della  Società  dei  Naturalisti,  come  da  pro¬ 
gramma  accluso. 

Il  volume  89°  del  1980,  di  cui  è  già  cenno  nella  relazione  dello  scorso  anno,  fu 
licenziato  il  20  ottobre  1981  e  mi  pregio  allegarlo  alla  presente  relazione. 

Diverse  riunioni  ha  tenuto  il  Consiglio  Direttivo  per  esaminare  ed  esprìmere  un 
parere  preliminare  sulle  domande  di  ammissione  dei  nuovi  soci,  per  esaminare  i 
bilanci,  per  deliberare  sulle  sfere  di  non  ordinaria  amministrazione  e  ratificare  via 
via  le  iniziative  in  merito  alle  manifestazioni  celebrative  del  centenario  della  Società 
proposte  dal  Comitato  organizzatore. 

Diverse  riunioni  ha  tenuto  anche  il  Comitato  di  Redazione  delle  pubblicazioni 
che  spesso  ha  inviato  a  cultori  particolarmente  competenti  i  lavori  presentati  nelle 
varie  sedute  per  la  pubblicazione  nel  “Bollettino”  allo  scopo  di  tenere  sempre  alto  il 
buon  nome  ed  il  livello  scientifico  e  culturale  della  Società». 

Il  Presidente  quindi  invita  i  Revisori  dei  conti  a  leggere  le  relazioni  dei  bilanci 
consuntivo  1980  e  preventivo  1981;  il  socio  Piscopo,  in  qualità  di  Revisore,  anche  a 
nome  del  socio  Carannante,  legge  i  conti  di  spesa  effettuati  nell’anno  1981  e  preven¬ 
tivati  per  Fanno  1981. 

I  Bilanci  verranno  anch’essi  inviati  al  Ministero  Beni  Culturali  e  Ambientali. 

L’assemblea  approva  all’unanimità  ambedue  i  bilanci:  preventivo  e  consun¬ 
tivo. 

Si  passa  dunque  alle  comunicazioni  scientifiche: 

a)  Place  Ila  presenta  il  suo  lavoro  dal  titolo:  «Ulteriore  segnalazione  di  coral- 
lofauna  in  argille  pleistoceniche  della  provincia  di  Reggio  Calabria»; 

b)  Celico  presenta  la  sua  nota  dal  titolo:  «La  falda  idrica  dei  monti  di 
Venafro:  ipotesi  di  captazione  e  prevedibili  ripercussioni  sul  regime  idrologico  delle 
sorgenti  »; 


Processi  verbali  227 


c)  Palumbo  presenta  il  suo  lavoro  dal  titolo:  «Applicazioni  delle  variazioni 
del  livello  medio  del  mare». 

Eseguito  l’ordine  del  giorno  la  seduta  è  tolta  alle  19h  15m. 

Il  Segretario:  Teresa  de  Gonzo  II  Presidente:  Pio  Vittozzi 


Processo  verbale  dell’Assemblea  generale  dei  26  febbraio  1982 

Il  giorno  26  febbraio  1982,  alle  17h45m  si  è  tenuta,  in  seconda  convocazione, 
l’Assemblea  generale  della  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli. 

Sono  presenti:  Vittozzi,  de  Cunzo,  Caputo,  Napoletano,  Matteucig,  Catalano, 
Del  Rio,  Gioffrè,  Barattolo,  Tartaglione  E.,  Tartaglione  A.M.,  Taddei,  Moncharmont 
Zei  M.,  Barbera,  Gustato,  del  Gaudio,  Forgione,  Fraissinet,  Franciosa,  Giglio,  Rossi, 
Ferreo,  Pozzuoli,  Carannante,  Moncharmont  U.,  Sgrosso,  Quagliariello,  Di  Nocera, 
Laureti,  Battaglini,  Milone,  Arcamene,  Billwiller,  Benino,  Celico,  Piscopo,  Fimiani, 
Della  Ragione,  Piciocchi. 

Il  Presidente  dichiara  aperta  la  seduta,  il  Segretario  legge  il  verbale  della  seduta 
precedente  che  viene  approvato  all’unanimità. 

Il  Presidente  comunica  che  quanto  prima  la  Società  adempirà  al  dovere  di  com¬ 
memorare  il  socio  Covello  recentemente  scomparso. 

Il  Presidente  informa  che  il  5  e  6  marzo  1982  si  terrà  a  Forlì  un  convegno 
indetto  dalla  Regione  Emilia  Romagna  su  il  «Parco  è...  orientamenti  per  una  legge 
regionale  sui  parchi».  Il  convegno  sarà  articolato  In  tre  seminari  su:  1)  Il  parco 
perché;  2)  Il  parco  come;  3)  Il  parco  e  il  territorio. 

Il  Presidente  quindi  sollecita  l’Assemblea  a  nominare  tra  i  soci  presenti  i  com¬ 
ponenti  del  seggio  elettorale  per  l’elezione  del  Consiglio  Direttivo  per  il  biennio 
1982-83;  vengono  proposti  ì  soci  Napoletano,  Presidente,  e  Rossi  Fortunato  e  Arca- 
mone  Nadia,  scrutatori. 

Si  dà  inizio  alle  votazioni  e,  quindi,  lasciando  aperte  le  urne  si  passa  alla  pre¬ 
sentazione  delle  comunicazioni  scientifiche: 

a)  il  socio  del  Gaudio  presenta  il  lavoro  suo  e  di  Gustato,  Villari,  Pedata,  dal 
titolo:  «Ulteriori  dati  sulla  distribuzione  di:  Holoturia  tubulosa ,  ff oloturia  polii , 
Holoturia  stellati  nel  Golfo  di  Napoli». 

Si  continuano  le  operazioni  di  voto.  A  spoglio  ultimato  il  Presidente  del  seggio 
legge  i  risultati: 

Presidente:  Pio  Vittozzi 

Vice-Presidente:  Aldo  Napoletano 

Segretario:  Teresa  de  Cunzo 

Vice-Segretario:  Filippo  Barattolo 

Tesoriere:  Eugenio  Piscopo 

Bibliotecario:  Gabriele  Carannante 

Redattore:  Giorgio  Matteucig 

Consiglieri:  Giuseppe  Caputo ,  Pietro  Battaglini ,  Mario  Torre,  Gennaro 

Corrado 


228  Processi  verbali 


Il  verbale  relativo  alle  operazioni  di  seggio  è  riportato  qui  di  seguito  e  fa  parte 
integrante  del  presente  verbale. 

Verbale  del  seggio 

«26  febbraio  1982,  Napoli. 

Il  giorno  26  febbraio  1982  alle  ore  18  si  è  aperto  il  seggio  per  la  elezione  del 
nuovo  Consiglio  Direttivo  della  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli. 

L’Assemblea  dei  soci  elegge; 

Componenti  il  seggio  che.,  risultano  così:  Presidente  Aldo  Napoletano,  1°  Scruta¬ 
tore  Fortunato  Rossi,  2°  Scrutatore  Nadia  Arcamene. 

Sono  state  consegnate  al  seggio  n.  129  schede.  Hanno  votato  sia  per  votazione 
diretta  sia  per  delega  115  soci  per  cui  rimangono  14  schede  siglate  che  vengono  con¬ 
segnate  alla  Segretaria. 

Dallo  spoglio  delle  schede  risultano  così  distribuite  le  cariche: 


Presidente: 

Prof. 

Pio  Vittozzi 

voti 

110 

Prof. 

B.  De  Lerma 

» 

2 

Prof. 

B.  D’Argenio 

» 

3 

Vice-Presidente: 

Prof. 

A.  Napoletano 

» 

115 

Segretario: 

Prof. 

T.  de  Cunzo 

» 

112 

Prof. 

U.  Moncharmont 

» 

1 

Vice-Segretario: 

Prof. 

F.  Barattolo 

» 

104 

Prof. 

C.  Barbera 

» 

1 

Prof. 

U.  Moncharmont 

» 

1 

Prof. 

G.  Gustato 

» 

1 

Prof. 

F.M.  Guadagno 

» 

5 

Prof. 

A.  Moretti 

» 

1 

Tesoriere: 

Prof. 

E.  Piscopo 

» 

108 

Prof. 

G.  Carannante 

» 

6 

Prof. 

A.  Pierantoni 

» 

1 

Bibliotecario: 

Prof. 

G.  Carannante 

» 

107 

Prof. 

G.  Matteucig 

» 

3 

Prof. 

P.  Battaglini 

» 

1 

Prof. 

N.  Arcamene 

» 

1 

Prof. 

E.  Piscopo 

» 

1 

Redattore: 

Prof. 

G.  Matteucig 

» 

100 

Prof. 

E.  Piscopo 

» 

3 

Prof. 

A.  Ariani 

» 

6 

Prof. 

R.  Taddei 

» 

1 

Prof. 

G.  Gustato 

» 

1 

Consiglieri: 

Prof. 

G.  Caputo 

» 

114 

Prof. 

M.  Torre 

» 

107 

Prof. 

A.  Ariani 

» 

6 

Prof. 

G.  Corrado 

» 

HO 

Prof. 

P.  De  Castro 

» 

3 

Prof. 

P.  Battaglini 

» 

114 

Prof. 

U.  Moncharmont 

» 

4 

Prof. 

L.  Casertano 

» 

1 

Prof. 

L.  Laureti 

» 

1 

Processi  verbali  229 


Pertanto  risultano  eletti: 


Presidente:  Pio  Vittozzi 

Vice-Presidente:  Aldo  Napoletano 


Segretario: 


Teresa  de  Cunzo 


Vice-Segretario:  Filippo  Barattolo 
Tesoriere:  Eugenio  Piscopo 

Bibliotecario:  Gabriele  Carannante 

Redattore:  Giorgio  Matteucig 

Consiglieri:  Giuseppe  Caputo,  Pietro  Battagliai,  Mario  Torre 

Gennaro  Corrado 


Alle  20h45m  si  sono  chiuse  le  operazioni  per  le  elezioni. 
Hanno  votato  personalmente  40  soci  e  per  delega  75  soci. 

Il  presente  verbale  consta  di  tre  fogli. 

Il  seggio  elettorale:  Il  Presidente,  firmato:  Aldo  Napoletano 
Gli  scrutatori:  firmato:  Fortunato  Rossi  e  Nadia  Arcamone  ». 
Esaurito  l’ordine  del  giorno  la  seduta  è  tolta  alle  21h15m. 


Il  Segretario:  Teresa  de  Cunzo  II  Presidente:  Pio  Vittozzi 


Processo  verbale  della  seduta  del  28  maggio  1982 

Il  giorno  28  maggio  1982  alle  17h40m  si  è  tenuta  in  seconda  convocazione,  la 
seduta  ordinaria  della  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli,  nell’aula  G2  dell’Istituto  di 
Geologia  e  Geofìsica  dell’Università,  Largo  San  Marcellino,  10. 

Sono  presenti:  Vittozzi,  de  Cunzo,  Sgrosso,  Rossi,  Battaglini,  Arcamone,  Napo¬ 
letano,  Forgione,  Piscopo,  Mezzacapo,  Melito  Pagliara,  Paolo  Vitagliano. 

Il  Presidente  dichiara  aperta  la  seduta  ed  esprime  il  suo  rincrescimento  per  non 
aver  potuto  tenere  la  seduta  nei  locali  della  Società  per  i  lavori  di  consolidamento  in 
atto  a  seguito  del  terremoto. 

Il  Presidente  inoltre  comunica  che  è  pervenuta  una  lettera  inviata  dal  Comitato 
Grotte  di  Castellana,  per  richiedere  un  parere  da  parte  della  Società  dei  Naturalisti 
in  Napoli,  sull’opportunità  di  aprire  un  nuovo  ingresso  nelle  grotte  stesse;  il  Consi¬ 
glio  Direttivo  ha  ritenuto  interpellare  i  proff.  Brancaccio,  Rossi  e  Bartoli,  per  compe¬ 
tenza,  ed  in  seguito  alla  relazione  da  loro  presentata,  ha  stabilito  di  convocare,  per  la 
prossima  seduta,  i  rappresentanti  del  Comitato  Castellana  Grotte  affinché  si  possa 
aprire  un  dibattito  in  Assemblea. 

Il  Presidente  legge  poi  la  delibera  del  Consiglio  Direttivo  di  consentire  una 
serie  di  conversazioni  tenute  da  esperti,  atte  ad  illustrare  i  vari  musei  napoletani. 

Quanto  sopra  per  accogliere  specifica  richiesta  del  dott.  A.  Nazzaro  dell’Osser¬ 
vatorio  Vesuviano,  addetto  alle  pubbliche  relazioni,  sezione  di  didattica. 

Il  Presidente  assicura  inoltre  che,  quanto  prima,  saranno  tenute  le  commemora¬ 
zioni  dei  soci  defunti:  Lazzari,  Pasquini,  Covello,  Carrelli,  Della  Ragione. 


230  Processi  verbali 


Comunica  ancora  che  si  terrà  a  Cetraro  (Cosenza)  una  riunione  congiunta  di 
Società  diverse,  dal  26  al  27  settembre  1982,  organizzato  dall’Università  di  Calabria- 
Rende-Cosenza  ed  un  congresso  satellite  organizzato  dalla  Società  della  Nutrizione 
umana. 

Il  Presidente  rende  noto  all’Assemblea  che  in  questo  momento  si  è  venuti  a 
conoscenza  della  scomparsa  del  prof.  Carlo  Miranda,  Titolare  di  Analisi  matematica, 
decano  della  Facoltà  di  Scienze  dell’Università  di  Napoli,  pertanto  chiede  all’Assem¬ 
blea  che  si  osservi  un  minuto  di  silenzio  in  onore  dell’insigne  scomparso  e  dà  man¬ 
dato  al  Segretario  di  stilare  necrologio  per  il  giornale. 

Si  passa  dunque  alle  comunicazioni  scientifiche: 

a)  il  socio  Barattolo  presenta  la  sua  nota  dal  titolo:  «Osservazioni  su  Triplo- 
porella  steinmannii  (alghe  verdi,  Dasicladali  del  Cretaceo  del  Messico)»;  interven¬ 
gono:  Rossi,  de  Cunzo; 

b )  il  socio  Berrino  presenta  la  nota  sua  e  di  Grimaldi,  Castellano,  del  Gaudio, 
D’Errico,  Franchino,  Ricco:  «Anomalie  gravimetriche  e  “ noise ”  sismico  a  Pantelle¬ 
ria»;  intervengono:  Rossi,  Napoletano,  Palumbo; 

c )  il  socio  Berrino  presenta  gli  autori  non  soci  della  nota,  detta  da  Ricciardi, 
dal  titolo:  «Relazione  tra  mainshock  e  massimi  aftershocks  nell’area  dell’appennino 
centro-meridionale»;  in  collaborazione  con  Castellano,  Del  Gaudio,  Franchino, 
Ricco;  intervengono:  Rossi  e  Napoletano. 

Fuori  ordine  del  giorno,  il  Presidente  chiede  all’Assemblea  di  consentire  la  pre¬ 
sentazione  di  una  comunicazione  verbale  dei  soci  Arcamone  e  Palumbo  dal  titolo: 
«Altezza  dello  stato  di  mescolamento  e  implicazioni  sulla  pedofauna  dei  fenomeni 
piovosi  in  un’area  urbana»;  intervengono:  Napoletano,  Battaglini,  Berrino. 

Esaurito  l’ordine  del  giorno  la  seduta  è  tolta  alle  19h. 

Il  Segretario:  Teresa  de  Cunzo  II  Presidente:  Pio  Vittozzi 


Processo  verbale  della  seduta  del  25  giugno  1982 

Il  giorno  25  giugno  1982  alle  16h25m  si  è  tenuta  in  seconda  convocazione  la 
seduta  ordinaria  della  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli. 

Sono  presenti:  Vittozzi,  Caputo,  Napoletano,  de  Cunzo,  Battaglini,  de  Lerma, 
Fucini,  Mustacchi,  Senatore,  Morrica,  Rossi,  Ariani,  Corrado,  Berrino,  Arcamone, 
Brancaccio,  Forgióne,  Franciosa,  Scaramella. 

Il  Presidente  dichiara  aperta  la  seduta  ed  invita  il  segretario  a  leggere  il  verbale 
della  seduta,  che  viene  approvato  e  sottoscritto. 

Il  Presidente  invita  la  prof.  Concetta  D’Amore  a  presentare  la  relazione  dal 
titolo:  «La  collezione  Museo  annesso  all’Istituto  di  Antropologia  dell’Università  di 
Napoli»,  in  collaborazione  con  M.  Schiano  di  Zenise.  Conversazione  tenuta  nell’am¬ 
bito  dell’iniziativa  di  relazioni,  sui  diversi  musei  napoletani  proposta  dal  dott.  Naz- 
zaro  dell’Osservatorio  Vesuviano  ed  accettata  dal  Consiglio  Direttivo  della  Società 
stessa. 


Processi  verbali  23 1 


Si  passa  al  punto  n.  3,  il  Presidente,  constatata  l’assenza  dei  membri  del  Comi¬ 
tato  per  la  difesa  delle  Grotte  di  Castellana,  peraltro  regolarmente  invitati  a  parteci¬ 
pare  all’ odierna  nostra  Assemblea,  invita  il  socio  Brancaccio  affinché  illustri  anche  a 
nome  di  Rossi  e  Bartoli  la  relazione  da  lui  presentata  riguardante  l’opportunità  di 
aprire  un  altro  ingresso  nelle  Grotte  stesse  di  Castellana,  a  chiusura  della  lettura  e 
del  dibattito  con  gli  interventi  di  Napoletano,  Lucini,  de  Lerma,  Caputo,  il  Presi¬ 
dente  legge  la  lettera  del  Comitato  di  ringraziamento  alla  Società  per  quanto  riterrà 
intervenire  nel  merito  della  questione.  La  relazione  nella  sua  definitiva  stesura,  sarà 
allegata  in  calce  al  verbale  della  odierna  seduta. 

Prima  che  si  proceda  con  il  punto  n.  4  all’ordine  del  giorno,  il  Presidente  chiede 
all’Assemblea  che  sia  consentita,  fuori  ordine  del  giorno,  una  comunicazione  ver¬ 
bale  del  socio  Gennaro  Corrado  e  che,  avutone  assenso,  viene  qui  di  seguito  tra¬ 
scritta: 

Comunicazione  verbale  dei  soci  Giovanna  Berrino  e  Gennaro  Corrado 
Deformazioni  verticali  e  variazioni  di  gravità 

NELL’AREA  VESUVIANA 

Nel  gennaio,  nell’area  vesuviana,  sono  state  effettuate  misure  di  quota  e  di  gra¬ 
vità.  Il  confronto  con  i  dati  ottenuti  nel  1962  dall’Istituto  di  Topografia  dell’Univer¬ 
sità  di  Roma  e  dal  Servizio  Geologico  d’Italia,  ha  mostrato  che  l’area  è  interessata  da 
un  sollevamento  e  da  un  aumento  di  gravità  con  valori  massimi  riscontrati  tra  600  m 
e  700  m  di  quota;  una  prima  ripetizione  delle  misure  di  gravità,  effettuata  nel  mese 
di  giugno  dello  stesso  anno,  ha  confermato  tale  risultato.  L’eventuale  evoluzione  del 
fenomeno  sarà  seguita  mediante  periodiche  campagne  di  misure  allo  scopo  di  avere 
informazioni  più  dettagliate  sulla  dinamica  in  atto. 

Si  passa  quindi  alle  comunicazioni  scientifiche: 

a)  il  socio  Mustacchi  presenta  la  nota  sua  e  di  Morrica  P.,  Santagada  V., 
Senatore  A.,  Serra  D.,  dal  titolo:  «Fatty  acids  and  sterols  from  some  Basidio- 
mycites  »; 

b )  il  socio  Ariani  presenta  la  sua  nota  dal  titolo:  «Una  nuova  stagione  a 
Typhlocaris  salentina  Ceroli  ( Crustacea ,  Decapoda )  in  Puglia.  Note  biologiche  e  bio¬ 
geografiche  »;  intervengono:  Rossi,  Franciosa,  Scaramella,  Battaglini,  de  Lerma; 

c )  il  socio  Battaglini  legge  il  riassunto  del  lavoro  di  Richetti,  in  assenza  del¬ 
l’autore,  dal  titolo:  «Indagini  sul  tasso  di  vitamina  C  libera  e  combinata  nel  sangue 
di  vacche,  capre  e  pecore  allevate  a  sistema  semibrado»;  il  Presidente  chiede  e 
ottiene  dall’Assemblea  che  si  presenti  un’ulteriore  nota,  fuori  ordine  del  giorno,  per¬ 
tanto  il  socio  Battaglini  riferisce  nota  verbale  sua  e  di  Andreozzi,  Antonucci,  Arca- 
mone,  Castaldo,  Gargiulo,  dal  titolo:  «  Ittiotossicità  e  prime  osservazioni  istologiche 
sulle  modificazioni  dell’epitelio  respiratorio  di  Carassius  amatus  L.  esposto  ad  acque 
inquinate  da  olii  greggi.  Un  problema  di  autoecologia  acquatica»;  intervengono: 
Napoletano,  Franciosa. 

Esaurito  l’ordine  del  giorno  la  seduta  è  tolta  alle  18h40m. 


Il  Segretario:  Teresa  de  Cunzo 


Il  Presidente:  Aldo  Napoletano 


232  Processi  verbali 


Brevi  note  relative 

ALL’APERTURA  DI  UNA  NUOVA  VIA  D’ACCESSO 

alle  Grotte  di  Castellana 

Il  «Comitato  per  la  difesa  delle  Grotte  di  Castellana»  sta  cercando  di  opporsi, 
con  l’appoggio  di  associazioni  culturali  e  protezionistiche,  all’iniziativa  comunale  di 
aprire  una  nuova  via  d’accesso  alle  Grotte  di  Castellana  per  rendere  più  agevole  e 
razionale  il  percorso  dei  visitatori  e  favorirne  l’afflusso. 

Invero  non  tutte  le  motivazioni  addotte  dal  Comitato  a  sostegno  della  posizione 
assunta  appaiono  probanti  e  soprattutto  condivisibili.  In  particolare  quelle  che  vor¬ 
rebbero  privilegiare  l’aspetto  solo  scientifico  delle  grotte  e  subordinare  la  visita  turi¬ 
stica  ad  una  ristretta  élite  di  «addetti  ai  lavori».  Questa  visione  particolaristica  e  un 
po’  settaria  contrasta  decisamente  con  l’abito  culturale  nel  quale  il  Comitato  si 
pone,  come  associazione  naturalistica  e  culturale  oltre  che  protezionistica.  Per  la 
verità  ci  sembra  che  la  vera  protezione  della  natura  si  attui  facilitando  e  consen¬ 
tendo  l’approccio  culturale  e  conoscitivo  di  masse  sempre  più  ampie  di  visitatori  e  di 
turisti  ai  quali  queste  associazioni,  coadiuvate  dall’Amministrazione  comunale,  pos¬ 
sono  offrire  il  contributo  prezioso  della  loro  conoscenza  scientifica,  favorendo  la 
fruizione  dei  beni  ambientali  in  maniera  corretta  e  rispettosa  ed  elevandone  la  mera 
curiosità  ad  appagamento  culturale. 

Né  ci  sembra  inoltre  possibile  addurre  valide  motivazioni  scientifiche  ad  una 
eventuale  posizione  positiva  o  negativa  rispetto  all’apertura  di  una  nuova  via  di 
accesso  od  uscita  alle  Grotte  di  Castellana.  Fermo  restando  infatti  che  una  nuova 
apertura  possa  alterare  l’attuale  microclima  delle  Grotte  favorendo  l’instaurarsi  di 
processi  climax-evolutivi,  non  è  pensabile  prevedere  il  trend  di  tali  processi  e  delle 
relative  implicazioni  morfogenetiche.  Tali  previsioni  infatti  vanno  realizzate  sulla 
base  della  conoscenza  pluriennale  e  quantitativa  di  fondamentali  parametri  spe¬ 
leoambientali  quali,  ad  esempio,  il  tenore  di  carbonati  e  di  anidride  carbonica  com¬ 
binata  nelle  soluzioni  carsiche  e  la  sua  distribuzione  spazio-temporale  nel  complesso 
carsico,  una  precisa  valutazione  del  contenuto  di  gas  carbonico  e  di  umidità  nell’at¬ 
mosfera  della  Grotta  e  della  sua  variazione  nel  tempo,  una  serie  dettagliata  di  osser¬ 
vazioni  speleometeorologiche,  etc. 

È  solo  sulla  base  di  questi  parametri  che  in  altre  cavità  carsiche  si  è  proceduto  a 
drastici  provvedimenti,  persino  alla  chiusura;  per  tutti  valga  l’esempio  delle  grotte  di 
Lascaux,  nel  Perigord  (Francia),  dove  la  crescita  del  tasso  di  anidride  carbonica  nel¬ 
l’atmosfera  legata  all’elevato  numero  di  visitatori  ed  alla  scarsa  areazione  in  grotta 
poteva  indurre  pericolosi  fenomeni  di  aggressività  nei  riguardi  dei  mirabili  dipinti 
parietali  realizzati  dall’uomo  preistorico. 

Pertanto,  in  mancanza  di  determinazioni  e  misure  accurate  condotte  per  un 
arco  di  tempo  sufficientemente  lungo,  non  ci  è  possibile  esprimere  un  parere  favore¬ 
vole  o  contrario  alla  nuova  apertura  che  il  Comune  di  Castellana  vorrebbe  praticare 
nelle  Grotte. 


Ludovico  Brancaccio 


Processi  verbali  233 


Processo  verbale  della  seduta  del  26  novembre  1982 

Il  giorno  26  novembre  1982  alle  17h55m  si  è  tenuta  in  seconda  convocazione  la 
seduta  straordinaria  della  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli. 

Il  Presidente  prof.  Aldo  Napoletano  dichiara  aperta  la  seduta  e  prega  il  Segreta¬ 
rio  di  leggere  il  verbale  della  seduta  precedente  che  viene  approvato  all’unanimità. 
Sono  presenti:  Napoletano,  Caputo,  de  Cunzo,  Scaramella,  Barattolo,  Matteucig, 
Forgione,  Luongo,  Barbera,  Battaglini,  Carannante,  Lucini,  Benino,  Arcamone, 
Ariani. 

Il  Presidente  annuncia  la  scomparsa  del  prof.  Pio  Vittozzi  e  ne  ricorda  la  nobile 
figura  con  commosse  parole,  ponendo  in  rilievo  quanto  lo  scomparso  ha  con  vera 
abnegazione  dato  per  la  Società  che  ha  presieduto  per  anni. 

Indi  il  Presidente  dà  la  parola  al  socio  Matteucig  che  terrà  una  conversazione 
sul  tema:  «Il  museo  di  Zoologia  dell’' Università  di  Napoli». 

Prima  di  riprendere  l’ordine  del  giorno,  il  Presidente  dichiara  che  la  seduta 
viene  sospesa  per  qualche  minuto.  Si  passa  quindi  alle  comunicazioni  scientìfiche: 

a)  la  dottoressa  Carla  Lucini  riferisce  sulla  nota  sua  e  di  Battaglini  dal  titolo: 
«Struttura  e  migrazioni  di  una  comunità  animale  edafica  in  un  suolo  di  origine  vul¬ 
canica  (Camaldoli,  Napoli)»;  interviene  Napoletano; 

b )  Barbera  presenta  la  nota  sua  e  di  Leuci  dal  titolo:  «Mammofauna  delle 
piroclastiti  del  Nolano»;  interviene  Napoletano; 

c )  Ariani  riferisce  sulla  nota,  presentata  insieme  al  socio  de  Cunzo,  dì 
G.  Voicu,  dal  titolo:  «Idées  nouvelles  sur  la  stratigraphie  et  la  paléogéographie  du 
“Badenien”  de  la  Parate tfays  Centrale». 

Esaurito  l’ordine  del  giorno  la  seduta  è  tolta  alle  19h  10m. 

Il  Segretario:  •  Teresa  de  Cunzo  II  Presidente:  Aldo  Napoletano 


Processo  verbale  della  seduta  del  22  dicembre  1982 

Il  giorno  22  dicembre  1982  alle  17h50m  si  è  tenuta  in  seconda  convocazione 
l’Assemblea  generale  della  Società  dei  Naturalisti  in  Napoli. 

Il  Presidente  dichiara  aperta  la  seduta  e  prega  il  Segretario  di  leggere  il  verbale 
della  seduta  precedente  che  viene  approvato  all’unanimità. 

Sono  presenti:  Napoletano,  Battaglini,  Catalano,  Ferro,  Ioni,  Taddei,  Ariani, 
Barbera,  de  Lerma,  Scaramella,  Nicotina,  Moncharmont  Zei,  Forgione,  Del  Rio, 
Caliendo,  Capolongo,  Rossi,  Coppa,  de  Cunzo,  Caputo,  Corrado,  Ugo  Moncharmont, 
Barattolo,  Matteucig,  Piscopo,  Lucini. 

Il  Presidente  comunica  che  il  Ministero  BB.  CC.  e  AA.  ha  inviato  alla  Società 
contributo  ordinario  di  L.  5.000.000. 

Il  Presidente  poi,  a  nome  suo  personale  ed  interpretando  il  pensiero  di  tutti  i 
soci  rivolge  al  prof.  Baldassarre  de  Lerma  un  saluto  augurale  per  il  conseguimento 
dei  50  anni  di  associazione  al  sodalizio  e  il  suo  passaggio  così  nella  categoria  dei 
Soci  benemeriti;  formula  al  prof,  de  Lerma  i  migliori  complimenti  per  la  sua  labe- 


234  Processi  verbali 


riosa  attività  svolta  e  gli  auguri  più  sentiti  per  l’avvenire,  e  per  l’occasione,  gli  con¬ 
segna  una  medaglia  ricordo.  Il  prof,  de  Lerma  con  gentili,  sentite  parole  ringrazia  e 
ricambia  voti  augurali  al  Sodalizio,  al  Presidente,  e  ai  soci  tutti. 

Il  Presidente  concede  quindi  la  parola  al  prof.  Maurizio  de  Gennaro  che  terrà 
una  conversazione  sul  Museo  di  Mineralogia  dell’Università  di  Napoli,  Facoltà  di 
Scienze. 

Al  termine  della  conversazione  il  Presidente  ringrazia  l’oratore;  apre  la  discus¬ 
sione  quindi  sull’aumento  della  quota  sociale,  l’Assemblea  delibera  di  portare  la 
quota  sociale  a  lire  quindicimila. 

Il  Presidente  propone  all’Assemblea  l’ammissione  di  nuovi  soci  nelle  persone 
presentate  da: 

1)  Aliotta  Giovanni  (Taddei,  Caputo); 

2)  Pollio  Antonino  (Taddei,  Caputo); 

3)  Capasse  Leonilda  (Taddei,  Caputo); 

4)  Pinto  Gabriele  (Taddei,  Caputo); 

5)  Albertano  Patrizia  (Taddei,  Caputo); 

6)  Andreozzi  Giuliana  (Battaglini,  Ariani); 

7)  Antonucci  Rosanna  (Battaglini,  Ariani); 

8)  Gargiulo  Giuliana  (Battaglini,  Ariani); 

9)  Carrano  Alma  (Moncharmont-Zei,  Barbera); 

10)  Nazzaro  Antonio  (Rapolla,  Matteucig); 

11)  Lucini  Carla  (Battaglini,  Matteucig); 

12)  Palomo  del  Gado  Inmaculada  (Pozzuoli,  Franco). 

Si  procede  alla  votazione,  con  tutti  i  voti  favorevoli,  si  astiene  il  socio  Lucini  per 
il  nominativo  del  candidato  Lucini,  pertanto  tutti  i  richiedenti  sono  ammessi  quali 
nuovi  soci. 

Il  Presidente  propone  all’Assemblea  di  suggerire  i  nominativi  dei  soci  che  deb¬ 
bono  eseguire  la  revisione  dei  conti  del  bilancio  1982,  all’unanimità  vengono  eletti 
revisori  effettivi  i  soci  Lucini  e  Barbera  e  il  socio  Fortunato  Rossi  quale  revisore 
supplente. 

Si  passa  quindi  alle  comunicazioni  scientifiche: 

a)  Caliendo  presenta  a  nome  suo  e  di  Milone  la  nota  dal  titolo:  «Effetto  del 
Ciprosterone  acetato  sulla  malato  deidrogenasi  del  sistema  ipotalamo-ipofìsario 
durante  il  ciclo  estrale  di  Mus  musculus  domesticus  »; 

b)  Barbera  riferisce  la  nota  sua  e  di  Carraro:  «Rincoliti  giurassici  dei  dintorni 
di  Bolognola  (Sibillini  meridionali)  »; 

c)  Nicotina  presenta  la  nota  sua  e  di  Scaramella:  «Le  collezioni  dell’Istituto 
di  Entomologia  agraria  dell’Università  di  Napoli  (Portici)». 

Esaurito  l’ordine  del  giorno  la  seduta  è  tolta  alle  19h  45m. 


Il  Segretario:  Teresa  de  Cunzo 


Il  Presidente:  Aldo  Napoletano 


ELENCO  DEI  SOCI  AL  31  DICEMBRE  1982 

con  la  data  di  ammissione 


1) 

2) 

3) 

4) 

5) 

6) 


1) 

2) 

3) 

4) 

5) 

6) 

7) 

8) 

9) 

10) 

11) 

12) 

13) 


SOCI  BENEMERITI 

31-12-922  Palombi  Arturo  -  Via  Carducci,  19  -  80121  Napoli. 

29-  4-923  Torelli  Beatrice  -  Via  Bracciano,  2  -  Roma. 

16-  3-924  Viggiani  Gioacchino  -  Via  Posillipo,  281  -  80123  Napoli. 

2-  5-931  Montai. enti  Giuseppe  -  Istituto  di  Genetica  -  Città  Universitaria  - 
00185  Roma. 

2-  5-931  Parenzan  Pietro  -  Stazione  dì  Biologia  Marina  -  73010  Porto  Cesa¬ 
reo  (Lecce). 

20-  1-932  De  Lerma  Baldassarre  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via 
Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 


SOCI  ORDINARI 

26-  2-971  Abatino  Elio  -  C.R.R.  -  Centro  di  Microscopia  elettronica  LM.  - 
Piazza  Barsanti  e  Matteuccì  -  80125  Napoli. 

28-  3-963  Abignente  Enrico  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  dell’Univer¬ 

sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

_j29-12»976  Accordi  Giovanni  -  Via  Grossi  Gondi,  46  -  Roma. 

22-12-982  Alberiamo  Patrizia  -  Via  Santa  Teresella  degli  Spaglinoli,  58  - 
80132  Napoli. 

22- 12-982  Aliotta  Giovanni  -  Via  Stadera,  86  -  80143  Napoli. 

29- 12-974  Amodeo  Giovanni  -  Via  Fava,  33  -  80014  Nocera  Inferiore. 

23- 12-975  Anastasio  Antonio  -  Via  M.  Pisciceli!,  29  -  Napoli. 

26-  7-975  Amdiloro  Filippo  -  Campo  Sperimentale  Contrada  «Bettina»  - 
89013  Gioia  Tauro. 

22-12-982  Andreqzzi  Giuliana  -  Istituto  di  Anatomia  Sistematica  e  Compa¬ 
rata  -  Via  Delpino,  1  -  80100  Napoli. 

7-  2-938  Antonucci  Achille  -  Via  Girolamo  Santacroce,  19/c  -  80129 
Napoli. 

22-12-982  Antonucci  Rosanna  -  Istituto  di  Anatomia  Sistematica  e  Compa¬ 
rata  -  Vìa  Delpino,  1  -  80100  Napoli. 

25-  6-976  Aprile  Francesco  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università 
dì  Napoli  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

30-  1-981  àrcàmgme  Nadia  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via  Mez¬ 

zocannone,  8  -  80134  Napoli. 


236  Elenco  dei  soci 


14)  29-10-971 

15)  27-  6-980 

16)  30-  1-959 

17)  23-12-975 

18)  27-  6-980 

19)  25-  6-976 

20)  27-  3-964 

21)  27-  6-980 

22)  31-  5-968 

23)  22-12-981 

24)  22-12-981 

25)  27-  6-975 

26)  26-  5-972 

27)  30-  1-959 

28)  30-11-973 

29)  31-  5-968 

30)  30-12-960 

31)  3-12-971 

32)  ,  28-  2-969 

33)  26-  5-972 

34)  20-12-974 

35)  27-  6-980 

36)  27-  3-964 

37)  21-12-979 

38)  23-12-975 

39)  23-12-975 

40)  30-  1-981 

41)  31-  3-972 


Ariani  Antonio  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Vìa  Mezzo¬ 
cannone,  8  -  80134  Napoli. 

Ascione  Aniello  -  Vìa  S.  Michele,  76  -  Ponticelli  (Napoli). 
Bado  lato  Franco  -  Via  Pantelleria,  3  -  Roma. 

Balsamo  Giuseppe  -  Istituto  di  Biologia  Generale  e  Genetica  del¬ 
l’Università  -  Vìa  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Barahona  Fernàndez  -  Estación  Experimental  del  Zaidin  C.S.LC. 
-  Professor  Albareda,  1  -  Granada  (Spagna). 

Barattolo  Filippo  -  Istituto  di  Paleontologia  -  Largo  S.  Marcel¬ 
lino,  10  -  80138  Napoli. 

Barbera  Carmela  -  Istituto  di  Paleontologia  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Barone  Guido  -  Via  Gemito,  70  -  Napoli. 

Battaglimi  Pietro  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via  Mez¬ 
zocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Berlino  Giovanna  -  Via  Plinio  il  Vecchio,  75  -  80053  Castellam¬ 
mare  di  Statua.. 

Billwiller  Arnoldo  -  Piazza  Cavour,  146  -  Napoli. 

Biondi  Augusto  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e  Tossicologia  - 
Mia  Leopoldo  Rodino,  22  -  00134  Napoli. 

Boenzi  Federico  -  Via  Lucano,  122  -  75120  Matera. 

Eoisio  Maria  Luisa  -  Distacco  Piazza  Marsala,  3/6  -  16122  Genova. 
Bolognese  Bianca  -  Vìa  Posillipo,  47/A  -  80123  Napoli. 
Bonardi  Glauco  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Bonasia  Vito  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofìsica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Boni  Maria  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Borgia  Giulio  Cesare  -  Geologo  -  Vìa  Luigi  Guercio,  145  -  84100 
Salerno. 

Botte  Virgilio  -  II  Cattedra  di  Anatomia  Comparata  dell’Univer¬ 
sità  -  Via  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Bo va.  Conti  Marcello  -  Piazza  S.  Giovanni  Bosco,  1/8  -  90143 
Palermo. 

Boza  Lopez  Julio  -  Estación  Experimental  del  Zaidin  C.S.LC.  - 
Professor  Albareda,  1  -  Granada  (Spagna). 

Brancaccio  Ludovico  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Uni¬ 
versità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Buccino  Gerardo  -  Via  C.  Rossi,  13  -  84043  Agropoli. 
Budetta  Paolo  -  Corso  Garibaldi,  142d  -  84100  Salerno. 
Cagliozzi  Anna  -  Istituto  dell’Università  -  Via  Mezzocannone,  8  - 
80134  Napoli. 

Calienbo  Maria  Filomena  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  - 
Via  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Cannavate  Giuseppe  -  Via  Gaetano  Quagliarteli©,  6  -  84100 
Salerno. 


Elenco  dei  soci  237 


42)  28-12-951 

43)  29-10-971 

44)  22-12-982 

45)  27-  4-973 

46)  30-12-962 

47)  21-12-979 

48)  27-  3-964 

49)  29-10-971 

50)  22-12-982 

51)  31-  5-968 

52)  28-12-940 

53)  23-12-975 

54)  23-12-975 

55)  24-  6-977 

56)  3-12-971 

57)  22-12-981 

58)  28-12-969 

59)  23-12-975 

60)  23-12-975 

61)  28-  2-969 

62)  29-10-971 

63)  31-  5-968 

64)  26-  5-972 

65)  27-  1-978 

66)  31-  5-968 

67)  21-  5-968 

68)  24-  6-977 

69)  28-  2-969 

70)  28-12-949 

71)  28-12-932 

72)  27-  6-975 

73)  28-  3-963 


Capaldq  Pasquale  -  Traversa  Giacinto  Gigante,  36  -  80128  Napoli. 
Capasso  Giuseppe  -  Via  S.  Eustacchio,  51  -  84100  Salerno. 
Capasso  Leonilda  -  Via  Giacinto  Gigante,  204  -  80128  Napoli. 
Capolongo  Domenico  -  Via  Roma,  8  -  80030  Roccarainola 
(Napoli). 

Capone  Antonio  -  Via  Cilea,  136  -  80127  Napoli. 

Cappello  Brunella  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e  Tossicolo¬ 
gica  -  Via  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134  Napoli. 

Caputo  Giuseppe  -  Istituto  di  Botanica  -  Via  Foria,  223  -  80139 
Napoli. 

Carannante  Gabriele  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell'Uni¬ 
versità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Capuano  Terrore  Alma  -  Via  Petrarca,  47/B  -  80122  Napoli. 
Carrara  Eugenio  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’ Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Casertano  Lorenzo  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Castaldo  Chiara  -  Via  Ugo  Niutta,  22  -  80128  Napoli. 
Castellano  Maria  Cristina  -  Via  Manzoni,  63  -  80123  Napoli. 
Castellano  Cornìello  Giovanna  -  Via  Balducci,  10  -  81100 
Caserta. 

Catalano  Raimondo  -  Istituto  di  Geologia  dell’Università  -  Via 
Tukory,  131  -  90134  Palermo. 

Catalano  Virgilio  -  C.so  Vitt.  Emanuele,  539  -  Napoli. 
Catenacci  Vincenzo  -  Via  A.  Regolo,  12/d  -  00192  Roma. 
Ceccoli  Annamaria  -  Via  Pisciceli!,  29  -  Napoli. 

Celi  co  Pietro  -  Piazza  Pilastri,  17  -  80125  Napoli. 
Chiaromonte  Ferdinando  -  Parco  Grifeo,  38  -  80121  Napoli. 
Chieffi  Giovanni  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via  Mez¬ 
zocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Ciakanfi  Neri  -  Istituto  di  Geologia  e  Paleontologìa  -  Palazzo  Ate¬ 
neo  -  70121  Bari 

Ciardiello  Valle  Anna  Maria  -  Via  Caldieri,  147  -  80128  Napoli. 
Cimino  Antonio  -  Via  Mariano  Stabile,  110  -  90139  Palermo. 
Cippitelli  Giuseppe  -  Via  lannozzi,  38  -  20097  S.  Donato  Mila¬ 
nese. 

Cocco  Ennio  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Cornìello  Alfonso  -  Istituto  di  Geologìa  Applicata  -  Facoltà  di 
Ingegneria  -  Piazzale  Tecchio  -  80125  Napoli. 

Corrado  Gennaro  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Cotecchia  Vincenzo  -  Istituto  di  Geologia  Applicata  -  Via  Re 
David,  200  -  70100  Bari. 

Co  vello  Mario  -  Parco  Grifeo,  38  -  Napoli. 

Cqzzolino  Angela  -  Via  Garibaldi,  9  -  Tufino  (Napoli). 
Crescenti  Uberto  -  Vìa  Gioberti,  44  -  65100  Pescara. 


238  Elenco  dei  soci 


74)  26»  1-949 

75)  22-12-981 

76)  29-11-974 

77)  29-10-971 

78)  30-  1-959 

79)  27-  6-973 

80)  29-12-961 

81)  31-  5-968 

82)  30-  1-959 

83)  30-  1-959 

84)  3-12-971 

85)  22-12-981 

86)  22-12-981 

87)  22-12-981 

88)  31-  5-968 

89)  29-11-974 

90)  27-  1-978 

91)  31-  5-968 

92)  25-  6-976 

93)  28-  6-975 

94)  26-  2-971 

95)  25-  6-976 

96)  29-10-971 

97)  27-  6-975 

98)  26-  6-976 

99)  27-  3-964 

100)  20-12-960 

101)  21-12-979 

102)  27-  6-975 

103)  22-12-981 

104)  20-12-974 

105)  29-10-971 

106)  27-  4-973 


Cucuzza  Silvestri  Salvatore  -  Casella  Postale  345  »  95100  Catania. 
Cuneo  Franco  -  Viale  Kennedy,  70  -  Giardino  zoologico  -  80125 
Napoli. 

D’Alessandro  Assunta  -  Via  G.  Grande,  12  -  Lecce. 

Damiani  Alfonso  Vittorio  -  Lungotevere  Melimi,  30  -  00193  Roma. 
D’Argenio  Brano  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  delL  Universi¬ 
tà  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Dazzaro  Luigi  -  Istituto  di  Geologia  e  Paleontologia  -  Palazzo 
Ateneo  -  80121  Bari. 

De  Castro  Piero  -  Istituto  di  Paleontologia  dell’Università  -  Largo 
S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

De  Castro  Coppa  Maria  Grazia  -  Istituto  di  Paleontologia  del¬ 
l’Università  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

De  Cunzq  Teresa  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

De  Leo  Teodoro  -  Istituto  di  Fisiologia  Generale  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Delfino  Vincenza  -  Via  Pietro  Castellino,  88  -  80131  Napoli. 
Del  Gaudio  Silvana  -  Via  Giuseppe  Orsi,  50  -  Napoli. 

Della  Ragione  Salvatore  -  Via  Cerììlo,  57  -  80070  Bacoli. 
Del  Rio  Antonio  -  Via  Floriano  del  Secolo,  4  -  Napoli. 

De  Medici  Giovanni  Battista  -  Via  Beisito,  13  -  80123  Napoli. 
De  Miranda  Renato  -  Via  Oliatamene,  60/B  -  80123  Napoli. 
De  Riggi  Angelo  -  Via  Cavour,  2  -  80133  Cicciano  (Napoli). 
De  Riso  Roberto  -  Istituto  di  Geologia  Applicata  dell’Università. 
De  Rosa  Ciro  -  Via  Costantinopoli,  25  -  Aversa. 

D’Errico  Francesco  Paolo  -  Istituto  di  Entomologia  Agraria  - 
Facoltà  di  Agraria  dell’Università  -  Portici  (Napoli). 

De  Simone  Bruno  -  Parco  Comola  Ricci,  120/c  -  80122  Napoli. 
De  Simone  Francesco  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e  Tossi¬ 
cologica  •  Via  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134  Napoli. 

De  Stasio  Laura  Maria  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Uni¬ 
versità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

De  Vivo  Benedetto  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Di  Benga  Felice  -  Calata  S.  Francesco,  12/B  -  80127  Napoli. 
De  Girolamo  Pio  -  Istituto  di  Mineralogìa  dell’Università  -  Via 
Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Di  Leo  Lucia  -  Via  Lepanto,  21  -  80125  Napoli. 

Di  Luise  Giancarlo  -  Via  Carlo  Ravizza,  7/A  -  20100  Milano. 
Di  Maio  Ferdinando  -  Via  G.  Poli,  70  -  Portici  (Napoli). 

Di  Matteo  Loredana  -  Via  Consalvo,  138  -  Napoli. 

Dini  Antonio  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e  Tossicologica  - 
Via  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134  Napoli. 

Di  Nocera  Silvio  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Dipartimento  di  Scienze  della  Terra  -  Via  Trentino,  51  -  09100 
Cagliari. 


Elenco  dei  soci  239 


107)  22-12-981 

108)  21-12-979 

109)  27-  6-973 

110)  28-  2-969 

111)  27»  6-980 


112)  30-  1-981 

113)  21-12-979 

114)  30-  1-981 

115)  29-10-971 

116)  26-  6-976 

117)  27-  6-980 

118)  29-12-961 

119)  21-12-979 

120)  24-  6-977 

121)  21-  5-968 

122)  28-  2-969 

123)  23-12-975 

124)  18-12-959 

125)  22-12-981 

126)  23-12-975 

127)  28-12-951 

128)  3-10-971 

129)  22-12-982 

130)  30-12-960 

131)  22-12-981 

132)  15-12-978 

133)  31-  3-972 

134)  15-12-978 

135)  31-  3-972 


Di  Stefano  Piero  -  Via  Tricomi,  16  -  Palermo. 

Diurno  Maria  Vittoria  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e  Tossi¬ 
cologica  -  Via  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134  Napoli. 

Esposito  Vincenzo  -  Via  Bonito,  27/c  -  80129  Napoli. 

Fanteth  Vincenzo  -  Via  Napoli,  107  -  71016  S.  Severo  (Fog¬ 
gia). 

Fenoli.  Hach-Ali  Purificación  -  Dipanamento  de  Cristalografia  y 
Mineralogia  »  Facultad  de  Ciencias  -  Universidad  de  Granada 
(Spagna). 

Ferrara  Lydia  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e  Tossicologica 
deU’Università  -  Via  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134  Napoli. 
Perreri  Vittoria  -  istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell'Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Ferro  Raffaele  -  Via  Diano,  27  -  80078  Pozzuoli. 

Fimiami  Pellegrino  »  Istituto  di  Entomologìa  agraria  -  Facoltà  di 
Agraria  -  80055  Portici. 

Fimamqre  Ester  -  Via  Posillipo,  239  -  80123  Napoli. 

Fiorito  Graziano  -  Via  G.  Gigante,  39  -  Napoli. 

Fondi  Mario  -  Istituto  Geografìa  dell* Università  -  Largo  S.  Marcel¬ 
lino,  10  -  80138  Napoli. 

Forgione  Pasquale  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e  Tossicolo¬ 
gica  -  Via  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134  Napoli. 

Forlani  Marcello  -  Via  Libertà,  218/bis  -  80055  Portici. 

Fon  Lidia  -  Istituto  di  Fisiologia  Generale  dell’Università  -  Via 
Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Franciosa  Nicola  -  Traversa  Ponticelli,  24  -  80100  Napoli. 
Franco  Anna  Rita  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via  Mez¬ 
zocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Franco  Enrico  -  Istituto  di  Mineralogia  dell’Università  -  Via  Mez¬ 
zocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Prassinet  Maurizio  -  Via  Recanati,  51  -  S.  Giorgio  a  Cremano. 
Calassi  Leone  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via  Mezzo¬ 
cannone,  8  -  80134  Napoli. 

Galgano  Mario  -  Istituto  di  Antropologia  dell’Università  -  Via 
Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Galiano  Giovanni  -  Viale  Meliusi,  40/c  -  82100  Benevento. 
Gargiulo  Giuliana  -  Istituto  di  Anatomia  Sistematica  e  Compa¬ 
rata  -  Via  Delfino,  1  -  80100  Napoli. 

Gianfrani  Alfonso  -  S.  Giacomo  dei  Capri,  41  -  Parco  Pica  - 
Napoli. 

Giglio  Francesca  -  Via  S.  Maria  Apparente,  4  -  80132  Napoli. 
Gioffrè  Domenico  -  Istituto  di  Coltivazioni  Alboree  -  Facoltà  dì 
Agraria  -  Portici  (Napoli). 

Giunta  Giuseppe  -  Via  Passaggio  dei  Poeti,  22  -  Palermo. 
Guadagno  Francesco  Maria  -  Via  Tasso,  305  -  Napoli. 
Guglielmotti  Eugenio  -  Via  G.  Scopando,  14  -  Salerno. 


240  Elenco  dei  soci 


136)  26-  2-971 

137)  21-  5-968 

138)  27-  6-980 

139)  31-  3-972 

140)  30-12-936 

141)  28-  1-972 

142)  26-  5-972 

143)  26-  1-973 

144)  30-  1-981 

145)  6-  2-939 

146)  14-  6-945 

147)  27-  1-956 

148)  30-  1-981 

149)  29-10-971 

150)  20-12-974 

151)  29-10-971 

152)  28-  2-969 

153)  29-10-971 

154)  27-  6-973 

155)  29-10-971 

156)  15-12-978 

157)  22-12-981 

158)  31-  3-972 

159)  27-  6-980 

160)  27-  6-980 

161)  22-12-981 

162)  22-12-984 

163)  26-  5-971 

164)  22-12-981 

165)  22-  2-963 

166)  26-  4-974 


Gustato  Gerardo  -  Istituto  di  Zoologia  dell’ Università  -  Vìa  Mez- 
zoeannone,  8  -  80134  Napoli. 

Honsel  Edmondo  -  Istituto  di  Botanica  -  Via  Vaiermo  -  34100 
Trieste. 

Huertas  Garcia  Francisco  -  Estación  Experimental  del  Zaidin  - 
C.S.I.C.  -  Professor  Albareda,  1  -  Granada  (Spagna). 

Ioni  Lamberto  -  Via  Luca  Giordano,  6  -  80127  Napoli. 
Ippolito  Felice  -  Istituto  di  Geologia  -  Città  Universitaria  -  Roma. 
Istituto  di  Geologia  e  Paleontologia  dell’Università  -  Palazzo  Ate¬ 
neo  -  70121  Bari. 

Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  -  Largo  S.  Marcel¬ 
lino,  10  -  80138  Napoli. 

Istituto  di  Paleontologia  dell’Università  -  Largo  S.  Marce lliho,  10  - 
80138  Napoli. 

Istituto  di  Scienze  della  Terra  -  Viale  Ungheria,  43  -  Udine. 
Io  vene  Francesco  -  Via  Acquedotto,  107  -  80070  Ischia  (Napoli). 
La  Greca  Marcello  -  Istituto  di  Biologia  animale  dell’Università  - 
Via  Androne,  81  -  95124  Catania. 

Lambekuni  Diana  -  Istituto  di  Chimica  Industriale  dell’Universi¬ 
tà  -  Piazzale  Tecchio  -  80125  Napoli. 

Lambiase  Salvatore  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Landi  Aldo  -  Via  Tito  Angelini,  25  -  80129  Napoli. 

Landi  Ernesto  -  Piazza  Carità,  6  -  80134  Napoli. 

Lapegna  Ulisse  -  Via  G.  Bonito,  27/E  -  80134  Napoli. 
Lapegma  Tàvernier  Amalia  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  del¬ 
l’Università  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

La  Rotonda  Maria  Immacolata  -  Corso  Garibaldi,  129  -  80055 
Portici. 

Laureti  Lamberto  -  Vìa  Nievo,  84  -  80122  Napoli. 

Lavorato  Giovanni  -  Via  S.  Matteo,  5  -  84090  Montecorvino 
Pugliano  (Salerno). 

Lazzari  Silvestro  -  Via  Mantova,  32/6  -  85100  Potenza. 

Leuci  Giuseppe  Istituto  di  Paleontologia  -  Napoli. 

Liquori  Vincenzo  -  Istituto  di  Geologia  -  Via  Tukory,  131  -  90134 
Palermo. 

Linases  Gonzales  José  -  Estación  Experimental  del  Zaidin 
C.S.I.C.  -  Profesor  Albareda,  1  -  Granada  (Spagna). 

Lopez  Aguayo  Francisco  -  Departamento  de  Geologia  y  Geoquì- 
mica  -  Facultad  de  Ciencias  -  Universidad  de  Valladolid  (Spagna). 
Lopez  Gorge  -  Via  Puente  verde,  2  -  Granada  (Espagna). 
Lucini  Carla  -  Via  Cammarano,  19  -  80129  Napoli. 

Lucimi  Paolo  -  Via  Cammarano,  19  -  80129  Napoli. 

Lub àschi  Elena  -  Via  Tasso,  480  -  Parco  Materazzo,  80123  - 
Napoli. 

Maccagno  Angiola  Maria  -  Piazza  Zama,  19  -  Roma. 
Maglione  Costantino  -  Via  Cile  a,  280  -  80127  Napoli. 


Elenco  dei  soci  241 


167)  27-  1-956 

168)  20-10-971 

169)  25-  6-976 

170)  23-12-975 

171)  30-11-973 

172)  27-  4-973 

173)  30-  1-981 


174)  22-12-981 

175)  29-10-971 

176)  31-  3-972 

177)  22-12-981 

178)  29-10-971 

179)  28-12-949 

180)  27-  1-978 

181)  27-  1-978 

182)  7-  2-938 

183)  27-11-947 

184)  30-12-960 

185)  22-12-976 

186)  26-  6-976 


187)  30-  1-981 

188)  27-  1-978 

189)  31-  5-968 

190)  27-11-947 

191)  22-12-982 

192)  24-  6-977 

193)  26-  1-949 

194)  25-  6-976 

195)  27-  4-973 


Mancini  Fiorenzo  -  Via  Gino  Capponi,  18  -  50121  Firenze. 
Manna  Fedele  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Manzo  Sergio  -  Via  Terracina,  368  -  80125  Napoli. 

Marmo  Francesco  -  Istituto  di  Biologìa  Generale  e  Genetica 
delFUniversità  di  Napoli  -  Via  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 
Matieucig  Giorgio  -  Istituto  di  Zoologia  delFUniversità  -  Facoltà 
dì  Scienze  -  Via  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Maxia  Carmelo  -  Dipartimento  di  Scienze  della  Terra  -  Via  Tren¬ 
tino,  51  -  09100  Cagliari. 

Mazza  Cereh  Maria  Teresa  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e 
Tossicologia  dell’Università  -  Via  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134 
Napoli. 

Mazzarella  Adriano  -  Via  Petrarca,  119  -  Napoli. 

Merenda  Luigi  -  C.N.R.  -  IRPI  -  87030  Castiglione  Scalo 
(Cosenza). 

Meucci  Nardella  Anna  Maria  -  Via  Domenico  Fontana,  95  - 
80128  Napoli. 

Mezzacapo  Vincenzo  -  Via  G.B.  Novelli,  34  -  81025  Marcianise. 
Miceli  De  Biase  Leandro  -  Istituto  di  Entomologia  Agraria  - 
Facoltà  di  Agraria  -  80055  Portici. 

Migliorini  Elio  -  Via  Vitelleschi,  26  -  00193  Roma. 

Milito  Pagliara  Severina  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  - 
Facoltà  di  Scienze  -  Via  Mezzocannone, .  8  -  80134  Napoli. 
Milome  Mario  -  Istituto  di  Zoologìa  delFUniversità  -  Facoltà  di 
Scienze  -  Via  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Moncharmont  Ugo  -  Via  A.  Falcone,  88  -  80127  Napoli. 
Moncharmomt  Zei  Maria  -  Istituto  di  Paleontologia  delFUniver¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Montagna  Raffaele  -  Via  Domenico  Cimarosa,  2/A  -  Napoli, 
Moretti  Aldo  -  Istituto  di  Botanica  -  Via  Fona,  223  -  80139 
Napoli. 

Morrica  Schirru  Patrizia  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  e 
Tossicologica  dell’Università  -  Vìa  Leopoldo  Rodino,  22  -  80134 
Napoli. 

Mustacchi  Silvia  -  Via  Mariano  d’Ayala,  6  -  Napoli. 

Muzzo  Carlo  -  Via  Amendola,  2  -  81055  S.  Maria  Capua  Vetere 
(Caserta). 

Napoleone  Giovanni  -  Istituto  dì  Geologìa  -  Università  di  Firenze. 
Napoletano  Aldo  -  Via  Rodolfo  Falvo,  20  -  20127  Napoli. 
Nazzaro  Antonio  -  Osservatorio  Vesuviano  -  80056  Ercolano, 
Nicoletto  Pier  Giorgio  -  Via  Fuori  Porta  Napoli  -  81043  Capua. 
Nicoiera  Pasquale  -  Istituto  di  Geologia  Applicata  -  Facoltà  di 
Ingegneria'  -  Piazzale  Tecchio  -  80125  Napoli. 

Nicotina  Mariano  -  Istituto  di  Entomologia  Agraria  -  Facoltà  di 
Agraria  -  80055  Portici. 

Nota  D’Elogio  Ernesto  -  Parco  Mergellina,  3  -  80122  Napoli. 


242  Elenco  dei  soci 


196)  30-12-960 

197)  25-  6-976 

198)  27-11-947 

199)  27-  6-980 


200)  29-10-971 

201)  30-12-960 

202)  30-12-960 

203)  22-12-982 

204)  29-  3-963 

205)  28-  2-969 

206)  30-12-960 

207)  29-10-971 

208)  24-  6-977 

209)  22-12-981 

210)  22-12-976 

211)  27-12-957 

212)  29-12-961 

213)  31-  1-951 

214)  27-  6-980 

215)  29-10-971 

216)  27-  4-973 

217)  31-  5-968 

218)  29-10-971 

219)  22-12-982 

220)  18-12-959 

221)  21-12-979 

222)  22-12-982 

223)  27-  6-980 

224)  29-10-971 


Oliveri  del  Castillo  Alessandro  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofì¬ 
sica  deirUniversità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 
Orio  Franco  -  Via  G.  De  Jacobis,  3  -  84100  Salerno. 

Orrù  Antonietta  -  Via  Monte  Pollino,  2  -  Quartiere  Montesacro  - 
Roma. 

Ortega  Huertas  Miguel  -  Departamento  de  Cristalografia  y 
Mineralogia  -  Facultad  de  Ciencias  -  Universidad  de  Granada 
(Spagna). 

Ortolani  Francesco  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  di  Napoli. 

Pagella  Maria  Luisa  -  Via  Girolamo  Santacroce,  5  -  80129  Napoli. 
Palmentola  Giovanni  -  Istituto  di  Geologia  e  Paleontologia  del¬ 
l’Università  -  Palazzo  Ateneo  -  70121  Bari. 

Palomo  Delgado  Inmaculada  -  Estación  Experimental  del  Zaidin 
C.S.I.C.  -  Profesor  Albareda,  1  -  Granada  (Spagna). 

Palumbo  Antonino  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Paoletti  Alfredo  -  Istituto  d’igiene  -  Facoltà  di  Scienze  -  Via  Mez¬ 
zocannone,  16  -  80134  Napoli. 

Parenzan  Paolo  -  Via  Roma,  12  -  74100  Taranto. 

Parisi  Giovanni  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via  Mezzo¬ 
cannone,  8  -  80134  Napoli. 

Pasquarella  Carmelo  -  Via  4  Orologi,  29/A  -  Ercolano. 
Pedata  Patrizia  -  Via  Nuova  S.  Rocco,  73  -  Napoli. 
Pellecchia  Maria  -  Via  Francesco  Saverio  Correrà,  222  -  Napoli. 
Pericoli  Sergio  -  Via  del  Porto,  151  -  47033  Cattolica  (Forlì). 
Pescatore  Tullio  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Universi¬ 
tà  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Pescione  Messina  Adelia  -  Via  Fleming,  89  -  00196  Roma. 
Picariello  Orfeo  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Facoltà  di 
Scienze  -  Via  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Piciocchi  Alfonso  -  Parco  Comola  Ricci,  9  -  80122  Napoli. 
Pieratttni  Donatella  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Pieri  Piero  -  Istituto  di  Geologia  e  Paleontologia  -  Palazzo  Ate¬ 
neo  -  70121  Bari. 

Pinna  Eros  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Finto  Gabriele  -  Via  Nicolardi,  Parco  Arcadia,  5  -  80131  Napoli. 
Piscopo  Eugenio  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Placella  Bianca  -  Corso  Umberto,  35  -  80138  Napoli. 

Pollio  Antonino  -  Via  Kerbaker,  86  -  80129  Napoli. 

Pozzuoli  Antonio  -  Istituto  di  Mineralogia  dell’Università  -  Fa¬ 
coltà  di  Scienze  -  Via  Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 
Priore  Rosa  -  Istituto  di  Entomologia  agraria  -  Facoltà  di  Agraria  - 
80055  Portici. 


Elenco  dei  soci  243 


225)  21-12-979 

226)  28-12-956 

227)  30-12-960 

228)  28-12-969 

229)  20-12-974 

230)  27-  3-964 

231)  31-  5-968 

232)  21-12-970 

233)  28-12-949 

234)  3-12-971 

235)  27-  3-964 

236)  27-  6-980 


237)  22-12-981 

238)  27-  6-975 

239)  15-12-978 

240)  27-11-947 

241)  22-12-981 

242)  30-  1-981 

243)  30-  1-981 

244)  29-10-971 

245)  27-  1-978 

246)  31-  5-968 

247)  3-12-971 

248)  28-  3-963 

249)  20-12-974 

250)  30-12-941 

251)  29-10-971 

252)  30-11-973 

253)  27-  3-964 


Pugliese  Pasquale  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  delfUniver- 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Quagliarmelo  Teresa  -  Istituto  di  Geologìa  e  Geofisica  delPUni- 
versità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Rabina  Brano  -  Istituto  di  Geologia  dell’Università  -  70121  Bari. 
Radqicic  Raika  -  Mi,  7,  38  -  Belgrado. 

Ramundo  Eliseo  »  Via  Cesare  Rossaroll,  174  -  80139  Napoli. 
Rapolla  Antonio  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer- 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Riccheth  Giustino  -  Istituto  di  Geologia  dell’Università  -  70121 
Bari. 

Righetti  Francesco  -  Istituto  di  Zootecnica  -  Via  F.  Delpino,  1  - 
80137  Napoli. 

Riffa  Anna  -  Piazzetta  Marconiglio,  4  -  80141  Napoli. 

Roda  Cesare  -  Istituto  di  Scienze  della  Terra  -  Viale  Ungheria  - 
Udine. 

Rodriguez  Antonio  -  Via  Pietro  Castellino,  179  -  80131  Napoli. 
Rodriguez  Gallego  Manuel  -  Departamento  de  Cristalografia  y 
Mineralogia  -  Facultad  de  Cìencìas  -  Universidad  de  Granada 
(Spagna). 

Rossi  Fortunato  -  Via  Montedonzelli,  48/d  -  Napoli. 

Rosso  Andrea  -  Via  Ferrara,  14  -  Caserta. 

Rotondo  Antonio  -  Istituto  dì  Coltivazioni  Arboree  -  Facoltà  di 
Agraria  ■  Portici  (Napoli). 

Ruffo  Sandro  -  Lungadige  Porta  Vittoria,  9  -  37100  Verona. 
Russo  Antonio  -  Viale  Muratori,  225  -  Modena. 

Russo  Giovanni  -  Via  Galatina  -  III  trav.  -  S.  Maria  Capo  a  Va¬ 
lere. 

Russo  Luigi  -  Via  Cilea,  171  -  Napoli. 

Russo  Luigi  Filippo  -  Istituto  di  Entomologia  agraria  -  Facoltà  di 
Agraria  -  80055  Portici. 

Salvati  Gerardo  -  Via  Pisa,  1  -  85100  Pisa. 

Sarpx  Ernesto  -  Via  S.  Aspreno,  13  -  80133  Napoli. 

Sartoni  Samuele  -  Istituto  di  Geologìa  -  Via  Zamboni,  63-67  - 
40127  Bologna. 

Scandone  Paolo  -  Istituto  di  Geologia  e  Paleontologia  -  Università 
di  Pisa. 

Scaramella  Domenico  -  Istituto  di  Entomologia  Agraria  -  Facoltà 
di  Agraria  -  80055  Portici. 

Scherillg  Antonio  -  Istituto  di  Mineralogia  dell’Università  -  Via 
Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Schettino  Oreste  -  Istituto  di  Chimica  Farmaceutica  dell’Universi¬ 
tà  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Scippacercqla  Sergio  -  Centro  di  Calcolo  Elettronico  Interfacol¬ 
tà  -  Pad.  17  -  Mostra  d’Qltremare  -  Napoli. 

Scorziselo  Raffaele  -  Istituto  di  Paleontologia  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 


244  Elenco  dei  soci 


254) 

255) 

256) 

257) 

258) 

259) 

260) 

261) 

262) 

263) 

264) 

265) 

266) 

267) 

268) 

269) 

270) 

271) 

272) 

273) 

274) 

275) 

276) 

277) 

278) 

279) 

280) 
281) 


27-  3-964 

25-  6-967 
15-12-978 

31-  1-951 

21- 12-979 

28-  3-963 

29- 10-971 

31-  1-951 

30- 12-960 

23-12-975 

26-  5-972 

31-  5-968 

27-  6-975 

31-  5-968 
31-  5-968 

26-  3-942 

22- 12-981 
22-12-981 
31-  5-968 

29-12-961 

27-  1-978 

19- 10-971 

20- 12-974 
15-12-978 

29- 12-961 

30-  1-981 
25-  6-976 
29-10-971 


Scotto  Di  Carlo  Bruno  -  Stazione  Zoologica  -  Villa  Comunale  - 
80121  Napoli. 

Senatore  Felice  -  Via  Balziro  -  Traversa  Bottiglieri,  17  -  Salerno. 
Serra  Virginia  -  Dipartimento  di  Biologia  Cellulare  -  Università  - 

Arcavacata  Rende  (Cosenza). 

Sersale  Riccardo  -  Istituto  di  Chimica  Applicata  -  Facoltà  di  Inge¬ 
gneria  -  80125  Napoli. 

Sgarrella  Franca  -  Via  Cilea,  250  -  80127  Napoli. 

Sgrosso  Italo  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Simone  Lucia  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Sinno  Renato  -  Via  Scudillo,  20  bis  -  Napoli. 

Sorrentino  Pappalardo  Albino  -  Via  S.  Giovanni  Bosco  -  33028 
Tolmezzo. 

Spagnuolo  Gabriella  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via 
Mezzocannone,  8  -  80134  Napoli. 

Speranza  Antonio  -  Via  Tommaso  Caravita,  29  -  80134  Napoli. 
Stanzione  Damiano  -  Via  Nicolardi  (Parco  Arcadia,  is.  5)  -  80131 
Napoli. 

Steri  Stefano  -  Istituto  di  Matematica  dell’Università  -  Via  Mezzo¬ 
cannone,  8  -  80134  Napoli. 

Taddei  Roberto  -  Orto  Botanico  -  Via  Foria,  223  -  80139  Napoli.  ' 
Taddei  Ruggiero  Emma  -  Istituto  di  Paleontologia  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Tarsia  in  Curia  Isabella  -  Corso  Umberto  I,  106  -  80138  Napoli. 
Tartaglione  Anna  Maria  -  Via  S.  Donato,  20  -  Caserta  -  Sala. 
Tartaglione  Elio  -  Via  G.  Santacroce,  3  -  Napoli. 

Torre  Mario  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Università  - 
Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Torre  Zamparelli  Valeria  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  del¬ 
l’Università  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 
Tramutoli  Mariano  -  Via  Caserma  Lucana,  23  -  85100  Potenza. 
Tremblay  Ermenegildo  -  Istituto  di  Entomologia  agraria  -  Facoltà 
di  Agraria  -  80055  Portici. 

Vacatello  Michele  -  Istituto  Chimico  -  Via  Mezzocannone,  4  - 
80134  Napoli. 

Valenttni  Giovanni  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Vallario  Antonio  -  Istituto  di  Geologia  e  Geofisica  dell’Univer¬ 
sità  -  Largo  S.  Marcellino,  10  -  80138  Napoli. 

Varriale  Bruno  -  Istituto  di  Zoologia  dell’Università  -  Via  Mezzo¬ 
cannone,  8  -  80134  Napoli. 

Verniani  Franco  -  Istituto  di  Fisica  «  A.  Righi  »  -  Università  -  Via 
Irnerio  -  40126  Bologna. 

Viggiani  Gennaro  -  Istituto  di  Entomologia  agraria  -  Facoltà  di 
Agraria  -  80055  Portici. 


Elenco  dei  soci  245 


282)  2142-979 

283)  27-  1-978 

284)  31-  3-972 

285)  30-12-960 

286)  25-  6-976 


Villanis  Gabriella  -  Via  Guglielmo  Sanfelice,  24  -  80134  Napoli. 
Villari  Anna  -  Via  Nausan,  36  -  80121  Napoli. 

Vitagllano  Paolo  Augusto  -  Via  S.  Giacomo  dei  Capri,  125  - 
Palazzo  Seca  -  80128  Napoli. 

Vitagllano  Vincenzo  -  Via  A.  Manzoni,  30  -  80123  Napoli. 
Zampino  Carlo  -  Via  S.  Baratta  -  Salerno. 


- 

■ 


Elenco  dei  periodici  ricevuti  in  cambio  del  Bollettino 
della  Società  dei  Naturalisti 


1)  Acta  Borealia.  Serie  scientia.  Tromso-Oslo. 

2)  Acta  Botania  Fennica.  Helsinki. 

3)  Acta  Entomologica  Fennica.  Helsinki. 

4)  Acta  Faunistica  Entomologica  Musei  Nationalis  Pragae  (Sbornik  Faunistikych 
Praci...).  Praha. 

5)  Acta  Facultatis  rerum  naturalium  Universitatis  Comeniane.  Ser.  Anthopologia. 
Botanica.  Chimica.  Mathematica.  Physica.  Physiologia  plantarum.  Zoologia. 
Bratislava. 

6)  Acta  Geologica  et  geographica  Universitatis  Comenianae.  Bratislava. 

7)  Acta  Palaentologica  Sinica.  Nanking  (China). 

8)  Acta  Societatis  Botanicorum  Poloniae.  Warszawa. 

9)  Acta  Societatis  prò  fauna  et  flora  fennica.  Helsinki. 

10)  Acta  Universitatis  Ludensis.  Lund. 

11)  Acta  Zoologica  Fennica.  Helsinki. 

12)  Allan  Hancock  Monographs.  Los  Angeles. 

13)  Anales  del  Instituto  de  biologia.  Universidad  Nac.  de  Mexico.  México. 

14)  Anales  del  Instituto  Botanico  a.  J.  Cavanilles.  Madrid. 

15)  Anales  de  Sociedad  Cientifica  Argentina,  Buenos  Aires. 

16)  Animalia  Fennica.  Helsinki. 

17)  Annalen  der  K.  K.  Naturhistorischen  (Hof-)  Museum.  Wien. 

18)  Annales  Botanici  Fennici.  Helsinki. 

19)  Annales  Entomologici  Fennici  (Soumen  Hyonteistieteellinen  Alika  Kauskirija). 
Helsinki. 

20)  Annales  Musei  Goulandris.  Contributiones  ad  historiam  naturalem  Greciae  et 
Regionis  Mediterraneae  a  Museo  Goulandris  historiae  naturalis  editae.  Kifisla 
(Atene). 

21)  Annales  de  la  Sociètè  Royale  Zoologique  de  Belgique.  Bruxelles. 

22)  Annales  historico-naturales  Musei  Nationalis  Hungarici.  Budapest. 

23)  Annales  Universitatis  Mariae  Curie  Slodowska.  Sectio  B:  geographia,  geologia, 
mineralogia  et  petrographia.  Sectio  C:  Biologia.  Lublin. 

24)  Annales  Zoologici  Fennici.  Helsinki. 

25)  Annali  della  Facolta  Agraria.  Università  Cattolica  del  Sacro  Cuore.  Piacenza. 

26)  Annali  della  Facoltà  di  Scienze  Agrarie  dell’Università  degli  Studi  di  Napoli. 
Portici. 

27)  Annali  del  Museo  Civico  di  storia  naturale  «G.  Doria»  di  Genova.  Genova. 

28)  Annali  dell’Università  degli  Studi  de  L’Aquila.  L’Aquila. 

29)  Annals  of  thè  Missouri  Botanical  Garden.  St.  Louis. 


248  Elenco  dei  periodici  ricevuti  in  cambio  del  Bollettino 


30)  Annuario  della  Accademia  delle  Scienze  dell’Istituto  di  Bologna.  Classe  di 
scienze  fisiche.  Bologna. 

31)  Annuario  della  Accademia  delle  Scienze  di  Torino.  Torino. 

32)  Annuario  delle  Biblioteche  italiane.  Ministero  Pubbl.  Istr.  Roma. 

33)  Annuario  dell’Istituto  e  Museo  di  Zoologia  dell’Università  di  Napoli.  Napoli. 

34)  Annuario  del  Ministero  della  P.I.  Roma. 

35)  Annuario  de  Sociedad  Broteriana...  Coimbra. 

36)  Archiv  de  Fruende  der  naturgeschichte  in  Mecklenburg.  Rostock. 

37)  Archivio  di  oceanografia  e  limnologia.  Roma. 

38)  Archivio  per  l’antropologia  e  la  etnologia.  Firenze. 

39)  Arkiv  for  Botanik.  Uppsala-Stockholm. 

40)  Archiv  for  Zoology.  Stockholm. 

41)  Arxius  de  la  Sección  de  Ciencias.  Barcelona. 

42)  Astarte.  Tromso  Museum  Zoological  Department.  Tromso. 

43)  Atti  dell’Accademia  Ligure  di  Scienze  e  Lettere.  Genova. 

44)  Atti  dell’Accademia  Gioenia  di  scienze  naturali  di  Catania.  Catania. 

45)  Atti  dell’Accademia  delle  Scienze  dell’Istituto  di  Bologna.  Rendiconti.  Classe  di 
scienze  fisiche.  Bologna. 

46)  Atti  della  R.  Accademia  delle  Scienze  di  Torino.  Atti.  Atti  Generali  e  Verbali 
delle  Classi  riunite.  Torino. 

47)  Atti  dell’Accademia  di  Scienze  Mediche  di  Ferrara.  Ferrara. 

48)  Atti  dell’Accademia  delle  Scienze  Fisiche  e  Matematiche  della  Società  Nazio¬ 
nale  Scienze  Lettere  ed  Arti.  Napoli. 

49)  Atti  dell’Accademia  Pontaniana.  Napoli. 

50)  Atti  dell’Accademia  Properziana  del  Subasio.  Assisi. 

51)  Atti  dell’Istituto  Botanico  della  R.  Università.  R.  Laboratorio  Crittogamico. 

Pavia. 

52)  Atti  dell’Istituto  di  Geologia  dell’Università  di  Genova.  Genova. 

53)  Atti  del  Museo  Civico  di  Storia  Naturale  di  Trieste.  Trieste-Udine. 

54)  Atti  della  Società  dei  Naturalisti  e  Matematici.  Modena. 

55)  Atti  della  Società  italiana  di  scienze  naturali  e  del  Museo  Civico  di  Storia  natu¬ 
rale  di  Milano.  Milano. 

56)  Atti  della  Società  Peloritana  di  Scienze  fìsiche  e  matematiche.  Messina. 

57)  Atti  della  Società  Speleologica  Italiana.  Alessandria. 

58)  Atti  della  Società  Toscana  di  scienze  naturali,  residente  in  Pisa. 

59)  Atti  e  memorie  dell’Accademia  di  agricoltura,  scienze,  lettere  ed  arti.  Verona. 

60)  Atti  e  rendiconti  dell’Accademia  di  Scienze  lettere  ed  arti  degli  Zelanti  (e  dei 
PP.  dello  Studio).  Vedi  Memorie  e  Rendiconti. 

61)  Berich  der  Oberhessischen  Gesellschaft  fur  Natur-und  Keilkund...  Giessen. 

62)  Biblioteca  Statale  di  Cremona  -  «Bollettino  della  Società  Medico  Chirurgica  e 
degli  Ospedali  -  Provincia  di  Cremona». 

63)  Biological  Bulletin  published  by  Marine  Biological  Laboratory.  Lancaster. 

64)  Biological  Review  of  thè  Cambridge  Philosophical  Society.  Cambridge. 

65)  Boletin  de  Sociedade  Broteriana.  Coimbra. 

66)  Boletin  de  la  Sociedad  Espanda  de  historia  naturai.  Madrid. 

67)  Bollettino  del  Laboratorio  di  Entomologia  agraria  «Filippo  Silvestri».  Portici. 

68)  Bollettino  dell’Istituto  Botanico  dell’Università  di  Catania. 

69)  Bollettino  dell’Istituto  di  Entomologia  della  R.  Università  di  Bologna. 


Elenco  dei  periodici  ricevuti  in  cambio  del  Bollettino  249 


70)  Bollettino  dellTstituto  e  Museo  di  Zoologia  delPUniversità  di  Torino. 

71)  Bollettino  dei  Musei  e  degli  Istituti  Biologici  delf Università  di  Genova. 

72)  Bollettino  del  Museo  Civico  dì  Storia  naturale  di  Venezia. 

73)  Bollettino  del  Museo  Civico  di  Storia  naturale  di  Verona. 

74)  Bollettino  del  Servizio  Geologico  d’Italia.  Roma. 

75)  Bollettino  della  Società  Adriatica  di  Scienze.  Trieste. 

76)  Bollettino  della  Società  Entomologica  Italiana.  Firenze. 

77)  Bollettino  della  Società  Geografica  Italiana.  Roma. 

78)  Bollettino  della  Società  Italiana  di  Biologia  sperimentale.  Napoli. 

79)  Bollettino  di  zoologia  agraria  e  di  bachicoltura.  Milano. 

80)  Bollettino  Società  Sarda  di  Scienze  Naturali.  Sassari. 

81)  Bulletin  de  ITnstitut  de  Geologie  du  Bassin  d’Aquitaine.  Talence. 

82)  Bulletin  of  thè  British  Museum.  Naturai  History.  London. 

83)  Bulletin  of  thè  Entomological  Society  of  Egypt  (U.A.R  ).  Cairo. 

84)  Bulletin  of  Geological  Institute.  Ser.  Petroleum  and  coal  geology.  Ser.  Paleonto- 
logy.  Sofia. 

85)  Bulletin  of  thè  Geological  Institution  of  thè  University  of  !J pesala. 

86)  Bulletin  of  thè  Illinois  State  Natura  History  Survey.  Urbana. 

87)  Bulletin  de  flnstitut  Royal  des  Sciences  naturelles  de  Belgique.  Biologie  Ento¬ 
mologie.  Bruxelles. 

88)  Bulletin  de  la  Societé  Entomologique  d’Egypte.  Le  Caire. 

89)  Bulletin  de  la  Societé  des  Sciences  naturelles  de  l’Ouest  de  la  Franca.  Nantes. 

90)  Bollettino  dell’Orto  Botanico  di  Napoli.  Vedi  Delpinoa. 

91)  Casopis  Ceské  Cek...  (Acta  Societatis  Entomologicae  Bohemiae).  Praha. 

92)  Cheapeake  Science.  A  regional  Journal  of  Research  and  Progress  on  naturai 
resources.  Solomons. 

93)  Ciencia  biologica  (1  Biologia,  2  Ecologia).  Dep.  de  Zoologia  Universidade  de 
Coimbra. 

94)  Colloquis.  Sociedad  Catalana  de  Biologia... 

95)  Commentari  dell’Ateneo  di  Brescia. 

96)  Decheniana.  Bonn. 

97)  Decheniana.  Beihefte.  Bonn. 

98)  Delpinoa.  Nuova  serie  del  Bollettino  dell’Orto  Botanico  di  Napoli. 

99)  Donarla,  Supplemento  agli  Annali  del  Museo  Civico  di  Storia  naturale  «  G.  Do¬ 
na:)  Genova. 

100)  Etologia  Polska.  Warszawa. 

101)  Endeavour.  Rassegna  del  progresso  scientifico... 

102)  Entomologia  che  Albe  iteri  aus  dem  Museum  G.  Frey.  Munchen. 

103)  Entomologisk  Tidckrift  ut  given  av  Entomologiska  Foreningen  i  Stockholm, 
Journal  entomol.  publé  par  la  Société  Entomol.  Stockholm. 

104)  Fauna  Fennica.  Helsingfors. 

105)  Flora  Fennica.  Helsinki. 

106)  Fragmenta  Entomologica.  Roma. 

107)  Geoloski  Vlesnik.  Zagreb. 

108)  Giornale  botanico  italiano.  Firenze. 

109)  Gorteria  Riyksherbarium.  Leiden. 

110)  Illinois  bìological  monographs.  Urbana. 

111)  Il  Naturalista  Siciliano.  Palermo. 


250  Elenco  dei  periodici  ricevuti  in  cambio  del  Bollettino 


112)  Journal  of  thè  Marina  Biologica!  Associati»:-!).  Cambridge. 

113)  Leopoldina.  Mitteilungen  der  Deutschen  Akademie  der  Naturgoscher  Leopol¬ 
dina.  Halle/Salle. 

114)  Madoqua.  Scientific  papers  of  thè  Namib  Desert  Research  Station  Wetenska- 
plike... 

115)  Man.  The  Journal  of  thè  Royal  Anthropological  Institute.  London. 

116)  Marine  studìes  of  San  Pedro  Bay. 

117)  Mediterranea.  Departamento  de  Biologia.  Alicante. 

118)  Memoranda  Societatis  prò  Fauna  et  Flora  Fennica.  Helsinki. 

119)  Memorias  de  Sociedad  Broteriana.  Coimbka. 

120)  Memorie  e  rendiconti  dell’Accademia  di  Scienze,  lettere  e  belle  arti  degli 
Zelandi  e  dei  Dafni  ci  di  Acireale. 

121)  Memorie  fuori  serie  del  Museo  Civico  di  Storia  naturale  di  Verona. 

122)  Memorie  del  Museo  Civico  di  Storia  naturale  di  Verona. 

123)  Memorie  del  Museo  Tridentino  di  Scienze  naturali.  Trento. 

124)  Memorie  e  note  delf Istituto  di  Geologia  applicata  dell’Università  di  Napoli. 

125)  Memorie  della  Società  Entomologica  Italiana  Supplemento  al  Bollettino  della 
Società  Entomologica  It.  Genova. 

126)  Mitteilungen  aus  dem  Hamburgischen  Zoologischen  Institut  und  Museum. 
Hamburg. 

127)  Mitteilungen  der  Bayeriscfaen  Staatssammlung  fur  Paleontologie  und  histor. 
Geologie.  Monaco. 

128)  Monographiae  Botanicae.  Warszawa. 

129)  Natura.  Rivista  dì  scienze  naturali.  Milano. 

130)  Natura  bresciana.  Brescia. 

131)  Note  Fitopatologìche  per  la  Sardegna.  Sassari. 

132)  Notiziario  del  Circolo  Speleologico  Romano.  Roma. 

133)  Nova  Acta  Leopoldina.  Leipzig. 

134)  Novos  Taxa  Entomologicos...  Louremco  Marques. 

135)  Ohio  (The)  Journal  of  Science.  Columbus. 

136)  Periodico  di  mineralogia.  Roma. 

137)  Pescaport.  Genova. 

138)  Proceedings  of  K.  Nederlands  Akademie  van  Wetenschappen.  Ser.  Physical 
Sciences.  Ser.  Biologica!  und  medicai  Sciences.  Amsterdam. 

139)  Proceedìng  of  thè  Nova  Scotian  Institute  of  Sciences.  Halifax. 

140)  (Publications)  United  States  Geological  Survey.  Department  of  thè  Interior. 
Washington. 

a)  Abstracts  of  North  American  geology; 

b )  Bulletin; 

c)  Earthquake  Information  bulletin; 

d)  Geophysical; 

e)  Journal  of  Research; 

f)  Professional  paper; 

g)  Tecniques; 
hi)  Topographic; 

0  Water  supply  paper. 

141)  Pubblicazioni  dellTstituto  di  Botanica  dell’Università  di  Catania. 

142)  Pubblicazioni  della  Stazione  Zoologica  di  Napoli. 


Elenco  dei  periodici  ricevuti  in  cambio  del  Bollettino  251 


143)  Pubiicaciones  del  Centro  Pirenaico  de  Biologia  Experimental.  Barcelona,  poi 
Jaca. 

144)  Pubiicaciones  de  Departamento  de  Zoologia.  Universidad  de  Barcelona. 

145)  Publicafoes  de  Instituto  de  Zoologia  «Dr.  Augusto  Nobre».  Porto,  poi 
Coimbra. 

146)  Quaderni  dell’Istituto  Botanico  dell’Università.  Laboratorio  Crittogamico. 
Pavia. 

147)  Redia.  Giornale  di  zoologia  (già  Redia.  Giornale  di  Entomologia).  Firenze. 

148)  Rendiconti  dell’Istituto  Lombardo...  Milano. 

149)  Rendiconto  dell’ Accademia  delle  Scienze  fisiche  e  matematiche  della  Società  di 
Scienze  Lettere  e  Arti.  Napoli. 

150)  Report  on  scientific  activities...  Warszawa. 

151)  Revìsta  de  Entomologia  de  Mopambique.  Lauren^o  Marquez. 

152)  Re  vista  de  la  Sociedad  Gentili  ea  del  Paraguay.  Asuncion, 

153)  Ricerche,  Contributi  e  Memorie  del  Centro  di  Studi  su  l’Isola  d’Ischia  -  Biblio¬ 
teca  Antoni  an a.  Ischia  Ponte. 

154)  Risveglio  del  Molise  e  del  Mezzogiorno. 

155)  Riviera  scìentifique.  Bulletin  de  FAssociation  des  Naturalistes  de  Nice  et  des 
Alpes  Maritime.  Nice. 

156)  Rivista  di  Biologia  normale  e  patologica.  Messina. 

157)  Rozpravi  Ceske  Akademie  véd  a  LJmeni.  Praze. 

158)  Sbornii  Slovenskeho  Nardneo  Muzea...  Bratislava. 

159)  Scripta  Facultatis  Scientiarum  naturalium.  Universitatis  Purkynianae  Brunensis. 
Brne. 

160)  Selezione  veterinaria...  Brescia. 

161)  Senckenbergischen  Naturforsehenden  Gesellschaft.  Helsinki. 

162)  Smithsonian  Year.  Washington. 

163)  Sottoterra.  Bollettino  informativo  del  Gruppo  Speleologico  Bolognese  C.A.I.  e 
dello  Speleo  Club  di  Bologna  E.N.A.L.  Bologna. 

164)  Spisy  Prirodovedecke  Fakulty  University  I.  E.  Purkiné,  Brnq. 

165)  Struktur  und  Mìtgliederbestand.  Deutsche  Akademie  der  Naturforscher  Leo¬ 
poldina  su  Halle/Saale. 

166)  Studi  geologici  Camerati.  Camerino. 

167)  Studi  Sassaresi.  Sassari. 

168)  Studi  trentini  di  scienze  naturali.  Sez.  A.  Abiologica.  Sez.  B.  Biologia.  Trento. 

169)  Thalassìa  Ionica.  Istituto  Sperimentale  Talassografico.  Taranto. 

170)  Thalassia  salenti  na.  Stazione  Biologica  Marina  di  Salente.  Porto  Cesareo. 

171)  Trabajos  del  Departamento  de  Botanica  y  Fisiologia  vegetale.  Madrid. 

172)  Transaction  of  thè  Wisconsin  Academy  of  Sciences  arts  and  letters.  Madison. 

173)  Travaux  biologique  de  Flnstitut  J.  B.  Carnoy.  Louvain. 

174)  Travaux  sur  le  géologie  de  Bulgarie.  Tradove  Varhu...  Sofia. 

175)  University  of  California  publications  in  geological  Sciences... 

176)  Verhandlungen  der  K.  K.  Zoologisch  -  botanischen  Gesellschaft.  Wien. 

177)  Yesnik  Zavod  za  Geoloska  j  Geofizicka  Intrazivanija.  Serie  A  Geologija.  Serie  B 
Hidrogeologia.  Serie  C  Geofizicka.  Beograd. 


. 

■ 


' 


INDICE 


Ferro  R.,  Fulvio  Russo  G.  -  Le  biocenosi  bentoniche  del  lago  Fusaro. 

II  -  Malacofauna  ...........................................  pag.  3 

Righetti  F.,  Ferrara  B.,  Intrieri  F.,  Righetti  D.  -  Studio  comparativo 
sull’allevamento  del  cinghiale  Maremmano  e  del  cinghiale  dei  Car¬ 
pazi.  -  3.  Rilievi  alla  macellazione  e  alla  sezionatura  .  »  21 

Placella  B.  -  Ulteriore  segnalazione  di  corallofaune  in  argille  pleisto¬ 
ceniche  nella  provincia  di  Reggio  Calabria  . . . »  33 

Celico  P.  -  La  falda  in  rete  dei  Monti  di  Venafro:  ipotesi  di  captazione 

e  prevedibili  ripercussioni  sul  regime  idrologico  delle  sorgenti  »  43 

Palumbo  A.  -  Implicazioni  delle  variazioni  del  livello  medio  del  mare 

nella  progettazione  delle  opere  di  difesa  . . »  67 

Gustato  G.,  Villari  A.,  Del  Gaudio  S.,  Pedata  P.  -  Ulteriori  dati  sulla 
distribuzione  di  Holothuria  tubulosa ,  Holothuria  polii  e  Holothuria 
stellati  nel  golfo  di  Napoli  . . »  75 

Barattolo  F.  -  Osservazioni  su  Triploporella  steinmannii  n.  sp.  (alghe 

verdi,  Dasicladali)  del  Cretacico  del  Messico  . »  89 

Berrino  G.,  Castellano  M.,  Del  Gaudio  C,  D’Errico  V.,  Franchi¬ 
no  A.,  Grimaldi  M.,  Ricco  C.  -  Anomalie  Gravimetriche  e  Noise 
sismico  a  Pantelleria  . . »  125 

Arcamone  N.  -  Altezza  dello  strato  di  mescolamento  ed  implicazioni 

sulla  pedofauna  dei  fenomeni  piovosi  in  area  urbana  .  »  145 

Morrica  P.,  Mustacchi  S.,  Santagada  V.,  Senatore  A.,  Serra  D.  - 

Acidi  grassi  e  steroli  in  due  specie  di  Hygrophorus  . »  153 

Battaglini  P.,  Andreozzi  G.,  Antonucci  R.,  Arcamone  N.,  Castal¬ 
do  L.,  Gargiulo  G.  -  Ittiotossicità  e  prime  osservazioni  istologiche 
sulle  modificazioni  dell’epitelio  respiratorio  di  Carassius  auratus  L. 
esposto  ad  acque  inquinate  da  olii  greggi.  Un  problema  di  autoeco¬ 
logia  acquatica  ............ . »  157 

Battaglini  P.,  Lucini  C.  -  Struttura  e  migrazioni  di  una  comunità  ani¬ 
male  edafica  in  un  suolo  di  origine  vulcanica  (Camaldoli  -  Napoli)  »  173 

Voicu  G.  -  Idées  nouvelles  sur  la  stratigraphie  et  la  paléogéographie  du 

«Badénien»  de  la  Paratéthys  Centrale.  Présentation  synthétique  »  193 


254  Indice 


Caliendo  M.  F.,  Milone  M.  -  Effetto  del  ciproterone  acetato  sulla  ma¬ 
lato  deidrogenasi  del  sistema  ipotalamo-ipofisario  durante  il  ciclo 
estrale  di  Mus  musculus  domesticus  . . . .  pag.  209 

d’Amore  C.,  Schiano  Di  Zenise  M.  -  Le  collezioni  del  Museo  annesso 
all’Istituto  di  Antropologia  dell’Università  di  Napoli.  -  VI.  Fotogra¬ 
fica:  35  diapositive  . . .  »  217 

Processi  verbali  delle  tornate  e  delle  assemblee  generali  .  »  225 

Elenco  dei  soci  al  31  dicembre  1982  . . . .......  »  235 

Elenco  dei  periodici  ricevuti  in  cambio  del  Bollettino  della  Società  dei 

Naturalisti  . . . . .  »  247 


* 


TERMINATO  DI  STAMPARE  OGGI 
XXII  GIUGNO  MCMLXXXTV  NELLE 
OFFICINE  GRAFICHE  NAPOLETANE 
«FRANCESCO  GIANNINI  &  FIGLI» 


Direttore  responsabile :  Prof  MICHELE  FUI  ANO 


Autorizzazione  della  Cancelleria  del  Tribunale  di  Napoli  -  n.  B  649  del  29  11*1960 


Art.  14.  —  Nel  dattiloscritto,  si  raccomanda  di  indicare  con  doppia  sottolineatura 
(maiuscoletto)  i  nomi  degli  Autori  e  con  la  sottolineatura  semplice  (corsivo)  i  titoli  dei 
periodici  nella  bibliografia,  i  nomi  scientifici  latini  ed  i  termini  stranieri. 

Art.  15.  —  Le  illustrazioni  che  corredano  il  testo  saranno  accompagnate  da  brevi 
esaurienti  didascalie  nella  stessa  lingua  del  testo. 

Art.  16.  —  Dato  il  tipo  di  carta  adottato  per  la  stampa  del  Bollettino  la  maggior  parte 
delle  figure  andranno  inserite  come  tali  nel  testo,  con  numerazione  progressiva.  Al  termine 
del  testo,  in  continuità  con  rimpaginazione  precedente,  potranno  essere  inserite  delle 
tavole  contrassegnate  da  numeri  romani  progressivi,  fermo  restando  che  le  dimensioni 
-  inclusa  la  didascalia  -  non  oltrepassino  quelle  del  formato  standard  di  cm  11  x  18.  È  con¬ 
sigliabile  che  gli  originali  per  le  illustrazioni  siano  di  dimensioni  superiori  a  quelle  defini¬ 
tive  (1  V2  o  2  volte  quelle  definitive).  Salvo  indicazioni  contrarie,  le  illustrazioni  saranno 
riprodotte  in  modo  da  utilizzare  al  massimo  il  formato  standard  e,  in  ogni  caso,  in  confor¬ 
mità  con  il  parere  espresso  in  merito  dal  Redattore. 

Art.  17.  —  Le  tabelle  andranno  contrassegnate  con  una  numerazione  indipendente  e 
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consigliabile  preparare  un  originale  ad  inchiostro  di  china  o  dattiloscritto  da  cui  possa 
essere  ricavato  uno  zinco.  Salvo  casi  di  impossibilità,  dette  tabelle  non  dovranno  superare 
le  dimensioni  di  cm  11x18. 

Art.  18.  —  Le  note  a  piè  pagine  devono  portare  una  numerazione  indipendente  e 
progressiva  dall’inizio  del  lavoro.  Nel  dattiloscritto  esse  vanno  presentate  a  parte,  tutte  riu¬ 
nite  in  successione  e  numerate. 

Art.  19.  —  La  bibliografia  sarà  raccolta  alla  fine  del  testo  e  dovrà  comprendere  solo  i 
lavori  effettivamente  citati  nel  testo  stesso,  in  una  delle  forme  seguenti  Gray  (1824); 
(Gray,  1824);  (Gray,  1824:  73);  va  pertanto  esclusa  una  numerazione  progressiva  dei  rife¬ 
rimenti  bibliografici. 

Nell’elenco  alfabetico  degli  Autori  il  cognome  dovrà  essere  riportato  prescindendo  dai 
prefissi  di  casato  (p.  es.  de ,  von  ecc.)  che,  se  presenti  saranno  indicati  subito  dopo  il  nome. 
Se  di  uno  stesso  Autore  vengono  citati  più  lavori,  questi  saranno  elencati  cronologica¬ 
mente.  Si  faranno  seguire  alla  data  di  pubblicazione,  nell’ordine,  le  lettere  a,  b,  c,  ecc. 
quando  i  lavori  abbiano  lo  stesso  anno  di  edizione.  Le  stesse  lettere  dovranno  essere  ripor¬ 
tate  nelle  citazioni  nel  testo.  Per  lavori  pubblicati  da  più  Autori,  tutti  gli  Autori  dovranno 
essere  riportati  in  Bibliografìa,  mentre  nel  testo  -  qualora  gli  Autori  siano  tre  o  più  -  si 
riporterà  solo  il  primo  con  raggiunta  di  et  al. 

Al  cognome  dell’Autore  seguirà  l’iniziale  o  le  iniziali  del  nome,  quindi  la  data  di  pub¬ 
blicazione  del  lavoro,  tra  parentesi  e  punto.  Nel  caso  di  più  Autori,  questi  saranno  separati 
da  una  virgola. 

Il  titolo  del  lavoro  dovrà  essere  riportato  per  esteso,  sottolineando  le  eventuali  parole 
in  corsivo. 

I  titoli  dei  periodici  dovranno  essere  riportati  in  corsivo  (sottolineatura  semplice)  ed 
abbreviati  attenendosi  alla  Word  List  of  Scientifìc  Periodicals,  IV  Ed.  (1963-65).  Il  numero 
del  volume  sarà  sottolineato  con  una  linea  semplice  ed  una  ondulata  onde  sia  riprodotto  in 
grassetto;  esso  sarà  eventualmente  preceduto,  tra  parentesi,  dal  numero  della  serie  e 
seguito,  pure  tra  parentesi,  da  quello  del  fascicolo;  quindi  due  punti  e  indicazione  della 
prima  e  dell’ultima  pagina  dell’articolo,  delle  eventuali  figure  (figg.),  tavole  (tavv.),  tabelle 
(tabb.)  ed  infine  la  città  tra  parentesi.  Qualora  il  periodico  sia  articolato  in  numeri,  questi 
saranno  indicati  col  simbolo  N°;  analogamente  la  parte  si  indicherà  con  P.,  la  sezione  con 
Sez.,  il  supplemento  con  Suppl.  una  nuova  serie  con  N.  Ser.,  una  edizione  con  Ed.  In  ogni 
altro  caso  il  riferimento  dovrà  essere  riportato  per  esteso  (per  es.  nella  citazione  di  una  tesi, 
di  un  simposio  ecc.). 

Per  i  lavori  non  pubblicati  su  periodici  si  indicheranno  dopo  il  titolo,  nell’ordine,  l’Edi¬ 
tore  e  la  relativa  Città;  quindi  dopo  il  punto,  il  numero  complessivo  delle  pagine  (pp.),  le 
eventuali  figure  (figg.),  tavole  (tavv.),  e  tabelle  (tabb.). 

Gli  esempi  seguenti  potranno  servire  da  guida  per  la  compilazione  della  Bibliografia: 
Crescenti  U.,  Crostella  A.,  Donzelli  G.  &  Raffi  G.  (1969).  Stratigrafia  della  serie  calca¬ 
rea  dal  Lias  al  Miocene  nella  regione  marchigiano-abruzzese.  Mem.  Soc.  geol.  ital.  8: 

343-420,  64  figg.,  3  tavv.  (Pisa). 

Goodey  J.  B.  (1963),  Soil  and  freshwater  Nematodes.  Metheum  and  Co.,  London,  XV + 
544  pp.,  298  figg. 

Art.  20.  —  Di  eventuali  errori  e/o  omissioni  nella  compilazione  della  Bibliografìa 
sono  responsabili  gli  Autori  delle  note. 


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